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USA: lo Stato-Mafia

Se un individuo è il problema, eliminare quell’individuo significa risolvere il problema.
Questa la logica assai rozza ma spesso efficace con la quale le organizzazioni criminali, in particolare quelle che definiamo mafiose, affrontano il conflitto, i pericoli, gli avversari/nemici.
E questa è la logica politica che muove le azioni più importanti e più delicate degli Stati Uniti d’America. Kennedy venne ucciso seguendo tale logica, che quindi si rivolge spesso anche al proprio interno, ai conflitti e alla competizione affaristico-politica di quella stessa Nazione. Nei confronti dei capi di Nazioni estere, l’utilizzo dell’attentato – che spesso viene attribuito a un singolo killer o a soggetti mai identificati – è sistematico. I più recenti obiettivi, per fortuna sinora mancati, sono stati il capo del governo slovacco Robert Fico e il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin, come affermato dal Ministero degli Esteri di quel Paese, Ministero non aduso a fare con leggerezza affermazioni di tale gravità:

 

 

 

 

Il nemico interno appare oggi Donald Trump, che infatti è stato oggetto di un recente attentato il cui autore è stato immediatamente ucciso, dopo che alcuni presenti alla manifestazione elettorale di Trump avevano vanamente segnalato alla sicurezza federale (vale a dire quella guidata dall’attuale governo USA) la presenza di una persona armata sul tetto di un edificio.
Se è vero che eliminare la persona dell’avversario politico ignora spesso la complessità del contesto e il fatto che quindi non si tratta di un metodo risolutivo, in molti casi tale metodo raggiunge comunque l’obiettivo di rimescolare a fondo il campo nemico, che diventa in questo modo in ogni caso meno pericoloso.
Tutto questo, anche se espresso con la sintesi richiesta da questo sito (brachilogie, appunto), conduce alla conclusione che ciò che da se stessa e dai suoi servi in altri Paesi (compresa l’Italia) viene definita ancora (e incredibilmente) ‘la più grande democrazia del mondo’ è invece una organizzazione statale che utilizza sistematicamente dei comuni metodi criminali. Il fatto che lo faccia tramite organizzazioni istituzionali come la Central Intelligence Agency (CIA) non toglie nulla alla natura mafiosa di questo Stato.

Vita e morte di Silvio Berlusconi

Silvio Berlusconi ha dato un contributo fondamentale alla trasformazione definitiva della politica in spettacolo. E non soltanto in Italia.
È dunque stato del tutto coerente e conseguente che la politica diventata spettacolo ne abbia glorificato il cadavere e la memoria in ogni forma, sino a proclamare tre giorni di lutto nazionale e a ordinare i solenni funerali di stato, celebrati nel Duomo di Milano il 14 giugno 2023.
Della politica-spettacolo anche la cosiddetta ‘sinistra’ è componente e parte attiva. E questo perché Berlusconi in trent’anni ha plasmato l’immaginario, il linguaggio, i riferimenti sia polemici sia convergenti di questa ‘sinistra’, ponendosi in tal modo al di là delle dicotomie politiche, nonostante le sue continue dichiarazioni a favore di qualcosa che chiamava ‘centro-destra’.
L’essenza della socialità berlusconiana va infatti al di là delle divisioni politiche e partitiche novecentesche e consiste nella ipnotica manipolazione delle folle; nell’utilizzo spregiudicato, autoritario e totale dei media e delle loro tecnologie; nel successo finanziario come obiettivo di ogni azione, di ogni comportamento, di ogni pensiero; nella diffusione di un narcisismo di massa tanto infantile quanto divisivo delle realtà collettive; nella completa integrazione di vita politica e strutture criminali, in particolare quelle mafiose e quelle massoniche.
Della Loggia segreta Propaganda due (P2) – definita da una Commissione parlamentare di inchiesta «organizzazione criminale ed eversiva» – Berlusconi ha chiesto e ottenuto la tessera n. 1816, codice E.19.78, gruppo 17, fascicolo 0625, data di affiliazione 26 gennaio 1978.
Che le enormi somme di danaro necessarie all’inizio della carriera di palazzinaro e di  imprenditore dei media siano arrivati da Marcello Dell’Utri e dunque dalla mafia siciliana [contro ogni (auto)propaganda del sedicente self-made man] è un dato di fatto che il legato testamentario di 30 milioni di € per il faccendiere ed ex-senatore palermitano non fa che confermare.
E soprattutto Berlusconi ha operato una vera e propria trasformazione antropologica degli italiani in videosudditi, pronti a qualunque obbedienza comportamentale, psicologica, politica, sanitaria, mediatica, se enunciata, ripetuta e imposta dalle televisioni sue e di stato. Videosudditi che in questi decenni colonizzati dalle televisioni commerciali, massima espressione dell’americanismo, vanno sempre più mostrando una pervasiva e distruttiva stupidità,  il dominio della bêtise.
L’essenza del berlusconismo intride tutte le forze politiche presenti nell’attuale parlamento italiano, nelle amministrazioni pubbliche, nelle strutture dell’informazione, tutte ormai esemplate sul «Piano di rinascita democratica» di Licio Gelli.
È stato dunque consequenziale che le istituzioni dello stato italiano abbiano reso gli omaggi più imponenti e sfarzosi a questo loro eccellente rappresentante in occasione della sua «purtroppo tardiva dipartita», per usare l’espressione con la quale sul numero dell’ottobre 1976 di A Rivista anarchica (p. 3) Luciano Lanza si riferì alla morte di Mao Zedong, al quale con il passare degli anni e dopo innumerevoli ritocchi il volto di Silvio Berlusconi somigliava sempre più.

Gelati

Paradise. Una nuova vita
di Davide Del Dean
Italia, 2020
Con: Vincenzo Nemolato (Calogero), Giovanni Calcagno (il killer), Catarina Kas (Claudia), Branko Zavrsan (Padre George), Selene Caramazza (Lucia)
Trailer del film

Nello splendore di Cefalù. Due uomini portano in piazza una bara vuota. La buttano a terra, le sparano contro. E minacciano il destinatario di questo lugubre rito. Il destinatario è un gelataio che ha assistito a un omicidio, ha visto il killer, ha testimoniato contro di lui. Per salvarlo gli si dà una nuova identità: venditore di granite nel gelo dell’inverno friulano, ospite di un residence – Paradise – aperto soltanto per lui. Ma non, alla fine, solo per lui. Arriva infatti un altro ospite, nel quale a Calogero sembra di riconoscere l’assassino. Lo afferra, ovviamente, il panico ma la vicenda si dipana senza tragicità, piuttosto attraverso una mescolanza di usanze alpine, affetti trattenuti, μετάνοια, rasserenanti presenze di bambine. E magnifici paesaggi innevati che sembrano indifferenti alla presenza di questi animaletti dotati di maglioni, lampadine e carabine, alcuni dei quali vengono dall’Isola, da Σικελία, dalla Trinacria
«Io non so niente – disse il confidente – […] non so niente: ma tirando a indovinare allo scuro, posso dire che le proposte le avrà fatte Ciccio La Rosa, o Saro Pizzuco… – e già quel verticale volo di gioia diventava caduta, pietra che precipitava al centro del suo essere, della sua paura» (Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta, Einaudi 1972, p. 31).

«Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo»

Piccolo Teatro Paolo Grassi – Milano
Con il vostro irridente silenzio
Studio sulle lettere dalla prigionia e sul memoriale di Aldo Moro

Ideazione, drammaturgia e interpretazione Fabrizio Gifuni
Sino al 17 ottobre 2020

Nei Commentaires sur la Société du Spectacle Guy Debord si occupa ripetutamente delle Brigate Rosse e del caso Moro. Lo sfondo della sua lettura è lo Spectaculaire Intégré, che allora e ancor più oggi s’impone ovunque, perfettamente coeso con ogni forma di discorso pubblico, struttura istituzionale, modo di produzione. Esso si caratterizza per l’effetto combinato di «cinq traits principaux, qui sont: le renouvellement technologique incessant; la fusion économique-étatique; le secret généralisé; le faux sans réplique; un présent perpétuel» (Gallimard, 1988, cap. V, p. 25). Una segretezza generalizzata e il falso senza risposta, un segreto pervasivo diffuso, incompiuto o manipolato, costituiscono quindi alcuni dei caratteri principali di una società all’apparenza trasparente, dove le informazioni arrivano incessanti, innumerevoli e sui più diversi argomenti. Ma sull’essenziale il segreto permane.
Perché Aldo Moro sia stato ucciso dalle Brigate Rosse quando la sua liberazione sarebbe stata una formidabile arma contro lo Stato italiano, è un segreto sul quale si è edificata la storia dell’Italia dal 1978 a oggi. Molte sono le ipotesi -la più lucida sino allo splendore è quella di Leonardo Sciascia– ma credo che basti semplicemente leggere le centinaia di pagine che Moro scrisse dal giorno del suo rapimento, 16 marzo 1978, a quello della sua morte, 9 maggio 1978, per comprendere molto, se non tutto.

Le Lettere di Moro e il suo Memoriale, vale a dire le risposte date ai brigatisti durante il processo che questi gli intentarono, diventano attraverso Fabrizio Gifuni il corpo di Moro, la sua carne, il suo dolore, la sua lucidità, la sua disperazione. La sua voce.
Una voce che parla ancora, che si è stesa sui suoi reali assassini come una coltre di maledizione negli anni. «Io ci sarò sempre» scrisse infatti ai dirigenti della Democrazia Cristiana mentre annunciava di voler uscire dal Partito. Ho scritto reali assassini perché gli uomini e le donne delle Brigate Rosse, qualunque cosa essi abbiano detto e dicano per conservare un senso alle loro vite e alle loro illusioni, furono strumento di ben altre potenze. Quanto accadde in via Fani a Roma quel 16 marzo 1978 non lo si deve certo a dei soggetti che mostrarono poi per intero la loro piccola sostanza. Immagini fotografiche e inchieste successive mostrano che in quella strada c’erano esponenti dei servizi segreti –vale a dire dello Stato italiano-, membri di organizzazioni mafiose, emissari di potenze straniere. E tutto questo per impedire che il più forte partito comunista dell’Occidente potesse governare il Paese insieme alla Democrazia Cristiana. La data, il 16 marzo 1978, fu emblematica perché quel giorno un governo di soli democristiani, guidato da Andreotti ma con il fondamentale sostegno esterno del Partito Comunista, si sarebbe dovuto presentare alle Camere per ottenerne la fiducia. Gli statunitensi, in testa Henry Kissinger (ancora vivo, oggi ha 97 anni), avevano esplicitamente avvertito/minacciato Moro, se si fosse arrivati a tanto. E in quel caso non minacciarono invano. Dal Quattrocento in poi l’Italia è terra di guerre e di conquiste.

La voce di Moro/Gifuni riverbera sul palco del Piccolo Teatro soprattutto in due direzioni.
Per dire la struggente disperazione di un uomo che ha ormai compreso che non rivedrà più i propri familiari.
Per ricapitolare la storia dell’Italia repubblicana e indicare con chiarezza alcuni dei suoi caratteri principali:
-i Partiti che furono finanziati in modo nascosto e illegale dagli Stati Uniti d’America;
-le istituzioni dello Stato che organizzarono la strage di Piazza Fontana con la manovalanza di gruppi neonazisti;
-gli industriali che riempivano anch’essi di soldi i deputati di maggioranza e opposizione affinché si facessero portatori dei loro interessi, come continuano a fare oggi, basta guardare i due casi del Treno ad Alta Velocità Torino-Lione e della vicenda Autostrade/Benetton;
la questione palestinese e l’insofferenza degli USA/Israele verso le scelte italiane in questo campo;
-il peso del banchiere mafioso Michele Sindona nei rapporti con gli USA e nelle scelte dei governi italiani;
-la distorsione della democrazia causata dalla concentrazione in poche mani dei giornali e dell’informazione. 

Moro non si tira fuori da tutto questo e ammette di avere le proprie colpe ma si rifiuta di essere l’unico a pagare per tutta la Democrazia Cristiana e per lo Stato italiano. Così scrisse a Zaccagnini, Segretario del partito, alla fine di aprile:
«Con il vostro irridente silenzio avete offeso la mia persona, e la mia famiglia, con l’assoluta mancanza di decisioni legali degli organi di Partito avete menomato la democrazia che è la nostra legge, irreggimentando in modo osceno la D.C., per farla incapace di dissenso, avete rotto con la tradizione più alta della quale potessimo andar fieri. In una parola, l’ordine brutale partito chissà da chi, ma eseguito con stupefacente uniformità dai Gruppi della D.C., ha rotto la solidarietà tra noi. In questa cosa grossa, ricca di implicazioni io non posso assolutamente riconoscermi, rifiuto questo costume, questa disciplina, ne pavento le conseguenze e concludo, semplicemente, che non sono più democratico cristiano» [Fonte: Archivi del Novecento – A Benigno Zaccagnini].
Queste sono tesi, materiali e affermazioni che avrebbero potuto davvero colpire «il cuore dello Stato» come i dannunziani delle Brigate Rosse amavano dire. E invece tale ben di dio venne dai brigatisti tenuto nascosto -tranne poche pagine– e il Memoriale venne ritrovato ‘per caso’ solo nel 1990, quando il sistema costruito a Jalta da Churchill, Roosevelt e Stalin era ormai crollato.

Tra gli elementi descritti da Moro il più grave è forse la condizione dell’informazione in Italia. Non può infatti esistere una effettiva democrazia senza una stampa libera, ma stampa e televisione in Italia non sono mai state libere e continuano a non esserlo, come conferma anche l’unanimismo pressoché totale sulla questione dell’epidemia.
Di tale distorsione Moro capì subito gli effetti quando tutta la stampa nazionale attribuì i documenti che inviava dalla prigione a «un Moro che non è più lui; un Moro vittima della sindrome di Stoccolma; un Moro drogato; un Moro persino pazzo». Il timore non era che Moro uscisse morto dalle mani delle Brigate Rosse ma che ne uscisse vivo. E infatti ne uscì morto.
Le Lettere e il Memoriale si incentrano su alcuni nomi di capi democristiani: Taviani, Zaccagnini, Cossiga, Andreotti. Di quest’ultimo Moro delinea uno straordinario e realistico ritratto quando scrive: 

«Andreotti è restato indifferente, livido, assente, chiuso nel suo cupo sogno di gloria. Se quella era la legge, anche se l’umanità poteva giocare a mio favore, anche se qualche vecchio detenuto provato dal carcere sarebbe potuto andare all’estero, rendendosi inoffensivo, doveva mandare avanti il suo disegno reazionario, non deludere i comunisti, non deludere i tedeschi e chi sa quant’altro ancora. Che significava in presenza di tutto questo il dolore insanabile di una vecchia sposa, lo sfascio di una famiglia, la reazione, una volta passate le elezioni, irresistibile della D.C.? Che significava tutto questo per Andreotti, una volta conquistato il potere per fare il male come sempre ha fatto il male nella sua vita?  [il grassetto è mio] Tutto questo non significava niente. Bastava che Berlinguer stesse al gioco con incredibile leggerezza. Andreotti sarebbe stato il padrone della D.C., anzi padrone della vita e della morte di democristiani e no, con la pallida ombra di Zaccagnini, dolente senza dolore, preoccupato senza preoccupazione, appassionato senza passione, il peggiore segretario che abbia avuto la D.C.
Non parlo delle figure di contorno che non meritano l’onore della citazione. On. Piccoli, com’è insondabile il suo amore che si risolve sempre in odio. Lei sbaglia da sempre e sbaglierà sempre, perché è costituzionalmente chiamato all’errore. […]
Eravate tutti lì, ex amici democristiani, al momento della trattativa per il governo, quando la mia parola era decisiva. Ho un immenso piacere di avervi perduti e mi auguro che tutti vi perdano con la stessa gioia con la quale io vi ho perduti. […]
Tornando poi a Lei, On. Andreotti, per nostra disgrazia e per disgrazia del Partito con o senza di voi, la D.C. non farà molta strada. […] Si può essere grigi, ma onesti; grigi, ma buoni; grigi, ma pieni di fervore. Ebbene, On. Andreotti, è proprio questo che Le manca. Lei ha potuto disinvoltamente navigare tra Zaccagnini e Fanfani, imitando un De Gasperi inimitabile che è a milioni di anni luce lontano da Lei. Ma Le manca proprio il fervore umano. Le manca quell’insieme di bontà, saggezza, flessibilità, limpidità che fanno, senza riserve, i pochi democratici cristiani che ci sono al mondo. Lei non è di questi. Durerà un po’ più, un po’ meno, ma passerà senza lasciare traccia. Non Le basterà la cortesia diplomatica del Presidente Carter, che Le dà (si vede che se ne intende poco) tutti i successi del trentennio democristiano, per passare alla storia. Passerà alla triste cronaca, soprattutto ora, che Le si addice.
Che cosa ricordare di Lei? La fondazione della corrente Primavera, per condizionare De Gasperi contro i partiti laici? L’abbraccio-riconciliazione con il Maresciallo Graziani? Il Governo con i liberali, sì da deviare, per sempre, le forze popolari nell’accesso alla vita dello Stato? Il flirt con i comunisti, quando si discuteva di regolamento della Camera? Il Governo coi comunisti e la doppia verità al Presidente Carter? Ricordare la Sua, del resto confessata, amicizia con Sindona e Barone? Il Suo viaggio americano con il banchetto offerto da Sindona malgrado il contrario parere dell’Ambasciatore d’Italia? La nomina di Barone al Banco di Napoli? La trattativa di Caltagirone per la successione di Arcaini? Perché Ella, On. Andreotti, ha un uomo non di secondo, ma di primo piano con Lei; non loquace, ma un uomo che capisce e sa fare. Forse se lo avesse ascoltato, avrebbe evitato di fare tanti errori nella Sua vita. Ecco tutto. Non ho niente di cui debba ringraziarLa e per quello che Ella è non ho neppure risentimento. Le auguro buon lavoro, On. Andreotti, con il Suo inimitabile gruppo dirigente e che Iddio Le risparmi l’esperienza che ho conosciuto, anche se tutto serve a scoprire del bene negli uomini, purché non si tratti di Presidenti del Consiglio in carica».
[Fonte: Archivio del Novecento – Memoriale Moro]

La piena lucidità e la feroce ironia di tali parole testimoniano sino in fondo che cosa Aldo Moro fu e, con lui, la Democrazia Cristiana, che -metamorfizzata ma sempre potente– oggi vive in Forza Italia e nel Partito Democratico, nei suoi dirigenti cattolici, nella grande stampa che accarezza sempre questo Partito, qualunque politica esso decida di attuare.
Il corpo di Aldo Moro sulla scena del teatro milanese vibra nel suo ultimo gesto attraverso le parole inviate alla moglie quattro giorni prima di morire: «Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo».
[Fonte: Archivio del Novecento – A Eleonora Moro]
Intanto qui è la tenebra, che tuttavia le parole riescono a squarciare. Le parole di un grande attore e della storia.

Lo spasimo

Vincenzo Consolo
Lo spasimo di Palermo
Mondadori, 1998
Pagine 133

La scrittura di Consolo è intessuta di poesia, di un suo particolarissimo sperimentalismo, dell’intreccio fra lingua colta e antica parlata popolare. La ricchezza stilistica e lessicale di questa scrittura ha saputo tenere conto degli esempi di Gadda e di Vittorini, componendo però una tavolozza di parole e di stilemi del tutto originale. La tensione lirica di Consolo giunge spesso sino alle soglie del silenzio e dello strazio.
Il protagonista del romanzo, lo scrittore Gioacchino Martinez, dichiara di rifiutare ormai «il romanzo, questo genere scaduto, corrotto, impraticabile. Se mai ne aveva scritti, erano i suoi in una diversa lingua, dissonante, in una furia verbale ch’era finita in urlo, s’era dissolta nel silenzio» (p. 105).
Questa lingua racconta le vicende dello scrittore fra l’infanzia in Sicilia durante la Seconda guerra mondiale, la vita poi a Palermo con la moglie e il figlio, lacerata e dissolta dalla rapacità della mafia edile, la fuga a Milano e le delusioni patite nella città lombarda, l’arresto del figlio Mauro per terrorismo e la sua latitanza a Parigi dove il padre –morta Lucia, la moglie– va a trovarlo. Il finale ritorno di Gioacchino a Palermo lo immerge in una città che è

intrigo d’ogni storia, teatro di storture, iniquità, divano di potenti, càssaro dei criadi, villena degli apparati, osterio di fanatismo, tribunale impietoso, stanza della corda, ucciardone della nequizia, kalsa del degrado, cortile della ribellione, spasimo della cancrena, loggia della setta, casaprofessa della tenebra, monreale del mantello bianco. Congiura, contagio e peste in ogni tempo (122-123).

L’intera Sicilia è «matrice d’ogni male, estremo lembo, perenne scivolio, annientamento» (76). L’isola è luogo privo ormai d’ogni speranza sotto il dominio generale della mafia. Ma essa è ancora una volta la metafora di un mondo dove si combatte una guerra costante e criminale «contro lo Stato, gli Stati per il dominio dell’illegalità, il comando dei più immondi traffici» (128).
«In questo tempo feroce e allucinato» (42), tra la notturna gente che popola le strade, gli spazi, le case, nulla sembra salvarsi, non rimane luogo alcuno nel quale tentare -per Gioacchino, per Consolo, per chiunque- un riparo dalla malvagità dei padri che hanno tradito le speranze; dei figli che si sono nutriti di rovinose illusioni; dell’affarista di una città smarrita «nell’affanno d’ogni traffico, guadagno, nel cupo fanatismo del denaro», tale è Milano (80); del rivoluzionario che «seduce, indica simboli, spinge all’assassinio. Sorride, mostra la bava ansiolitica» (83); dei sovversivi diventati affaristi, capaci quindi di utilizzare prima l’ideologia e poi le televisioni per il loro costante, sconfinato e volgare narcisismo di ieri, di oggi, di sempre: «Da loro s’era installato il piccolo borghese, figlio dell’angustia, della frustrazione impiegatizia, del pallore urbano, fattosi in quel frangente il più acceso, il più torbido dei capi, s’era esaltato per l’accoglienza nei salotti, la frequentazione dell’editore, il filosofo, il prete, l’industriale, nudo davanti allo specchio, studiava pose, giocherellava con la pistola» (90).
Il mondo perduto in cui Gioacchino si sente immerso sembra trovare un qualche riscatto in un vecchio fioraio che parla per proverbi antichi e in un giudice che agli occhi di Martinez somiglia al protagonista di un film visto negli anni dell’infanzia. Quel magistrato viene spesso a trovare la madre, dirimpettaia di Gioacchino. Ma in una domenica sciroccosa di luglio fu «il gran boato, il ferro e il fuoco, lo squarcio d’ogni cosa, la rovina, lo strazio, il ludibrio delle carni, la morte che galoppa trionfante» (130). Perfino l’appartamento dello scrittore era servito a preparare l’attentato contro Paolo Borsellino.
Durante un viaggio con la moglie Lucia nei luoghi interni dell’Isola, i mosaici di Piazza Armerina suscitano sentimenti quasi di rimpianto per «le fiere d’Africa, gli animali rari, le nude fanciulle aggraziate (“Com’erano libere, serene quelle donne!”) e la gioia per i bimbi e gli amorini che cacciano, pescano, giocano» (78).
Questa breve scena pagana, posta quasi a contraltare dell’eccesso di figure del barocco cristiano, impasta di sé un romanzo bello e amaro, nel quale Consolo ammette lo scacco delle utopie sociali, tornando a una forma individuale e panica di giustizia, nel silenzioso grido che lo chiude: «Si sollevò stordito, sanguinante, alzò le braccia, gli occhi verso il cielo fosco. Cercò di dire, ma dalle secche labbra non venne suono. Implorò muto O gran mano di Diu, ca tantu pisi, / cala, manu di Diu, fatti palisi!» (131).

The Godfather

The Godfather
(Il Padrino)
Parte I (1972) – Parte II (1974)
di Francis Ford Coppola
Con: Marlon Brando (Vito Corleone), Al Pacino (Michele Corleone), Robert De Niro (Vito Corleone da giovane), Robert Duvall (Tom Hagen), James Caan (Sonny Corleone), Diane Keaton (Kay Adams), John Cazale (Fredo Corleone), Talia Shire (Connie Corleone), Al Lettieri (Virgil, ‘il Turco’, Sollozzo), Corrado Gaipa (Tommasino), Lee Strasberg (Hyman Roth), Michael V. Gazzo (Frankie Pentangeli), Gastone Moschin (Fanucci), Maria Carta (la madre di Vito), Morgana King (mamma Corleone)

«Perciò tutto ciò che è conseguente al tempo di guerra in cui ogni uomo è nemico ad ogni uomo, è anche conseguente al tempo in cui gli uomini vivono senz’altra sicurezza di quella che la propria forza e la propria inventiva potrà fornire loro. […] E quel che è peggio di tutto, vi è continuo timore e pericolo di morte violenta, e la vita dell’uomo è solitaria, misera, sgradevole, brutale e breve» (Thomas Hobbes, Leviatano [1651], La Nuova Italia 1976, cap. XIII, p. 120).
Tale fu sin dall’inizio l’esistenza di Vito Andolini, diventato all’anagrafe statunitense Vito Corleone dopo essere sfuggito alla morte che il capomafia di Corleone, appunto, aveva inferto a padre, madre, fratello.
Onesto era Vito ma a Little Italy aveva dovuto imparare l’arroganza, l’umiliazione, la violenza. Ed era diventato Don Vito. Lo troviamo, ormai ricco, nel giorno del matrimonio della figlia; le cerimonie costellano infatti di sé l’intero film, lo scandiscono. Proprio quel giorno è venuto un uomo a chiedergli giustizia per la violenza subita da sua figlia e che i tribunali dello Stato gli hanno negato. Il film inizia con le parole di questo padre: «Io credo nell’America».
La stessa fede nutrita dal figlio minore e amatissimo di Don Vito, Michele, decorato al valore durante la Seconda Guerra mondiale e che al suo ritorno trova un’altra guerra costante, pervasiva, totale; trova il bellum omnium contra omnes e ne diventa il signore: malinconico, freddo, determinato, feroce. Sino alle scene conclusive delle due parti dell’opera: nella prima Michele riceve l’omaggio dei suoi uomini dopo essere diventato il capofamiglia; nella seconda ha ottenuto vendetta su tutti i suoi nemici, tra i quali anche un fratello, anche la moglie allontanata, anche un vecchio e potente ebreo che gli aveva portato la guerra in casa.

Lo sguardo di Michele è lontano, rassegnato, triste, interrogativo, silente. È lo sguardo del potente che domina su un regno di morti e lo sa: «Chi stermina tutti i nemici non ha più alcun nemico, e inoltre gode la vista dei loro mucchi ora inermi» (Elias Canetti, Massa e potere, Adelphi 1981, p. 543).
È lo sguardo di Cesare Borgia, unito a quello di Machiavelli: «È molto più sicuro essere temuto che amato, quando si abbia a mancare dell’uno de’ dua»; «Non può pertanto uno signore prudente, né debbe, osservare la fede [la parola data], quando tale osservanzia li torni contro e che sono spente le cagioni che la feciono promettere. E, se li uomini fussino tutti buoni, questo precetto non sarebbe buono; ma perché sono tristi [malvagi], e non la osservarebbano a te, tu etiam non l’hai ad osservare a loro» (Il Principe, capp. 17 e 18).

In quest’opera la morte arriva coniugata ai riti cattolici, lo sterminio si accompagna e si alterna alle professioni di fede, alla musica celeste, alla solennità della soteriologia cristiana. L’apice è raggiunto durante la cerimonia del battesimo, nella quale Michele fa da padrino al figlio di sua sorella, dichiarando che «rinuncia a Satana e alle sue opere» proprio mentre i suoi uomini uccidono uno a uno e in luoghi diversi i capi delle altre famiglie. Un montaggio magistrale, ironico e disperato. La cui efficacia si percepisce assai meglio vedendo i due film (come ho avuto di recente la possibilità di fare) nella versione originale con i sottotitoli, e potendo quindi apprezzare il continuo passaggio linguistico dall’inglese americano all’anglosiculo. Un originale linguisticamente e concettualmente più sobrio rispetto alla traduzione e al doppiaggio spesso ‘folcloristici’ della versione in italiano.
La seconda parte dell’opera è apertamente e fecondamente politica, con la Cuba del dittatore Fulgencio Batista finanziata sia dalle istituzioni sia dalla criminalità degli Stati Uniti d’America e con una commissione d’inchiesta contro la mafia nella quale i senatori americani sono in mano alle diverse famiglie mafiose, che li usano per reciproche accuse e vendette. Credo che solo il grande successo della prima parte abbia permesso a Coppola di poter essere così esplicito e libero nelle accuse rivolte al proprio Paese, che ne emerge per quello che è: una sentina di corruzione.
Su tutta l’opera domina, naturalmente, Shakespeare, del quale The Godfather è l’ennesima espressione. Riccardo III ma non solo. Il film è pervaso dall’antropologia di Hobbes, Machiavelli e Shakespeare.

Un’antropologia che in Sicilia conosciamo bene. La conosciamo bene a Catania, città dove forze non dissimili da quelle descritte nel Padrino vanno da tempo all’attacco dell’istituzione -l’Università- che pur con tutti i suoi limiti, anche territoriali e antropologici, può insegnare e praticare uno sguardo diverso rispetto a quello della legge del più forte; dove un’informazione comprata e venduta presenta il mondo e i suoi eventi in una chiave espressionistica e perennemente distorta; dove massonerie di tutti i generi stanno dentro le istituzioni che dovrebbero garantire i diritti, i doveri e l’eguaglianza dei cittadini; dove i più lontani dalla legge e dalle sue garanzie invocano continuamente la legge e le sue garanzie, ricevendo ascolto; dove un numero in fondo decisamente minoritario di soggetti riceve la stolta complicità, l’acquiescenza, l’ingenuità di coloro contro i quali operano: i giovani soprattutto.
In quest’ultimo caso la responsabilità è anche nostra: non abbiamo saputo fornire in modo adeguato ai nostri studenti gli strumenti per decifrare la realtà, comprenderne il male, guardarsi dai pericoli che si celano nella superficialità, nell’ignoranza, nei media tradizionali e digitali, nell’inganno ogni giorno perpetrato da molti, troppi, soggetti sociali. Non esiste, naturalmente, il Padrino. Esiste un oscuro tessuto di relazioni palesi e nascoste, istituzionali e private, locali e nazionali, individuali e di gruppo. Un tessuto rosso del sangue del futuro che i nostri giovani non avranno perché non hanno saputo e non abbiamo saputo liberarci dai Corleone che con altri nomi sono ancora i padrini di Catania.

Mafiosi

La mafia non è più quella di una volta
di Franco Maresco
Con: Ciccio Mira, Letizia Battaglia, Franco Maresco
Italia, 2019
Trailer del film

23 maggio 2017. Palermo ricorda e festeggia i venticinque anni dalla strage di Capaci, dalla «scomparsa» di Falcone e Borsellino. Il ricordo del massacro viene trasformato da una folla di boy scout e da altri sentimentali in una sagra di paese, palloncini colorati, cori da stadio: «Giovanni e Paolo là là là là». Una sanguigna, tenace e attardata Letizia Battaglia rimane sconvolta da questa spettacolare banalizzazione. La gente della Vucciria e dello Zen parla molto male dei due «sbirri e cornuti». L’intramontabile e straordinario impresario di spettacoli Ciccio Mira organizza la più improbabile delle feste, quella che allo Zen (quartiere palermitano edificato negli anni Sessanta) fa esibire cantanti neomelodici e artisti vari per una serata in ricordo dei due magistrati. Il rifiuto da parte di tutti costoro di gridare «No alla mafia». Il giovane, spento e stonato cantante Cristian Miscel indossa magliette con le immagini dei due magistrati ma ribadisce tenacemente che non dirà mai «No alla mafia», neppure se a chiederglielo fossero Santa Rosalia, Gesù, il Padreterno. Cantanti country; ballerine ottantenni; sosia di Raffaella Carrà; neomelodici aggressivi; lo «scanturino» (vigliacco) produttore Matteo Mannino cede alle minacce del quartiere; Mannino e Mira scrivono e riscrivono il testo di presentazione della serata, cancellando alla fine ogni riferimento alla mafia; un cartone animato racconta come tanti anni prima il padre di Ciccio Mira e Bernardo Mattarella divennero amici in occasione di un incidente stradale; Ciccio Mira ha ora un favore da chiedere al figlio di Bernardo, Sergio Mattarella; Mira rivolge una grande lode a costui, al suo silenzio sulla sentenza che ha stabilito la realtà della trattativa fra le istituzioni statali e le organizzazioni mafiose, «perché un vero palermitano non parla, come Ulisse. Chi è stato? Nessuno». Un proverbio sentenzia infatti che «cu picca parrà, ma’ si pintì» (chi ha parlato poco non ebbe mai a pentirsene).
E soprattutto la chiusa del film: parte l’Inno di Mameli, sul palco sculettano ballerine avvolte dal tricolore, un cantante esegue l’Inno in versione techno-pop, davanti al palco soltanto un ragazzino, di spalle, nel buio, nel silenzio e nella distanza del quartiere, di Palermo, della Sicilia. Emblematico ed emozionante; degna conclusione di un film lucido, coraggioso, inevitabilmente intriso di volgarità e di spettacolo, libero da formule e atteggiamenti consolatori, progressisti, etici.
Film costruito con un linguaggio cinematografico articolato e complesso, che mescola -come sempre in Maresco- documento e finzione, verità storica e verità dell’immaginazione, rendendo impossibile comprendere quando i personaggi recitano e quando invece sono. Un linguaggio cinematografico intriso del linguaggio denso, carnale, espressionista e profondamente ironico dei palermitani, del loro dialetto, della loro cadenza che viene da lontano e cammina verso il niente. Un linguaggio cinematografico e dialettale che diventa lingua politicamente scorretta, dove l’ormai impoverito e strumentale lessico dell’antimafia si mostra contiguo e funzionale al protrarsi della mafia. La cui antropologia non è più, naturalmente, quella dei mostruosi analfabeti, puttane, trans, cantanti, detenuti, spacchiosi, venditori, pensionati, che popolano questo film ma abita in dimore pulite, asettiche e internazionali.
Anche per questo la mafia non è più quella di una volta ma rimane «cette chose toujours nouvelles / Et qui n’a pas changé» (Prévert) della quale i siciliani siamo intrisi nella nostra solitudine, nel disincanto, nella libertà dalla speranza e dalla disperazione, nel diffidare della giustizia e dei tribunali, nelle soluzioni dirette e veloci (se il problema è una persona, eliminata la persona è risolto il problema), nelle «menti raffinatissime», nel grottesco, nel culto della morte, nel sorriso e nel sonno, nel tutto e nel niente che siamo.

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