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Mafia

Il traditore
di Marco Bellocchio
Italia 2019
Con: Pierfrancesco Favino (Tommaso Buscetta), Luigi Lo Cascio (Totuccio Contorno), Fabrizio Ferracane (Pippo Calò), Maria Fernanda Cândido (Cristina, moglie di Buscetta), Fausto Russo Alesi (Giovanni Falcone), Nicola Calì (Totò Riina), Vincenzo Pirrotta (Luciano Liggio), Goffredo Maria Bruno (Tano Badalamenti), Giuseppe Di Marca (Giulio Andreotti)
Trailer del film

Nelle gabbie della loro nientità. Nuddu ammiscatu cu nenti sono infatti e appaiono gli umani dentro Cosa Nostra. Sia quando strangolano ragazzi che hanno visto nascere, che hanno accompagnato alla prima comunione, con i quali hanno condiviso  gli spazi e il tempo delle feste, sia quando dietro le sbarre di un’aula bunker ululano, fingono crisi epilettiche, si spogliano per mostrare a minchia, parlano vastasu o cercano pateticamente di parlar forbito.
La mafia nella sua componente militare è questa umanità miserabile, ossessionata e turpe. Gorgogliata da miserie antiche – Buscetta era il decimo di 17 figli e ne generò otto–; vivente nella più grave ristrettezza intellettuale -Riina era praticamente analfabeta e Contorno parla soltanto in siciliano– ; stolta nel confondere il danaro con la gloria –Pippo Calò si abbassa a qualunque tradimento pur di mantenere patrimoni.
La mafia nella sua componente più profonda, quella delle istituzioni politiche e finanziarie, ha una pluralità di espressioni che qui si condensano nella figura di un Giulio Andreotti prima intravisto in una sartoria di Roma e poi intento a prendere  appunti durante la deposizione di Buscetta a suo carico. Il politico democristiano vi appare come figura insignificante e scialba, sin dall’aspetto dell’attore che lo interpreta. Una scelta intelligente, volta a demitizzare un soggetto che la storia è destinata a dimenticare, un mafioso con qualche lettura in più rispetto ai suoi amici palermitani. Tra questi il più determinato, Riina, si muove come un minerale nella ossessione del silenzio. Si rivolge infatti a Buscetta soltanto per dirgli che lui ha una moralità che non gli permette di parlare con un adultero. Buscetta –al quale il moralista Riina ha sterminato la famiglia– indica invece nel suo nemico il vero «distruttore di Cosa Nostra», il traditore dei suoi valori, colui che ha scannato donne e bambini e ha esteso il traffico di droga sino a far morire di eroina molti degli stessi figli dei mafiosi.
Immersi e viventi nell’esercizio della violenza militare, dell’astuzia politica, dell’avidità economica, i mafiosi rappresentano un distillato dell’umanità perduta. È a quest’essenza che il film di Bellocchio mira, è quest’essenza che coglie come credo nessun altro film ‘di mafia’ abbia saputo fare poiché non è un film di mafia ma è opera antropologica, che sa coniugare in modo equilibrato da un lato la vicenda politica che si coagula intorno a Cosa Nostra e dall’altro i caratteri personali dei suoi maggiori esponenti. Tra questi caratteri emergono con particolare forza la malinconia di Favino e la vitalità di Lo Cascio, davvero straordinario nel suo siciliano espressionista, infantile, ironico.
La cinematografia di Marco Bellocchio ha al centro il revenant, i morti che appaiono ai vivi, che ritornano nei loro incubi, che formano i loro assilli, che li afferrano nella loro fine. Tale carattere trionfa  in questo film poiché la mafia è un memento mori che mai si ferma e mai si stanca. La morte sta infatti al centro dei dialoghi tra Buscetta e Falcone e compare nel primo finale, quando un Buscetta ormai anziano sogna finalmente di compiere quell’omicidio che gli era stato ordinato da giovane e che ancora non aveva portato a termine. Il secondo finale è costituito da alcuni secondi di un video nel quale il vero Buscetta canta una canzone brasiliana colma di saudade, con la voce e lo sguardo di chi sente –anche se non possiede gli strumenti culturali per pensarlo che non valiamo niente, «δειλῶν, οἳ φύλλοισιν ἐοικότες ἄλλοτε μέν τε / ζαφλεγέες τελέθουσιν ἀρούρης καρπὸν ἔδοντες, / ἄλλοτε δὲ φθινύθουσιν ἀκήριοι», ‘miserabili, che simili a foglie una volta si mostrano / pieni di forza, quando mangiano il frutto dei campi, / altra volta cadono privi di vita’ (Iliade, XXI, 464-466; trad. di G. Cerri).

Caravaggio a Palermo

Una storia senza nome
di Roberto Andò
Italia-Francia, 2018
Con: Micaela Ramazzotti (Valeria Tramonti), Renato Carpentieri (Alberto Rak), Laura Morante (Amalia Roberti), Alessandro Gassmann (Alessandro Pes), Gaetano Bruno (Diego Spatafora), Antonio Catania (Vitelli), Marco Foschi (Riccardo), Silvia Calderoni (Agata), Renato Scarpa (Onofri – Ministro della Cultura)
Trailer del film

Da una chiesa di Palermo venne sottratta una tela di Caravaggio, la Natività. Era l’ottobre del 1969 e il dipinto non è stato più ritrovato. Su questo evento, sulle molte ipotesi, sulle ragioni e sulle conseguenze, Roberto Andò costruisce un film ibrido, un’opera che intende essere uno specimen del cinema.
Una storia senza nome è infatti un thriller, è un film politico, è una storia d’amore, è un film di mafia, è una metafora della relazione tra vita e scrittura, è una commedia, è una vicenda familiare, è un film nel film, è un’affettuosa presa in giro di se stesso e con sé del cinema, della fantasia umana, dell’immaginazione. La trama è inverosimile e le forzature sono evidenti, sembrerebbe persino volute. Gli attori -primi tra i quali Ramazzotti e Carpentieri- si divertono. Il risultato è un film piacevole e godibile, una favola cangiante di colori, come la Sicilia.

Qualunque sia stato il destino dell’opera di Caravaggio, esso conferma in che cosa consista la mafia, il suo male. Non la violenza, non la ferocia, non l’avidità -caratteri umani pervasivi, diffusi, probabilmente ineliminabili, anche se in Cosa Nostra diventati patologici- ma il fatto che sia composta da una accozzaglia di ilici, di ignoranti che rimangono tali sia quando sono analfabeti sia quando conseguono lauree -soprattutto in giurisprudenza e management-, si riempiono la casa di libri (capita anche questo, con Marcello Dell’Utri, ad esempio, che ne ha anche rubati dalla Biblioteca dei Girolamini di Napoli) o divengano professori universitari, giornalisti, funzionari dello stato. Rimangono entità ontologicamente incapaci di comprendere la bellezza, di saperla, di viverla, di esserla. Chiusi nella loro angusta psiche di rozzezza, non possono vedere l’arte, perché la visione non è soltanto percezione, la visione è proiezione nel mondo di ciò che si è. E i mafiosi sono intrisi di inestirpabile laidezza.

Elezioni 2018

Studiare la storia e comprendere le dinamiche sociali significa capire che -secondo la grande lezione dello strutturalismo delle Annales – non contano i singoli ma gli insiemi, le collettività. Dunque non mi interessano i nomi dei competitori in lizza alle imminenti elezioni politiche italiane, mi interessa il significato che le formazioni sociali assumono.
I cinque anni che ci separano dalle elezioni politiche del 2013 hanno confermato la fine in Italia (e ovunque) di ciò che dal XIX secolo è stato chiamato ‘sinistra’, la sua indistinguibilità da ciò che si chiama ‘destra’ e il  convergere di entrambe nel sistema mafioso che distrugge l’economia italiana.
Le sedicenti destra e sinistra sono espressione del dominio della finanza speculativa che ha il suo baluardo nelle strutture dell’Unione Europea, la quale rappresenta il tradimento della storia e dell’idea di Europa.
Esprimerò dunque il mio sostegno al Movimento 5 Stelle non per chi lo rappresenta ma per ciò che rappresenta e in particolare:

  • Per la difesa dell’ambiente naturale e urbano rispetto alla speculazione, ai palazzinari, alle mafie dei rifiuti, alle aziende ultrainquinanti; tutti soggetti sostenuti dal Partito Democratico e da Forza Italia.
  • Per un progetto di recupero dell’occupazione sia pubblica sia nelle piccole e medie aziende, superando la schiavizzazione, il precariato, l’assenza di prospettive date dai provvedimenti del governo Renzi, per i quali basta aver lavorato come precario qualche ora al mese per essere ritenuti ‘occupati’.
  • Per attutire i condizionamenti di una informazione quasi per intero (eccezioni il manifesto e il Fatto Quotidiano, nessuna eccezione in televisione) asservita ai grandi gruppi finanziari di Mediaset, del gruppo Repubblica-Espresso e dei partiti politici finanziati da queste aziende.
  • Per una politica estera che almeno si proponga e tenti la difesa della autonomia dell’Italia dalla Germania e dagli Stati Uniti d’America. Su questo punto, tuttavia, la situazione dell’intera Europa è probabilmente senza uscita. I governi nazionali, infatti, contano poco o nulla. Le decisioni sono prese dalle strutture non democratiche -poiché da nessuno elette- dell’Unione Europea. Un solo esempio: l’embargo verso la Russia ha danneggiato e continua a danneggiare l’economia di molti Paesi europei, Italia compresa, ma è ancora in vigore perché favorisce la geostrategia e la finanza statunitensi. I vincoli di questa Europa sono delle catene recessive e antisociali alle quali gli Stati non possono sottrarsi. Temo quindi che, nonostante le tesi programmatiche, se il M5S andasse al governo poco o nulla potrebbe decidere in politica estera e sulle relazioni con l’Unione Europea, come tutti gli altri e come si è visto nel caso di Tsipras in Grecia Sono decisioni ormai sotto il controllo esclusivo di Bruxelles e di Washington, e forse un poco di Berlino. Una tragedia.
  • Per il contrasto alle mafie, alle camorre, alla ndranghete, delle quali invece Partito Democratico e Forza Italia sono al servizio; il fatto di vivere e lavorare in Sicilia rende questa dipendenza del tutto evidente.
  • Per un ridimensionamento delle spese dovute al meccanismo politico (finanziamento pubblico ai partiti, stipendi e pensioni di parlamentari e amministratori).
  • Per un contrasto effettivo alla capillare corruzione politica che distrugge la ricchezza prodotta dai cittadini, dirottandola nei conti correnti di corrotti, tangentisti e concussori. Invito, a questo proposito, ad ascoltare la relazione di Roberto Scarpinato, Procuratore generale della Repubblica di Palermo, in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario il 27 gennaio 2018 (dal minuto 1.25 al minuto 1.49), venti minuti di verità sull’immensa corruzione -vera leucemia del corpo sociale italiano-, sull’ingiustizia che riduce a pura lettera i diritti costituzionali, sulla impunità dei potenti. Partito Democratico e Forza Italia esistono soprattutto e sostanzialmente allo scopo di perpetuare l’immensa corruzione finanziaria e amministrativa che pervade la vita sociale delle nostre collettività, così ben descritta da Scarpinato.
  • Per un controllo più attento delle banche, in mano alle massonerie lontane dalla res publica. Il caso di Banca Etruria e del grave coinvolgimento della ministra Boschi è una delle situazioni più emblematiche e inaccettabili fra quelle che hanno segnato la scorsa Legislatura.
  • Per uno spostamento verso la sanità, la scuola, l’università, il trasporto pubblico, degli enormi finanziamenti dati alle cosiddette Grandi Opere (TAV Torino/Lione; Autostrade inutili come la Brescia-Bergamo; il sempre presente progetto del Ponte sullo Stretto di Messina) e alla imponente e anticostituzionale spesa militare.
  • Non perché il Movimento 5 Stelle abbia la bacchetta magica o i suoi esponenti siano più ‘puri’ degli altri ma perché negli ultimi cinque anni questo Movimento ha costituito l’unica vera opposizione parlamentare allo scempio sociale e al crimine politico.

È sulla base di questa analisi e di tali auspici che non potrei votare né per Forza Italia/Lega (con la sua appendice Fratelli d’Italia) né per il Partito Democratico (con la sua appendice Liberi e Uguali). Se non ci fosse il Movimento 5 Stelle non mi recherei dunque alle urne, rimanendo fedele all’astensionismo libertario  che ho praticato per alcuni anni. È l’ultima possibilità che mi concedo ed è probabilmente l’ultima occasione per la società italiana non di diventare perfetta -cosa che mai è possibile nelle esistenze umane individuali e collettive- ma di essere almeno una società decente.

Luna

Sicilian Ghost Story
di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza
Italia, 2017
Con: Julia Jedlikowska (Luna), Gaetano Fernandez (Giuseppe), Sabine Timoteo (madre di Luna), Vincenzo Amato (padre di Luna), Corinne Musallari (Loredana), Filippo Luna (U’ nanu)
Trailer del film

Un film tenero e truce come l’Isola. Feroce e solare come lei. Antico e crudele come questa Terra «che una volta era piena di dèi», afferma Nino, che insieme a Loredana è l’unico ad aiutare Luna nella ricerca di Giuseppe. Sono tutti tredicenni. Il ragazzo è sparito. Figlio di un mafioso che ha iniziato a collaborare con i giudici, Giuseppe è stato rapito da altri infami che in questo modo vogliono far tacere il padre. Ma Luna è perdutamente innamorata e lo cerca, lo sogna, lo incontra, lo tocca, con lui muore e con lui risorge. La storia di mafia -quella del sequestro e dell’omicidio di Giuseppe Di Matteo– è trasfigurata in una dimensione favolistica e simbolica che genera un effetto straniante e terribile.
I cani, i cavalli, le civette tornano a essere fondamentali testimoni della violenza umana, presenza tra di noi di entità numinose, implacabili e sagge. Il tempo si dilata e si contrae seguendo i ritmi delle forze invisibili che guidano gli eventi al loro destino. Lo spazio si allarga in un grandangolo che genera sospensione e attesa di quanto sta per scatenarsi sulla fragile energia della vita. Luna sogna e insieme agisce. Sognando incontra il fantasma di se stessa dentro l’acqua e quello di Giuseppe dentro i boschi. Agendo ritorna sempre allo spessore più tenace del dolore, come accade ogni giorno nella vita. La presenza maestosa e potente della terra, delle foglie, dei fiumi, del vulcano, trasforma la Sicilia in un incanto tremendo di pianto. Il finale aperto e volutamente ambiguo offre lacrime e sorrisi che non riscattano ma rendono la favola un sospiro.
Ci sono due momenti, però, nei quali il mare, lo spazio e le pietre diventano forma e promessa della luce. È quando d’improvviso appaiono le colonne di Selinunte, dei suoi templi che sfidano ogni male e ci proteggono. La vicenda d’amore e di barbarie conquista in questo modo la sua calma. E ci dice che siamo polvere sparsa nella gloria, in quest’ «aiuola che ci fa tanto feroci» (Paradiso, XXII, 151).

Schiavitù

Libya: A Human Marketplace -­ Narciso Contreras
Milano – Palazzo Reale
Sino  al 13 maggio 2017

31 fotografie di grande formato, distribuite in tre spazi e intervallate da pannelli/didascalie. È sufficiente osservarle e leggere. È sufficiente ascoltare e guardare la testimonianza di Narciso Contreras. Non sarebbero state necessarie le denunce di alcuni parlamentari o la notizia di inchieste da parte della Procura di Catania. Le immagini e le informazioni di questo reportage dalla Libia rendono chiara la condizione di schiavitù di milioni di esseri umani; rendono chiaro il fatto che tale schiavitù è stata creata e viene alimentata da una varietà di istituzioni e di soggetti.
Il primo di essi è la potenza che volle e realizzò la distruzione della Libia e la morte di Gheddafi, vale a dire l’amministrazione Obama con il suo Segretario di Stato Hillary Rodham Clinton, che si impegnò personalmente e con tenacia affinché Gheddafi venisse assassinato. In nome della Democrazia, of course. Da allora la Libia non esiste più, si è dissolta dando inizio a una infinita guerra fra le tribù che si contendono il controllo del territorio posto tra il Niger, il Ciad e il Mediterraneo. In questo conflitto senza posa i migranti sono utilizzati come una preziosa risorsa, come una preda di guerra, come  merce di scambio.
Contreras_Lybia
Il secondo soggetto sono le cosiddette ‘autorità libiche’ le quali -scrive Contreras- «invece di cercare di risolvere il problema, dirigono e approfittano di questo traffico di esseri umani»; «Piuttosto che una tappa di transito per i migranti e i rifugiati, la Libia è un luogo propizio di traffico di esseri umani e di commercio di schiavi, organizzati per le milizie al potere e legati alle reti mafiose».
Il terzo soggetto sono i trafficanti africani e il loro corrispettivo criminale in Sicilia, vale a dire la mafia. Trafficanti che hanno fatto della ferocia, degli stupri, della schiavizzazione, la loro normale attività quotidiana. Contreras ha visitato e fotografato le carceri e i campi gestiti da questi gruppi e sostiene che «qui non c’è dignità, regna un tanfo misto di sudore, urina ed escrementi che toglie il fiato».
Il quarto soggetto sono le «Organizzazioni non governative» (ONG), le quali costituiscono l’ultimo anello della catena. Al di là della evidente buona fede di molti loro membri, le ONG sono indispensabili ai trafficanti africani, ai mafiosi europei, alle autorità libiche, ai loro finanziatori (come il miliardario magiaro-statunitense George Soros) per raggiungere l’obiettivo di praticare affari sulla pelle, la vita, i corpi di milioni di schiavi.
Che dietro tutto questo possa esserci un progetto di impoverimento e di scontro sociale a danno dell’Europa è soltanto un’ipotesi. Certo è invece il fatto che quando -a conclusione di un viaggio che comincia dall’Africa profonda, attraversa il Sahara, si ferma nei lager libici, rischia la morte nel Mediterraneo- una percentuale di questi schiavi sopravvive e arriva in Sicilia, in Italia, in Europa, l’effetto lucidamente analizzato da Marx è di ingrossare «l’esercito industriale di riserva», a tutto vantaggio delle imprese e del Capitale.
Che le ONG siano o meno in accordo con i trafficanti è una questione giudiziaria  che non ho strumenti per poter valutare. Ciò che invece è del tutto evidente è la funzione politico-economica del loro umanitarismo, che si pone come una delle condizioni di prosperità dell’ultraliberismo finanziario e della sottomissione sociale.
La schiavitù greca e romana costituiva una struttura misurata e regolamentata, se posta a confronto con lo schiavismo bianco degli Stati Uniti d’America e con il sadismo e l’ipocrisia che caratterizzano la pratica della schiavitù contemporanea, della quale le Organizzazioni umanitarie sono oggettivamente parte.
La mostra di Narciso Contreras alza il velo su tale orrore.

Cloaca

La verità sta in cielo
di Roberto Faenza
Italia, 2016
Con: Riccardo Scamarcio (Renato De Pedis), Greta Scarano (Sabrina Minardi), Maya Sansa (Maria), Valentina Lodovini (Raffaella Notariale), Shel Shapiro (John), Paul Randali (Monsignor Marcinkus), Alberto Cracco (il vescovo)
Trailer del film

La verità sul rapimento di Emanuela Orlandi «sta in cielo». Sulla terra rimane l’archiviazione definitiva del caso di questa ragazzina, cittadina dello Stato della Città del Vaticano, che scomparve nel giugno del 1983 e della quale quasi più nulla si è saputo. Ciò che è certo è l’esistenza ufficiale di un dossier negli archivi vaticani, che però la magistratura italiana non è riuscita a ottenere, nonostante le numerose richieste formulate nel corso degli anni. Perché? Che cosa c’è di così indicibile dentro e dietro questo caso?
Roberto Faenza racconta -in modo spesso didascalico e pedante- l’oscura vicenda di Emanuela Orlandi a partire da Mafia Capitale e dalle confessioni di Sabrina Minardi, compagna di Renato De Pedis, un criminale di primo livello che è stato amico di molti politici, del finanziere Roberto Calvi, di Monsignor Marcinkus, presidente dell’«Istituto Opere di Religione», vale a dire la banca vaticana.
Marcinkus (nella foto insieme a Wojtyla) è stato accusato di legami con la mafia e fu protetto sino alla fine da Giovanni Paolo II. L’ipotesi è che De Pedis avesse procurato a Marcinkus e Wojtyla i molti soldi necessari per sabotare il governo comunista della Polonia e altri governi marxisti in tutto il mondo. Tale danaro, di origine mafiosa, sarebbe stato dato a Calvi affinché lo prestasse allo IOR, il quale però non restituì il capitale. Emanuela Orlandi sarebbe stata rapita e uccisa da De Pedis come avvertimento al Vaticano.
Calvi finì impiccato sotto un ponte di Londra. Nel 1990 anche De Pedis venne ucciso tra le strade di Roma. La sua salma fu successivamente tumulata nella Basilica di Sant’Apollinare, privilegio rarissimo per un laico.
Qualunque sia la verità su questo gorgo di violenza, usura, ricatti e corruzione, esso sembra dare ancora una volta ragione alle parole che Dante Alighieri fa pronunciare a San Pietro nel Canto XXVII del Paradiso (vv. 22-27):

 «Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio,
il luogo mio, il luogo mio che vaca
ne la presenza del Figliuol di Dio,

fatt’ ha del cimitero mio cloaca
del sangue e de la puzza; onde ‘l perverso
che cadde di qua sù, là giù si placa».

Dante afferma dunque: «Il pontefice romano usurpa la mia sede terrena, la quale agli occhi di Cristo è priva di un successore degno della sua presenza. Tale usurpatore ha trasformato il luogo nel quale sono seppellito in una cloaca, in una fogna colma di sangue e di puzza; sino al punto che Satana -il perverso- che fu cacciato dal paradiso, trova nel Vaticano il suo conforto». Difficile enunciare parole più terribili di queste. La verità sta in cielo, sulla terra rimane il male vaticano.

Expo: l’avevamo detto, l’avevamo visto

«Ilda Boccassini, a capo del dipartimento Antimafia della procura, si concentra sulla ‘incredibile quantità di denaro sottratto al fisco da parte di imprenditori lombardi e siciliani. Un fiume di denaro contante, prodotto e transitato in nero che partiva da Milano e arrivava in Sicilia’. In particolare, ‘c’erano imprenditori che pagavano operai per farsi costruire in casa veri e propri imboschi per il denaro contante’. Sul giro di affari delle società coinvolte, Boccassini dice: ‘In pochi mesi, le società osservate hanno generato proventi per 20 milioni di euro, in parte trasferiti in Slovacchia e Romania’. Sul tenore criminale degli arrestati, il procuratore aggiunto dice: ‘Sono consistenti i legami con famiglie mafiose di Castelvetrano’.
Un meccanismo ‘desolante’, con ‘logiche e, soprattutto, condotte che si presentano in territorio lombardo con le stesse modalità con cui, da oltre un secolo, si manifestano in territorio siciliano’. Così, il gip Mannocci, descrive il meccanismo con cui gli indagati operavano per ottenere appalti e riciclare denaro per conto dei clan. ‘Pur concretizzandosi in un contesto territoriale del tutto differente da quello originario – scrive il giudice – le metodiche di gestione degli interessi mafiosi sono sostanzialmente le stesse’».
(Milano, le mani di Cosa nostra sugli appalti in Fiera ed Expo: 11 arresti, confische milionarie, la Repubblica, 6.7.2016)

«A Nastasi, a suo padre Calogero e a Pace è contestata anche l’aggravante di aver agito per favorire Cosa Nostra con la consegna di denaro in contanti (prodotto dal ‘nero’ delle fatture false e dal riciclaggio) ad un esponente (attualmente detenuto per associazione mafiosa) del clan di Pietraperzia: Pace, che in passato è stato assolto dall’accusa di associazione mafiosa, è sposato con la figlia di un condannato per associazione mafiosa, e la cognata è moglie di un altro condannato per mafia, mentre nell’hinterland milanese a Pioltello la zia della moglie di Nastasi è invece sposata con un condannato per associazione mafiosa nel processo di ‘ndrangheta Infinito, a sua volta fratello del pure condannato capo della “locale” di Pioltello.
Proprio uno dei viaggi del denaro in contanti dal Nord al Sud è costato l’arresto (con l’accusa di riciclaggio aggravata dalla finalità di favorire Cosa Nostra) anche all’avvocato nisseno Danilo Tipo. Il 23 ottobre 2015, mentre era in corso una perquisizione di routine in una cooperativa, Pace ha messo in salvo a casa sua e consegnato 295.000 euro in contanti all’avvocato, il quale, infilatili in 25 buste bianche di plastica dentro un sacchetto di carta nero, li ha portati dalla Lombardia in Sicilia nel bagagliaio della propria Fiat 500, provando a spiegarli (all’alt di un finto-casuale posto di blocco in autostrada) che erano parcelle forensi pagategli ‘in nero’ da alcuni clienti. Il solo Pace, invece, è accusato di riciclaggio per un secondo trasporto di contanti dalla Lombardia in Sicilia a bordo di un camion, stavolta 413.000 euro nascosti il 14 giugno 2015 dentro un valigia nella custodia di cartone di una piscina gonfiabile»
(La mafia e gli stand della Fiera per Expo, 11 arresti a Milano, Corriere della Sera, 6.7.2016)

Conosco bene i luoghi dai quali i miei conterranei partono per conquistare il mondo, compresa la Lombardia: Caltanissetta, Pietraperzia (Enna), Castelvetrano (Trapani). Centri medi e piccoli verso i quali i siciliani attirano l’immensa avidità degli amministratori della Lega Nord, di Forza Italia, del Partito Democratico, del Nuovo Centrodestra.
L’Expo di Matteo Renzi e di Beppe Sala è stato un banchetto per le mafie e un modello di distruzione del lavoro. Sono orgoglioso di non essere andato, di non averlo visitato, pur essendosi svolto a due passi dalla mia casa milanese.
La ‘Grande Opera’ che dà visibilità all’Italia di Renzi è il convergere delle mafie nel governo composto dal Partito Democratico e dal Nuovo Centrodestra. Reputo gli elettori di questi partiti complici del malaffare e della mafie. A loro -non ai loro capi- chiedo conto della rovina e della corruzione nella quale stanno precipitando l’Italia.

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