Skip to content


«Belluscone». La borghesia mafiosa

Belluscone. Una storia siciliana
di Franco Maresco
Italia, 2014
Con Ciccio Mira, Tatti Sanguineti, Erik, Vittorio Ricciardi, Franco Maresco, Marcello Dell’Utri, Ficarra e Picone
Trailer del film

belluscone-dell-utri-578768Il regista palermitano Franco Maresco non si trova più, è sparito senza aver completato il suo tormentato film su Berlusconi e la Sicilia. Da Milano arriva l’amico Tatti Sanguineti per cercarne le tracce, capire che fine abbia fatto, tentare di ricostruire -per quello che si può- il film. I suoi incontri con amici, colleghi, collaboratori di Maresco si alternano con spezzoni del girato. Il protagonista dell’incompiuto film è Ciccio Mira, ex barbiere appassionato di musica, cantante e impresario di cantanti neomelodici, che fa venire anche da Napoli e che allietano le feste di quartiere a Palermo. Uno di loro -Vittorio Ricciardi- interpreta con grande successo un’appassionata canzone dedicata a Berlusconi. Ma succede che Mira e Ricciardi non riconoscano i diritti del vero autore del brano, Salvatore De Castro (in arte Erik), un giovane ammiratore del defunto capomafia Stefano Bontate, che fu il primo finanziatore -tramite Marcello Dell’Utri- dell’imprenditore edile Silvio Berlusconi per la costruzione di Milano 2. Non solo: Mira e Ricciardi dimenticano durante uno spettacolo di salutare «gli ospiti dello stato», i detenuti ai quali parenti e amici inviano messaggi/saluti tramite le televisioni locali. Tra arresti e riconciliazioni, la vicenda si conclude senza che Maresco sia stato ritrovato. Il film non si farà e in questo suo non farsi il film è nato, il film è questo. Come accade per la Recherche proustiana, anche Belluscone è un’opera che si fa dentro l’opera. Non si sa chi sia attore e chi sia personaggio, chi esista davvero e chi costituisca un’invenzione del regista, quali filmati siano parte del film e quali invece siano dei veri documentari. I livelli si sovrappongono, la varietà di registri linguistici si fa complessa, la forma diventa la sostanza stessa dell’opera.
Un film per nulla semplice ma dirompente, divertente (molto) e inquietante. Non la linea retta ma il cerchio è la forma/sostanza di questo scendere nei labirinti di una vicenda che sprazzi, istanti, immagini, parole indicano come la storia profonda dell’Italia. Scorrono molti personaggi pubblici, vivi e morti, ammazzati, morti già da vivi, come Nicola Mancino e Matteo Renzi. La passione popolare per Berlusconi -non soltanto quella siciliana, naturalmente- è rivolta a chi non riconosce alcun principio al di sopra del proprio personale interesse; a chi distingue l’umanità tra coloro che possono servire e coloro che ostacolano le proprie ambizioni; a chi sa che cosa non deve dire mai e -se necessario- nasconde il silenzio dietro un profluvio di parole luccicanti e vuote. Ma tutto questo non è più soltanto popolare. Anzi non è più per nulla popolare. Tutto questo -volontà di autoaffermazione economica, razionalismo utilitaristico, capacità di dosare le parole in relazione allo scopo- appartiene assai di più a una classe colta e a una mentalità borghese. Non è un caso che le scene più atroci di Belluscone siano le due conclusive: una serie di veloci interviste a rampolli della borghesia palermitana, bravissimi a difendere la corruzione della loro città; la battuta finale di Ciccio Mira, il cui ascolto lascio a chi vedrà il film.
Nonostante i protagonisti espliciti dell’opera appartengano ai ceti popolari, uno dei suoi significati più profondi sta nell’evidenza con la quale emerge la vera identità della mafia, che non è fatta di cinici sicari e di feroci analfabeti ma è, semplicemente, il tessuto politico-borghese dell’Italia: imprenditori, professionisti, professori universitari, giornalisti, funzionari dello stato. Sono essi la mafia, sono il tessuto dal quale emerge il ceto politico che contorna Berlusconi, che con lui modifica la Costituzione, che lo difende sempre, al di là delle finte contrapposizioni.
Stefano Bontate era un ottimo amico di Berlusconi, Marcello Dell’Utri è il suo più stretto sodale, anche se attualmente in galera. Il film mostra quello che è evidente ma che molti non vedono: che Milano non sta in Lombardia, che Milano è la decima provincia della Sicilia, o -che è lo stesso- che Belluscone è una storia tanto lombarda quanto siciliana. E l’elemento che coniuga più profondamente Lombardia e Sicilia, masse popolari e ceti borghesi è la televisione. È per questo che il padrone assoluto della televisione commerciale è, e non può non essere, un mafioso. La rosa che De Castro/Erik poggia sulla tomba di Bontade è l’omaggio del ceto dirigente italiano a uno dei suoi esponenti più emblematici. Bontate è morto ma Belluscone è vivo. E con lui i suoi amici nei palazzi del potere. Palazzi siciliani, lombardi, romani. Anche i più alti.

7 commenti

  • agbiuso

    Settembre 28, 2014

    “Dunque l’interrogatorio può spaziare liberamente su ambiti molto vasti e lui è bene che pesi ogni singola parola d’ogni singola frase. E non solo perché sarebbe molto imbarazzante trovarsi davanti ad una accusa di testimonianza reticente, ma perché deve stare sul chi vive su quel che diranno tutti gli altri testi. Ad esempio, ve l’immaginate, se un particolare della sua deposizione dovesse essere smentito da altro teste, cosa significherebbe per il Presidente essere costretto ad un umiliante confronto con un Massimo Ciancimino qualsiasi? Le istituzioni sono anche simboli e vivono di incanti che, una volta spezzati, non si ricostruiscono.
    Questa volta l’uscita di scena potrebbe non essere una scelta dell’interessato, ma l’esito di una Caporetto giudiziaria.
    Napolitano con il suo interventismo incontinente, con la sua sfacciata parzialità, con il suo operato contro la Costituzione e, diciamolo pure, con le sue manovre di Palazzo, ha logorato l’immagina dell’istituzione che occupa”.

    Aldo Giannuli
    Il testo integrale si intitola Napolitano nel processo sulla trattativa: il tabù infranto

  • agbiuso

    Settembre 20, 2014

    E guardi un po’ che cosa succede, gentile Aurora. Succede che nel film di Maresco compaia proprio Maria De Filippi che ospita, indovini chi? Matteo Renzi mentre fa una comparsata televisiva da bulletto.
    Come sempre accade, tutto si tiene e il particolare acquista senso nell’intero.
    Che in questo caso è un intero criminale.

    Credo che dovremmo tutti più rispetto alla “casalinga di Vigevano”, che non è una decerebrata. Non è questa casalinga in quanto tale a costituire l’humus della mafia ma lo è insieme a tanti altri -compresa gente più colta- che continuano a votare per Forza Italia o per il Partito Democratico, magari dicendo che “non ci sono alternative”.
    Se si ritiene che non ci siano alternative si può rifiutare il voto, evitando di farsi complici del crimine; anche questa è una libera decisione politica. Ma è libera, per l’appunto, da persone libere.

  • aurora

    Settembre 20, 2014

    berlusconismo:nel bene e nel male,si continua a parlarne.è già stato detto “di oggetti inesistenti, per un’illusione ottica dovuta o a particolari condizioni atmosferiche o a stati di allucinazione, di malessere fisico, di turbamento psicologico: il miraggio di un’oasi del deserto, di un’isola in mezzo all’oceano.Il berlusconismo ha questo effetto.Il film di Franco Maresco lo vedranno in pochi,la casalinga di Vigevano preferisce guardare Maria De Filippi ,e anche il grande fratello

  • Biuso

    Settembre 20, 2014

    Gentile Sebastiano,
    la ringrazio per la segnalazione di un libro che parla in modo esplicito di “democrazia mafiosa”; già solo questo dovrebbe far riflettere quanti -sulla scia della menzogna televisiva e mediatica- nutrono ancora fiducia nei partiti zombie, nei loro dirigenti, nelle loro pratiche.

    La quarta di copertina del Ritorno del principe recita:

    =============
    “Il potere non è nel Consiglio comunale di Palermo. Il potere non è nel Parlamento della Repubblica. Il potere è sempre altrove. Lo stato per me è la Costituzione e la Costituzione non esiste più.” Leonardo Sciascia

    Non è vero che la mafia è quella che si vede in tv, e che i corrotti e i criminali sono una malattia della nostra società. Qui, in Italia, la corruzione e la mafia sembrano essere costitutivi del potere, a parte poche eccezioni (la Costituente, Mani pulite, il maxiprocesso a Cosa nostra). Ricordate il Principe di Machiavelli? In politica qualsiasi mezzo è lecito. C’è un braccio armato (anche le stragi sono utili alla politica del Principe), ci sono i volti impresentabili di Riina, Provenzano, Lo Piccolo, e poi c’è la borghesia mafiosa e presentabile che frequenta i salotti buoni e riesce a piazzare i suoi uomini in Parlamento. Ma il potere è lo stesso, la mano è la stessa.
    Il libro è questo: racconta il fuori scena del potere, quello che non si vede e non è mai stato raccontato ma che decide, fa politica e piega le leggi ai propri interessi. Ci avviamo verso una democrazia mafiosa? Gli italiani possono reagire, è già successo.

  • Sebastiano

    Settembre 19, 2014

    Della criminalità delle classi dirigenti italiane e della borghesia ha scritto mirabilmente Roberto Scarpinato, attualmente Procuratore della Repubblica a Palermo, nel suo illuminante “Il ritorno del principe”. Ne consiglio vivamente la lettura.

  • agbiuso

    Settembre 19, 2014

    Grazie Pasquale.
    Sì, il film è qualcosa di molto diverso da ciò che di solito si vede al cinema.
    È divertente e disturbante in un modo inestricabile.
    E la mafia politica, la mafia romana, la mafia del TAV e dell’EXPO, la mafia del Partito Democratico, la mafia del Nord o che al Nord si è trasferita (so di delinquenti delle mie parti che sono in ottimi affari con la Lega Nord), appare come un’appendice operativa al servizio dell’intelligenza criminale dei siciliani.
    I quali, quanto a intelligenza di ogni genere, sono tra i primi al mondo 😉

  • Pasquale

    Settembre 19, 2014

    Il film dev’essere mirabile. Mirabile la tua clinica. P.

Inserisci un commento

Vai alla barra degli strumenti