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Non è una guerra

Non è una guerra

Una deputata dell’estrema destra israeliana ha scritto che «tutti i palestinesi meritano di morire» (Fonte: Televideo, 20/07/2014, 00:05). E infatti stanno morendo, con la complicità dell’intero Occidente, dell’Italia che fabbrica armi per Israele, dello squallido Nobel per la pace Barack Obama.
Le generazioni future si vergogneranno di un’epoca “democratica” che ha permesso il genocidio giustificando in tutti i modi i carnefici. Si chiederanno come sia potuto accadere. Troveranno le risposte nel razzismo degli eletti da Dio, nel fanatismo, nella geopolitica, negli interessi finanziari, nella menzogna, nell’indifferenza.

 

36 commenti

  • agbiuso

    maggio 18, 2018

    L’arroganza di Israele -e degli USA suoi complici- è davvero senza limiti.

  • agbiuso

    maggio 16, 2018

    Genocidio, apartheid e razzismo di Israele

    Nakba, la catastrofe infinita
    di Tommaso Di Francesco
    il manifesto, 16.5.2018

    I settant’anni dello Stato d’Israele sono anche i settant’anni della Nakba, la «Catastrofe» del popolo palestinese, la cacciata nel 1948 di centinaia di migliaia di palestinesi (da 700mila a un milione) in una operazione di preordinata pulizia etnica che li ha trasformati nel popolo profugho dei campi. A confermare laa doppiezza strabica degli eventi nel rapporto di causa ed effetto, è arrivato lo spostamento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme, la festa della «grande riunificazione» di Netanyahu; proprio mentre la promessa elettorale mantenuta di Trump provocava la rivolta e la strage di 60 giovani nel tiro al piccione a Gaza. Secondo i versi del poeta palestinese Mahmud Darwish: «Prigionieri di questo tempo indolente!/ non trovammo ultimo sembiante, altro che il nostro sangue».

    Invece sulla descrizione in atto del massacro si esercitano gli «stregoni della notizia»: così abbiamo letto di «ordini dalle moschee di andare correndo contro i proiettili», di «scontri», di «battaglia» e «guerriglia». Avremmo dunque dovuto vedere cecchini, carri armati e cacciabombardieri palestinesi fronteggiare cecchini, tank e jet israeliani, con assalti di uomini armati. Niente di tutto questo è avvenuto e avviene. Invece, nella più completa impunità, la prepotenza dell’esercito israeliano sta schiacciando una protesta armata di sassi, fionde e copertoni incendiati. Per Netanyahu poi si tratterebbe di «azioni terroristiche».

    Ma la verità è che un popolo oppresso che manifesta contro un’occupazione militare ricorda solo la nostra Liberazione e il diritto dei palestinesi sancito da ben tre risoluzioni dell’Onu (una del 1948 proprio sul «diritto al ritorno»). Sì, la festa triste di un popolo, guidato da Netanyahu e dal nuovo «re d’Israele» Trump, vive della catastrofe di un altro popolo. Che si allunga all’infinito con la proclamazione di Gerusalemme «unica e storica capitale indivisibile di Israele». Altro che due Stati per due popoli: nemmeno due capitali. Intanto per lo Stato d’Israele il «diritto al ritorno» è costitutivo della natura esclusiva di Stato ebraico.

    Ai palestinesi al contrario è permesso solo di vivere a milioni nei campi profughi di un Medio Oriente stravolto dalle guerre occidentali e come migranti nei propri territori occupati (Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est); di sopravvivere alla fame nel ghetto della Striscia di Gaza. Questa è la condizione palestinese, con il muro di Sharon che ruba terre alla Palestina e taglia in due famiglie e comunità; posti di blocco che sospendono nell’attesa le vite umane; lo sradicamento di colture agricole e le fonti d’acqua sequestrate; le uccisioni quotidiane; e una miriade di insediamenti colonici ebraici che hanno ormai cancellato la continuità territoriale dello Stato di Palestina. Dopo tante chiacchiere di Obama che nel 2009 dal Cairo dichiarava: «Sento il dolore dei palestinesi senza terra e senza Stato». E dopo i voltafaccia dell’Ue che si barcamena sull’equidistanza impossibile e tace, mentre ogni governo occidentale fa affari in armi e tecnologia, e con patti militari – come l’Italia – con Israele, che è da settant’anni in guerra e che occupa terre di un altro popolo.

    Allora o si rompe il silenzio complice e si prefigura una soluzione di pace che esca dall’ambiguità di stare al di sopra delle parti – come se Israele e Palestina avessero la stessa forza e rappresentatività, quando invece da una parte c’è lo Stato d’Israele, potente e armato fino ai denti, potenza nucleare e con l’esercito tra i più forti al mondo, mentre dall’altra lo Stato palestinese semplicemente non esiste – oppure sarà troppo tardi. Il nodo mai sciolto – Rabin a parte, non a caso assassinato da un integralista ebreo – da tutti i governi israeliani resta quello del diritto dei palestinesi di avere una terra e uno Stato, fermo restando il diritto eguale d’Israele. Che se però non lo riconosce per la Palestina perché dovrebbe pretenderlo per sé? I due termini ormai si sostengono a vicenda oppure insieme si cancellano. Tanto più che la demografia ormai racconta che le popolazioni arabe hanno oltrepassato la misura di quelle ebraiche. O si avvia una trasformazione democratica dello Stato d’Israele che decide di perdere la sua natura etnico-religiosa di «Stato ebraico», con la pretesa arrogante che i palestinesi occupati lo riconoscano come tale; oppure si conferma la dimensione acclarata di Stato di apartheid come in Sudafrica; con i territori occupati come riserve per i «nativi» nemici.

    Scriveva Franco Lattes Fortini nella sua Lettera aperta agli ebrei italiani nel maggio 1989, nella la fase più acuta della Prima intifada: «Con ogni casa che gli israeliani distruggono, con ogni vita che quotidianamente uccidono e perfino con ogni giorno di scuola che fanno perdere ai ragazzi di Palestina, va perduta una parte dell’immenso deposito di verità e di sapienza che, nella e per la cultura occidentale, è stato accumulato dalle generazioni della diaspora, dalla sventura gloriosa o nefanda dei ghetti e attraverso la ferocia delle persecuzioni antiche e recenti. Una grande donna ebrea e cristiana, Simone Weil, ha ricordato che la spada ferisce da due parti. Anche da più di due, oso aggiungere». Provate a rileggere la grande lezione morale di S. Yizhar (Yzhar Smilansky), il fondatore della letteratura israeliana, che in un piccolo romanzo del 1949 Khirbet Khiza – significativamente un titolo in arabo, conosciuto da noi come La rabbia del vento, che aprì un dibattito sulle basi etiche del nuovo Stato – racconta la storia di una brigata dell’esercito israeliano impegnata con la violenza a cacciare famiglie palestinesi.

    Il romanzo finisce con queste parole di dolore e rammarico: «I campi saranno seminati e mietuti e verranno compiute grandi opere. Evviva la città ebraica di Khiza! Chi penserà mai che prima qui ci fosse una certa Khirbet Khiza la cui popolazione era stata cacciata e di cui noi ci eravamo impadroniti? Eravamo venuti, avevamo sparato, bruciato, fatto esplodere, bandito ed esiliato (…) Finché le lacrime di un bambino che camminava con la madre non avessero brillato, e lei non avesse trattenuto un tacito pianto di rabbia, io non avrei potuto rassegnarmi. E quel bambino andava in esilio portando con sé il ruggito di un torto ricevuto, ed era impossibile che non ci fosse al mondo nessuno disposto a raccogliere un urlo talmente grande. Allora dissi: non abbiamo alcun diritto a mandarli via da qui!».

  • agbiuso

    aprile 7, 2018

    Al confine di Gaza cecchini israeliani sparano sulla folla, massacrano un popolo tenuto in carcere. Sempre in nome della sicurezza del “popolo eletto”, espressione di razzismo culturale.

  • agbiuso

    dicembre 22, 2017

    «Ci ricorderemo di questo voto», tuonano gli Stati Uniti.
    Trump sconfitto all’Onu ma conferma Gerusalemme capitale d’Israele
    Anche noi ci ricorderemo di Hiroshima, di My Lai, di Allende e di tanti altri crimini degli Stati Uniti d’America.

  • diego

    luglio 22, 2015

    In molti punti, caro Alberto, le tesi di Chomsky sono analoghe a quelle ottimamente espresse dal nostro Franco Cardini (intellettuale assolutamente libero anche lui) nell’ottimo «Ipocrisia dell’Occidente» edito da Laterza, dove mette in evidenza anche le colpe dei francesi (o meglio le colpe degli ultimi due disastrosi presidenti).

  • agbiuso

    luglio 21, 2015

    In una bellissima intervista -l’intervista di un uomo tanto libero quanto intelligente- Noam Chomsky parla di Israele, degli USA, del loro terrorismo globale, del clima, della Grecia.
    Da leggere.

    Chomsky: alla Grecia va condonato il debito
    di Isabel Kumar
    Antimafia 2000

  • agbiuso

    aprile 4, 2015

    Dal manifesto, 4.4.2015
    Israele respinge l’accordo di Losanna con l’Iran
    di Michele Giorgio

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    [Benya­min Neta­nyahu] ha soste­nuto che il com­pro­messo per­mette a Teh­ran di con­ti­nuare la ricerca in campo nucleare e poten­zial­mente di arri­vare alla bomba in tempi brevi. A suo avviso «l’accordo lascerà l’Iran con in piedi una vasta infra­strut­tura nucleare. In pochi anni — ha spie­gato – revo­cherà le san­zioni ren­dendo pos­si­bile all’Iran di avere un mas­sic­cia capa­cità di arric­chi­mento (dell’uranio) che potrà essere usata per pro­durre bombe in una que­stione di mesi». «L’accordo legit­tima l’illegale pro­gramma nucleare ira­niano», ha soste­nuto Neta­nyahu sor­vo­lando sul par­ti­co­lare, certo non irri­le­vante, che Israele era e resta l’unica potenza nucleare in Medio Oriente, in pos­sesso segre­ta­mente di decine forse cen­ti­naia di ordi­gni ato­mici, e non ha mai fir­mato il Trat­tato di non pro­li­fe­ra­zione. Man­tiene quella che chiama «l’ambiguità nucleare», ossia non nega e non ammette di avere armi ato­mi­che. Stati Uniti ed Europa sanno ma fin­gono di non sapere lasciando senza alcuna sor­ve­glianza un arse­nale in grado di tra­sfor­mare l’intero Medio Oriente, e non solo, in un pae­sag­gio lunare.

    Quella di Neta­nyahu è una linea nota, espressa, esat­ta­mente un mese fa, anche davanti al Con­gresso degli Stati Uniti, in un estremo ten­ta­tivo di bloc­care l’Amministrazione Usa decisa ad arri­vare all’intesa con gli ira­niani. In Israele comun­que non tutti con­di­vi­dono le posi­zioni di Neta­nyahu, a comin­ciare da un folto gruppo di ex coman­danti mili­tari e dei ser­vizi segreti. Per Barak Ravid, ana­li­sta diplo­ma­tico del quo­ti­diano Haa­retz, quello rag­giunto a Losanna è un «buon accordo» e per Neta­nyahu sarà dif­fi­cile dimo­strare il con­tra­rio ai par­la­men­tari ame­ri­cani. I Demo­cra­tici stretti alleati di Israele, sostiene Ravid, faranno fatica a votare con­tro il pre­si­dente e ad unirsi ai Repub­bli­cani in una bat­ta­glia per silu­rare la firma dell’accordo defi­ni­tivo, entro il 30 giu­gno, che al momento appare per­duta. Neta­nyahu tut­ta­via ritiene di avere una buona carta da gio­care per otte­nere l’appoggio del Con­gresso. Ieri ha esor­tato le parti coin­volte a con­di­zio­nare l’accordo finale al rico­no­sci­mento di Israele da parte di Teh­ran. «Ogni accordo finale con l’Iran includa un chiaro e non ambi­guo rico­no­sci­mento del diritto di Israele ad esi­stere», ha detto. Al momento que­sta richie­sta non sem­bra avere la forza per tra­sfor­marsi in una con­di­zione vin­co­lante. Ma se, in seguito ad una cam­pa­gna mirata, sarà impo­sta a Barack Obama, allora finirà per sabo­tare l’accordo a pochi metri dal traguardo.

  • agbiuso

    febbraio 28, 2015

    Palestina chi?
    di Tommaso Di Francesco, Michele Giorgio, il manifesto, 28.2.2015

    Il governo Renzi, la Camera, quasi tutti i par­titi — ad ecce­zione di Sel e M5S -, con straor­di­na­ria dop­piezza non hanno man­cato l’occasione di por­tare sul pal­co­sce­nico delle isti­tu­zioni ita­liane una pes­sima sce­neg­giata sul rico­no­sci­mento sim­bo­lico della Pale­stina. Che, è bene ricor­darlo, non è con­tesa, ma occu­pata mili­tar­mente. Si trat­tava di una deci­sione senza alcun effetto con­creto ma dall’indubbio valore poli­tico e sim­bo­lico, già presa senza par­ti­co­lari sus­sulti dai par­la­menti di Gran Bre­ta­gna, Irlanda, Spa­gna, Fran­cia, Irlanda, Lus­sem­burgo e Por­to­gallo, dallo stesso Euro­par­la­mento e dal governo svedese.

    Invece, con un imbro­glio che poteva rea­liz­zare solo l’ambiguità pato­lo­gica sulla que­stione medio­rien­tale di gran parte delle forze poli­ti­che ita­liane, la Camera ha appro­vato due testi in evi­dente con­trap­po­si­zione: la mozione del Pd e quella dei cen­tri­sti di Area popo­lare (Ncd e Udc) e Scelta civica.

    La prima impe­gna il governo a con­ti­nuare a soste­nere l’obiettivo della Costi­tu­zione di uno Stato pale­sti­nese che con­viva in pace, sicu­rezza e pro­spe­rità accanto allo Stato d’Israele. La seconda che con­di­ziona l’indipendenza pale­sti­nese al rag­giun­gi­mento di un’intesa tra Fatah e Hamas. Il governo Renzi incre­di­bil­mente si è espresso a favore di entrambe, soprat­tutto per sal­va­guar­dare l’unità della com­pa­gine di governo Pd-Ncd, nel disprezzo dei palestinesi.

    Amaro il com­mento dai Ter­ri­tori Occu­pati di Hanan Ash­rawi, a nome dell’Olp: «È infe­lice che la riso­lu­zione non si impe­gni per l’incondizionato e uffi­ciale rico­no­sci­mento dello Stato di Pale­stina. Chie­diamo al governo ita­liano di rico­no­scere lo Stato pale­sti­nese senza con­di­zioni». Per Israele al con­tra­rio il voto della Camera è un successo.

    Il governo Neta­nyahu nei mesi scorsi aveva con­te­stato i rico­no­sci­menti dei par­la­menti euro­pei non tanto per i loro effetti pra­tici, ine­si­stenti, ma per­ché in essi scor­geva una atten­zione verso i diritti del popolo assog­get­tato, tenuto da decenni sotto occu­pa­zione mili­tare. Vi leg­geva una soli­da­rietà umana peri­co­losa, che mette in discus­sione le sue poli­ti­che, a comin­ciare dalla colo­niz­za­zione. Il governo Renzi e la mag­gior parte della Camera ieri hanno deciso di non rico­no­scere i pale­sti­nesi come tito­lari di diritti uguali a quelli di tutti gli altri popoli. Hanno sen­ten­ziato che i pale­sti­nesi non potranno mai essere liberi se gli occu­panti israe­liani non lo vor­ranno. Non si pos­sono tra­la­sciare le dichia­ra­zioni fatte nelle set­ti­mane pas­sate da un buon numero di depu­tati ed espo­nenti poli­tici ita­liani, non solo della destra anche del Pd, che hanno defi­nito lo Stato di Pale­stina «pre­ma­turo», come se la que­stione pale­sti­nese fosse sorta ieri e non fosse sul tavolo della poli­tica mon­diale da molti decenni. E non è man­cato chi, spinto da raz­zi­smo mal­ce­lato e dall’islamofobia dila­gante, ha messo in guar­dia dalla nascita di uno «altro Stato isla­mico», acco­stando in modo stru­men­tale i pale­sti­nesi all’Isis, pro­prio come fa il pre­mier Neta­nyahu giu­sti­fi­care le sue politiche.

    Com­pren­si­bile dun­que alla fine la sod­di­sfa­zione dell’ambasciata israe­liana a Roma: «Acco­gliamo posi­ti­va­mente la scelta del Par­la­mento ita­liano di non rico­no­scere lo Stato pale­sti­nese e di aver pre­fe­rito soste­nere il nego­ziato diretto fra Israele e i pale­sti­nesi, sulla base del prin­ci­pio dei due Stati, come giu­sta via per con­se­guire la pace». Più chiaro di così.

    Due Stati. Parole magi­che che hanno fatto sognare una ven­tina di anni fa, quando furono fir­mati gli Accordi di Oslo. Ma che sono rima­ste let­tera morta, sepolta sotto tante troppe guerre d’aggressione israe­liana, senza dimen­ti­care l’assassinio del lea­der isra­liano Rabin per mano di un estre­mi­sta ebreo. Insieme a tante inti­fada e rivolte, anche vio­lente, pale­sti­nesi represse.

    Se solo si intra­vede la scena reale di rovine della Stri­scia di Gaza e della Cisgior­da­nia, ecco che appare la bar­ba­rie che il pastic­cio di ieri alla Camera fa finta di non vedere. Muri di sepa­ra­zione, check point mili­tari ai quali si con­suma il tempo di chi deve muo­versi per vivere, con migliaia di dete­nuti poli­tici spesso in scio­pero della fame che nes­suno ha mai voluto rac­con­tare, e milioni di pro­fu­ghi mal­trat­tati in ogni luogo di fuga, che non hanno più il diritto di tor­nare in patria. Con tante colo­nie tra­sfor­mate in avam­po­sti mili­tari israe­liani. Così tante che la loro ragna­tela di fatto impe­di­sce ormai la con­ti­nuità ter­ri­to­riale di quello che un tempo era riven­di­cato come Stato di Palestina.

    Oggi die­tro le parole pro­messe dei «due Stati», si nasconde quello che come mani­fe­sto denun­ciamo ogni giorno: la colo­niz­za­zione israe­liana che fago­cita la Cisgior­da­nia e Geru­sa­lemme Est e l’esproprio di terre e risorse natu­rali pale­sti­nesi. Così appare come un mirag­gio, un’Araba Fenice, la pro­cla­ma­zione, nes­suno sa quando, di uno sta­te­rello pale­sti­nese con un ter­ri­to­rio a mac­chia di leo­pardo, privo di sovra­nità reale sul suo ter­ri­to­rio e le sue fron­tiere, senza uno spa­zio aereo, di fatto domi­nato ancora da Israele. Ma «rico­no­sciuto» dall’Occidente. Sarebbe un «ban­tu­stan a sovra­nità limi­tata» secondo la denun­cia di Ilan Baruch media­tore israe­liano di Oslo arri­vato a Roma la scorsa set­ti­mana con­vinto di impe­gnare i par­la­men­tari ita­liani a votare il «rico­no­sci­mento dello Stato di Pale­stina, come diritto all’autodeterminazione del popolo pale­sti­nese», forte anche dell’appello eguale lan­ciato da mille intel­let­tuali israe­liani, gui­dati dagli scrit­tori Gross­man, Oz e Yeo­shua. Non è valso a nulla.

    L’esito sul quale pun­tano il primo mini­stro Neta­nyahu e una por­zione signi­fi­ca­tiva di par­titi israe­liani — che rin­gra­ziano il par­la­mento ita­liano — è un cam­bia­mento per non cam­biare nulla. Su que­sto poco o nulla riflet­tono anche quelle raris­sime forze poli­ti­che ita­liane che ieri den­tro e fuori dalla Camera appog­gia­vano con sin­ce­rità il rico­no­sci­mento della Pale­stina e del suo popolo. Dav­vero un giorno infelice.

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    Il personaggio Renzi dimostra così, ancora una volta, di essere più cinico di Andreotti, più autoritario di Craxi, più buffone di Berlusconi.
    Complimenti agli elettori e agli iscritti del Partito Democratico, che neppure si vergognano.

  • Biuso

    febbraio 27, 2015

    Due mozioni del governo del Partito Democratico-Nuovo Centrodestra su e contro la Palestina. Buffoni assoluti.

  • agbiuso

    gennaio 26, 2015

    Televideo
    Israele, Onu: illegale demolizione case

    24/01/2015
    23.40 L’Onu ha accusato Israele di aver abbattuto illegalmente le abitazioni di 77 palestinesi, più della metà dei quali bambini. Le case sono state demolite a Gerusalemme e in Cisgiordania.
    “Alcune delle strutture demolite erano fornite dalla comunità internazionale a sostegno delle famiglie vulnerabili”, afferma l’ufficio Onu per il Coordinamento degli affari umanitari. “Le demolizioni che provocano sgomberi forzati sono contrarie agli obblighi di Israele in base alle norme internazionali, e devono cessare subito”, aggiunge l’Ocha.

  • agbiuso

    dicembre 25, 2014

    Continua la politica razzistica di Israele nei confronti dei palestinesi.

    Televideo, 25/12/2014 17:12
    Israele: sì a nuove case di coloni

    17.12 Israele ha dato il via libera preliminare alla costruzione di 249 nuove case di coloni nelle terre della Cisgiordania annesse a Gerusalemme, e ha fatto progredire i progetti per altre 270 abitazioni nella stessa area.
    La decisione coinvolge Ramot e Har Homa, insediamenti che Israele considera dei sobborghi di Gerusalemme. La decisione è un’aperta sfida alle richieste degli Usa e delle diplomazie occidentali per il congelamento di nuove costruzioni nei territori contesi.

  • agbiuso

    ottobre 15, 2014

    Stato palestinese: quando un gesto forte da Roma?
    di Zvi Schuldiner, il manifesto 15.10.2014

    Men­tre il governo di Neta­nyahu e i suoi mini­stri con­ti­nuano a fab­bri­care mon­ta­gne di parole a vuoto, si sus­se­guono le pres­sioni per farli tor­nare alla realtà: sem­pre più alte si alzano le voci che chie­dono di porre fine alla poli­tica bel­li­cosa e colo­nia­li­sta di Neta­nyahu e alla sua coa­li­zione fon­da­men­ta­li­sta e ultra­na­zio­na­li­sta. Pro­prio l’Italia dovrebbe tor­nare ai giorni in cui la Demo­cra­zia cri­stiana la pose alla testa della poli­tica euro­pea: quando, nel 1980, la dichia­ra­zione di Vene­zia indicò all’Europa che anche i pale­sti­nesi ave­vano il diritto all’autodeterminazione.

    Ora gli ita­liani rice­vono il mini­stro degli esteri israe­liano Lie­ber­man, che cer­cherà di ven­dere mer­can­zia di seconda mano. L’illustre ospite rac­con­terà la famosa ini­zia­tiva israe­liana, i cui det­ta­gli riman­gono oscuri: una pre­sunta trat­ta­tiva con «i paesi arabi». Spie­gherà che Israele è l’unica demo­cra­zia della regione e non ricor­derà che durante l’ultima guerra ha invi­tato a non com­prare pro­dotti dai negozi di cit­ta­dini arabi israe­liani; un ele­mento tanto demo­cra­tico da ricor­dare quanto acca­deva in Europa negli anni 30. Non solo Lon­dra e Stoc­colma segna­lano a Israele che deve cam­biare rapi­da­mente la rotta: al Cairo si sono riu­niti trenta paesi per discu­tere della rico­stru­zione di Gaza. Ha aperto i lavori il pre­si­dente egi­ziano al Sisi, in teo­ria un alleato di Netanyahu.

    E pro­prio al Sisi ha man­dato in fran­tumi la fan­ta­sia di Neta­nyahu e Lie­ber­man circa un pre­sunto nego­ziato con il mondo arabo, dicendo chia­ra­mente: se gli israe­liani vogliono nego­ziare la pace con il mondo arabo, che vadano a Ramal­lah e la nego­zino prima con i pale­sti­nesi! Senza la pace con i pale­sti­nesi, non c’è nes­suna trat­ta­tiva con il mondo arabo. E a Geru­sa­lemme il segre­ta­rio gene­rale dell’Onu ha chie­sto a Neta­nyahu di porre fine alla costru­zione delle colo­nie chie­dendo un cam­bio di linea e con­dan­nando la distru­zione per­pe­trata a Gaza.

    Quando il primo mini­stro sve­dese ha dichia­rato il rico­no­sci­mento del diritto dei pale­sti­nesi ad avere un pro­prio Stato, Lie­ber­men ha chia­mato l’ambasciatore sve­dese per redarguirlo.

    E quando nella notte di lunedì il par­la­mento bri­tan­nico ha votato a favore del rico­no­sci­mento di una Stato pale­sti­nese, il mini­stro degli esteri israe­liano ha pre­fe­rito viag­giare in Ita­lia; chissà che la buona cucina ita­liana non ne calmi l’indignazione. Cen­ti­naia di israe­liani, parte dell’elite poli­tica e cul­tu­rale, con un’iniziativa cui si è posto a capo Alon Liel, un ex diret­tore gene­rale del mini­stro degli esteri (!), hanno chie­sto ai par­la­men­tari bri­tan­nici di appog­giare il voto di ieri.

    Liel ha spe­ci­fi­cato alla radio israe­liana che cen­ti­naia di per­sone hanno appog­giato con let­tere e ver­bal­mente l’iniziativa. Tutto que­sto è rile­vante, ma va con­si­de­rato come parte del pro­blema: il governo israe­liano non vuole la pace, la recente guerra è stata appog­giata «patriot­ti­ca­mente» anche dalle oppo­si­zioni, le voci paci­fi­ste sono deboli e pra­ti­ca­mente ine­si­stenti in una società domi­nata dalla paura e dal raz­zi­smo. E già a destra accu­sano furio­sa­mente di tra­di­mento gli israe­liani che hanno scritto al par­la­mento britannico.

    In un qua­dro che induce al pes­si­mi­smo di fronte alla grande debo­lezza delle forze pro­gres­si­ste in Israele, solo all’esterno è pos­si­bile vedere una pos­si­bile luce.
    Men­tre Neta­nyahu e Lie­ber­man con­ti­nuano a rac­con­tare al mondo che Hamas è come l’Isis, che entrambi sono come l’Iran, che tutti sono come Hitler e che Neta­ny­hau e l’esercito ci sal­ve­ranno, forse solo la voce cri­tica che si sta dif­fon­dendo in Europa potrà essere l’unica pos­si­bi­lità di arri­vare a uno Stato pale­sti­nese; l’unica pos­si­bi­lità di sal­vare gli israe­liani da loro stessi.

    È ora che anche l’Italia assuma un ruolo posi­tivo in Europa, facendo sen­tire con chia­rezza la pro­pria voce a favore dei diritti dei pale­sti­nesi, senza cascare nei truc­chi dema­go­gici e falsi dei gover­nanti israeliani.

  • agbiuso

    agosto 10, 2014

    Basta elemosina e complicità

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    Il silenzio sull’apartheid a Gaza
    di Tommaso Di Francesco, il manifesto 9.8.2014

    Le fami­glie erano tor­nate nelle loro case senza tro­varle, i bam­bini gio­ca­vano vicino ai fune­rali dei loro coe­ta­nei, i pesca­tori get­ta­vano reti senza spe­ranza. 72 ore senza bom­bar­da­menti israe­liani, ma dal Cairo non pote­vano arri­vare né l’estensione della tre­gua né la pace. Per­ché i pale­sti­nesi sono soli. Per i governi euro­pei, che i ter­ri­tori pale­sti­nesi restino occu­pati è un fatto mar­gi­nale. Il governo ita­liano dell’ex scout Renzi che ha taciuto su tutti mas­sa­cri di que­sti giorni, è impe­gnato in uno sforzo di diplo­ma­zia par­roc­chiale: invia alla gente di Gaza, pen­sate, 30 ton­nel­late di aiuti. Gli aiuti ser­vono e quel che resta della sini­stra deve rac­co­glierli, a par­tire dai medi­ci­nali e soste­nendo le orga­niz­za­zioni uma­ni­ta­rie pale­sti­nesi. Ma per favore basta ele­mo­sina e com­pli­cità. Per­ché l’Italia tace sul Trat­tato mili­tare in vigore con Israele e non fa come la Spa­gna che, sim­bo­li­ca­mente, ha fer­mato per un mese l’import-export di armi con Israele.

    Si è pre­fe­rito dimen­ti­care che la tre­gua annun­ciata di fatto era uni­la­te­rale e che Israele andava al Cairo solo per det­tare con­di­zioni: zona smi­li­ta­riz­zata, e di più, tutta Gaza smi­li­ta­riz­zata, fine dei tun­nel e dei razzi, verso l’esclusione di Hamas dal governo della Stri­scia, come dichiara il mini­stro israe­liano Tzipi Livni. I 29 giorni di «Mar­gine pro­tet­tivo», con la strage di quasi due­mila pale­sti­nesi uccisi, in mag­gio­ranza civili e tanti bam­bini, di otto­mila feriti tra cui molti gra­vis­simi e senza cure ade­guate, di cen­ti­naia di migliaia di senza casa con l’odio che è stato semi­nato, non hanno certo aperto nuovi spi­ra­gli alla crisi.

    che non è il «con­flitto israelo-palestinese» come scri­vono i gior­na­li­sti embed­ded — ma nem­meno il gior­na­li­smo che abbiamo cono­sciuto esi­ste più? -, come se fos­sero due parti eguali, due stati legit­timi e due eser­citi di eguale forza. No. In gioco c’è la que­stione, ormai, ine­lu­di­bile dei diritti del popolo palestinese.

    A meno che non si voglia appro­fit­tare della per­ver­sione colo­niale dei tanti governi israe­liani, non solo di Neta­nyahu: una guerra breve ogni due-tre anni con un deserto chia­mato pace, quel tanto da met­tere la que­stione dei diritti del popolo pale­sti­nese in sor­dina, sullo sfondo, gra­zie alle distru­zioni e alle fal­si­fi­ca­zioni che allon­ta­nano la con­sa­pe­vo­lezza di un misfatto: il blocco di Gaza. Che deve essere tolto, e que­sto obiet­tivo non dovrebbe essere solo di Hamas ma del mondo intero.

    Che dovrebbe ricor­dare che il blocco è stato impo­sto da Israele — invece di rispon­dere alla neces­sità di un cor­ri­doio di col­le­ga­mento tra Gaza e Cisgior­da­nia occu­pata in vista della nascita dello Stato di Pale­stina — per argi­nare l’emergenza rap­pre­sen­tata da Hamas, che nel 2006 vinse le ele­zioni pale­sti­nesi non solo a Gaza ma in tutta la Cisgior­da­nia, affer­man­dosi in alter­na­tiva alla nuova lea­der­ship di Al Fatah emersa dopo l’umiliazione di Ara­fat chiuso dai carri armati israe­liani a Ramal­lah nel 2002 e la sua ucci­sione nel 2004. Una lea­der­ship giu­di­cata dagli stessi pale­sti­nesi cor­rotta e con­ta­mi­nata dal legame con le intel­li­gence occi­den­tali, quella Usa in pri­mis, impe­gnate a con­trol­lare e ad infil­trare ogni scelta auto­noma dell’Autorità nazio­nale pale­sti­nese e a repri­mere ogni dis­senso e radi­ca­lità. Qual­cuno ricorda le moda­lità dell’arresto dell’unico vero lea­der del popolo pale­sti­nese, Mar­wan Bar­ghouti? La rot­tura tra Hamas e Fatah fu anche vio­lenta a Gaza City e vice­versa a Ramal­lah. Ma dopo sei anni, e soprat­tutto di fronte all’inasprirsi dell’occupazione mili­tare israe­liana, delle colo­nie, del Muro che sarà rad­dop­piato, della rapina delle acque e della distru­zione dell’agricoltura pale­sti­nese, della ridu­zione della West Bank in una grande pri­gione di cemento, ecco che è tor­nata l’unità tra i pale­sti­nesi di Gaza e di Cisgior­da­nia. Ecco il vero «razzo Qas­sam» che Neta­nyahu non può sopportare.

    Certo Hamas ha le sue respon­sa­bi­lità. I razzi che lan­cia non sono nem­meno la guerra asim­me­trica di una guer­ri­glia armata: sono un niente con­tro­pro­du­cente, un regalo a Neta­nyahu. E van­tare «vit­to­ria» come fanno le Bri­gate Ezze­din al Qas­san sem­bra un tri­ste deli­rio d’impotenza. Ma tra le mace­rie emer­gono alcune novità e una verità. In que­sti giorni — men­tre, nono­stante le distru­zioni della guerra, sem­bra cre­scere anche in Cisgior­da­nia il con­senso per Hamas e in calo quello da Al Fatah — l’Anp chiede alla Corte dell’Aja le moda­lità per ade­rire al Tri­bu­nale penale inter­na­zio­nale dell’Onu e incri­mi­nare così il governo israe­liano. Se è inge­nuo pen­sare che l’iter andrà dav­vero avanti, non va dimen­ti­cato che la richie­sta di ade­rire alle Agen­zie dell’Onu resta l’ultima occa­sione per la cre­di­bi­lità di Abu Mazen e l’ultima vera pos­si­bi­lità pale­sti­nese; men­tre cre­sce la soli­da­rietà inter-palestinese con un pezzo del pro­prio popolo che vive nell’altra pri­gione di Gaza, dove se resta il blocco – e i vali­chi con l’Egitto chiusi dal gol­pi­sta Sisi -, sarà ine­vi­ta­bile e giu­sto sca­vare altri tun­nel per vivere e far entrare beni di prima neces­sità. E la verità, amara, è che se Hamas smet­tesse subito di lan­ciare i razzi, la con­di­zione pale­sti­nese reste­rebbe sem­pre la stessa: un popolo esi­liato in tutto il Medio Oriente, abi­tante dei campi pro­fu­ghi nella sua stessa terra, chiuso da Muri di recin­zione e posti di blocco, invaso da una ragna­tela di colo­nie d’occupazione e inse­dia­menti che hanno can­cel­lato la con­ti­nuità ter­ri­to­riale dello Stato di Pale­stina, che rubano occa­sioni di vita e lavoro, diviso in due ter­ri­tori, uno alla mercé della guerra breve con­ti­nua, l’altro sem­pli­ce­mente colo­niz­zato e zit­tito. E senza alcuna pro­spet­tiva di inte­gra­zione con il nemico occu­pante, se non lo sta­tus perenne di occu­pato.
    Jimmy Car­ter, l’ex pre­si­dente ame­ri­cano che ora chiede all’Occidente di rico­no­scere Hamas, ha tito­lato «Apar­theid» il suo bel libro sulla con­di­zione pale­sti­nese. Obama pur­troppo, a quanto pare, non l’ha nem­meno sfogliato.

  • agbiuso

    agosto 5, 2014

    Renzi d’Egitto
    Tommaso Di Francesco, il manifesto 5.8.2014

    Non c’era nes­sun sol­dato «rapito», e aveva ragione Hamas — che altri­menti l’avrebbe riven­di­cato — a dire che poteva essere morto sotto un raid israe­liano per distrug­gere i tun­nel. Ora Israele lo dà uffi­cial­mente per morto e ne cele­bra i fune­rali. Quel «rapi­mento» è ser­vito solo a nascon­dere l’efferatezza san­gui­nosa delle nuove stragi, come la distru­zione dell’ospedale di Rafah. E soprat­tutto, a Obama per rilan­ciare l’incredibile equi­di­stanza e al pre­mier emer­gente d’Europa e d’Italia, Mat­teo Renzi, a tacere sul san­gue ver­sato dei pale­sti­nesi e sui cri­mini del governo Netanyahu.

    Così è arri­vato al Cairo, solo pre­oc­cu­pato del pre­ci­pi­tare della Libia nel bara­tro per le sorti del nostro approv­vi­gio­na­meno ener­ge­tico, gri­dando a viva voce: «Chie­diamo la libe­ra­zione del sol­dato rapito». Senza con­dan­nare il governo israe­liano per i mas­sa­cri in atto. E senza chie­dersi a che è ser­vita la guerra, anche quella uma­ni­ta­ria, del 2001, solo tre anni fa della Nato in Libia.

    Abi­tuati alle promesse-menzogne del pre­si­dente del Con­si­glio sulla pol­tica interna, adesso sco­priamo anche le omertà e le bugie estere: un vero Renzi d’Egitto. Che, men­tre il Trat­tato mili­tare con Israele resta in vigore nono­stante sia un paese che ne occupa un altro, ora can­dida alla com­mis­sione esteri Ue, nien­te­meno che l’indignata a parole mini­stro Moghe­rini. A con­fer­mare, dopo il ruolo della Ash­ton, che il posto di mini­stro degli esteri euro­peo, Mister o Ms Pesc, è inu­tile e deve rap­pre­sen­tare il meno pos­si­bile. Una poli­tica estera dell’Unione non esi­ste, è già sur­ro­gata dalla Nato come dimo­stra la crisi in Ucraina.

    Intanto si annun­cia una tre­gua ma a Gaza si muore. Non c’è nes­sun vero ces­sate il fuoco, né alcun ritiro. Neta­nyahu del resto ha chia­rito le sue inten­zioni: ridi­spe­ga­mento delle truppe, con i mili­tari che occu­pano il 44% della Stri­scia e pra­ti­cano una zona cusci­netto, e tutti i carri armati pronti a rein­ter­ve­nire, men­tre sulla zona di Rafah con­ti­nuano i bom­bar­da­menti mie­tendo anche ieri decine di vit­time tra cui tre bam­bini. Sono Mille e otto­cento le vit­time, la mag­gior parte civili con cen­ti­naia di bam­bini. I ragaz­zini che non sal­ve­ranno il mondo, fatti a pezzi o car­bo­niz­zati dalle bombe israeliane.

    E già si lamen­tano della rea­zione indi­vi­duale di un pale­sti­nese che, a Geru­sa­lemme occu­pata, ha rea­gito all’impotenza con un atto dispe­rato. Come se un bull­do­zer potesse avere la potenza distrut­tiva di un carro armato israe­liano Mer­khava, copio­sa­mente rifor­nito di mis­sili, clu­ster bomb e car­bu­rante dal Pen­ta­gono.
    Già sen­tiamo il gior­na­li­smo veli­naro e embed­ded gri­dare all’atto «ter­ro­ri­sta». Quello dei pale­sti­nesi natu­ral­mente è ter­ro­ri­smo, quelle del governo israe­liano sono invece solo «ope­ra­zioni militari».

    Ma che altro è se non ter­ro­ri­smo di stato l’assassinio di migliaia di inermi inno­centi, con­tro ogni diritto inter­na­zio­nale e per­fino con­tro il codice di guerra?

    Le vit­time inno­centi hanno solo la fun­zione di «scioc­care» emo­ti­va­mente l’Amministrazione Obama. Ma se quei bam­bini assas­si­nati dai bom­bar­da­menti aerei, ter­re­stri e navali fos­sero bam­bini ame­ri­cani, che avrebbe fatto Obama? Esi­stono dun­que stragi di serie A e quelle di serie B, il «bam­bino pale­sti­nese ucciso» è gior­na­li­sti­ca­mente «cane morde bam­bino» e poli­ti­ca­mente solo un morto in più.

    Non vedono che insieme a tanta distru­zione che mette in fuga un popolo senza scampo, senza più pre­sente e futuro, è stata ri-seminata la pianta dell’odio già radi­cata in quella terra santa e maledetta.
    =========

    Fonte: Renzi d’Egitto

  • agbiuso

    agosto 4, 2014

    Richiamare subito gli ambasciatori da Tel Aviv

    “La Striscia di Gaza somiglia sempre più all’anticamera dell’inferno. Al buio, senz’acqua, sotto bombardamenti continui, con i cadaveri sotto le macerie e senza nessun posto dove poter fuggire.

    Il mondo assiste attonito, i leader dei principali Paesi esprimono sconcerto. A parte ovviamente Renzi, che è andato fino in Egitto a perorare la causa del soldato israeliano catturato e non ha speso neppure una parola per Gaza. Memoria selettiva.
    Bisogna fare qualcosa, dicono tutti. Si, ma cosa? Il M5S qualche idea ce l’ha: abbiamo consegnato nelle mani del ministro Mogherini una mozione per chiedere la sospensione temporanea della vendita di armi dall’Italia allo Stato d’Israele.
    E oggi chiediamo l’aiuto di tutti affinché i Paesi europei richiamino il proprio ambasciatore a Tel Aviv e sospendano gli accordi economici: collegatevi al sito http://www.percessareilfuoco.org/, bastano pochi click per inviare la vostra mail e i vostri tweet ai principali leader europei e al Governo italiano, e per condividere l’iniziativa con tutti i vostri amici.
    Non dobbiamo sentirci piccoli e impotenti contro una guerra: possiamo far sentire forte la nostra voce, è importante, facciamolo tutti subito!”.
    M5S Camera

    Fonte: Gaza, l’anticamera dell’inferno – #Percessareilfuoco

  • agbiuso

    agosto 2, 2014

    Renzi: «Faccio mio l’appello di altri colleghi per l’immediato rilascio del soldato israeliano rapito». [Fonte: Televideo, 02/08/2014 11:33]
    Nessun appello, invece, per la vita di migliaia di donne e bambini palestinesi. Miserabile.

  • agbiuso

    agosto 1, 2014

    Grazie, Giusy, per questa riflessione oggettiva e insieme appassionata.
    Sempre i carnefici adducono ragioni contro le loro vittime.
    Ma è un dovere intellettuale, e non soltanto etico, ricordare -come tu fai- che si tratta sempre della ragioni di una mattanza.

  • Giusy Randazzo

    agosto 1, 2014

    Prendere posizione su questo efferato crimine non è facile. Da qui il silenzio di molti intellettuali. Molti di noi hanno amici israeliani con cui hanno stretto rapporti significativi e intensi e che oggi non hanno la giusta distanza emotiva per comprendere l’efferatezza dei crimini del loro governo. Io stessa ho dovuto scegliere tra il silenzio colpevole o la condanna manifesta. La mia coscienza mi ha imposto la seconda posizione. Ognuno di noi può farlo perché ognuno di noi ha accesso alla rete o fa parte di qualche social network. Sapevo che ne avrei pagato le conseguenze proprio perdendo quegli amici che oggi -assurdo a dirsi- stanno su posizioni estremamente differenti dalle mie. Questa la mia risposta a uno di loro che voglio condividere con te, Alberto, e che mi ha enormemente addolorato dover scrivere perché la persona a cui mi rivolgo è da qualche anno ormai nel mio orizzonte affettivo e amicale.

    XXX,
    Stamattina ho letto la tua nota. Come tu sai, sono io ad aver scritto quella frase e ne ho scritte molte altre che in questa occasione non ci vedono concordi nelle opinioni. Con una notevole differenza però: tu parli dal fronte interno, io parlo dal sicuro della mia casa. Ti ho pensato in questi giorni e ho letto molti dei tuoi commenti e in molte occasioni, ma spesso quello che hai scritto non mi è piaciuto.
    Vorrei spiegarti il mio punto di vista che poi è quello di molti israeliani che sono contrari a questo eccesso di difesa, che nasce peraltro da una probabile falsità:
    «Due giorni fa il portavoce della polizia israeliana, Micky Rosenfeld, avrebbe rivelato alla Bbc che la leadership di Hamas non è stata coinvolta nel rapimento e l’uccisione dei tre coloni, Naftali Fraenkel, Gilad Shaer e Eyal Yifrah, il 12 giugno scorso. Dietro l’azione, una cellula separata che ha agito da sola».
    Si tratta, senza ombra di dubbio e senza alcun rischio di “sparare sentenze”, di una campagna punitiva, in qualsiasi caso. E’ infatti semplicemente scandaloso che un governo risponda a tre omicidi con più di 1300 uccisioni di innocenti tra cui centinaia di bambini.
    La pace non si costruisce se non con la pace e una difesa tanto funesta e smisurata è sempre da condannare senza se e senza ma. Come ho scritto, avrei condannato una simile strage anche se si fosse trattato dell’Italia, anzi molto di più. Si tratta di Israele e per me non fa differenza. Il fatto che tu mi stimi, mi riempie di gioia e sai bene che ricambio la stima e l’affetto, ma se aggiungi a quanto dichiari che sparo sentenze allora non posso che dirti che mi occupo -come qualsiasi altro studioso che non gira la faccia dall’altro lato- di chi, anziché sentenze, spara missili sulle scuole e sugli ospedali, su bambini e su gente indifesa.
    Vorrei che fosse chiaro che io esprimo un’opinione sulle politiche di un governo di estrema destra la cui azione militare non condivido, non su un popolo o sul suo diritto di permanere in un territorio. Per quanto riguarda le altre guerre –Siria e Ucraina, in primis- sono d’accordo con te: se ne parla poco. Troppo poco. Questo però non può impedire di parlare del conflitto Gaza/Israele e della ferocia della campagna punitiva del governo israeliano che non condivido e non condividerò mai. I giovani comunisti israeliani non vogliono questa guerra e ritengono che la propaganda del governo vada nel verso di aizzare gli animi per giustificare i più di 1300 civili palestinesi morti.
    Che i palestinesi della striscia di Gaza siano poveri, senza acqua, senza medicine, senza elettricità e senza difesa, lo sai anche tu. È considerato uno dei paesi più poveri al mondo, perché dunque una ferocia simile? Quale difesa può giustificare una strage simile? So bene che ci sono stati morti anche a Israele e so bene che sostieni che i tanti morti palestinesi siano dovuti a Hamas e al fatto che abbia impedito loro di lasciare gli edifici su cui sarebbero caduti i missili israeliani. Non credo che tu possa ritenere giusto però il lancio di missili su scuole e ospedali, sulla popolazione civile, e che un “vi avevamo avvertiti” possa giustificare tanto scempio e azioni di cotanta ferocia.
    Sai come ragiono e sai che sono contraria a ogni forma di guerra, di attentato, di violenza, di razzismo e dunque un’azione simile non può che trovarmi contraria. Continuerò a scrivere “io sto con i giovani comunisti israeliani. Io sto con gli israeliani che condannano questa campagna feroce”. E sono tanti. Se tu sei a favore di questa azione gigantesca di un paese gigante contro la popolazione di un paese minuscolo e povero e che vive in uno stato di estrema indigenza, allora in questa occasione la pensiamo in modo molto differente e me ne dispiaccio.
    Ti abbraccio,
    Giusy

  • agbiuso

    luglio 30, 2014

    Senza acqua, senza elettricità, tra il mare e il muro, come topi in trappola, nel terrore assoluto. A questo Israele riduce degli esseri umani. Se questo è un uomo?

  • agbiuso

    luglio 29, 2014

    Sono sempre più convinto di aver fatto benissimo a sostenere il Movimento 5 Stelle. Anche perché è l’unico gruppo parlamentare italiano ad aver formulato dichiarazioni come queste:

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    A Gaza nelle ultime ore il bilancio è salito ad oltre 1.000 vittime, di cui 150 bambini. Circa 17 mila gli sfollati, mentre i raid dell’esercito israeliano continuano a piovere sulla Striscia colpendo indiscriminatamente scuole, ospedali e ambulanze. La Croce rossa palestinese ha parlato di gravi violazioni del diritto internazionale umanitario. E la realtà è che l’Operazione Margine protettivo si sta presentando come la replica dell’Operazione Piombo Fuso, ma la supererà presto in termini di orrore. Genocidio.
    Non è un caso che il Consiglio Onu per i diritti umani abbia deciso di avviare un’inchiesta per accertare eventuali violazioni che potrebbero essere state compiute dall’inizio della crisi. Un’inchiesta che lo stesso premier Netanyahu non ha esitato a definire una parodia, delegittimando così l’autorità della più importante ed estesa organizzazione intergovernativa preposta al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale.

    La nuova escalation di violenze ci ha spinto dunque a sollecitare l’azione del governo affinchè richiami il nostro ambasciatore a Tel Aviv Francesco Maria Talò, come gesto formale per esprimere la condanna dell’Italia all’uso sproporzionato della forza da parte dello Stato d’Israele. #PerCessareIlFuoco.
    Abbiamo formulato 7 proposte, tra cui il blocco immediato di tutte le commesse di armi italiane nei confronti di Israele, lo stop immediato degli accordi commerciali con le aziende israeliane che operano nei territori occupati e l’obbligo per l’Ue di identificare l’origine di ogni prodotto importato dallo Stato israeliano con lo scopo di bloccare le merci fabbricate nei territori confiscati illegalmente. Infine abbiamo chiesto al governo italiano di trovare il modo di essere risarcito quando Hamas o Israele si appropriano indebitamente o distruggono aiuti e sostegni umanitari rivolti alla popolazione, com’è accaduto la scorsa settimana con il Centro per l’infanzia di Um al Nasser “La terra dei Bambini”, struttura finanziata dalla Cooperazione italiana e rasa al suolo dall’esercito israeliano.

    Ciò non giustifica in alcun modo gli atti efferati portati avanti da Hamas nella Striscia e il lancio (altrettanto) indiscriminato di razzi su Israele, che deploriamo con fermezza. Ma i raid scanditi a Gaza, per il MoVimento 5 Stelle, rappresentano oggi una chiara vendetta del governo Netanyahu al sacrosanto rifiuto dei palestinesi di accettare di vivere in un Paese militarmente occupato.
    Mentre in questi giorni si rincorrono le voci per l’estensione di una tregua umanitaria nella Striscia, dobbiamo infatti ricordarci che, seppur si arrivasse ad un cessate il fuoco permanente, per Gaza un ritorno alla “calma” significherebbe un ritorno all’ottavo anno di embargo, un ritorno a un tasso di disoccupazione oltre il 50 per cento, un ritorno alla chiusura dei mercati esteri, all’occupazione, alla mancanza di un sistema sanitario efficiente. Prigionia.

    Israele può continuare a distruggere i razzi di Hamas, ma Hamas finirà per ricostruire le proprie basi di lancio trovando tra i parenti e gli amici dei palestinesi uccisi nuove reclute disposte al martirio. Israele può rovesciare Hamas ed occupare anche la Striscia, ma si ritroverà a combattere uno scenario ostile nel proprio territorio. Può rovesciare Hamas e provare ad interloquire con Al-Fatah, ma non otterrà alcunché, perché ogni fazione che cavalcherà verso Gaza in cima a un carro armato israeliano perderà per sempre la sua legittimità tra il popolo arabo. Israele può.
    Può, se vuole, lei stessa limitare la corsa di Hamas, ad esempio revocando l’inumano blocco delle esportazioni da Gaza verso la regione, dando così nuova linfa all’economia della Striscia. L’unico modo per impedire che vi siano ulteriori vittime è aprire i confini e lasciare che i palestinesi riprendano i contatti con il mondo. Liberarli dalla dolorosa scelta di dover lavorare con Hamas per sopravvivere, o sperare al massimo nell’arrivo di un nuovo cargo di aiuti umanitari, è il primo passo da compiere per giungere a una soluzione pacifica del conflitto. La migliore strategia a lungo termine dello Stato ebraico è riservare speranza nel popolo palestinese, non annientarlo come sta facendo dall’8 luglio scorso.

    Il nostro governo, che di fronte alla richiesta del Consiglio Onu per i diritti umani di aprire una commissione d’inchiesta sulle violenze ha deciso di astenersi, si faccia dunque un profondo esame di coscienza. Perché di fronte alle vittime, invece, noi ci siamo assunti oggi la responsabilità di prendere una posizione chiara a favore della pace. In attesa che il ministro Mogherini svolgesse la sua informativa urgente. Così urgente da essere presentata ben 21 giorno dopo la ripresa delle ostilità. Che tempismo”.

    M5S Camera
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    Fonte: Gaza o mai più!

  • agbiuso

    luglio 28, 2014

    Una bambina palestinese raccoglie i propri libri tra le macerie. Le auguro di leggere ancora a lungo.

    Chomsky_Its-not-war

  • agbiuso

    luglio 28, 2014

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    “Nessuna guerra è più giusta di questa. Dobbiamo essere pronti per una lunga operazione fino a che la nostra missione non sia completata”.
    Lo ha detto il premier Benyamin Netanyahu in una conferenza stampa .
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    Fonte: il Fatto Quotidiano, 28.7.2014

    La “guerra giusta”, l’espressione più chiara del fanatismo e dello sterminio.

  • agbiuso

    luglio 28, 2014

    Come ben sai, caro Pasquale, i missili di Hamas sono soltanto un pretesto, come tanti altri che sono stati utilizzati nei settanta anni di questa guerra diventata poi un massacro unilaterale.
    La realtà è che Israele è -dopo la fine del Sudafrica bianco- l’unico stato al mondo dove esista l’apartheid, l’unico stato fondato su basi razziali. Il resto è conseguenza.
    Il convoglio militare armato sino ai denti suscita gli unici sentimenti possibili: ribrezzo e stizza. Ai quali aggiungerei disprezzo per l’inevitabile servilismo dei militari e odio per la violenza della quale sono portatori.

  • Pasquale D'Ascola

    luglio 27, 2014

    Concludo con questo pensierino della sera che ho postato ahimé in facebook, eccolo qui:

    Penso che i soldati di Israele, se non fossero come tutti i soldati, adesso dovrebbero prendere e tornare a casa, disertare, ammutinarsi. Nel caso, sparare torte in faccia a chi li andasse a cercare. In ritardo ma una rivolta farebbe bene lo stesso. Garofani, garofani rossi e tirare giù la kippa dalla zucca di quell’uomo de panza travestito del primo ministro. Penso che gli israeliti italiani, almeno quelli non intimamente fascisti, dovrebbero andare a Gaza sotto bandiera neutrale a mettere cateteri, o rinunciare a un po’ di clavicembali ben temperati per temperare le matite in quello che resta delle scuole a Gaza. Penso?

    Aggiungo e preciso, ce ne fosse mai bisogno, che il confronto medievale tra due pensieri unici, ebraico e islamico, con in mezzo quello cristiano, mi fa accapponare la pelle, e non mi induce nessuna simpatia né preferenza alcuna. Benché non ami nessun tipo di comunella con organismi umani mi dispiace per quelli che, per pura imprudenza, creduloneria, acquiescenza, confusioni sentimentali e facile ricattabilità rimettono la pellaccia per seguire trombe e tamburi, stelle e gottmituns. Tra hamas e tsahal non vedo la differenza, fatta salva, ripeto, quella quantitativa che è evidenza scientifica. Tra l’altro israele si è dotata di droni antimissile: ci studiassero di più e li perfezionassero e non rompessero i cabbasisi. Tra l’una dirigenza e l’altra sto dalla parte di chi ha perso il negozietto di ciabatte con cui campava una famiglia. E adesso, quale dio lo ascolta, quale sol dell’avvenire. Nada.
    Lunedì sono incappato in un convoglio militare, credo americano, armato fino ai denti, elmettato, catafratto, che sostava in auto l’autostrada, poco dopo monza. Giuro che ho provato ribrezzo e stizza.

  • agbiuso

    luglio 26, 2014

    Sì, Pasquale, le cose stanno esattamente come tu le riassumi, esattamente.
    Terrorismo storico e razziale.

  • Pasquale

    luglio 25, 2014

    Giusto per fare un po’ il grillo parlante e poi perché mi piace la storiografia, ricordo qui che questo di cui si tratta è il terrorismo asserito dall’Irgun fin dalla sua fondazione, si parla degli anni ’20 del secolo scorso; che i nemici a lungo furono gli inglesi da quelle parti; che lo stragismo fu l’arma diletta dell’Irgun e non in chiave difensiva, il piano fu da subito quello di buttare a mare angli e arabi; che contro gli inglesi l’Irgun arrivò a ipotizzare una alleanza con i nazisti, condiderati minor male; che il likud è un discendente diretto dell’Irgun. Non piace che si dica ma sul piano giuridico è Israele un nonsense. Molti ebrei europei lo sanno bene ma figurati chi li ascolta. Basta va che ci si fa solo del male a dire la realtà. Un caro saluto. Ci sentiamo alla conta dei morti.

  • agbiuso

    luglio 25, 2014

    «LEADERSHIP EBRAICA»
    La «soluzione» del Likud per la Striscia

    di Manlio Dinucci

    Il segretario-generale dell’Onu Ban Ki-moon, all’ombra del segretario di stato Usa John Kerry di cui apprezza il «dinamico impegno», sta cercando a Gerusalemme il modo di «porre fine alla crisi di Gaza».
    Sembra però ignorare che qualcuno l’ha già trovato. Il vicepresidente della Knesset, Moshe Feiglin, ha infatti presentato il piano per «una soluzione a Gaza».
    Si articola in sette fasi.
    1) L’ultimatum, dato alla «popolazione nemica», di abbandonare le aree in cui si trovano i combattenti di Hamas, «trasferendosi nel Sinai non lontano da Gaza».
    2) L’attacco colpendo tutti gli obiettivi militari e infrastrutturali «senza alcuna considerazione per gli scudi umani e i danni ambientali».
    3) L’assedio, così che «niente possa entrare o uscire da Gaza».
    4) La difesa, per «colpire con la piena forza e senza considerazione per gli scudi umani» qualsiasi luogo da cui sia partito un attacco a Israele.
    5) La conquista: i militari «conquisteranno l’intera Gaza, usando tutti i mezzi necessari per minimizzare qualsiasi danno ai nostri soldati».
    6) L’eliminazione; le forze armate «annienteranno a Gaza tutti i nemici armati» e «tratteranno in accordo col diritto internazionale la popolazione nemica che non ha commesso malefatti e si è separata dai terroristi armati».
    7) La sovranità su Gaza, «che diverrà per sempre parte di Israele e sarà popolata da ebrei»
    .
    Agli abitanti arabi, che «secondo i sondaggi desiderano per la maggior parte lasciare Gaza», sarà offerto «un generoso aiuto per l’emigrazione internazionale», che verrà però concesso solo a «quelli non coinvolti in attività anti-israeliane».
    Gli arabi che sceglieranno di restare a Gaza riceveranno un permesso di soggiorno in Israele e, dopo anni, «coloro che accettano il dominio, le regole e il modo di vita dello Stato ebraico sulla propria terra» potranno divenire cittadini israeliani.
    Questo piano non è frutto della mente di un singolo fanatico, ma di un uomo politico che sta raccogliendo crescenti consensi in Israele. Moshe Feiglin è il capo della Manhigut Yehudit (Leadership ebraica), la maggiore fazione all’interno del Comitato centrale del Likud, ossia del partito di governo.
    Nell’elezione della leadership del Likud nel 2012, ha corso contro Netanyahu, ottenendo il 23% dei voti. Da allora la sua ascesa è continuata, tanto che in luglio ha aggiunto alla carica di vicepresidente della Knesset quella di membro della influente Commissione affari esteri e difesa.
    Esaminando il piano che Feiglin sta promovendo, sia in Israele che all’estero, si vede che l’attuale operazione militare israeliana contro Gaza comprende quasi per intero le prime quattro delle sette fasi previste.
    Sotto questa luce, si capisce che la rimozione dei coloni israeliani da Gaza nel 2005 aveva lo scopo di lasciare alle forze armate mano libera nell’operazione «Piombo fuso» del 2008/2009.
    Si capisce che l’attuale operazione «Margine difensivo» non è contingente ma, come le altre, parte organica di un preciso piano (sostenuto per lo meno da una consistente parte del Likud) per occupare permanentemente e colonizzare Gaza, espellendo la popolazione palestinese.
    E sicuramente Feiglin ha già pronto anche il piano per «una soluzione in Cisgiordania»
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    Fonte: il manifesto, 25.7.2014

  • agbiuso

    luglio 25, 2014

    Sì, boicottare i prodotti che arrivano da Israele è uno di quei gesti che possiamo compiere per marcare il nostro dissenso rispetto a ciò che su girodivite Lucio Garofalo definisce “la ferocia criminale, disumana e reazionaria dell’estremismo nazi-sionista”.
    Qui l’articolo: Gaza: scontro impari

  • cristina

    luglio 25, 2014

    che dire…nulla più da aggiungere…condivido dal mio “piccolissimo” l’embargo (mini) di coloro che nonn acquistano prodotti che provengono dai paesi che governano le guerre. Al primo posto (oggi) il falso Israele…ma anche le (mie) arance non dovrei acquistare perchè provenienti da chi le armi le fornisce . Dico le MIE poichè anch’io sto attenta alla provenienza degli amati agrumi dall’Italia( leggi Sicilia)…si fa quel che si può…rimane da acquistare l’infradito “made in Brasile” sperando che a produrla non siano i cinesi.

  • Pasquale

    luglio 25, 2014

    Nel mio particulare e benché mi piacciano assai, non compro melegrane né pompelmi di israele. E controllo la provenienza di ogni prodotto alimentare e non. Val poco il mio embargo ma non per me, mi piace il pensiero di poter nuocere ai signori della terra. Abbracci

  • agbiuso

    luglio 25, 2014

    Come commento a un articolo del manifesto di oggi, leggo queste parole di Maurizio Pambieri, che condivido per intero.

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    Il popolo eletto avrá la terra promessa. Dietro questa “divina certezza” risiede tutto il delirio e l’ipocrisia dello Stato di Israele. Uno stato che dopo le ultime elezioni presidenziali é diventato ancor piú xenofobo, razzista , reazionario e imperialista.
    Il risultato di questa politica sará quello che Israele, in fondo ha sempre cercato: l’odio !

  • agbiuso

    luglio 24, 2014

    “È inconcepibile che l’Italia sia il primo paese dell’Unione Europea esportatore di armi da guerra verso i paesi attualmente in conflitto in Medio Oriente.
    Ho presentato un’interrogazione di estrema importanza, per sottolineare la reiterata e perseguita violazione dell’articolo 11 della Costituzione. Nei giorni scorsi, nel pieno del conflitto armato israelo-palestinese, è avvenuta la consegna ad Israele di due aerei da guerra Aermacchi M-346. Oltretutto l’azienda italiana ha, con una nota, subito espresso la propria soddisfazione per l’avvenuta consegna dei jet in tempi record.
    Attendiamo ancora dei chiarimenti dal Ministro della Difesa, e dagli altri ministri competenti, che hanno permesso la consegna di aerei da guerra a paesi attualmente in aperto conflitto armato. Il bollettino di guerra, con più di 600 morti ha ormai raggiunto soglie paragonabili a quelle dei grandi conflitti della storia.
    I bombardamenti, provenienti prevalentemente da e verso la Striscia di Gaza, si susseguono, in modo praticamente ininterrotto, da più di due settimane e la situazione ha già raggiunto dimensioni sociali insostenibili”.

    Vincenzo Maurizio Santangelo, M5S Senato

    Fonte: Aerei da guerra italiani per Israele, 24.7.2014

  • agbiuso

    luglio 24, 2014

    Televideo
    24/07/2014 15:45

    Almeno 17 morti nel bombardamenti di una scuola dell’Onu a Gaza. Circa 200 i feriti. La struttura dell’Unwra si trova a Beit Hanun, nel nord della Striscia di Gaza al momento dell’attacco ospitava molti sfollati. Intanto si aggrava ulteriormente il bilancio delle vittime palestinese, che sono oltre 750. Quasi 5.000 i feriti. I soldati israeliani uccisi sono 32 Hamas si dice pronto ad una tregua se verrà tolto il blocco a Gaza,condizione che Israele difficilmente accetterà. Il Brasile ha richiamato il proprio ambasciatore in Israele, condannando l’uso sproporzionato della forza a Gaza

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    Televideo
    24/07/2014 11:55

    Il Consiglio dell’Onu per i diritti umani ha approvato a Ginevra una risoluzione che chiede una commissione d’inchiesta internazionale su tutte le violazioni nella Striscia di Gaza, che il premier Netanyahu ha liquidato come “una farsa”.
    L’alto commissario dell’Onu per i diritti umani, Pillay, ha accusato Israele di “aver commesso possibili crimini di guerra” e ha anche accusato Hamas di “attaccare i civili in modo indiscriminato”. Durante la riunione d’emergenza del Consiglio, Pillay ha citato recenti esempi di distruzione di case, civili uccisi e casi di bambini tra le vittime.

  • agbiuso

    luglio 24, 2014

    L’Organizzazione delle Nazioni Unite condanna «l’assalto a Gaza» e chiede una commissione d’inchiesta sulle «vaste, sistematiche e flagranti violazioni dei diritti umani e delle libertà dei palestinesi».
    Gli USA votano contro e quindi si blocca tutto.
    L’Italia si è astenuta.
    Ecco dunque alcuni dei nomi dei complici/autori del massacro: Stati Uniti d’America e Italia. Sono cittadino di uno Stato criminale, retto da un governo di banditi.

  • agbiuso

    luglio 22, 2014

    Solidarietà alla Palestina, 98 premi Nobel, artisti e intellettuali chiedono un immediato embargo militare ad Israele

    Israele ha ancora una volta sca­te­nato tutta la forza del suo eser­cito con­tro la popo­la­zione pale­sti­nese impri­gio­nata, in par­ti­co­lare nella Stri­scia di Gaza asse­diata, in un disu­mano e ille­gale atto di aggres­sione mili­tare. L’assalto in corso di Israele su Gaza ha finora ucciso decine di civili pale­sti­nesi, ne ha ferito cen­ti­naia e ha deva­stato le infra­strut­ture civili, com­preso quelle del set­tore sani­ta­rio che sta affron­tando gravi carenze.

    La capa­cità di Israele di lan­ciare impu­ne­mente attac­chi così deva­stanti deriva in gran parte dalla vasta coo­pe­ra­zione mili­tare e com­pra­ven­dita inter­na­zio­nale di armi che Israele intrat­tiene con governi com­plici di tutto il mondo.

    Nel periodo 2008–2019, gli Stati Uniti for­ni­ranno ad Israele aiuti mili­tari per un totale di 30 miliardi di dol­lari, men­tre le espor­ta­zioni mili­tari israe­liane verso il mondo hanno rag­giunto la somma di miliardi di dol­lari all’anno. Negli ultimi anni, i paesi euro­pei hanno espor­tato in Israele miliardi di euro in armi e l’Unione euro­pea ha con­cesso alle imprese mili­tari e alle uni­ver­sità israe­liane fondi per la ricerca mili­tare del valore di cen­ti­naia di milioni di euro.

    Le eco­no­mie emer­genti come India, Bra­sile e Cile stanno rapi­da­mente aumen­tando il com­mer­cio e la coo­pe­ra­zione mili­tari con Israele, nono­stante il loro soste­gno dichia­rato per i diritti pale­sti­nesi.
    Con l’importazione da e l’esportazione verso Israele di armi, insieme al soste­gno allo svi­luppo di tec­no­lo­gie mili­tari israe­liane, i governi del mondo stanno effet­ti­va­mente inviando un chiaro mes­sag­gio di appro­va­zione per l’aggressione mili­tare di Israele, com­presi i suoi cri­mini di guerra e pos­si­bili cri­mini con­tro l’umanità.

    Israele è uno dei prin­ci­pali pro­dut­tori ed espor­ta­tori mon­diali di droni mili­ta­riz­zati. La tec­no­lo­gia mili­tare di Israele, svi­lup­pata per man­te­nere decenni di oppres­sione, è com­mer­cia­liz­zata quale «col­lau­data sul campo» ed espor­tata in tutto il mondo.

    La com­pra­ven­dita di armi e i pro­getti con­giunti di ricerca mili­tare con Israele inco­rag­giano l’impunità israe­liana nel com­met­tere gravi vio­la­zioni del diritto inter­na­zio­nale e faci­li­tano il radi­ca­mento del sistema israe­liano di occu­pa­zione, colo­niz­za­zione e nega­zione siste­ma­tica dei diritti dei palestinesi.

    Facciamo appello alle Nazioni Unite e ai governi di tutto il mondo ad adottare misure immediate per attuare un embargo militare totale e giuridicamente vincolante verso Israele, simile a quello imposto al Sud Africa durante l’apartheid.

    I governi che espri­mono soli­da­rietà con il popolo pale­sti­nese a Gaza, il quale subi­sce il peso del mili­ta­ri­smo, delle atro­cità e dell’impunità israe­liani, devono comin­ciare con l’interrompere tutti i rap­porti mili­tari con Israele. I pale­sti­nesi hanno biso­gno oggi di soli­da­rietà effi­cace, non di carità.

    Fir­mata:

    Adolfo Peres Esqui­vel, Nobel Peace Lau­reate, Argentina
    Ahdaf Soueif , Author, Egypt/UK
    Ahmed Abbas, Aca­de­mic, France
    Aki Olavi Kau­ri­smäki , film direc­tor, Finland
    Alexi Sayle, Come­dian, UK
    Alice Wal­ker, Wri­ter, US
    Ali­son Phipps, Aca­de­mic, Scotland
    Andrew Ross, Aca­de­mic, US
    Andrew Smith, Aca­de­mic, Scotland
    Arch. Desmond Tutu, Nobel Peace Lau­reate, South Africa
    Asca­nio Cele­stini, actor and author, Italy
    Betty Wil­liams, Nobel Peace Lau­reate, Nor­thern Ireland
    Boots Riley, Rap­per, poet, arts pro­du­cer, US
    Brian Eno, Composer/musician, UK
    Bri­gid Kee­nan, Author, UK
    Caryl Chur­chill, play­w­right, UK
    China Mie­ville, Wri­ter, UK
    Chris Hed­ges , Jour­na­list, Puli­tzer Prize 2002, US
    Chri­stiane Hes­sel, France
    Cyn­thia McKin­ney, Poli­ti­cian, acti­vist, US
    David Grae­ber, Aca­de­mic, UK
    David Palumbo-Liu, Aca­de­mic, US
    Eleni Vari­kas, Aca­de­mic, France
    Eliza Robertson, Author,
    Elwira Gross­man, Aca­de­mic, Scotland
    Etienne Bali­bar, phi­lo­so­pher, France
    Fede­rico Mayor Zara­goza, For­mer UNESCO Direc­tor Gene­ral, Spain
    Felim Egan, Pain­ter, Ireland
    Frei Betto, Libe­ra­tion theo­lo­gian, Brazil
    Gerard Tou­louse, Aca­de­mic, France
    Ghada Karmi , Aca­de­mic , Palestine
    Gil­lian Slovo, Wri­ter, For­mer pre­si­dent of PEN (UK), UK/South Africa
    Githa Hari­ha­ran, Wri­ter, India
    Giu­lio Mar­con, MP (SEL), Italy
    Hilary Rose, Aca­de­mic, UK
    Ian Shaw, Aca­de­mic, Scotland
    Ilan Pappe, Histo­rian, author, Israel
    Ismail Coo­va­dia, for­mer South Afri­can Ambas­sa­dor to Israel
    Ivar Eke­land, Aca­de­mic, France
    James Kel­man, Wri­ter, Scotland
    Janne Tel­ler, Wri­ter, Denmark
    Jeremy Cor­byn, MP (Labour), UK
    Joanna Raj­ko­w­ska, Artist, Poland
    Joao Feli­cio, Pre­si­dent of ITUC, Brazil
    Jody Wil­liams, Nobel Peace Lau­reate, US
    John Ber­ger, artist, UK
    John Dugard, For­mer ICJ judge, South Africa
    John McDon­nell, MP (Labour), UK
    John Pil­ger, jour­na­list and film­ma­ker, Australia
    Judith Butler, Aca­de­mic, phi­lo­so­pher, US
    Juliane House, Aca­de­mic, Germany
    Karma Nabulsi, Oxford Uni­ver­sity, UK/Palestine
    Keith Ham­mond, Aca­de­mic, Scotland
    Ken Loach, Film­ma­ker, UK
    Kool A.D. (Vic­tor Vaz­quez), Musi­cian, US
    Liz Loch­head, natio­nal poet for Sco­tland, UK
    Liz Spal­ding, Author,
    Luisa Mor­gan­tini, for­mer vice pre­si­dent of the Euro­pean Par­lia­ment, Italy
    Mai­read Maguire, Nobel Peace Lau­reate, Ireland
    Mar­cia Lynx Qua­ley, Blog­ger and Cri­tic, US
    Michael Lowy, Aca­de­mic, France
    Michael Man­sfield, Bar­ri­ster, UK
    Michael Ondaa­tje, Author, Canada/Sri Lanka
    Mike Leigh, wri­ter and direc­tor, UK
    Mira Nair, film­ma­ker, India
    Monika Str­ze­pka, thea­tre direc­tor, Poland
    Naomi Wal­lace, Play­w­right, scree­n­w­ri­ter, poet, US
    Nathan Hamil­ton, Poet ,
    Noam Chom­sky, Aca­de­mic, author, US
    Nur Masa­lha, Aca­de­mic, UK/Palestine
    Nurit Peled, Aca­de­mic, Israel
    Paola Bac­chetta, Aca­de­mic, US
    Phyl­lis Ben­nis, Policy ana­lyst, com­men­ta­tor, US
    Pra­b­hat Pat­naik, Eco­no­mist, India
    Prze­my­slaw Wiel­gosz, Chief edi­tor of Le Monde Diplo­ma­ti­que, Polish edi­tion, Poland
    Rachel Hol­mes, Author, UK
    Raja She­ha­deh, Author and Law­yer, Palestine
    Rashid Kha­lidi, Aca­de­mic, author, Palestine/US
    Rebecca Kay, Aca­de­mic, Scotland
    Richard Falk, For­mer UN Spe­cial Rap­por­teur on Occu­pied Pale­sti­nian Ter­ri­to­ries, US
    Rigo­berta Men­chú, Nobel Peace Lau­reate, Guatemala
    Robin D.G. Kel­ley, Aca­de­mic, US
    Roger Waters, Musi­cian, UK
    Robin Yassin-Kassab, Wri­ter, UK
    Roman Kur­kiewicz, jour­na­list, Poland
    Ron­nie Kasrils, For­mer mini­ster in Mandela’s gov’t, South Africa
    Rose Fen­ton, Direc­tor, the Free Word Cen­tre, UK
    Sabrina Mah­fouz, Author, UK Saleh Bakri, Actor, Palestine
    Selma Dab­bagh, Author, UK/Palestine
    Sir Geof­frey Bind­man, Law­yer, UK
    Sla­voj Zizek, Phi­lo­so­pher, author, Slovenia
    Sonia Dayan-Herzbrun, Aca­de­mic, France
    Ste­ven Rose, Aca­de­mic, UK
    Tom Leo­nard, Wri­ter, Scotland
    Tunde Ade­bimpe, Musi­cian, US
    Vic­to­ria Brit­tain, Play­w­right and jour­na­list, UK
    Wil­lie van Peer, Aca­de­mic, Germany
    Zwe­lin­zima Vavi, Secre­tary Gene­ral of Cosatu, South Africa
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    Fonte: il manifesto, 22.7.2014

  • Pasquale

    luglio 21, 2014

    Ecco non è nemmeno una guerra, nemmeno.P

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