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Quelli che…Heidegger, oh yeah

Quelli che…Heidegger, oh yeah

Quelli che…«Heidegger era un montanaro»…
Quelli che…non vedevano l’ora di azzannare un filosofo…
Quelli che…non vedevano l’ora di azzannare un filosofo che non capiscono…
Quelli che…non vedevano l’ora di azzannare un filosofo che non sono interessati a capire…
Quelli che…odiano Heidegger perché sono husserliani…
Quelli che…«Heidegger non si è mai pentito»…
Quelli che…i Quaderni neri non è per il colore della copertina…
Quelli che…di migliaia di pagine contano soltanto quelle
Quelli che…parlano di Heidegger e non hanno mai letto Essere e tempo
Quelli che…non hanno letto Essere e tempo, non lo leggeranno mai e se ne vantano…
Quelli che…anche se Heidegger durante il regime nazista tenne delle lezioni su Nietzsche che nulla hanno di nazista…«questo non conta»…
Quelli che…«Heidegger mi sta antipatico»…
Quelli che…hanno provato a leggere Heidegger e «ma che palle»…
Quelli che…«Heidegger detesta la modernità»…vero, e dunque?
Quelli che…anche se Heidegger ebbe molti amici e allievi ebrei…«questo non ha importanza»…
Quelli che…leggono anche la filosofia con gli schemi della ‘destra’ e della ‘sinistra’…
Quelli che…la differenza ontologica…«che cosa sarà mai?»
Quelli che…invece sono coltissimi…ed è peggio…
Quelli che…in nome della libertà vogliono sempre chiudere la bocca (e la penna) a qualcun altro…
Quelli che…Platone era uno schiavista e Heidegger era un nazista, «e ho detto tutto»…
Quelli che…si vogliono vendicare della grandezza alla quale non arrivano …
Quelli che…la filosofia non è cosa per loro, anche se magari ci scrivono sopra e hanno pure il titolo…
Quelli che…fiutano il vento e stanno sempre dalla parte di chi sembra vincere, prima con Heidegger, ora contro Heidegger…
Quelli che…la colpa è dell’ermeneutica…
Quelli che…Heidegger…
oh, yeah

[127 anni fa -il 26 settembre del 1889- nasceva Martin Heidegger. L’ho voluto ricordare ispirandomi a Enzo Jannacci. Chi vuole documentarsi meglio può leggere:
In defence of Heidegger di Jonathan Rée (12 marzo 2014)
Heidegger. I Quaderni neri? Appunti di un piccolo borghese assillato dal destino di Eugenio Mazzarella (11 febbraio 2015)
Una mia recensione al primo volume dei Quaderni neri (10 dicembre 2015).
Consiglio soprattutto la lettura del testo secondo me più importante sulla questione dei taccuini heideggeriani: Martin Heidegger. La verità sui Quaderni neri di Friedrich-Wilhem von Herrmann e Francesco Alfieri. Spero di poter scrivere nei prossimi mesi su questo libro esemplare sia da un punto di vista filologico sia in una prospettiva ermeneutica.
Infine, la rassegna bibliografica completa di tutto ciò che viene pubblicato in italiano sui Quaderni di Heidegger: Zanzibar].

11 commenti

  • agbiuso

    settembre 30, 2016

    E c’è chi accusa Heidegger ma poi aderisce a progetti politici e accademici nei quali, come si mostra in questo articolo di Roars, il governo Renzi-Verdini-Alfano va oltre Mussolini.

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    Cattedre Natta. Si scopron le tombe, si levano i morti, i Perotti nostri son tutti risorti
    Di Redazione ROARS 30 settembre 2016 ore 17:00

    La dichiarazione del responsabile dell’Autorità Nazionale AntiCorruzione (ANAC) Raffaele Cantone ha ridato voce a una retorica che non si vedeva così violenta dal 2008-2010: baroni, corruzione, nepotismo, cattedre create ad-hoc. Ma cosa ha detto davvero Cantone? Ha detto che la legge Gelmini “ha finito per creare più problemi di quanti ne abbia risolti”, cioè che ANVUR e i suoi parametri oggettivi, le mediane, le liste di riviste di classe A, i commissari stranieri e compagnia hanno creato più problemi di quanti ne abbiano risolti. Perché questa dichiarazione e perché proprio ora? Non certo per ridare fiato a polemisti ormai felicemente dimenticati. Forse perché il governo sta per varare una “contromisura”: le Cattedre Natta per finanziare la chiamata diretta di 500 docenti scelti senza concorso. E chi sceglierà i magnifici 500? Si dice che nel decreto sia previsto che sia il Presidente del Consiglio a nominare i presidenti delle commissioni che a cascata nomineranno i commissari. Avremo così un gruppo di superdocenti di nomina governativa che guideranno la normalizzazione dell’università italiana: basta gufi e professoroni. Se fosse così, mentre i baroni ed i loro nemici discutono sulla fuga dei cervelli, si verificherebbe una svolta nel disegno di centralizzazione del potere e controllo sulla scienza: dalla fase del lysenkismo anvuriano ad un modello di matrice nord-coreana.

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    La dichiarazione del responsabile dell’Autorità Nazionale Anti Corruzione (ANAC) Raffaele Cantone al convegno dei direttori amministrativi delle università a Firenze del 23 settembre scorso ha ridato voce a una retorica che non si vedeva così violenta dal 2008-2010. Baroni, corruzione, nepotismo, cattedre create ad-hoc. E per l’occasione sono stati rispolverati reperti che ormai neanche più ricordavamo.
    Ma prima di parlare di questo, forse vale la pena vedere cosa ha detto davvero Cantone a Firenze. Non ci risulta esista una registrazione. Per cui riportiamo virgolettati da giornali:

    “Siamo subissati di segnalazioni su questioni universitarie, soprattutto segnalazioni sui concorsi” (La Repubblica)
    “Non voglio entrare nel merito, non ho la struttura né la competenza, ma la riforma Gelmini secondo me ha finito per creare più problemi di quanti ne abbia risolti. (IlSole24Ore)
    “Subissati dalle segnalazioni sulla corruzione nelle università. E per colpa della riforma Gelmini. (La Stampa)

    Proviamo a tradurre: la legge Gelmini, cioè l’abilitazione scientifica nazionale ed il sistema dei concorsi locali, “ha finito per creare più problemi di quanti ne abbia risolti”. L’introduzione dell’ANVUR e dei suoi parametri, la riduzione della discrezionalità dei baroni limitati dalla oggettività degli indicatori bibliometrici, dalle liste di riviste di classe A e compagnia, “ha creato più problemi di quanti ne abbia risolti”.
    A fronte di un giudizio così netto, Maria Stella Gelmini ha fatto sentire la sua voce:
    la riforma «aveva l’obiettivo di rendere i concorsi meno discrezionali, super partes e orientati alla meritocrazia. Non voglio dire che la mia riforma sia la panacea di tutti i mali, sicuramente bisogna fare di più, ma in nessun caso bisogna tornare indietro». (IlSole24Ore)
    Ovvio che la Gelmini si difenda, peraltro in forme assai moderate. Più strano che L’Unità (sì L’unità) corra in soccorso della ex-ministra; scrive tal Silvio Greco, biologo, che ormai grazie alla L240/2010, all’abilitazione e alle mediane “nessuna commissione può derogare … facendo diventare un asino professore”. Cantone, sempre secondo l’Unità, si è probabilmente sbagliato: “forse sta commentando ricorsi fatti molti anni or sono”.

    Le parole di Cantone, hanno avuto larghissima eco sui giornali. L’attenzione della stampa non si è concentrata però sulla critica alla legge Gelmini, ma alla questione della connessione tra “corruzione” e “cervelli in fuga”. A questo fine sono stati tirati in ballo cervelli in fuga chiamati ognuno a raccontare la propria storia e la propria esperienza del malaffare universitario italiano.
    E’ stata rispolverata una ricerca, altrimenti dimenticata, sulle omonimie. E’ stato risuscitato il libro di Roberto Perotti, che a distanza di otto anni si era ormai trasformato in un libro cult per circoli ristretti di economisti e eccellenti collaboratori dell’ANVUR. Approfittando dell’occasione si è riaffacciato dalle colonne de L’unità anche Pietro Ichino che ha rilanciato l’idea (del fratello Andrea) di alzare le tasse universitarie e al contempo prestare soldi agli studenti per pagarle. Per sconfiggere la “peste dei concorsi universitari”, bisogna che gli studenti finanzino “votando con i piedi” i professori (slogan caro all’anvuriano Daniele Checchi), spostandosi cioè dove ci sono i professori bravi.

    La Redazione Roars era lì ad aspettare di capire cosa stesse succedendo. Un attacco di queste dimensioni e proporzioni non si vedeva da anni. Per vedere cosa si nascondeva dietro la polvere, ci siamo detti, aspettiamo Renzi alla presentazione di Human Technopole. Invano, quel giorno si è parlato del ponte sullo stretto.
    La spiegazione potrebbe essere allora molto semplice. L’aveva suggerita fin da subito Francesco Margiocco, giornalista del Secolo XIX, attento osservatore dell’università. Per superare il fallimento della Gelmini

    “Il governo sta per varare una contromisura: un fondo intitolato al Nobel Giulio Natta per finanziare la chiamata diretta di 500 docenti scelti, senza concorso, tra i migliori ricercatori italiani e stranieri”

    Ed ecco il giorno dopo la conferma sul Messaggero:
    Secondo Francesca Puglisi, PD, componente della VII commissione istruzione pubblica:
    “Il decreto Natta sarà una sperimentazione per la selezione dei docenti universitari. Potrebbe rivelarsi un procedimento da estendere a tutti i docenti universitari, non solo alle supercattedre”.
    Fa bene Francesco Margiocco a ricordare che in passato le chiamate dirette hanno creato proprio i problemi che secondo il governo dovrebbero risolvere: chiamate di figli di politici e di baroni, oltreché chiamate di prestigiosi docenti da università estere, che in quelle università studiavano ma non insegnavano.
    A noi però preoccupa un’altra questione (oltre a quelle già sollevate qualche tempo fa). Si dice che nel Decreto si preveda che i presidenti delle commissioni che sceglieranno i 500 superprofessori siano nominati direttamente dalla Presidenza del consiglio. Noi non ci vogliamo credere. Non ci possiamo credere.
    Neanche Benito Mussolini si spinse alla nomina diretta delle commissioni per la scelta dei professori
    .

    Se le cose stanno davvero così, mentre i baroni ed i nemici dei baroni si accapigliano sulle cause dei cervelli in fuga, ci vedremo servire un gruppo di superdocenti di nomina governativa che guideranno la normalizzazione dell’università italiana, dove, com’è noto, con le regole attuali, continuano a sopravvivere, in realtà sempre con più difficoltà, gufi e professoroni.
    Un disegno di centralizzazione del potere e controllo sulla scienza che, attraversata la fase del lysenkismo anvuriano, ci riserva ora una svolta in chiave nord-coreana.

  • diego

    settembre 30, 2016

    Sinceramente, ai detrattori di Heidegger per la questione nazismo ricordo che solo pochi docenti delle università italiane si rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo furono, mi pare, diciotto. Forse non era un filosofo, e che filosofo, Gentile? Forse che non era una grande studioso ed esploratore Giuseppe Tucci? Forse che non fu architetto importante il Piacentini?

    Essere antifascisti (ma sinceri, non per interesse di bottega…) è sacrosanto, ma brandire l’antifascismo come padella per menar colpi in faccia a chi non ci piace o non comprendiamo, è il modo più stupido di ridicolizzare l’antifascimo stesso

    • agbiuso

      settembre 30, 2016

      Caro Diego, il tuo riferimento all’obbligo di fedeltà al fascismo imposto ai docenti italiani è del tutto opportuno e corretto. Così come i nomi che hai formulato, ai quali si potrebbero aggiungere quelli di Ungaretti, Pirandello, Norberto Bobbio e numerosi altri. Lo stesso potrebbe valere per l’obbedienza allo stalinismo e in generale ai poteri costituiti.
      Giudicare un pensiero teoretico o estetico a partire dai limiti politici di chi lo ha generato è insensato e volgare. Nel caso di Heidegger la questione è ancora più grave, poiché questo filosofo aderì per pochi mesi al movimento nazionalsocialista, per poi allontanarsene in modo radicale. Anche questo dimostra il libro di von Herrmann e Alfieri che ho citato nel testo.

      • diego

        settembre 30, 2016

        Grazie caro Alberto. Io penso che la superficialità, il blaterare tanto per sentirsi grandi quando in realtà si è piccoli, è il peggior difetto di tanti pseudo intellettuali. Guarda, anche una sola paginetta dal prezioso volumetto di adelphi che mi hai consigliato, «il concetto di tempo», spazza via il cicaleccio fastidioso. Molto hai ripreso da Heidegger, immettendovi poi la linfa appassionata di chi è comunque nato alle pendici del vulcano. Ma è chiaro che sulla centralità del tema della temporalità, lo studio di Heidegger ti ha plasmato

        scusa scrivo a braccio fra un impegno e l’altro…

        • agbiuso

          settembre 30, 2016

          Sono assai contento, Diego, che Il concetto di tempo sia da te valutato per quello che è: un piccolo capolavoro di filosofia teoreticamente rigorosa e capace per questo di illuminare l’esistenza.
          Sì, già tanti anni fa Heidegger mi fece comprendere che di tempo siamo fatti. Cerco di pensare questa nostra identità temporale andando anche al di là di Heidegger. L’antica metafora di Bernardo di Chartres sul nostro essere dei nani sulle spalle dei giganti -che proprio perché stanno sulle loro spalle vedono più lontano- è sempre vera.

  • agbiuso

    settembre 29, 2016

    Cari amici, le vostre riflessioni sono diverse tra di loro e quindi arricchiscono la questione da punti di vista complementari.

    Sì Pietro, “dopo Heidegger la filosofia non è stata più la stessa”, come è accaduto dopo Platone, Kant, Nietzsche. Anche con questa potenza teoretica heideggeriana si spiega il patetico -e spesso intellettualmente poco onesto- accanimento di molti verso questo pensatore. Se Heidegger è stato ciò che costoro dicono essere, perché non lo lasciano nel silenzio e al suo destino? Perché dedicare un’intera vita di ricerca e di studio a demolire invece che a comprendere? Atteggiamenti siffatti si spiegano anche alla luce del concetto nietzscheano di risentimento.

    Hai ragione Pasquale. So bene che cosa succede se proviamo a togliere “la cattedra di sotto ai detrattori o ai laudatori di ogni specie”, restano piccole vite fatte di astio e di bassezza. Restano “quelli che…si vogliono vendicare della grandezza alla quale non arrivano…”

    • Pasquale

      settembre 29, 2016

      Precisamente. So es ist im Leben – Il mio primo tedesco, vol primo-Ed. Loescher ,1972

  • Pasquale

    settembre 29, 2016

    Inaspettata mattina di libertà che ti dedico per un commento appena appena più elaborato del precedente. Caro Alberto tu sai benissimo che il resto del mondo vive non solo di passioni inutili ma utili a mettersi in mostra, ma anche di necessità feroci, una per tutte quella di un bouc émissaire. Ci vuole un intelligente per giustificare, anzi per dimostrare l’esistenza in vita di bande, consorterie e di semplici Verdurin. E ci vuole un intelligente che sia pronto a sacrificarsi o perlomeno abbastanza distratto da lasciarsi fare. La vicenda di Nietzsche, ma di Spinoza, e di chi ancora, ne fa fede. Scienza e cultura non salvano lo schiavetto dal prono adeguarsi a un’opinione ben confezionata. Il nostro, quello in cui siamo nati, peraltro è stato il secolo delle opinioni forti senza costrutto. Create dalla stampa o da chi ha avuto il bel becco di costruirle. È stato il secolo della propaganda il cui prodotto interno lordo è lordo di imbecillità. E non solo. Il tuo essere filosofo non ha bisogno di ateneo per manifestarsi. Facessi il benzinaro sull’autostrada Messina-Palermo, il tuo pensare non cambierebbe di un’ette. Questo credo valga per i montanari di tutte le specie. I nostri Greci non avevano cattedre da cui scagliarsi contro o a favore di nessuno. Togli la cattedra di sotto ai detrattori o ai laudatori di ogni specie e sai che cosa resta di loro. Commentatori del Corriere della Sera, a volte nemmeno, solo lettori ossequiosi. AMne e arrivederci.

  • Pietro Ingallina

    settembre 28, 2016

    Dopo Heidegger la filosofia non è stata più la stessa. Già questo dovrebbe bastare per assumerci la portata del suo pensiero e ciò che quest’incontro comporti di volta in volta.
    Anche nell’Accademia americana – gli analitici “cosiddetti”, “cosiffatti” – se ne sono resi conto, tant’è che più che perpetrare gli attacchi o seguitare ad eluderlo, hanno compreso di doverlo assimilare in qualche modo. La Dialettica dell’illuminismo conferma ancora la sua implacabile validità.

  • I “Quaderni neri” di Heidegger – ZANZIBAR 2015-2016

    settembre 28, 2016

    […] Alberto Giovanni Biuso Quelli che… Heidegger, oh yeah […]

  • Pasquale D'Ascola

    settembre 27, 2016

    Ssi che il sarcasmo non può che deliziarmi. Delizioso. P.

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