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Libertà di espressione

Il 7 gennaio ho scritto di getto a proposito del massacro di Charlie Hebdo poiché quel giorno è stata colpita nel modo più violento e ripugnante la libertà di parola, anche la libertà di bestemmiare. Cosa che la rivista parigina fa costantemente contro i simboli ebraici, cristiani, islamici. Penso infatti che l’essere umano sia tempo e linguaggio, che Homo sapiens sia un animale simbolico e che dunque la libertà di esprimere ciò che pensa –qualunque cosa pensi– sia una funzione intrinseca al suo essere. Spinoza ha argomentato con grande chiarezza che agli individui si può proibire di parlare ma non di pensare (o almeno per fortuna non ancora) e che dunque il risultato di ogni censura è l’ipocrisia collettiva. Secoli di storia del potere, degli Stati moderni, delle Inquisizioni lo dimostrano. E quindi si debbono eventualmente perseguire le azioni e mai le parole in modo che le controversie dottrinali non si trasformino in scatenata violenza: «& quod ad seditiones attinet, quæ specie religionis concitantur, eæ profecto inde tantum oriuntur, quod leges de rebus speculativis conduntur, & quod opiniones tanquam scelera pro crimine habentur, & damnantur; quarum defensores et asseclæ non publicæe saluti, sed odio ac sævitiæ adversariorum tantum immolantur. Quod si ex jure imperii non nisi facta arguerentur, & dicta impune essent, nulla juris specie similes seditiones ornari possent, nec controversiæ in seditiones verterentur» (Tractatus theologico-politicus, Præfatio, § 7).
Pertanto io credo che la libertà di espressione non debba avere alcun limite, poiché appena si cominciano a porre dei confini, rischia di essere prima o poi cancellata. Contro ogni atteggiamento autoritario travestito da garanzia collettiva, penso che tale libertà debba essere garantita a qualunque idea, anche a quella che -secondo i criteri di una determinata società- appare la più ‘aberrante’: che sia l’eliocentrismo per la comunità scientifica antica, il cristianesimo per i politeisti, il politeismo per i cristiani, l’ateismo per il medioevo (e oltre), la blasfemia per le società musulmane, il nazionalsocialismo per le società democratiche, lo stalinismo per la società nordamericana, il fondamentalismo islamico e il razzismo per le società politicamente corrette.
Chi si dovesse sentire personalmente insultato da qualcuno, può ricorrere ai tribunali imputando di diffamazione chi lo ha attaccato. Ma chiedere che i tribunali condannino ciò che viene detto o scritto sui princîpi che per l’uno o l’altro sono indubitabili, fondamentali, venerabili, oppure che -peggio- delle leggi proibiscano preventivamente la formulazione di idee, concetti e anche pregiudizi significa che si è falsamente libertari, significa che si vuole la libertà di parola per le parole con le quali concordiamo. Rosa Luxemburg ha ben detto che «Freiheit ist immer nur Freiheit des anders Denkenden [la libertà è sempre solo la libertà di chi la pensa diversamente]» (Zur russischen Revolution, IV).
La libertà di espressione non si deve fermare davanti a nessun principio, nessun dogma politico-culturale, nessun libro ‘rivelato’. Se sembrava ovvio che nessuno dovesse venir inquisito o ucciso per le sue bestemmie, ora ci accorgiamo di avere ancora bisogno dell’illuminismo e della sua dimensione radicale, eversiva dell’ordine della parole.
Attenderei inutilmente la solidarietà del Foglio o della Lega Nord con chi dovesse disegnare la Madonna come una prostituta. E temo che attenderei altrettanto vanamente la solidarietà dei ‘democratici’ (per autodefinizione) nei confronti dei negazionisti dello sterminio ebraico. E infatti ora molti esponenti della destra cominciano a capire che Charlie Hebdo bestemmia pure la trinità -e prendono quindi le distanze-, molti esponenti della sinistra cominciano a capire che Charlie Hebdo è un po’ razzista -e prendono quindi le distanze. E nell’orgia dello ‘scontro di civiltà’ il potere si va appropriando per i propri scopi dell’azione  di un gruppo di fanatici «sottomessi» al Profeta: capitali militarizzate, richiesta di leggi speciali, moltiplicazione dei controlli, estendersi delle censure. Al di là della retorica spettacolare del Je sui Charlie il massacro contro Charlie Hebdo rischia di trasformarsi in un’ulteriore occasione per «sorvegliare e punire».

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[…] mascherato da Giochi Olimpici. Ho infatti sempre spinozianamente sostenuto il diritto di assoluta libertà di espressione da parte di chiunque e su qualsiasi tema. Tale libertà deve dunque valere per tutti: per Jolly che prende in giro la fede cristiana o […]

Eccomi di nuovo, Prof. 🙂 Stavolta le segnalo un articolo sul tema amato e sofferto della libertà d’espressione, in particolare sul senso, i limiti e le possibilità della satira: http://www.glistatigenerali.com/relazioni/la-vignetta-di-charlie-hebdo-spiegata-a-mia-madre/
Un caro saluto, L.

Grazie a lei, Professore, dell’efficacissima sintesi (di questa e di quella con cui mi ha risposto in Come europei).
Per questa vignetta ho visto persone non soltanto indignarsi ma anche giustificare la violenza della vendetta fisica (ad esempio dei genitori che hanno perso i loro figli sotto le macerie), provando ancora una volta e senza volerlo quanto siamo lontani, anzi impermeabili, alle idee di Spinoza e alle istanze dell’illuminismo radicale, alle fondamentali parole : “io credo che la libertà di espressione non debba avere alcun limite, poiché appena si cominciano a porre dei confini, rischia di essere prima o poi cancellata”. “Siamo”, vale a dire noi della specie capace di argomentazione e di cultura – evidentemente entro ben ristretti limiti di cui i più ignorano del tutto o dimenticano a convenienza il senso.

Egr. prof. Biuso,
mi è stato indicato il Suo articolo come un esempio di pensiero liberalista e illuminato. L’ho letto con attenzione e, nonostante sia con Lei nelle premesse del discorso, non ne condivido le conclusioni. Anzi, LA CONCLUSIONE. Lei conclude affermando perentoriamente che “la libertà di espressione non debba avere alcun limite” e adduce come giustificazione quella che, in realtà, è solo un’ipotesi di rischio: appena si cominciano a porre dei confini, [la libertà] rischia di essere prima o poi cancellata.
Le espongo le mie perplessità in due punti, legati tra loro.
1.
Questo rischio che Lei paventa non mi sembra si sia verificato nel divenire storico delle società – cosiddette – occidentali. È innegabile che, praticamente in tutte le società di tradizione giudaico-cristiana, la libertà di espressione, di culto, di costume, di orientamento sessuale e così via, nel corso della storia, è viepiù aumentata. E, La invito a riflettere, che questo non è successo grazie ad un totale sdoganamento della libertà di espressione, ma piuttosto grazie ad una CULTURA LIBERALE che ha però posto dei limiti alla libertà d’espressione, in particolar modo introducendo (in tutti gli ordinamenti giuridici nazionali di mia conoscenza) un qualche tipo di “delitto di oscenità”. In questo modo, i limiti posti dalla nostra società ad una libertà di espressione “totale” sono stati spostati, in modo lento, ma continuo e crescente (e senza strappi), in direzione liberale. Ciò ha evitato ed evita che, ad esempio, una satira oscena a sfondo religioso provochi un’indignazione tale da portare ad eventi di cronaca ben noti e, anche se non si arriva a ciò, provoca comunque un sentimento di rivalsa, vendetta, rabbia e anche odio da parte di chi si sente offeso (in questo caso i musulmani) verso coloro ai quali viene imputata l’offesa (i cristiani). Cosa si considera osceno lo definisce in modo intelligentemente elastico il nostro legislatore con una formula (art.529 c.p.) che fa capo al “comune sentimento” e che quindi si lega al naturale sviluppo storico e socio-culturale di una società.
2.
Se Lei, come afferma all’inizio del Suo articolo, considera l’homo sapiens un animale simbolico, come può poi non vedere nell’offesa simbolica una violenza medioevale? È universalmente condiviso che nessuno ha la libertà di prendere a schiaffi un’altra persona, però estremizzando (ma neanche tanto) il Suo ragionamento sarebbe lecito offendere i simboli religiosi che, per alcuni, rappresentano la parte più intima, più alta e più importante della vita. La libertà di offendere simboli sacri non presuppone forse che gli esseri umani si spoglino di tutta la loro sensibilità facendosi scivolare addosso ogni cosa che non sia meramente meccanica (tipo un pugno in faccia)? E in che maniera una società di questo genere si concilierebbe con l’essere “simbolico” dell’uomo?
In nessun modo sto sostenendo un limite alla critica o all’espressione di nuove o vecchie idee per quanto bislacche e/o repellenti possano sembrare alla maggioranza di noi, perché è la facoltà critica insieme alla creatività umana che hanno portato al progresso scientifico, filosofico, morale e così via, per cui, che ci sia completa libertà di dissertare e speculare su ogni dimensione dello scibile umano. Tuttavia questa legittima libertà totale verso le IDEE non può e non deve trasformarsi in una libertà di espressione tout court.
Per esemplificare e concludere: che ben vengano (si fa per dire) i negazionisti della shoah, i teorici delle razze superiori e inferiori, gli adulatori di satana, i sostenitori della relazione sessuale tra Gesù e Maddalena e così via, ma personalmente mi piacerebbe vivere in un mondo dove nessuno possa pubblicare impunemente immagini comiche di ebrei seviziati nei campi di sterminio o di Gesù che ha un rapporto orale con Maometto o altre libere espressioni che offendono il comune sentimento di cui parlavo sopra, che non è né obiettivo, né definitivo ma che, proprio per questo, garantisce il continuo espandersi dell’ambito dove la libertà di espressione può muoversi minimizzando il rischio di seminare odio sociale e di spingere chi non si sente tutelato dall’ordinamento a sentirsi LIBERO di farsi giustizia da sé.

siamo pronti alla società orwelliana

Secondo me hai totalmente ragione, nel senso che è così. Anzi non è che siamo pronti, ci siamo proprio dentro. Però avrei una piccola notazione sul verbo «siamo».
Ovviamente qui porto la mia concezione dell’umanità, con tutti i suoi limiti.
Karl von Frisch, nel suo magnifico saggio sul linguaggio delle api, spiega che solo il 10% delle api è esploratrice, porta innata curiosità e senso del rischio, mentre il 90% segue le indicazioni ricevute e non devia dai percorsi consolidati.
Così anche gli umani, secondo me. La tendenza all’esser conformi è tipica della maggioranza, tanto che questo è uno dei problemi insolubili della democrazia (vedi Ortega y Gasset).
Dopo queste orrorose frasi, prometto che per un po’ non disturbo le tue, da me amate, pagine.

Caro Alberto, quel che scrivi in risposta all’intelligente domanda del Luca, è senz’altro condivisibile, anche se mi pare di ravvedere un perimetro definito, sotteso, in questa libertà di espressione. È, del resto per uno studioso comprendo che è fondamentale, l’ambito culturale, scientifico, filosofico. Ma quel che mi sovviene è invece una domanda, che ad un filosofo si puo’ porre perchè è un soggetto in grado di comprenderla. C’è un confine davvero preciso fra la parola e l’azione? Sicuramente c’è in moltissimi casi, ma quando la parola si fa tentativo di incardinare una prassi, non è essa parte dell’azione? Il mai tramontato barbuto di Treviri, scriveva parole perché restassero parole, o non voleva forse che la sua filosofia agisse, scardinasse rapporti concreti di produzione, spingesse ad un’azione che non voleva rimanere solo nelle parole? Spero la mia domanda sia chiara, carissimo Alberto, nel limite che tutte le parole hanno nell’acciuffare il pensiero.

Mi dispiace, caro Professore, che abbia risposto in modo un po’ piccato ad una semplice domanda che avevo posto qualche giorno fa.
Avevo letto le Sue considerazioni sulla libertà di espressione assoluta da Lei propugnata, ma semplicemente non ero e non sono convinto che la questione possa essere risolta semplicemente ponendo tale dogma, senza porsi dubbi ulteriori.
Avevo quindi proposto un caso emblematico in cui tale libertà non viene generalmente consentita, né sul piano teorico dei princìpi né su quello pratico delle sanzioni giuridiche.
Tutto qui. Prendo atto (se non ho frainteso la Sua risposta) che anche tale ipotesi rientra nel Principio Assoluto da Lei affermato.

A me però restano numerosi dubbi, tra i quali (per citarne solo un paio):
1) l’equiparazione tra la libertà di pensare e quella di parlare (e perché, allora, non anche di agire? non è forse vero che a volte, come si afferma comunemente, la lingua ferisce più della spada?);
2) ammettere poi il ricorso ai tribunali da chi si sente “personalmente insultato”, non significa per l’appunto riconoscere che la libertà utilizzata da qualcuno ha oltrepassato i confini di ciò che è lecito? O stiamo forse discutendo solo del principio che FISICAMENTE (senza tappare la bocca altrui, o in altro modo) non sia giusto limitare la libertà di espressione degli altri? In quest’ultimo caso, penso che potremmo essere tutti d’accordo, ovviamente.

Cordiali saluti

Se la concezione che tu hai della satira fosse stata quella dello staff di Charlie non avrei avuto problemi ad accettarla. Come nessuno di noi in genere ha problemi ad accettare quella di Forattini, di ElleKappa, di Vauro, di Striscia la notizia, ecc. Ma così non è. Quella di Charlie appare, almeno stando alle cover che puoi vedere in Google, del tutto gratuita, fuori luogo, assurdamente esagerata… In Italia avrebbe subito mille denunce: in rete esiste un pool di avvocati cattolici che vanno a caccia di siti che irridono il papa, proprio per poterli querelare.
Da noi Forattini subì una ventina di denunce da Craxi, Occhetto, D’Alema ecc. e lui se ne è sempre vantato, perché così può far la parte del perseguitato. Ma le querele non le pagava lui. E in ogni caso non ci si può trincerare dietro la satira pensando di poter dire qualunque cosa. Ovidio si pentì mille volte d’averlo fatto, ma Ottaviano lo lasciò morire in esilio. Chi non è capace di autolimitarsi, è destinato a pagarne le conseguenze, in un modo o nell’altro. Lenin diceva che la libertà d’espressione trova un limite nella libertà d’associazione.

«Prendere in giro uno come Hitler, che s’è chiaramente comportato come una persona disumana ed è stato condannato dalla storia, non può destare riprovazione»

Buon Galavotti, in effetti, lo scrivo come notazione psicologica, a me il video ha suscitato una sensazione esattamente opposta, perchè il «prendere in giro» è a suo modo un avvicinare, un addomesticare, un giocare assieme, un «macchiettizzare», quindi se posso avere delle riserve le ho in senso opposto

comunque, io credo che la satira dovrebbe essere, in ogni caso, proprio quella «zona franca» dove si puo’ andare sopra le righe, dove appunto ci si toglie le corazze e si danza insieme col nemico, con l’antagonista

quel che mi fa paura del nostro tempo è che non si puo’ più scherzare, non si puo’ più ridere

«Hitler catanese è da schiantarsi.»

sì, sì

Hitler catanese è da schiantarsi.

Due cose:
1.
– Pillez Brunetière! il a tout dit!
– Il a dit que la littérature , toute serait dévorée!
– Mai par qui Maître?
-Par les charlatans!
Celine, Rigodon – Folio pag 20

Ed è quello che questa assai poco strisciante guerra di religione, ma le religioni sono sempre in guerra datosi il fatto che non si sopportano tra loro, renderà presto palese. Almeno credo. Qualcosa succederà e non sarà piacevole.

2.
In Monsieur Verdoux Chaplin fa dire all’imputato Verdoux che il distinguo tra assassinio e sterminio è puramente quantitativo… ma è meglio ascoltarlo da lui..

E infine, semplificando

.il numero legalizza e dunque secondo il signor Galavotti il numero di fedeli nel mondo legalizza la loro sensibilità per lo sterminio degli altri o, in alternativa, il tappargli la bocca. Ebbene sorge una domanda spontanea ed è, Perché il signor Galavotti invece di infastidire chi è già infastidito da questi tempi bui non scrive le sue cose sulle pagine di Opus Dei Italia

L’opus dei è una buona organizzazione fascista, seguita da milioni di persone; infatti è legale.

In termini più spicci direi diversamente. Ma, per rispetto alla casa del nostro ospite lascio al signor Galavotti, se ne ha, di mettere in moto la propria immaginazione.

Cordialidades P.

Prendere in giro uno come Hitler, che s’è chiaramente comportato come una persona disumana ed è stato condannato dalla storia, non può destare riprovazione, per quanto non sia questo il modo migliore per comprendere un fenomeno come il nazismo (solo il fatto ch’egli si dichiarasse “socialista” dovrebbe indurci a riflettere seriamente).
Il video che ci hai invitato a guardare è un’ottima satira, che se anche offende i neonazisti, non troverà nessuno disposto a difendere quest’ultimi.
Qui stiamo parlando di una religione in cui attualmente crede il 24% della popolazione mondiale (in Europa, compresa la Russia, il 6%). Se vogliamo considerare gli islamici come un tempo facevamo con gli ebrei, dovremmo prima di tutto dare un’occhiata ai numeri: paesi come Germania, Francia, Regno Unito, Italia e Spagna hanno in casa loro oltre 13 milioni di islamici. Rispettare questa gente conviene anzitutto a noi stessi. E non sarà rispettandoli che noi verremo meno alle nostre idee ateistiche.

C’è satira e satira. Quella di Charlie è volgare, triviale, oscena, pornografica e, per questo motivo, poco intelligente, rozzamente provocatoria, offensiva per miliardi di persone che in buona fede credono in ciò che loro denigrano. E’ troppo facile fare le vittime quando ci si espone in questa maniera alla reazione altrui.
Questa gente, che si vanta d’essere figlia di Voltaire e di non avere nel proprio paese il reato di blasfemia, non capisce che il giorno in cui fossimo tutti costretti a diventare islamici, diffonderemmo l’ateismo anche indossando panni islamici, e ci sentiremmo figli di Avicenna e di Averroè e di tanti altri intellettuali islamici che diffondevano idee ateistiche all’interno della loro religione. E in ogni caso non usciremmo dai binari della correttezza, non rinunceremmo al rispetto delle opinioni altrui.

Il tema è interessante, caro Alberto, ho rispolverato (sia in senso figurato che reale) un testo dei miei giovani anni, ormai lontano dal mio percorso attuale, ma comunque di grande rilevanza

«Per dirla in breve, l’individuo cessa di essere se stesso; adotta in tutto e per tutto il tipo di personalità che gli viene offerto dai modelli culturali; e perciò diventa esattamente come tutti gli altri, e come questi pretendono che egli sia. Il divario tra “me” e il mondo scompare, e con esso la paura cosciente della solitudine e dell’impotenza. Questo meccanismo puo’ essere paragonato alla colorazione che assumono certi animali. Somigliano talmente al loro ambiente che li si puo’ appena distinguere. La persona che rinuncia al suo io individuale, e che diventa un automa, identico a milioni di altri automi che la circondano, non deve più sentirsi sola e ansiosa. Ma il prezzo che paga è alto; è la perdita del suo io.»
(Erich Fromm, Fuga dalla Libertà, Mondadori 1984, pag. 149

Il problema è che la religione non è merda. Sarà superstizione e alienazione, sarà clericalismo o fanatismo, ma in genere, se la si vive in maniera umana, così come i vari fondatori l’hanno voluta, essa non merita d’essere ridicolizzata o sbeffeggiata. Io mi senso contrario all’abolizione del reato di vilipendio. Il diritto di blasfemia mi pare un’assurdità. Anche perché non voglio inimicarmi, solo perché sono ateo, milioni di persone che, in buona fede, credono in buddha, allah, jeova o jahvè. E’ opportunismo? No, perché sono disposto a dialogare, anche se mi rendo conto che farlo in maniera scientifica con uno che mi parla di una cosa che per me non esiste, sia molto difficile. Semmai mi metto a discutere di problemi sociali, ambientali, culturali, senza chiamare in causa l’atteggiamento nei confronti della religione. Non c’è bisogno di fare gli anticlericali per distinguersi dai credenti. Non possiamo rischiare di veder aumentare i credenti solo perché ci siamo presi la libertà di fare della satira contro le loro convinzioni, quelle per quali, peraltro, sarebbero disposti anche a farsi ammazzare. Andando avanti di questo passo rischiamo di creare nuove guerre di religione, che ovviamente noi occidentali useremo come pretesto per qualche altra ambizione imperialistica.

Caro Alberto, sono commenti di frequentatori, ognuno col suo retroterra. Onestamente puo’ anche sfuggirmi qualche espressione «sopra le righe», per il fatto che io controllo solo espressioni su persone, su nomi, fatti rilevanti in termini penali o civili. Il mio sito è un territorio di confine, un posto dove si incontrano persone molto diverse, credenti, atei, liberisti puri, marxisti puri, reazionari e libertari. Io ho le mie idee (sempre in elaborazione e mai finite) ma mi piacciono quelle molto diverse dalle mie, stimolano la mia mente ad elaborare risposte. La filosofia «deve» dar fastidio, altrimenti è solo un bel soprammobile o, ancora peggio, un succedaneo del prozac. Segnalami, mi regolerò se il caso, anche se le opinioni dei commentatori non rispecchiano necessariamente le mie. A volte certi conviene ignorarli e nonc ensurarli, perchè altrimenti alimenti il loro vittimismo, è dura con i cosiddetti trolls.

Carissimo Alberto, sempre per me le tue parole sono fonte di riflessione profonda. Le prendo sempre sul serio, le affronto e mai le butto nel cestino del «lasciamo perdere».

Ci sono alcuni passi dei tuoi libri che hanno contribuito al formarsi delle mie opinioni, come ad esempio l’abbandono d’ogni roussoviano ottimismo sull’uomo.
Purtroppo qua nel mio ufficio non ho «Antropologia e Filosofia» che è per me essenziale in queste riflessioni.

Ripartiamo da «Contro il ’68» che per fortuna ho qui sul tavolo. Premetto per chi non lo ha letto che nell’ultima edizione hai in parte ritrattato certe tesi (questo va specificato per correttezza)

pag. 118:
«La straordinaria dovizia delle culture, delle organizzazioni socio-economiche, delle visioni del mondo, si rapprende nelle istituzioni. In esse tale ricchezza si esplica e al suo interno muta. Nelle istituzioni la natura culturale e tecnica dell’uomo diventa vita. Certo esse sono sempre instabili, a volte violente verso le aspirazioni dell’individuo, incombenti sul suo quotidiano con tutta la forza dell’oggettivo. E tuttavia senza le istituzioni resterebbe solo il “libero esplicarsi di una naturalità terrificante, poiché la debolezza della natura umana, qualora forme rigide non la proteggessero da se stessa, assume un volto assassino”»

La citazione è dal grandissimo Gehlen. Notare il tuo stile di scrittura, elegante, nitido, come si fa a non amare i tuoi scritti? Ma al di là dello stile, io da queste idee traggo conforto alle mie idee di uomo meno colto ma lettore attento.

Poi ancora, non posso citare a memoria, ma in «Antropologia e Filofofia» c’è un chiaro riferimento alla «Paidéia» platonica, cioè la formazione culturale profonda ed indispensabile per formare le persone che debbono guidare la Pòlis.

La libertà dunque non è insita nell’umano, ma, quella vera è frutto di studio, attenzione, ascolto dei Maestri. Solo una cultura «alta», senza compromessi, puo’ evitare l’orrore delle dittature d’ogni specie, formando coloro che, non per potere ma per servizio, debbono guidare la comunità.

Questo è il mio pensiero, tu sei un mio maestro, caro Alberto, e io amerò sempre la tua scrittura, inegualiabile.

Sintìti sintìti sintìti

p.s. a margine: la strage di Parigi ha colpito Israele: è la nuova versioni dei fatti che viene lento pede accreditata. Le super vittime, quelle vere, quelle a denominazione di origine garantita sono solo quelle con la kippala. Nettie la volpe era stato invitato a non farsi invitare a Parigi ma non si lasciato sfuggire l’occasione. Hollande voleva farsi coinvolgere nell’affaire israelo palestinese ma a quel punto ha invitato Mazen. Ma porco mondo..Oops ho offeso la sensibilità della natura naturans? Censura censura.
Abbracci

Postilla: la mia sensibilità è ferita a morte solo dal ricordo di ciò che fu fatto a Ipazia. Preciso che fu tagliata a pizzini con i gusci delle conchiglie. Ignoro se fu sottoposta a quella che con rara perfezione la Yourcenar definì la violenza d’uso.
È ferita a morte la mia sens. dalla pubblicità dei pannolini, è offesa in modo assai grave a volte da un nutrito e poco nutriente sciocchezzaio cattolico. Ma il mondo è ( potrebbe essere) bello finché (se) è (fosse) vario. E tranquillo. Ahimé l’olimpo è pieno di demoni oltre che di dèi, i quali…bè s’è visto che cosa combinarono a Troia.
P.

«Contro ogni atteggiamento autoritario travestito da garanzia collettiva, penso che tale libertà debba essere garantita a qualunque idea, anche a quella che -secondo i criteri di una determinata società- appare la più ‘aberrante’»

Questo, caro Alberto, è il passaggio chiave della tua tesi. Ovviamente chi non è d’accordo su questo punto, non puo’ condividere il resto.
Secondo me è, nella realtà dell’incardinarsi storico e biologico degli umani eventi, impossibile uscire da una qualche forma di atteggiamento autoritario espressione delle forme sociali dentro alle quali ci si trova. Prendiamo una società primordiale, quella dei dei Pigmei, studiata mirabilmente dal grande Cavalli Sforza. Sono tribù piccole e abbastanza pacifiche, a chi è litigioso (ognuno ha il suo carattere innato) la tribù riserva il trattamento dell’esclusione. Se trova un altro gruppo bene, altrimenti deve adeguarsi per essere riammesso. Ovviamente c’è anche qui un «atteggiamento autoritario travestito da garanzia collettiva», ma è inevitabile che accada. Chi è l’uomo «astratto» che puo’ permettersi di giudicare dal di fuori? Chi è che è fuori da qualunque consesso umano da poter giudicare senza esser portatore di una tradizione, di una weltanschauung prodotta dai rapporti culturali in cui è stato cresciuto? Io penso, è la mia idea, che la libertà d’espressione come noi la conosciamo è una conquista bellissima, ma non è la libertà «pura» dell’uomo astorico, è il portato della rivoluzione borghese dell’89. Insomma, secondo me è ingenuo cercare una libertà avulsa dalla vicenda umana biologica, storica, nel drammatico e incessante rimestarsi del calderone della storia. Caro Alberto ecco il mio pensiero. Un pensiero tragico e probabilmente sbagliato, ma ognuno stende al sole i panni che ha.

Il tema mi sembra davvero MOLTO delicato, e merita senz’altro riflessioni approfondite.
A chi difende la libertà di esprimere QUALUNQUE IDEA O GIUDIZIO, vorrei chiedere una cosa che mi ha sempre lasciato molto perplesso: va difesa, a Vostro giudizio, anche la libertà di chi nega l’esistenza dei campi di sterminio in Germania ai tempi del nazismo?

Condivido in parte la precisazione di Enrico Galavotti per quanto dice del laicismo. Infatti rido molto degli atei dell’UARR e io stesso sono così ateo da non credere all’ateismo. Infine credo con fermezza che ciascuno di noi abbia, se è in equilibrio con se stesso, una pars religiosa, persino un’anima, nel senso di Jung. Ma la questione è un’altra. Ed è militare. Nessuno di noi credo avrebbe trovato da ridire se la comunità islamica si fosse costituita parte civile e avesse fatto causa un giorno o l’altro a CHbdo. Cioè se avesse affermato un diritto quello a sentirsi offeso e alla difesa della propria dignità. Conosco CHbdo da quando si chiamava HARTA KIRI e garantisco che il mio naturale snobbismo ne è stato spesso infastidito. Infatti smisi già allora di acquistarlo esattamente come butto via le vignette antiarabe che mi manda mio zio lepenista dal sud ouest della Francia. Il punto a mio avviso è però qui cioè che qui hanno assassinato una ventina di persone per vendicare il nome offeso di Allah. In parole povere non c’è rapporto di causa ed effetto e infine si crede che l’uso del kala come afferma l’assassino del supermercato sia legittimo. DI fatto è lo stesso modo di pensare di Nethaniahu. Mi pare infine che sia utile ricordare che piccoli borghesi, operai diseredati e marginali assortiti in Germania all’indomani della crisi del capitalismo del ’30 furono lì a ingrossare le fila dell’uomo che indicava gli ebrei ricchi quali usurpatori. Diventare nazisti allora era piuttosto probabile mi pare. Mi scuso per tre interventi di fila. Saludos P.

Ah, a latere, osservo che già si sta trasformando il senso dell’azione in altro, antisemitismo. L’uomo offensivo di adesso, il terrorista dell’intelletto, proclama che siamo tutti charlie, ebrei ed europei. P.

Carissimi, non ho niente da aggiungere alle già così impeccabili note di Alberto e di Dario. Ho ascoltato peraltro da Milano alcuni simpatici giovani muslim, italiani, che con gentilezza manifestavano ieri anche loro per la nota faccenda. Magnifico e importante perché è la prima volta che credo succeda, però però però interrogati sul tema se sia o non sia consentito irridere pubblicamente la religione, tutti tutti tutti con il loro faccino pulito da teen ager occidentali hanno confermato, attenzione di preciso come i papa boys o certi di CL, che no la religione non si tocca, bisogna rispettare la sensibilità altrui, dicono. Inutile riconfermare che asserire in generale l’intoccabilità dei temi religiosi a partire da una presunta e presumibile sensibilità soggettiva dunque non commensurabile che si fa sensiblerie pruriginosa quando non patologica, è appunto di fatto prevaricazione. Non i riesco ad aggiungerle qui alcune immagini viste nel Fatto quotidiano cui rimando

Francia. si cita Rousseau. Qui è Nantes. L’approccio è radicalmente illuminista

Italia-Milano si trascina una non bene identificata pace per strada. La pace ecumenica che piace a tutti e non tocca nessuno.

Egitto- ecco il tema centrato più di un bersaglio, una vignetta libanese dice Je pense (un uomo con la sua testa al suo posto)donc je ne suis plus( lo stesso uomo con la testa mozzata)

Oggi a Parigi ho visto di sfuggita un omino con un gran cartello che proclamava, cito a memoria perché l’ho visto otto secondi.
L’assolutismo capitalista e religioso ci divide
ll pensiero l’arte il buon senso ci uniscono.

È tutto da Lecco, cordialità, over and out.

Io penso che non si possa fare del laicismo un’altra religione, fanatica e intollerante. Non si può fare della libertà di critica il pretesto per offendere le convinzioni altrui, dileggiandole, schernendole, solo perché vengono ritenute superate dalla storia. Questo non è laicismo, ma imperialismo culturale, arroganza ideologica, fanatismo alla rovescia, peraltro di derivazione cattolica e protestantica.
La laicità deve dimostrare sul piano umano e democratico d’essere migliore di qualunque religione: non può pretendere di dirsi migliore di per sé, in maniera ipostatizzata, perché questo è appunto un atteggiamento di tipo religioso.
Abbiamo criticato moltissimo, in occidente, l’ateismo-scientifico propagandato nell’ex-socialismo reale: e ora vogliamo ripetere lo stesso errore? Peraltro nell’Europa dell’est era vietato istigare all’odio e alla violenza per motivi religiosi, era vietato offendere i sentimenti o la sensibilità dei credenti in materia di fede: si poteva soltanto fare della critica scientifica. E ora noi che facciamo: siamo più realisti del re? Siamo tornati all’epoca della scristianizzazione di marca giacobina? Lo dico non in riferimento all’articolo di Biuso ma a quelli apparsi nel prestigioso sito di MicroMega: uno del direttore Paolo Flores D’Arcais, l’altro di Raffaele Carcano (segretario Uaar), entrambi dell’8 gennaio. Ho messo una cover di Charlie Hebdo qui https://twitter.com/galarico, giusto per farsi un’idea…

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