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Casanova come artista

Il Casanova di Fellini
di Federico Fellini
Italia, 1976
Con Donald Sutherland

Casanova_FelliniRivolgendosi a Giacomo Casanova una donna chiede: «Non riesci a parlare d’amore senza immagini funebri, senza parlare di morte?». È anche per esorcizzare la morte che Casanova/Fellini (questo il trasparente significato del titolo) dispiega la gloria dei colori, l’invenzione degli spazi, il frastuono del movimento, la festa.
La festa percorre per intero questo film: dall’incipit veneziano del Carnevale ai teatri  e alle corti d’Europa dove Casanova viene ospitato, lavora, seduce.  Ovunque la musica (magnifico Nino Rota) e particolarmente nella scena dell’organo suonato con furore da vari esecutori alla corte di Wittenberg. A Dresda alla fine della serata calano i lampadari, che vengono spenti uno a uno. Ed è come se il silenzio parlasse.
Dopo l’incontro con la madre comincia la decadenza del colto avventuriero, inizia il ritorno alla materia, al ventre della terra. L’artista appassionato e candido recita ancora i versi della follia di Orlando ma una donnetta comincia a ridere e lo offende di fronte all’intera corte.
È il destino dell’artista baudeleriano, dell’Albatros. Meglio allora, molto meglio, il coito con il bell’automa femminile. E quindi con se stesso. Come sempre. Mentre un uccello meccanico con le sue ali si alza e si abbassa -accompagnando le gesta amorose di Giacomo- la festa, la malinconia e la donna sorgono e tramontano nel sogno intimo e pubblico in cui consiste questo capolavoro.

 

6 commenti

  • Adriana Bolfo

    7 Dicembre, 2014

    Grazie del link: da secoli mi rammarico di non aver mai visto il film.

    E’anche vero che mai l’avevo cercato…

  • agbiuso

    14 Agosto, 2014

    Eccellente definizione, caro Diego: “malinconia antiromantica del Settecento”.
    Ho rivisto il film semplicemente su youtube, al link che ho indicato nel titolo.

  • diego

    14 Agosto, 2014

    Lo vidi tanti anni fa, mi colpì l’uso degli automi e mi parve una rappresentazione molto efficace della malinconia antiromantica del ’700, secondo me Fellini è stato troppo spesso visto solo in chiave junghiana, onirica, invece era di una lucidità sconcertante; debbo dire che allora mi parve un po’ troppo lungo, ma questa era (ed è) una mania personale contro la lunghezza

    una curiosità, caro Alberto, dove l’hai rivisto? in una manifestazione ad hoc oppure da una proiezione privata?

  • agbiuso

    11 Agosto, 2014

    Condivido, caro Pasquale, il tuo giudizio su Satyricon e Roma.
    Aggiungo il riferimento agli altri, forse più noti, capolavori felliniani: 8 ½, La dolce vita, Amarcord.
    L’ultimo grande film di Fellini è La città delle donne. Un poco ripetitivo ma ancora colmo di forza visionaria.
    Gli ultimi quattro film -da E la nave va a La voce della Luna– mi sembrano invece privi della qualità e dell’ispirazione che caratterizza l’opera del regista.

  • aurora

    11 Agosto, 2014

    Fellini è passato alla storia,al pari del “Il Decamerone”, di Boccaccio dal 1500 i nostri figli lo studiano a scuola.

  • Pasquale D'Ascola

    10 Agosto, 2014

    Sì, Alberto, è un capolavoro, credo anch’io. Visto e rivisto. Difficile. Il nostro Fellini è un autore difficile da leggere perchè travolgeva subito, stordiva con la rutilanza delle immagini di insieme – la scena degli organi è gigantesca – e poi esigeva la pazienza di decifrare dettagli minimi, che non ti sono sfuggiti, o momenti sconcertanti come l’interminabile fuga di barche per l’arresto di Casanova. Un capolavoro cui aggiungo per parte mia, il Satyricon e Roma.
    P.

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