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Green Time

In Time
di Andrew Niccol
USA, 2011
Con: Justin Timberlake (Will Salas), Cillian Murphy (Timekeeper Raymond Leon), Amanda Seyfried (Sylvia Weis), Vincent Kartheiser (Philippe Weis), Alex Pettyfer (Fortis)
Trailer del film

«Le presento mia suocera, mia moglie e mia figlia». Le tre donne appaiono tutte giovani, coetanee. L’evoluzione biologica dei loro corpi si è infatti fermata a 25 anni di età. Da quel momento in poi tutti gli esseri umani sono geneticamente programmati per non invecchiare più ma hanno a disposizione soltanto un altro anno di vita. Possono allungare questo periodo attraverso il lavoro o il gioco d’azzardo o il furto. C’è chi ha soltanto poche ore di vita, e prima o poi tutti si «azzerano», c’è chi possiede degli anni e chi secoli o millenni. Tutti però appaiono della stessa età.
I più ricchi di tempo, e quindi di tutto, abitano in quartieri esclusivi e super protetti. Le masse abitano in dei ghetti nei quali si vive «alla giornata», letteralmente. E dove violenza, disperazione e morte accadono di continuo. Altrove sembra che si viva per sempre. Ma, afferma uno dei personaggi, «è la breve vita di molti a rendere possibile l’immortalità dei pochi; per pochi immortali la maggioranza deve morire». Una struttura biopolitica come questa necessita naturalmente di una divisione sociale profonda e di un implacabile controllo sui corpimente delle persone. Ciascuno ha infatti tatuato sul proprio braccio il tempo che gli rimane da vivere, che può crescere – quando viene retribuito, vince o gli viene dato in dono – o può diminuire – quando compra qualcosa, perde o viene derubato. Si tratta di un tatuaggio di colore verde, un autentico Green Pass che permette o impedisce lo svolgimento di determinate attività, l’accesso a certi luoghi, il possesso di alcuni beni e, alla fine, la vita stessa e la morte.
L’idea iniziale del film è eccellente e intrigante. La realizzazione, invece, evita le questioni filosofiche poste da un sistema sociale siffatto. Ed evita sostanzialmente anche le questioni politiche, riducendole al consueto conflitto tra i buoni e i cattivi. I poveri di tempo corrono sempre e il film corre con loro tra inseguimenti, sparatorie, prevedibili sviluppi.
Peccato davvero. Anche perché qualche anno prima Andrew Niccol era riuscito ad affrontare il racconto di una analoga distopia in modo assai diverso, sobrio, teoreticamente consapevole. Nel 1997 aveva infatti girato Gattaca, titolo che deriva dalla combinazione delle lettere iniziali delle quattro basi azotate che compongono il DNA, l’adenina, la citosina, la timina e la guanina. Ispirato in parte al Mondo nuovo di Aldous Huxley, il film è ambientato in  un futuro imprecisato ma non troppo lontano, dove l’identità di ogni essere umano è certificata dal suo codice genetico: basta un capello, una goccia di sangue, una parte anche piccolissima del materiale organico per conoscere tutto di un uomo. In questo mondo l’élite è composta da coloro il cui DNA è stato programmato a tavolino. Chi invece continua a nascere in modo tradizionale, attraverso il coito, è un non-valido (invalid).
Gattaca è un mondo dove il controllo sul DNA è dunque totale. In Time è un mondo dove il controllo del tempo è altrettanto totale. In entrambe le società delle oligarchie politiche e tecno-scientifiche sfiorano l’immortalità mentre la morte di tutti gli altri è programmata e realizzata con interventi sui loro corpi e sul loro tempo.
Avevo già visto e recensito questo film nel 2012. Ho avuto occasione di rivederlo e ho voluto scriverne ancora, alla luce di molti aspetti del nostro recente passato e del presente.

Contro il gregge

Aldous, o del presente
Aldous, 2 agosto 2022

Nel Nuovo Mondo di Huxley si ha il «dovere di essere infantili» e lo strumento principale per riuscirci – oltre la droga – è la televisione che «si lasciava funzionare, come un rubinetto aperto, dalla mattina alla sera». Il mezzo televisivo, infatti, non comunica qualcosa di vero o di falso ma, semplicemente, di irreale, di insignificante. Il Nuovo Mondo è l’«Era del Vizio Televisivo», con gli umani trasformati da carne da cannone in «carne da televisione». Nel Nuovo Mondo il vero e unico nemico è la persona capace di pensare al di là ed eventualmente contro i decisori politici, le celebrità mediatiche, coloro che hanno ridotto il sapere scientifico, tecnico, medico a dogma, minaccia, religione.
Televisione, infantilismo, conformismo; un’esistenza del tutto in superficie e volta a impedire qualsiasi anche piccolo “trauma psicologico”; il culto del nuovo e la negazione del passato; il disprezzo per la creatività e per il sapere a favore del “saper fare”; i libri sostituiti dalle immagini e dal consumo di inutili prodotti e miriadi di “distrazioni”; l’appartenere a una qualche forma di collettivo alla moda; la paura di star soli; l’adesione spontanea alle minacce, alle lusinghe e alle decisioni di chi comanda.
Giustamente, Huxley definisce tutto questo «avvelenamento da gregge».

[L’articolo è stato ripreso da Sinistrainrete, 4.8.2022]

Sogni

Strawberry Mansion
di Kentucker Audley e Albert Birney
USA, 2021
Con: Kentucker Audley (James), Penny Fuller (Arabella), Grace Glowicki (Arabella da giovane), Ephraim Birney (Brian)
Trailer del film 

Entrare nei corpimente degli umani in modo non solo da controllarli ma anche -e più ‘banalmente’- per vendere loro dei prodotti, per rendere ancora più invasivo di quanto già non sia il potere della pubblicità sulle scelte, sui bisogni, sulle azioni delle persone. Entrare nei loro sogni per convincerli, anche quando dormono e in una delle sfere più intime della vita, ad acquistare alimenti, bevande e prodotti di ogni genere. È questo che accade negli USA del 2035, tramite un sistema di registrazione digitale dei sogni e relative tasse sul loro contenuto. James Preble è un funzionario che ha il compito di verificare tale contenuto. Viene incaricato di fare un controllo sui sogni di Arabella Isadora, una eccentrica artista che vive in campagna e che registra ancora i propri sogni su migliaia di cassette VHS. Dall’incontro con questa simpatica e determinata signora, dall’incontro con i suoi sogni, dall’incontro con Arabella da giovane, si apre a James un mondo di pericoli e di libertà, si squarcia il sonno nel quale ormai da tanto tempo vive, i suoi sogni di plastica pieni di merce e di falsi amici si rivelano per quello che sono: incubi. I rischi diventano grandi ma altrettanto profondo è il ritorno a una libera vita e a un libero sognare.
Che il potere economico-politico riesca a entrare nei corpimente delle persone e a determinare le loro decisioni è l’essenza stessa e il sogno del comando, da sempre. Tra i libri che lo dimostrano in maniera splendida e documentata c’è Masse und Macht (Massa e potere, di Elias Canetti), oltre che, naturalmente, le analisi di Michel Foucault. Se è da sempre così che si svolge il controllo degli umani sui conspecifici, le possibilità offerte dalle tecnologie contemporanee a questo scopo sono incomparabilmente più profonde, pervasive e potenti. Esse sono infatti caratterizzate dal trasformare la formula «entrare nei corpimente» da semplice metafora a pratica empirica. I chip sottocutanei, ad esempio, o i vaccini. Strawberry Mansion fa un passo ulteriore ma non impossibile: l’obbligo di dotarsi di un sistema digitale di registrazione e decifrazione dei sogni. E su quello lucrare.
Il film squaderna tutta la potenza della fantasia, degli antichi racconti, degli animali-paradigma di tante favole: lupi, topi, bruchi, minotauri e anche una piccola, vera tartaruga. Ma è anche molto preciso dal punto di vista psicologico e neurobiologico nell’illustrare le modalità dei sogni. Il risultato è nello stesso tempo piacevole e inquietante, come quello delle favole, appunto. Solo che il controllo biopolitico dei corpi non è una fiaba. È il nostro presente.

#restiamoacasa

Michel Houllebecq
La possibilità di un’isola
(La possibilité d’une île, 2005)
Traduzione di Fabrizio Ascari
Bompiani, 2005
Pagine 398

A distanza di circa duemila anni dalla quasi estinzione della specie umana, causata da guerre nucleari e da rivolgimenti geologici e astronomici, un numero limitato di neoumani abita il pianeta, ridotto a un deserto intervallato da laghi. La loro vita si svolge solitaria in singole enclaves dotate di ogni sicurezza. Il corpo dei neoumani ha un metabolismo diverso ed è molto più resistente al dolore, alla fatica, alle privazioni. Questi esseri comunicano tra loro attraverso una Rete esclusiva ed evoluta ma non si incontrano quasi mai. Le loro esistenze sono al di là della gioia e della sofferenza, del desiderio e della noia. La libertà dell’indifferenza è il sentimento che vogliono raggiungere, condizione per una serenità perfetta. Sono esseri che hanno abbandonato i cascami dell’umano, incarnando invece nei propri corpi la saggezza del Buddha, il determinismo spinoziano, la liberazione dal fenomeno; capaci finalmente di uno sguardo sugli enti, gli eventi e i processi che sia libero da ogni inquietudine. I neoumani sanno, però, di costituire anch’essi una tappa nell’itinerario che porterà ai Futuri, entità non più macchine –né biologiche né artificiali–, non più separate ma «Uno, pur essendo molteplici. […] La luce è una, ma i suoi raggi sono innumerevoli» (p. 388), e la loro civiltà «si sarebbe costruita tramite interconnessione progressiva di processori conoscitivi e memoriali» (395).
Tra le rovine di quelle che furono le città, vivono invece i discendenti dell’Homo sapiens tornati a una condizione di quasi completa naturalità e quindi feroci, cannibaleschi, nefasti e sciagurati, intrisi di una «bramosia perennemente rinnovata di violenza, di umiliazioni gerarchiche o sessuali, di crudeltà pura e semplice» (390).
Che cosa era accaduto nel XXI secolo alla specie, tanto da determinare una separazione così netta? È ciò che il romanzo racconta, attraverso il contrappunto fra le memorie di vita di Daniel1 –un attore comico dal grande successo, dal carattere cinico e sentimentale, freddo e appassionato– e i commenti alle sue memorie redatti dai suoi successori genetici Daniel24 e Daniel25.
Daniel1 racconta come i progetti velleitari e finanziariamente truffaldini di una delle tante sette pullulanti nella postmodernità, quella degli Elohimiti, avessero consentito di scoprire il modo di riprodurre geneticamente lo stesso individuo in corpi diversi e migliorati. Il lungo percorso di vita di queste fasi della stessa persona approda a uno scacco pressoché completo. Daniel25, infatti, decide di lasciare il suo rifugio e avventurarsi in ciò che resta del mondo. Spinto, evidentemente, da una passione per la conoscenza e per la relazione ancora non del tutto negata nei corpi neoumani, la cui vita «cercava di essere tranquilla, razionale, lontana dal piacere come dalla sofferenza, e la mia partenza stava a testimoniare il suo fallimento. I Futuri, forse, avrebbero conosciuto la gioia, altro nome del piacere continuato» (389).
Il soggetto di questo libro rappresenta quindi una variazione fantascientifica su alcune delle tematiche più costanti della filosofia. Un percorso che parte dal Simposio –dialogo che avrebbe avvelenato l’umanità ispirandole «il disgusto per la sua condizione di animale razionale» (392)– e arriva alla ingegneria genetica e alla cibernetica, scienze consapevoli del fatto che l’essere umano è materia più informazione. E dato che l’informazione senza conservazione non ha alcun valore, il limite della clonazione del DNA di un individuo viene superato proprio attraverso una grande attenzione alla memoria, al linguaggio, al racconto che ogni candidato alla immortalità della riproduzione genetica fa del proprio vissuto:

Ma la personalità? Il nuovo clone come avrebbe avuto il ricordo, seppur ridotto, del passato del suo antenato? E se la memoria non veniva conservata, come avrebbe avuto l’impressione di essere lo stesso uomo, reincarnato? (110)

La prima legge di Pierce identifica la personalità con la memoria. Nella personalità esiste solo ciò che è memorizzabile (sia tale memoria cognitiva, procedurale o affettiva). È grazie alla memoria, per esempio, che il sonno non dissolve affatto la sensazione di identità.
La seconda legge di Pierce afferma che la memoria cognitiva ha come supporto adeguato il linguaggio.
La terza legge di Pierce definisce le condizioni di un linguaggio diretto (24-25).

I neoumani, quindi, e soprattutto i Futuri di là da venire, intendono mantenere la ricchezza della corporeità semantica, cancellando però la corporeità desiderante e quella temporale. Niente, infatti, sconvolgeva gli umani come quell’insieme di reazioni somatiche, ormonali e psicologiche che chiamavano amore. L’amore totalmente corporeo, l’amore con la cui scomparsa –come afferma il protagonista ricordando Schopenhauer e Nietzsche– «sparisce tutto», tenerezza, affetto, condivisione (63), «poiché siamo dei corpi, siamo innanzitutto principalmente e quasi unicamente dei corpi e lo stato dei nostri corpi costituisce l’autentica spiegazione della maggior parte delle nostre concezioni intellettuali e morali» (180). Ogni energia nasce e vive nel corpo erotizzato, l’unica dimensione che possa dare all’umano l’estasi della quale esso è capace: «ho vissuto momenti di intensa felicità; era dentro di lei o accanto; era quando ero dentro di lei, o un po’ prima, o un po’ dopo» (143); «quelle poche ore giustificavano la mia vita» (152)
Ma questa potenza del corpo è anche la radice di ogni sofferenza, poiché «anche se ognuno ha una certa capacità di resistenza, si finisce tutti col morire d’amore o piuttosto per l’assenza di amore» (146), perché il sentimento dell’amore rende immediatamente vulnerabile chi lo nutre; il più innamorato fra i due alla fine soccomberà nella sostanziale, e quindi innocente, indifferenza dell’altro. La colpevolizzazione dell’abbandono non è –davvero– che la patetica reazione dell’abbandonato di fronte alla dinamica ineluttabile dei sentimenti. Così potente è questa finzione, così costitutiva della forma di ferocia che chiamiamo amore, da aver contagiato anche il neoumano Daniel25, che afferma di sapere «adesso con certezza di aver conosciuto l’amore, perché conoscevo la sofferenza» (384).
L’amore è l’espressione più potente –ma solo una delle tante- della costitutiva infelicità dell’umano. E anche questa è un’antica lezione filosofica e prima ancora mitologica, dalla sapienza di Sileno alla lucida passione per il nulla di Cioran: «ogni essere vivente, ovviamente, merita la compassione per il semplice fatto che è in vita e si trova perciò esposto a innumerevoli sofferenze» (182), le quali –è talmente evidente– non avranno mai fine finché l’umanità sarà umanità. Raccontando il proprio viaggio fuori dal luogo sicuro e freddo della propria solitudine, Daniel25 ancora una volta deve ammettere che «la felicità non era un orizzonte possibile. Il mondo aveva tradito» (397).
La logica conseguenza di queste riflessioni è che non abbia senso alcuno rimpiangere la specie umana, attratta verso ciò che essa stessa chiama “il male” con la stessa forza con la quale un grave si indirizza verso il basso. Un lucido determinismo è uno dei nuclei teoretici del romanzo, come testimoniano anche vari riferimenti espliciti a Spinoza: «i rapporti umani nascono, si evolvono e muoiono in maniera perfettamente deterministica, ineluttabile quanto i moti di un sistema planetario» (298). Davvero «l’umanità non meritava di vivere, la scomparsa della specie poteva essere considerata, sotto tutti i punti di vista, solo come una buona notizia» (365-366).
Si fa a questo punto chiaro il più profondo nucleo filosofico/religioso dell’Isola di Houellebecq: la grande tradizione gnostica. E in particolare uno dei suoi elementi: il rifiuto della riproduzione.
Houellebecq coniuga la lucidità di Schopenhauer – «schiacciate dalla consapevolezza della propria insignificanza, le persone si decidono a fare figli» (56); «anche se tale obiettivo [il riprodursi] è evidentemente insignificante, essa [l’umanità] lo persegue con un accanimento spaventoso» (221); «sarebbero rimasti schiavi della loro prole fino alla fine, il tempo della gioia era definitivamente terminato per loro» (323)- con la convinzione catara che «ogni distruzione di una forma di vita organica, comunque sia, era un passo avanti verso la realizzazione della legge morale» (381), con il provare «un orrore, un autentico orrore di fronte al calvario ininterrotto che è l’esistenza degli uomini» (56), concludendo pertanto che il gesto più nobile, il più ribelle verso il male, il meno violento che si possa compiere, consista nel rifiutare la catena e spezzare «il ciclo continuo della riproduzione delle sofferenze» (324).
Tutto questo per noi, per chi cioè è cresciuto, vive e cerca di pensare all’interno della luce del pensiero greco, spinoziano, leopardiano, nietzscheano, tutto questo è vero sino all’ovvietà. Houellebecq ha il merito di riassumerne i tratti dentro un racconto non certo alieno da evitabili prolissità ma in ogni caso coerente nell’impianto e stilisticamente efficace nell’alternare le passioni di Daniel1 e la rarefatta distanza di Daniel 24 e 25.
Un testo esoterico e insieme carnale. Quella carne che non avendo per la gnosi alcuna autonomia ontologica può essere saziata di ogni piacere, lasciando intatta la rovina e la gloria dell’umano. In attesa della perfezione dei Futuri.

Trasparenza

Perfetti sconosciuti
di Paolo Genovese
Italia, 2016
Con: Giuseppe Battiston (Peppe), Anna Foglietta (Carlotta), Marco Giallini (Rocco), Edoardo Leo (Cosimo),Valerio Mastandrea (Lele), Alba Rohrwacher (Bianca), Kasia Smutniak (Eva)
Trailer del film

Quattro coppie di amici a cena. Il quarto però si presenta da solo perché la sua compagna non sta bene. Tra una portata e l’altra, Eva propone il gioco della verità in versione aggiornata, vale a dire lasciare i cellulari sul tavolo, leggere tutti insieme i messaggi e ascoltare in viva voce le chiamate. Qualcuno ha delle perplessità sull’opportunità di un simile esperimento ma, per non dare l’impressione di avere dei segreti, alla fine tutti accettano. Com’era facilmente prevedibile, ciò che emerge via via che arrivano le chiamate e i messaggi è un mondo sconosciuto ai rispettivi partner. Un mondo di sfiducia, ambiguità, tradimenti. Il piano inclinato della verità conduce i personaggi verso il baratro.
I sette attori sono perfettamente calati nella parte e valorizzano una sceneggiatura capace di alternare con abilità e finezza il comico e il drammatico. Il vero protagonista è il cellulare, un’intelligenza artificiale alla quale gli umani affidano tutto di sé: informazioni, legami, desideri, segreti, bassezze. Il telefono è al servizio dei social network -WhatsApp, Twitter, Facebook-, i quali creano i legami, determinano le loro modalità, decretano la loro fine. Il mondo distopico immaginato da molta fantascienza -le macchine che prendono il sopravvento sui loro inventori- non ha bisogno dell’hardware di grandi apparati di silicio e d’acciaio. Questo mondo è in gran parte creato dal software della comunicazione digitale in cui tutti siamo immersi momento per momento. La compulsività con la quale si risponde al profluvio di messaggi che ci arrivano, il bisogno di tali messaggi, il senso di vuoto causato dalla loro assenza, costituiscono non soltanto una immensa fonte di profitto da parte di aziende come Google e Facebook ma vanno trasformando le interazioni umane in qualcosa di nuovo, caratterizzato da immediatezza, dipendenza, labirinti.
Tutto questo è stato immaginato e auspicato più di due secoli fa dal filosofo che è il padre della contemporaneità. Jean-Jacques Rousseau sognava una società nella quale i muri delle case fossero trasparenti, in cui nessuno avesse da nascondere nulla agli altri e la sincerità fosse pervasiva e totale. Ma il segreto è una delle condizioni fondamentali della relazionalità interumana, rimosso il quale rimane la barbarie dell’occhio totalitario del potere, rimane la barbarie di un reciproco dirsi tutto che diventa un reciproco odiarsi. La riservatezza e il silenzio sono due delle condizioni che rendono possibili i legami individuali e collettivi. Se i social network sono un pericolo è anche perché tendono a rimuovere tali condizioni. E ci riescono.
Il finale di questo film mi è sembrato efficace ed emblematico proprio perché ricostituisce quell’armonia che la trasparenza aveva distrutto. L’opacità è condizione stessa dell’umano, della sua finitudine.

James Bond, l’anarchico

007 Spectre
di Sam Mendes
USA – 2015
Con: Daniel Craig (James Bond), Léa Seydoux (Madeleine Swann), Ralph Flennes (M), Christoph Waltz (Oberhauser), Ben Whishaw (Q), Andrew Scott (Denbigh)
Trailer del film

«I morti sono vivi». La prima inquadratura del film è questa frase, la quale introduce un efficace piano sequenza sulla festa dei morti a Città del Messico. Ci si sposta poi a Londra, Roma, Tangeri, Tokyo e altrove. Non manca nulla degli elementi classici della saga bondiana: lunghi e spettacolari inseguimenti, mezzi di trasporto di tutti i tipi, tecnologie miniaturizzate, complotti mondiali, ironia.
E James Bond conferma sempre la propria natura di immortale, identica agli eroi di tutte le saghe, che non possono morire qualunque cosa accada.
Ma in questo film ci sono almeno due elementi di novità, uno abbastanza ovvio, l’altro meno.
Il primo è che il potere si è spostato dal danaro e dalle armi alle informazioni, la raccolta delle quali costituisce l’obiettivo della Spectre, una sorta di fusione di facebook, google, apple/microsoft, che ha l’obiettivo di controllare sin nei minimi dettagli la vita di tutti, proprio di tutti. È sempre la profezia di 1984 che va realizzandosi. Non nei film di James Bond ma nella realtà.
Il secondo elemento è che la Spectre è composta dai nove stati più potenti del mondo. Non sembra quindi esserci più differenza tra gli stati e i criminali, gli stati sono criminali. Notevole.
Lascio quindi la parola a Dario Sammartino, che mi ha suggerito di vedere 007 Spectre dando delle indicazioni che corrispondono perfettamente ai suoi contenuti.

«Ti segnalo tre punti sagaci del soggetto dell’ultimo Bond, che forse ti incuriosiranno.
1) Lo scopo delle fatiche dell’eroe è di impedire l’avvio di un sistema di controllo mondiale di comunicazioni e dati. In apparenza il sistema è promosso da nove potenze, ma di fatto è asservito ad un’organizzazione criminale. Non so se rientrava nelle intenzioni dei soggettisti ma la conclusione è che potere e crimine coincidono. Inoltre il dirigente “cattivo” dei servizi segreti giustifica la scelta con la considerazione che il potere va attribuito a coloro che possono davvero esercitarlo, cioè in assoluta solitudine e senza gli impedimenti formali della democrazia: lo scopo finale del capitalismo finanziario attualmente al potere. Che J Bond stia diventando anarchico?
2) Sulle nove potenze, una è contraria al sistema (il Sudafrica). Prontamente l’organizzazione criminale esegue un attentato gravissimo, ed anche il Sudafrica si adegua. È la vecchia ma sempre efficace strategia della tensione: forse i soggettisti avranno studiano la storia italiana degli anni ’60/’70.
3) L’eroina si chiama Madeleine Swann, e di fatto aiuta proustianamente Bond a ricordare il suo passato».

Aggiungo che il film è un grande divertimento.

Lager

The Lobster
di Yorgo Lanthimos
Grecia, Gran Bretagna, Irlanda, Paesi Bassi, Francia – 2015
Con: Colin Farrel (David), Rachel Weisz (La donna miope), Aggeliki Popoulia (La donna spietata), Ariane Labed (la cameriera), Léa Seydoux (il capo dei solitari), Olivia Colman (la direttrice dell’albergo), Ashley Jensen (la donna biscotto)
Trailer del film

In un albergo di lusso. Serviti da camerieri inappuntabili. Ottimi pasti, saune, piscine. Splendidi panorami. Può un luogo come questo essere un lager? Sì, può. Perché l’essenza di un lager non è il cibo, le baracche, il freddo -che pure contano, certo- ma è il terrore di un potere implacabile e diffuso. Il potere, in questo caso, che si esercita su chi ha la ventura di rimanere da solo. Che il motivo sia la volontà del soggetto, l’abbandono da parte del compagno/moglie/marito o la sua morte, nessuno può e deve rimanere da solo. In questo albergo gli ospiti hanno 45 giorni di tempo per trovare un altro partner. Se non vi riusciranno, saranno trasformati in un animale a loro scelta. Possono incrementare i giorni loro assegnati catturando dei solitari, gruppi di ribelli che vivono nei boschi e il cui  comportamento è speculare rispetto a quello delle istituzioni. Tra di loro, infatti, nessuno può innamorarsi o accoppiarsi ma deve rimanere da solo e provvedere in solitudine a tutte le proprie esigenze affettive. Per chi trasgredisce le pene sono terribili.
David è stato lasciato dalla moglie e viene ospitato in questo albergo. Nonostante la sua profonda indolenza, tenterà varie strategie per sopravvivere, compresa la fuga con i solitari.

Dogtooth (Kynodontas, 2009) rappresentava la famiglia come luogo claustrofobico e perverso. Qui la distopia riguarda i sentimenti, i legami, il naturale, totale, disperato bisogno che gli umani hanno di vivere con gli altri, di scegliere un proprio simile con il quale condividere l’esistenza. Che questo sentimento diventi obbligatorio o venga proibito, in entrambi i casi le conseguenze sono ipocrisia, menzogna, aridità, disperazione, vuoto. Quando infatti si tratta dei sentimenti umani, ogni carezza può diventare uno schiaffo, ogni tocco una violenza. Se le istituzioni entrano in questa sfera -e lo fanno da sempre- un’etica potenzialmente totalitaria invade i comportamenti e li rende fonte di dolore.
Il mondo grottesco, triste, patetico e feroce descritto da questo film è fondato sulla accentuazione di elementi già presenti nella nostra società. Il Grande Altro, infatti, si impone su ciascun individuo con tutta la forza di un condizionamento sociale ed etico al quale è quasi impossibile sfuggire. Le regole della convivenza istituzionale vanno al di là del codice civile e toccano il cuore delle persone e dei loro desideri. Per regolarli, certo, ma anche e soprattutto per controllarli, poiché il desiderio che da sé si costruisce e in sé si appaga è dirompente per l’ordine individuale e collettivo. Vivere in due o vivere da soli, più che  una scelta consapevole e meditata è in gran parte un dovere introiettato dalla famiglia, dall’ambiente sociale, dallo Stato. Il film trasforma l’imposizione collettiva in norma totalitaria inderogabile ma il controllo, la repressione e il terrore abitano nelle morali eteronome prima che nei codici giuridici.
La struttura formale di Lobster è una delle sue migliori qualità. La tragedia viene raccontata con un distacco quasi totale. La forma è cadenzata e geometrica. Umano, animale e disumano si mescolano come un dato di fatto e non come una stravaganza. Lobster è l’aragosta nella quale David chiede di essere trasformato nel caso non riuscisse a trovare una compagna. La troverà là dove è proibito averla e questa donna sarà miope come lui. Forse non vedere troppo lontano nel futuro del dominio è una delle condizioni per sopportare il presente del potere. Il disincanto di Lanthimos è profondo e tuttavia anche un film come questo è uno sguardo gettato sulla struttura sadica dell’autorità, è una sfida all’accettazione di ciò che si presenta come ineluttabile.

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