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Il travaglio del negativo

Il travaglio del negativo

American Animals
di Bart Layton
Con: Barry Keoghan (Spencer), Evan Peters (Warren), Jared Abrahamson (Eric), Blake Jenner (Chas)
USA, 2018
Trailer del film

Agiati, amati, coccolati. Tutti, tranne forse uno. Studenti più o meno di successo. Quattro tipici giovani statunitensi che nel 2003 tentarono di rubare alcuni preziosi volumi della Transylvania University di Lexington (Kentucky), soprattutto un libro che contiene magnifiche immagini di animali, uccelli in particolare, autoctoni degli USA. Non erano, naturalmente, rapinatori di mestiere ma dei dilettanti che volevano dare una svolta speciale alle loro vite.
Il regista decide di alternare la ricostruzione degli eventi con la narrazione che i veri protagonisti compiono dell’accaduto: loro, i genitori, i professori e gli impiegati di quell’Università. Qualcosa di più, pertanto, rispetto a uno dei numerosi film che raccontano rapine più o meno complicate. Emerge infatti un bisogno profondo: quello di iniziarsi alla vita. Non a caso una delle prime scene descrive un episodio di nonnismo che ha come protagonista Spencer, lo studente al quale viene l’idea di rubare quel magnifico libro d’arte.
Quando una società rinuncia a trasmettere ai suoi figli la fatica, l’accettazione dei fallimenti, il limite, «wenn der Ernst, der Schmerz, die Geduld und Arbeit des Negativen darin fehlt»1 -tutto ciò che appunto significano e sono i riti di passaggio-, questi figli cercheranno altrove ciò che i loro genitori e il corpo sociale non offre più nel timore, poverini, di traumatizzarli; un’ossessione che spinge non pochi genitori a contestare ad esempio le bocciature (ormai rarissime) o i voti bassi a scuola. E che per questo si rivolgono in modo anche violento a quei professori che ancora pretendono che a scuola e all’università si studi. Furono poi ben traumatizzati questi quattro ragazzi del Kentucky, che però da quel dolore crebbero, come si vede dalle loro interviste di trentenni.
Per quanto diverse naturalmente siano le vicende, credo dunque che anche questo film costituisca una conferma di ciò che scrivevo in un mio libro:

«Il grande gioco della rivoluzione fu praticato con entusiasmo da moltissimi figli di papà, pierini viziati, ragazzi irresponsabili e cinici come e più dei loro padri. Adolescenti che uccidono senza sapere bene chi e perché e poi partono per le vacanze, trascorse in allegria sulle barche di famiglia, in giro per le isole più alla moda del Mediterraneo o in lussuose ville alpine. Figli di imprenditori, di professionisti, di ministri, che tutto hanno avuto dalla vita. […] Persone protette fino all’ultimo dalla mamma, dalla famiglia, dal clan, i quali assecondano le decisioni più ingiustificate, sopportano ogni capriccio, tentano di ricomporre l’equilibrio dei figli anche quando ciò significa favorire i loro crimini. Individui affascinati dal mito dell’eroe dannunziano, dal culto soreliano e leninista della violenza rigeneratrice, dall’aspirazione totalitaria alla conquista del mondo e del futuro. […] . Qualcosa che è riemerso con grande forza negli anni del terrorismo contribuendo in maniera non secondaria alla sua crescita. Ma l’elemento scatenante è stato l’unione del dogmatismo dottrinario con la contrapposta rivendicazione del valore di una nuova soggettività. È venuta meno l’autorevolezza delle varie forme nelle quali l’autorità si esprime: istituzionali, politiche, familiari, scolastiche. La mediazione dei bisogni, il confronto fra le volontà e le strutture è saltato a favore del tutto e subito e cioè a vantaggio esclusivo di un approccio retorico ai problemi, nella ripetizione ossessiva di slogan vuoti, monotoni e perciò più assordanti.
Pur di sopravvivere, l’Università e la scuola si sono trasformate in una palestra di ribellismo narcisistico e acritico, partiti e sindacati hanno abbandonato ogni dimensione pedagogica per farsi mera cassa di risonanza di un rivendicazionismo rabbioso, le istituzioni sono state schiacciate sotto il peso di un’accusa assillante di autoritarismo reazionario. L’intera società civile ha avallato l’irresponsabilità rispetto al compito, la fuga dall’impegno che è fatica, la metamorfosi della parola dovere in un tabù linguistico. Ha accettato di essere continuamente accusata da chi nello stesso tempo pretende di venire da essa mantenuto»2.

Il genitore che nel film piange sul destino del proprio figlio ha avuto ciò che si merita.

Note
1. Hegel, Phänomenologie des GeistesPrefazione, 19 (Quando mancano la serietà, il dolore, la pazienza e il travaglio del negativo’, Fenomenologia dello spirito, trad. di Enrico De Negri, La Nuova Italia 1973, p. 14).
2. Contro il Sessantotto. Saggio di antropologia, Villaggio Maori Edizioni 2012, pp. 45-47.

3 commenti

  • agbiuso

    3 Agosto, 2019

    Di fronte a questa e a molte altre simili espressioni dell’umano, che cosa bisogna pensare, che cosa bisogna fare?

  • Tina Messineo

    24 Luglio, 2019

    A una lezione tu, Alberto, hai spiegato il pensiero che qui esprimi. I nostri figli, come quelli del ’68, coccolati viziati protetti fin’anche nella loro stupida o atroce violenza. Hai poi chiesto ai tuoi studenti se ne capissero le ragioni. Qualcuno ti rispose :forse è il loro senso di colpa nei nostri confronti!!!
    Naturalmente scherzosamente rispondesti che non riuscivi a comprendere in che cosa consista questo senso di colpa.
    E insegnasti loro che “far figli” significa prendersi delle responsabilità. Che un cucciolo umano ha bisogno di imparare prima per imitazione dai genitori e attraverso il play (gioco da solo) in cui le regole possono essere disattese, poi, passando alla modalità games, in cui si gioca con gli altri, le regole vanno rispettate.
    Ĺ’individuo però è il prodotto di una società e di un contesto in cui lè regole vengono costantemente disattese, i valori condivisi non hanno più alcun valore, non si crede più a niente. Le istituzioni hanno perso la loro funzione di fornire ai giovani regole.
    Insomma molti giovani allo sbando.
    Molti di loro e dei loro genitori non conoscono Hermann Hesse Siddharta; e giustamente Shakespeare scriveva che gli adolescenti era meglio che dormissero fintanto che sono adolescenti.
    Non aveva visto i nostri giovani…così pieni di amici; sui social e poi profondamente soli! E ha avuto la fortuna di non conoscere molti dei loro genitori.
    Quando I ragazzini degli anni in cui il telefono non c’era neanche in casa, fisso, se marinavano la scuola andavano a nascondersi sotto un albero alla periferia del paese, si accquattavano a terra per non essere scoperti. Erano costretti a una sorta di penitenza autoinflitta, erano costretti a convivere con l’erba la formica il lombrico. ..e a pensare. Per forza dovevano pensare, almeno al fatto che stavano trasgredendo le regole. Era già una crescita..la paura li iniziava in qualche modo.
    Ora, la scuola si marina d’accordo con le mamme che tramite i gruppi Wathsapp si accordano e li accompagnano nei centri commerciali!
    Insomma, hai ragione come sempre nelle tue analisi!
    Niente è per sempre
    Potrà solo diventare peggiore.
    Povero Socrate, sono troppo pochi i ragazzi che hanno dentro la virtù!
    Ma per fortuna qualcuno ancora nasce e qualcuno ancora passa per le tue aule!
    Grazie.

  • Pasquale

    24 Luglio, 2019

    Malaugaratamente Alberto mi pare si possa dira che l’infezione del ’68 sia latente. Non so tu ma io ne vedo i sintomi qua e là manifestarsi e del resto sono sempre più numerose le persone, che parlano, (non) leggono e scrivono assemblando cellule linguistiche di propaganda. Si possono leggere articoli di gazzettieri costituiti da slogan interiorizzati. E un po’ il fenomeno, che noi conoscimao bene, dei discorsi in didattichese. Abbracci Psq.

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