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Bresson / Schopenhauer

Bresson / Schopenhauer

Au hasard Balthazar
di Robert Bresson
Francia-Svezia, 1966
Con: Anne Wiazemsky (Marie), François Lafarge (Gerard), Walter Green (Jacques), Philippe Asselin (Padre di Marie), Nathalie Joyaut (Madre di Marie)

Battezzato con il nome di Balthazar dai suoi padroncini, un asino attraversa la vita in un borgo e nelle campagne francesi. Il suo occhio oggettivo assiste alle azioni degli umani, alla loro violenza,  insensatezza, malvagità. Al loro pianto e alle loro menzogne. Caricato di pesi, ridicolizzato in un circo, oberato di lavoro, frustato e preso a calci, utilizzato per il contrabbando, si spegnerà in un mattino di luce, circondato da un gregge. Il legame più costante di Balthazar è con Marie, una ragazza altrettanto sola e perduta, e con Arnold, un ubriaco che lo picchia e che qualche volta lo protegge.
Ciò che segna questo capolavoro è l’assoluta sobrietà dello sguardo cinematografico, l’oggettività degli eventi -come un piano inclinato, come una legge della materia che va da sé, senza volontà di alcuno-, la sapienza del montaggio capace di trasformare in pensiero un qualunque fotogramma. Il mondo degli esseri umani vi viene descritto per quello che è, per quello che è sempre stato, per quello che sempre sarà: un mondo perduto.
E soprattutto vi appare la distanza e la vicinanza tra l’umano e l’altro animale. Distanza nell’essere l’altro animale libero dal male libero dal bene. Vicinanza nella sciagura che per l’animale rappresenta l’incontro con l’umano.
Proiettato qualche giorno fa al Centro San Fedele di Milano, al film è seguita l’analisi di un filosofo cattolico. Il quale ha accentuato la simbologia cristologica dell’asino -certamente presente in Bresson- ma che ha quasi con disprezzo respinto la dimensione anche animalistica dell’opera. Non c’è niente da fare, ha ragione Schopenhauer:

Si guardino invece le atrocità inaudite che nei paesi cristiani la massa commette contro gli animali, ammazzandoli, ridendo e spesso senza nessuno scopo, mutilandoli e torturandoli, e perfino quando si tratti di animali che direttamente procurano il pane all’uomo, come i cavalli, che anche in vecchiaia vengono strapazzati fino all’estremo delle forze, perché si cerca di tirare l’ultimo midollo dalle loro povere ossa, finché non crollano sotto le bastonate del padrone. In verità verrebbe da dire che gli esseri umani sono i diavoli sulla terra e le bestie le anime torturate. Queste sono le conseguenze di quella ‘scena di insediamento’ nel giardino del paradiso. Infatti soltanto la violenza o la religione possono avere influenza sul volgo: ma per quello che riguarda gli animali il cristianesimo ci pianta vergognosamente in asso. […] Non già pietà, ma giustizia si deve all’animale.
(Parerga e Paralipomena tomo II, a cura di G. Colli, Adelphi 1981, pp. 488-489)

Queste parole potrebbero ben costituire una summa di Au hasard Balthazar. Le ragioni del vero e proprio accanimento teoretico e pratico del cristianesimo e della sua teologia contro la Natura, e in particolare contro il mondo animale, sono chiare. Esse affondano nell’antropocentrismo biblico, in una cosmologia che fa dell’essere umano il senso e il padrone dell’universo, in una teologia convinta che persino il Dio si sia fatto uomo e sia morto per la nostra specie, in una escatologia che riserva a tutto ciò che non è umano un solo destino: la nientificazione. Sono altri i miti e le religioni che possono aiutarci a riconoscere nello sguardo dell’animale, nell’occhio di Balthazar, un’alterità senza la quale è l’umano a essere niente.

2 commenti

  • agbiuso

    25 Dicembre, 2014

    Hai citato due volte Jannacci, caro Pasquale, perché come lui sei un osservatore tanto ironico quanto profondo dell’umano e della sua ridicola tragedia. Il guaio vero è quando di tale hilarotragoedia è vittima la materia non umana, la materia sacra, dagli asini alle foreste. Dovremmo ricordarci, tutti, che di tale materia siamo parte, e mai privilegiata.
    A 8 anni non sapevi ancora che un altro -si dice- abbia pianto anch’egli “sulla sorte di un cavallo”. Episodio assai probabilmente spurio ma certamente emblematico della nobiltà di quell’uomo, e della tua.

  • Pasquale D'Ascola

    25 Dicembre, 2014

    Guarda Alberto Il film è straziante; peraltro far di un asino il protagonista fu un colpo da maestro di Bresson. Uomini comparse nella loro camera di tortura. Non conoscevo ma condivido in pieno il dire di Schopenhauer. Sul filosofo cattolico, psro non sia tuo amico, può succedere, sono piuttosto radicale; nel senso che non vedo coincidenza tra i termini filosofo e cattolico. In ogni modo da quel che dice è un cattolico perfetto; tornerà nel suo paradiso prima o poi, presto gli auguro, e darà il nome di nuovo a tutti gli animali e strapperà loro i denti per vedere l’effetto che fa. Scusa mi infurio a vuoto ma sono come sai un bambino che pianse a 8 anni sulla sorte di un cavallo da corsa e gnanca un plissé per il fantino. Dovettero redarguirmi ma io resto della mia opinione; vuoi galoppare, va a piedi, scemo. O fatti un trenino elettrico. Un caro saluto.

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