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Scrivere

Mente & cervello 117 – settembre 2014

M&C_117_settembre_2014Le mente è una parte della materia consapevole di esistere. Mi ha fatto piacere trovarne ulteriore conferma negli studi di Mark Tegmark, fisico del MIT, il quale sostiene l’ipotesi che, per l’appunto, «la coscienza sia un diverso stato della materia, da collocare assieme a quelli solido, liquido, gassoso e plasmatici, che si meriterebbe il nome di perceptronium» (S. Gozzano, p. 9).
Il corpomente è sempre attivo, in qualunque momento situazione e condizione. Per questo siamo vivi. E per questo «stare da soli in una stanza vuota a pensare, anche solo per un breve periodo di 5-15 minuti, è un compito che la nostra mente trova quasi insostenibile», proprio per «la costante necessità della nostra specie  di ‘fare qualcosa’ anziché rimanere in silenzio e lasciar lavorare la mente in solitudine» (A. Romano, 20). L’Homo faber è un corpomente che impara di continuo, capace di apprendere sia per le componenti genetiche di ciascuno sia per quelle dell’ambiente nel quale ognuno si trova a vivere. Rispetto a tempi recenti, volti ad assolutizzare il condizionamento delle strutture sociali nell’apprendimento, «gli effetti della componente ambientale nello sviluppo delle capacità intellettive dei primati, sebbene non siano trascurabili, vengono quindi ridimensionati» (Id., 23).
Il corpomente apprende in una miriade di maniere. Tra di esse il modo principe è lo scrivere. Senza il linguaggio -nella varietà delle sue forme- non esiste il pensare; senza scrittura non esiste di fatto ciò che chiamiamo filosofia. Le modalità del capire hanno bisogno di un ordine e di una consequenzialità che soltanto il linguaggio sa e può dare. Nelle società contemporanee il modo dello scrivere va sempre più diventando quello digitale, da tastiera, e non più quello analogico, a mano. Con quali effetti? La questione è naturalmente aperta e non semplice. L’ampia ed equilibrata analisi di Brandom Keim mostra «proprio che la scrittura a mano impegni il cervello in modo unico, soprattutto da bambini» e che dunque «la società deve fare attenzione a riporre per sempre le penne nel cassetto» (36). Le ragioni sono davvero numerose. L’antropologo D.F. Armstrong afferma che «c’è uno stretto legame tra le mani e la mente» (Ibidem), come un po’ di tempo fa avevano sostenuto anche Anassagora e Democrito. «Ciò che fanno le mani con una tastiera è molto diverso da ciò che fanno con carta e penna», anche perché mediante la scrittura a mano «mani, occhi e attenzione si concentrano in un unico punto nello spazio e nel tempo» (Ibidem). Bisognerebbe sempre lasciarsi degli ambiti nei quali continuare a scrivere sulla carta, con penna e matita. D’altra parte utilizzare il computer per scrivere risulta estremamente comodo, utile, veloce; consente di archiviare con grande facilità (anche se con la necessaria prudenza) una mole sconfinata di dati, pagine, testi, pensieri. Tutto questo è non soltanto utile ma ha una sua potente bellezza. L’importante è rimanere consapevoli del fatto che «scrivere per un adulto è molto più che la semplice composizione delle lettere e il riconoscimento del carattere. È un processo mentale ricorsivo, un ciclo iterativo tra pensiero e conoscenza» (Id., 38). Scrivere è respirare.

Israele-Palestina. Un articolo di Ranieri Salvadorini è dedicato alle componenti anche psicosociali del conflitto. È un testo non facile da decifrare. Vi si riconosce infatti con chiarezza l’enorme responsabilità del nazionalismo sionista in quanto accade da settanta anni in Palestina; vi si parla di una vera e propria «logica di paranoia» della quale è vittima la società israeliana (60); si informa su Breaking the silence, l’organizzazione di ex militari dell’esercito di Israele che denuncia con coraggio la violenza estrema dei coloni ebrei e la brutalità assoluta dell’occupazione dei Territori, con episodi ricorrenti e continui di «abuso, furti, razzie e distruzione delle proprietà dei palestinesi» (64); si parla esplicitamente di disparità di forze in campo: «Da un lato un esercito altamente organizzato e tecnologico, sostenuto a fondo perduto dalla più grande potenza militare al mondo, gli Stati Uniti, e dall’altro una compagine militare approssimativa» (61). L’articolo nel suo complesso sembra tuttavia ispirarsi all’idea di una simmetria politico-psicologica tra israeliani e palestinesi, i quali -secondo Adriano Zamperini- «transitano in modo alterno nei ruoli di vittima e carnefice, con il risultato che ciascuno vede solo la sofferenza che ha subito e mai quella che ha inferto» (60). Vi si parla poi di una delle possibilità che consisterebbe nel fatto che «una delle due parti in campo annienti l’altra parte completamente» (63). È del tutto evidente che le cose non stanno così poiché lo stesso articolo dimostra che se c’è una parte capace politicamente e militarmente di annientare l’altra è soltanto Israele.

2 commenti

  • agbiuso

    30 Settembre, 2014

    Hai ragione, caro Diego. L’eccessiva sintesi mi ha indotto in errore a proposito di ciò che intendevo comunicare. Ho quindi corretto la frase in questo modo:
    “Senza il linguaggio -nella varietà delle sue forme- non esiste il pensare; senza scrittura non esiste di fatto ciò che chiamiamo filosofia”.
    Lo scrivere è la modalità più formalizzata del comunicare e del pensare ma non è l’unica. Ciò che ci rende pensanti è il linguaggio, nella grande varietà -appunto- dei suoi modi, a cominciare dall’infinito dialogo di ciascuno con se stesso e compresi i linguaggi degli altri animali, molti dei quali possiedono senz’altro la capacità di pensare.
    Grazie per avermi sollecitato a correggere il testo 🙂

  • diego

    30 Settembre, 2014

    È di enorme interesse la riflessione sulla scrittura. Purtroppo impegni e vicissitudini mi tengono lontano dalla rivista che ho, non ancora aperta, sul mio tavolo. Avrei una domanda, caro Alberto. La scrittura è fondamentale per il pensiero, ne sono continto. Tuttavia se affermiamo: «senza scrittura non esiste di fatto il pensare», che dire di un analfabeta, oppure di un appartenente alla tribù dei pigmei, costoro non pensano? Sicuramente un uomo che sa vivere in una foresta tropicale, cacciando, raccogliendo, leggendo ogni segno dell’ambiente in base ad una sapienza ereditata oralmente o dall’esempio, è, rispetto al luogo, più istruito di un professore di Heidelberg. Che dire dei bambini dislessici? Non sono pochi, sono uomini con una mente più adatta per altre forme di apprendimento che non sia la lettura. In fondo non si nasce già capaci di leggere, ci vuole un lungo apprendimento, che varia da lingua a lingua secondo la complessità. Scrivere è bellissimo (specie se si sa scrivere, anche se oggi scrivono in troppi…), ma non è comunque un apprendimento culturale, non innato?

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