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Il fatto educativo

Metto a disposizione la registrazione audio dell’intervento che ho svolto il 29.11.2019 nel Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Catania, in occasione di un Convegno organizzato dall’Associazione Nazionale Docenti su La scuola che vogliamo. Idee e proposte per una scuola democratica. Il mio intervento ha avuto come titolo La scuola socratico-gramsciana e la scuola del liberismo.

Sono partito dalla constatazione che le riforme scolastiche e universitarie avviate in Italia dalla fine degli anni Novanta del Novecento con il ministro Luigi Berlinguer e proseguite con tutti i suoi successori -qualunque fosse il loro schieramento politico- hanno avuto l’effetto di dissolvere il valore reale dei diplomi e delle lauree, regalandoli a tutti indistintamente e cancellando in tal modo l’unico mezzo di promozione sociale di cui dispongono i ceti e gli individui più svantaggiati. La gestione di tali riforme è stata inoltre affidata non più a direttori e presidi ma a DS, Dirigenti Scolastici, presidi manager e padri-padroni.
L’abbassamento del livello qualitativo nella preparazione degli alunni della scuola primaria e secondaria ha avuto immediate conseguenze sull’Università, dove la conoscenza è diventata un carico di merci i CFU, crediti formativi– da scambiare secondo le regole di un capitalismo non si sa se più arcaico o postmoderno.
Tutto questo è parte della colonizzazione che il nostro Continente sta subendo e che rischia di dissolvere l’identità dell’Università europea come era stata pensata e realizzata nell’Ottocento da Wilhelm von Humboldt, vale a dire una Università istituzionalmente libera dai poteri politici ed economici e soprattutto per questo in grado di svolgere la sua funzione al servizio della scienza, nella unità e pluralità del sapere.
La decadenza dell’Europa è invece testimoniata anche dal tramonto di tale modello a favore di una struttura al servizio del potere politico (qualunque esso sia) e degli organismi finanziari volti alla perpetuazione dell’esistente. Difendere l’università europea humboldtiana contro la sua degenerazione burocratica significa semplicemente garantire il presente e il futuro della scienza e quindi dell’intero corpo sociale.

Con la trasformazione delle materie in crediti da accumulare, lo studio dei nostri studenti è diventato trafelato e quindi superficiale, frammentario, lacunoso. E soprattutto è diventato sempre più apparentemente facile. Lo studio, invece, è un piacere ma è anche sempre determinazione e impegno. Studiare, apprendere, capire il mondo è qualcosa di splendido che, come tutto ciò che vale, richiede tenacia e fatica.
La ragione forse ultima e più profonda di questo pervicace danno didattico ed esistenziale sta nel fatto che governi, media, tecnici della didattica sono attivamente impegnati ‒ciascuno per la sua parte‒ a favorire la costruzione di un Corpo sociale incompetente e passivo. E dunque più facilmente manipolabile. L’obiettivo è ridimensionare, e in prospettiva eliminare, uno dei pochi ambiti della vita sociale ancora istituzionalmente autonomi e culturalmente critici.
L’Università italiana ha naturalmente le sue zone oscure, le sue grandi e gravi responsabilità, disfunzioni, complicità, ma i provvedimenti legislativi e la disinformazione sistematica invece di contribuire a fare luce e a migliorarla producono una sua complessiva delegittimazione che serve soltanto ai poteri finanziari, una delegittimazione che priva di risorse la ricerca, che ruba il presente e il futuro ai nostri figli.
A questo proposito, mi sono esplicitamente riferito alla situazione di Unict e ho parlato in difesa dell’amministrazione del Rettore Giacomo Pignataro, il quale aveva tentato di restituire correttezza e normalità al nostro Ateneo e che invece (forse anche per questo?) è stato sottoposto a una campagna giudiziario-mediatica denigratoria, dentro la quale si muovono le forze più oscure della città. Campagna che capovolge la realtà trasformando alcuni dei responsabili della corruzione in accusatori e alcune delle vittime in accusati. La Sicilia rimane la terra di Pirandello, oltre che del Giorno della civetta.

Ho poi ribadito che la conoscenza e la sua trasmissione non costituiscono soltanto opera di formazione ma soprattutto e prima di tutto opera di educazione. La formazione intende plasmare dall’esterno, l’educazione riconosce invece che la propria funzione consiste nel far emergere da corpimente autonomi il meglio di cui essi sono capaci.
Il vero cuore dell’educazione è la relazione tra persone, l’apprendere insieme. Ogni persona che insegna, infatti, non trasmette soltanto delle informazioni, delle nozioni, degli strumenti tecnici ma sempre anche un modo di porsi di fronte agli altri, di fronte alle regole, di fronte alle difficoltà, di fronte alle idee e ai comportamenti.
Il docente insegna sempre se stesso. E questo accade che lo sappia o non la sappia, che se ne accorga o meno, che tematizzi la questione o la ignori. Il grande successo di molti insegnanti o il fallimento di tanti altri dipende soprattutto da come si affronta questo aspetto cruciale della professione docente.
La scuola è prima di tutto un’educazione a crescere nella libertà, mediante il rigore dei contenuti disciplinari, delle conoscenze, del sapere. Opporre le competenze alle conoscenze è funzionale alla trasformazione della scuola da spazio di elaborazione critica a luogo di utilizzo di strumenti pensati da altri.
Ciò che è in gioco non è un  qualche consolidato metodo didattico; è in gioco –né più né meno– la libertà intellettuale e la capacità progettuale delle nuove generazioni. È in gioco la salvaguardia di due articoli fondamentali della Costituzione della Repubblica:

«L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento» (33)
«I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi» (34)

A tali principi si vuole sostituire una scuola ridotta a cinghia di trasmissione dei programmi confindustriali, volti a creare soltanto quadri esecutivi, incapaci di quella critica dell’esistente che è il portato più fecondo della storia europea. Un modello di istruzione terapeutica e socializzante priva di qualunque spessore culturale e ridotta a tenere in qualche modo i ragazzi a scuola per non lasciarli sulle strade.
La scuola non può “garantire a tutti pari opportunità di successo formativo” ma deve certamente offrire a ogni membro del corpo collettivo uguali occasioni di apprendimento.
La struttura dell’educazione è socratica. Nessun docente può garantire alcun risultato se in chi lo ascolta non c’è predisposizione all’apprendere e volontà di riuscirci. L’educatore non è onnipotente; l’educando non è una macchina plasmabile in qualsivoglia forma.
Rapporto fra persone, incontro di libertà; in questo consiste il fatto educativo.

La registrazione dura 26 minuti:

Intelligenza

Filosofia, Intelligenza Artificiale e apprendimento 
in Punti Critici, 9 – marzo 2004
Pagine 57-83

L’editrice Petite Plaisance ha completato la riedizione integrale della rivista Punti Critici.
Nel numero 9 del marzo 2004 uscì un mio saggio dedicato alla questione dell’Intelligenza Artificiale da una prospettiva antropologica e pedagogica, oltre che mentalistica. In esso mi chiedevo: «Se il pensare è una caratteristica specifica della nostra specie, può il pensiero nascere e operare fuori da un legame strettissimo con il corpo? I ‘qualia -le sensazioni che si provano a essere un determinato ente e non un altro -, le esperienze fenomeniche, individuali, qualitative possono essere separate dal legame con l’organico, coi sensi, con il biologico?».
In questo testo, e poi in altri che sono seguiti, ho cercato di rispondere a partire anche da una embodied cognitive science, che «alla interpretazione puramente simbolico-sintattica della mente sostituisce la prospettiva per la quale mente, cervello e mondo sono parti di un’unica struttura».

I precedenti saggi pubblicati su Punti Critici si possono leggere qui:

Educazione e antropologia
in Punti Critici, 2 – settembre-dicembre 1999
Pagine 27-46

Sulla «Grande Riforma» della scuola italiana
in Punti Critici, 5/6 – dicembre 2001
Pagine 163-176

Per una filosofia dell’informazione
in Punti Critici, 8 – ottobre 2003
Pagine 141-146

Medea / Münchausen

Mente & cervello 125 – maggio 2015

Amphora with Medea Ixion PainterIl cognitivismo ha rappresentato una spiegazione della mente condivisa da molti studiosi. Ma ormai mostra crepe sempre più evidenti e lo fa in una miriade di campi. Uno dei più importanti è il linguaggio, un tempo roccaforte dei cognitivisti. E invece si scopre che nell’apprendimento di una lingua «ciò che è cruciale è che alla capacità computazionale di tipo statistico sia affiancato un ambiente sociale, che è naturalmente il contesto primario e la ragion d’essere per lo sviluppo del linguaggio» (S.Gozzano, p. 9). Parlare è un’attività olistica, insomma, come tutte le funzioni umane, comprese quelle più specificatamente mentalistiche. La memoria, ad esempio, non è fatta di un accumulo cognitivo di dati ma di una complessa dinamica di «dimenticanza adattativa», di ricordo e di oblio (M.Semiglia, 20). L’apprendimento, poi, è una struttura insieme unitaria e costituita da molteplici componenti, tanto da risultare impoverita dall’utilizzo di strumenti veloci ma passivi -come i computer- rispetto a strumenti più lenti che però permettono di selezionare, riflettere, ricreare l’appreso. Il titolo dell’articolo di Cindi May –In aula meglio la penna del pc (102)- è persino irridente nei confronti dei molti pedagogisti e didatticisti, tutti presi da un patetico entusiasmo nei confronti delle macchine per imparare. In realtà, «anche quando consente di fare di più in meno tempo non sempre la tecnologia serve a imparare. Nell’apprendimento c’è qualcosa di più che ricevere e ingurgitare informazioni- […] Per prendere appunti, agli studenti servono meno gigabyte e più cervello» (103).
Un ambito tanto delicato quanto colmo di pregiudizi è quello della maternità. La figura della madre ‘buona’ per definizione è del tutto falsa. Una miriade di esperienze lo dimostra. Medea è davvero una metafora efficace di quanto di oscuro si muove nella maternità. Clamorosi e drammatici sono i casi di Münchausen Syndrome by Proxy (MSbP), la sindrome di Münchausen per procura, nella quale le mamme attribuiscono ai figli malattie inesistenti, allo scopo di concentrare l’attenzione su se stesse. Nei casi più gravi, tali madri mettono a rischio la vita stessa dei figli, sino a ucciderli. Non si tratta di semplice ipocondria per procura -quando la madre è davvero convinta che il figlio sia malato, anche se non è vero-, «le mamme Münchausen sanno perfettamente che il bambino non ha niente, e cercano deliberatamente il dramma, nel quale sono protagoniste […] in una sarabanda di bugie che sempre più spesso oggi si avvale di Internet e dei social media per amplificare l’attenzione coinvolgendo più persone. E senza preoccuparsi delle possibili conseguenze sul bambino» (P.E.Cicerone, 92). Forse non è balzana la richiesta «che i genitori siano dotati di una sorta di patentino prima di essere autorizzati a procreare» (D.Ovadia, 55). In tutto questo c’è una magnifica ironia: si tratta infatti di un’antica proposta platonica, che oggi viene ripresa nell’ambito dei diritti umani, in questo caso il diritto del bambino ad avere dei genitori decenti.

Scrivere

Mente & cervello 117 – settembre 2014

M&C_117_settembre_2014Le mente è una parte della materia consapevole di esistere. Mi ha fatto piacere trovarne ulteriore conferma negli studi di Mark Tegmark, fisico del MIT, il quale sostiene l’ipotesi che, per l’appunto, «la coscienza sia un diverso stato della materia, da collocare assieme a quelli solido, liquido, gassoso e plasmatici, che si meriterebbe il nome di perceptronium» (S. Gozzano, p. 9).
Il corpomente è sempre attivo, in qualunque momento situazione e condizione. Per questo siamo vivi. E per questo «stare da soli in una stanza vuota a pensare, anche solo per un breve periodo di 5-15 minuti, è un compito che la nostra mente trova quasi insostenibile», proprio per «la costante necessità della nostra specie  di ‘fare qualcosa’ anziché rimanere in silenzio e lasciar lavorare la mente in solitudine» (A. Romano, 20). L’Homo faber è un corpomente che impara di continuo, capace di apprendere sia per le componenti genetiche di ciascuno sia per quelle dell’ambiente nel quale ognuno si trova a vivere. Rispetto a tempi recenti, volti ad assolutizzare il condizionamento delle strutture sociali nell’apprendimento, «gli effetti della componente ambientale nello sviluppo delle capacità intellettive dei primati, sebbene non siano trascurabili, vengono quindi ridimensionati» (Id., 23).
Il corpomente apprende in una miriade di maniere. Tra di esse il modo principe è lo scrivere. Senza il linguaggio -nella

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Educarsi

La pedagogia, con le sue propaggini didatticiste, è uno dei finti saperi che riempiono la modernità. I Greci ne ignoravano l’esistenza e sapevano, invece, educare. Pensavano, infatti, che l’essenziale si impara da sé, dal riflesso che il fluire del mondo lascia nei nostri occhi e che nessun maestro -bravissimo o inetto che sia- ci può insegnare. Questo è l’evidente segreto del socratismo.

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