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Sull’Università italiana: numeri e pregiudizi

L’obiettivo è anestetizzare il corpo sociale e indurlo ad accettare le decisioni prese dalle istituzioni finanziarie e dai poteri politici a esse subordinate. Quali i mezzi? Due sopratutto, tra di loro strettamente coniugati: la droga televisiva (distrazione e disinformazione) e l’umiliazione della conoscenza. Il risultato sarà -deve essere- la limitazione del pensiero critico a individui isolati e a piccoli gruppi, additati al pubblico disprezzo delle masse.
Uno degli ambiti nei quali tale strategia si dispiega è quello della formazione universitaria. È in questa sede, infatti, che dovrebbe arrivare a maturazione e compimento il percorso di conoscenza, e quindi di libertà, che comincia con la scuola. E allora ecco che in Italia un gruppo di bocconiani fanatici e di agguerriti professori collaborazionisti che scorrazzano nei “più grandi quotidiani del Paese”, coadiuvati da pittoreschi giornalisti e da una signora laureata in giurisprudenza a Brescia (fuori corso e con il voto di 100 su 110, che andò a prendersi l’abilitazione in Calabria e che poi divenne persino ministra dell’Università) cominciano a ripetere ossessivamente che per l’Università italiana si spende troppo, che professori e studenti sono in numero spropositato, che la laurea non serve a nulla. I loro nomi? Eccoli: Mariastella Gelmini, Francesco Giavazzi, Roberto Perotti, Francesco Profumo, Michel Martone, Andrea Ichino, Oscar Giannino, Sergio Benedetto. Costoro diventano direttamente decisori politici (Gelmini, Profumo) o potenti consiglieri dei decisori.
La loro tenace arroganza è tuttavia pari alla loro impreparazione. È quanto si desume dall’edizione 2013 del Rapporto OCSE Education at a Glance, i cui risultati sono sintetizzati e discussi da Giuseppe De Nicolao su «Roars»: Education at a Glance 2013: cosa dice l’OCSE dell’università italiana?
Da tale studio risulta che l’Italia è la 30° su 33 Paesi dell’OCSE nella spesa per l’Università; che soltanto l’Ungheria effettua tagli superiori a quelli dell’Italia, la quale è l’ultima come percentuale dell’istruzione sul totale della spesa pubblica; che nel rapporto studenti/docenti su 26 nazioni soltanto 5 stanno peggio di noi; che nei costi per ogni singolo studente siamo al 14° posto su 24; che lungi dall’essere «quasi gratuita» (Giavazzi dixit) l’Università italiana è al 3° posto come somme richieste alle famiglie; che l’età media dei laureati di primo livello è la più bassa in Europa; che ben lontani dall’avere troppi laureati, siamo al 34° posto su 36; che i benefici pubblici di un laureato italiano sono superiori del 3,7 ai costi sostenuti; che i laureati hanno un reddito medio superiore del 48% a quello dei diplomati; che la percentuale di laureati che trovano lavoro è del 79% rispetto al 75% dei diplomati nelle scuole superiori e al 58% dei diplomati nella scuola media.
Le conclusioni di De Nicolao sono le seguenti: «Una nazione che investe poche risorse umane e finanziarie nell’istruzione universitaria e che negli ultimi anni ha tagliato ulteriormente nel contesto di un generale disinvestimento riguardante l’intero settore dell’istruzione. Una percentuale di laureati che ci vede ultimi in Europa e penultimi nell’OCSE. Una spesa per studente che è sotto la media mentre è in aumento la percentuale di costo scaricata sulle spalle degli studenti e delle loro famiglie. Per l’Italia, i dati OCSE dipingono con efficacia il quadro di una nazione che ha intrapreso con decisione la via del declino civile, culturale ed economico».
L’Università italiana ha certamente limiti e problemi di varia natura. Uno di essi è la presenza al proprio interno di professori come quelli elencati sopra, i quali stanno dando un attivo contributo -fatto di di superficialità e di pregiudizio- alla sua distruzione. I numeri dell’OCSE bocciano tali professori e la loro impreparazione come studiosi e come cittadini. Ma si sa che i collaborazionisti sono di solito più zelanti dei loro padroni.

[Un commento sintetico e vivace a questi dati si può leggere sul «Fatto Quotidiano» a opera di Thomas Mackinson: Università, l’Ocse sbugiarda stampa e politica. “Troppi costi e studenti”: falso. Segnalo anche due articoli dedicati da Francesco Coniglione allo stesso tema, usciti su «Vita pensata»: Università sotto tiro. Miti e realtà del sistema universitario italiano (I parteII parte), poi ulteriormente elaborati nel volume Maledetta Università. Fantasie e realtà sul sistema della ricerca in Italia, Di Girolamo Editore, 2011]

 

24 commenti

  • agbiuso

    13 Settembre, 2016

    Segnalo il documentatissimo intervento che Alberto Baccini (Ordinario di Economia politica a Siena) ha tenuto lo scorso giugno a Catania, nel quale l’autore dimostra l’inconsistenza delle argomentazioni a favore della «retorica dell’eccellenza», proponendo di puntare invece sulla «solidità della ricerca»:
    Collaborazionisti o resistenti. L’accademia ai tempi della valutazione della ricerca

  • agbiuso

    3 Aprile, 2015

    I numeri sono implacabili: i governi italiani disprezzano la conoscenza. E si vede.

    La spesa è la più bassa dell’UE … «ma si sta dedicando maggiore attenzione alla qualità dell’istruzione superiore»

    Fonte: Roars, 3.4.2015

    Grafico

  • agbiuso

    13 Marzo, 2015

    Segnalo un documento del CUDA di Catania:

    ===================
    Eterogenesi dei fini: paradossi della Legge Gelmini e urgenza del ruolo unico

    Non ci voleva molto per prevedere – l’abbiamo fatto insieme ad altri in tempi passati e non sospetti – che la pessima Legge Gelmini si sarebbe ritorta contro chi la aveva sostenuta o ne aveva tacitamente (e italicamente) favorito l’approvazione (CRUI di allora in primis e suoi fedeli seguaci).
    Ne è dimostrazione l’effetto perverso sotto ogni aspetto che sta avendo il combinato disposto del continuo e irresponsabile definanziamento degli atenei (sempre meno “meritevoli” e in blocco di turn-over) da un lato, e dell’art. 6 comma 4 della stessa 240, dall’altro1.
    Oggi, non solo nel nostro Ateneo, ai professori aggregati va necessariamente retribuita tutta la didattica (e dalla prima ora, si veda la recente sentenza, n. 644 del 22 gennaio 2015, del Tar Lombardia), ma non ci sono spesso tutti i soldi per farlo. E dunque che si fa? Si taglia l’offerta formativa? Si chiudono i corsi di studio vessati dalle adempienze del tutto formali del sistema di valutazione AVA? Si rinuncia a linee di didattica spesso fondamentali e innovative?

    Crediamo che sia necessario continuare a garantire – per la crescita professionale dei docenti e per la tenuta dell’offerta formativa e del diritto allo studio degli studenti e delle famiglie – con ogni riserva di spesa possibile (e ci sono senz’altro delle riserve di spesa) il maggior numero di corsi che gli aggregati vogliano, col loro consenso, tenere. E ciò al fine di non smantellare pezzi rilevanti di quel modello universitario del 3+2 che, piuttosto che “a costo zero”, si è costruito sulle spalle di chi ha insegnato gratuitamente per anni, al di fuori delle regole del suo Status giuridico.

    Vediamo al tempo stesso emergere, in modo ormai inequivocabile, e non solo nella nostra realtà, la presenza dei colleghi docenti e professori con contratto a tempo determinato (a breve nel nostro Ateneo gli RtdA e B potrebbero raggiungere il centinaio…). Pare fondamentale e urgente prevedere statutariamente un sistema adeguato di rappresentanza – negli organi e nei ruoli di coordinamento della ricerca – per chi sta sostenendo, in un clima di garanzie parziali e instabili, la didattica e la ricerca, in quote crescenti.

    Ribadiamo infine che solo il ruolo unico della docenza, in forme che si possono discutere ma che nell’esito non sono più eludibili, può evitare un tracollo del sistema universitario (ancor prima che la sua divisione in serie calcistiche); tracollo annunciato, previsto e certificato (lo ha fatto il CUN più volte) ma illeggibile dalla politica e ancora da una parte, purtroppo, dello stesso sistema universitario.

    CUDA (Coordinamento di ricercatori, docenti, studenti, pta, strutturati e precari di UNICT per un’Università pubblica libera, aperta e democratica).

    1 Articolo che recita: “Ai ricercatori a tempo indeterminato, agli assistenti del ruolo ad esaurimento e ai tecnici laureati di cui all’articolo 50 del decreto del Presidente della Repubblica 11 luglio 1980, n. 382, che hanno svolto tre anni di insegnamento ai
    sensi dell’articolo 12 della legge 19 novembre 1990, n. 341, e successive modificazioni, nonché ai professori incaricati stabilizzati sono affidati, con il loro consenso e fermo restando il rispettivo inquadramento e trattamento giuridico ed economico, corsi e moduli curriculari compatibilmente con la programmazione didattica definita dai competenti organi accademici nonché compiti di tutorato e di didattica integrativa.”.

  • agbiuso

    23 Febbraio, 2015

    Roars ha pubblicato un (altro) articolo, nello stesso tempo ironico e rigorosissimo, dedicato alla situazione universitaria e alle bizzarre affermazioni dell’attuale presidente del consiglio.
    Vi si dice, tra l’altro:
    «Ma che strano campionato.
    I giocatori, invece di allenarsi o di giocare le partite allo stadio, passano ore e ore negli spogliatoi a riempire schede di valutazione e formulari» e si chiede di «tornare a fare il nostro lavoro, che comprende l’insegnamento, la ricerca e l’innovazione. Se continuiamo ancora con gli eccessi della valutazione e dell’autovalutazione fra poco non resterà proprio più niente da valutare».

    Gli autori sono Nicola Casagli e Riccardo Fanti; il link è questo: Clamoroso al Cibali!

  • agbiuso

    8 Gennaio, 2015

    “E cosa avrebbbe pensato Pietro Verri di questi burocrati, enciclopedici solo nella capacità di profanare ogni campo dello scibile, pronti a fare scempio di grammatica e lessico, senza però trascurare l’aritmetica e la statistica? Non è una novità. Da sempre, le prime vittime sacrificali dell’ideologia sono la cultura, l’onestà intellettuale e il senso del ridicolo.”

    Così si conclude un articolo di Giuseppe De NicolaoANVUR, la tragedia di un’agenzia ridicola– che mi sembra porre una definitiva pietra tombale su tale Agenzia, i cui membri percepiscono 178.500 Euro all’anno (210.000 per il presidente Stefano Fantoni) e che si sono macchiati di una serie di errori clamorosi (e di ogni genere) a danno dell’Università italiana.

  • agbiuso

    31 Dicembre, 2014

    W L’IGNIORANZA! Breve antologia dei “maître à penser de noantri”
    ROARS, 31 dicembre 2014

    A fine anno è ora di bilanci e rigraziamenti. L’Italia è scesa all’ultimo posto in Europa per percentuale di laureati, è penultima per spesa per l’università in rapporto al PIL ed anche ultima nell’OCSE per spesa pubblica destinata all’istruzione. Sono traguardi che non si raggiungono in un giorno, ma che sono il frutto di politiche mirate e perseveranti. In questi ultimi anni, la via ci è stata indicata, giorno dopo giorno, da una piccola schiera di editorialisti, giornalisti, economisti, opinionisti, politici e manager. Sono i maître à penser de noantri, di cui offriamo una breve antologia. A loro si addice la frase di Churchill:

    «Mai così tanto fu dovuto da tanti a così pochi»

    Download diretto delle slide: W L’IGNIORANZA!

    ==========

    Diapositive da sfogliare. Ci sono i maggiori luminari della malafede e dell’ignoranza sull’università, con le rispettive affermazioni e la prova della loro menzogna.
    Ecco i loro nomi:
    Perotti
    Giavazzi
    Gelmini
    Boldrin
    Giannino
    De Rita
    Possa
    Zingales
    Berlusconi
    Renzi
    Briatore

  • agbiuso

    20 Dicembre, 2014

    Il processo di precarizzazione nell’università
    di Francesco Sylos Labini, il Fatto Quotidiano, 20 dicembre 2014

    Qualcuno era distratto quando è stato decurtato del 20% il finanziamento agli atenei, e continuava a essere distratto mentre il turn-over era strozzato al 20% (fino all’anno scorso). Ora si è svegliato e può osservare i risultati matematici di tale politica: la rottamazione d’intere generazioni. Negli ultimi anni è avvenuto, infatti, un processo di precarizzazione impressionante nell’università: i docenti strutturati sono calati del 20% mentre i diversi contratti a tempo determinato sono raddoppiati, con il risultato che oggi meno del 50% del personale universitario che svolge didattica o ricerca ha contratti a tempo indeterminato.

    Il problema di oggi è che migliaia di questi giovani ricercatori sono già stati, o sono sul punto di essere espulsi dal sistema nei prossimi mesi, in quanto il loro contratto non può essere rinnovato per limiti di legge e non vi è possibilità di fare dei concorsi per assumerli.

    Questo risultato non è casuale, piuttosto è un esempio evidente degli effetti del problema del sub-appalto della politica. “L’epocale riforma Gelmini”, varata dal governo meno interessato alla ricerca e alla cultura dal dopoguerra, è stata scritta, appoggiata e sostenuta dai “poteri forti” del paese, ovvero Confindustria, con gli organi preposti (Treelle, Fondazione Agnelli, ecc.), che, vedendo nell’università un modo per formare quadri aziendali gratis e per avere un ufficio studi a costo zero, chiede di fornire formazione e ricerca ritagliate sulle esigenze del momento, spesso di corto respiro: sia il centro destra che il Partito Democratico hanno delegato in toto a questi soggetti il ruolo di determinare la politica universitaria dalla riforma Gelmini ad oggi.

    L’opera di smantellamento prosegue dunque senza intoppi, appoggiata dall’indecente teatrino dei soliti editorialisti che spiegano che così s’introduce il merito, che bisogna puntare sull’eccellenza, che finalmente si fa la valutazione, ecc.

    Di fronte a questo spregiudicato e folle attacco la reazione del mondo universitario è però ben descritta dal grande George Orwell nel suo capolavoro ‘1984‘: “Tenerli sotto controllo non era difficile. Perfino quando in mezzo a loro serpeggiava il malcontento (il che, talvolta, pure accadeva), questo scontento non aveva sbocchi perché privi com’erano di una visione generale dei fatti, finivano per convogliarlo su rivendicazioni assolutamente secondarie. Non riuscivano mai ad avere consapevolezza dei problemi più grandi”.

  • agbiuso

    24 Agosto, 2014

    Ieri Roars ha pubblicato un articolo -come di consueto ben documentato- dal titolo Ma è proprio vero che le università italiane fanno schifo, e Catania di più?
    La risposta è naturalmente che no, non è vero. E che l’attacco all’Università pubblica in Italia -così come quello alla scuola e alla sanità- ha anche il ben preciso scopo di ridurre ulteriormente il welfare e di eliminare quello che -nonostante tutti suoi limiti- rimane ancora uno spazio di critica dell’esistente.

    Consiglio la lettura dell’articolo, che viene così presentato:

    “Si potrebbe in sostanza fare per le università italiane la stessa valutazione che nel 1999 ha portato l’Onu a classificare il sistema sanitario italiano come il secondo migliore al mondo, risultato che desta stupore quando si abbia davanti agli occhi il degrado di certi reparti ospedalieri, ma che diventa plausibile se si tiene conto della sua copertura media sulla popolazione e non solo dei centri di eccellenza scientifica. Allo stesso modo il nostro sistema universitario è complessivamente di buon livello, nel senso che esso assicura una qualità media diffusa sul territorio con pochi picchi (che si concentrano in specifiche discipline), ma anche senza troppe deficienze gravi. Ed inoltre il numero di università su tale medio livello è considerevole, visto che ci si posiziona come il quarto o quinto paese al mondo per numero di università che rientrano tra le prime 500, a seconda delle classifiche prese in esame”.

  • agbiuso

    29 Aprile, 2014

    L’Università che uccide se stessa
    di Giovanni Salmeri e Stefano Semplici

    La pubblicazione, da parte dell’ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca), delle Linee Guida per l’Accreditamento periodico delle sedi e dei corsi di studio è l’ultimo episodio di una strategia di distruzione dell’Università per via burocratica che lascia davvero sconcertati.
    Si tratta di un documento di 57 pagine, che in nome della onnipresente esigenza di Assicurazione della Qualità rovescia sugli addetti ai lavori l’ennesimo diluvio di indicazioni, tabelle e algoritmi che paiono usciti da un testo di astrologia: l’intera vita accademica viene tradotta e stravolta, ancora una volta, in adempimenti, requisiti, misurazioni, riunioni, valutazioni, raccomandazioni, incontri, indicatori, redazioni, programmazioni, colloqui, descrizioni, dichiarazioni.

    […]
    (a pagina 6, per esempio, scopriamo per la prima volta che gli Atenei devono esercitare «una azione continua di formazione dei responsabili dei Corsi di Studio» e tremiamo al solo pensiero dei possibili contenuti e dei misteriosi docenti ai quali sarà affidata questa sorta di “rieducazione” permanente).

    Il documento è sconcertante non perché finora le indicazioni in proposito abbiano avuto un orientamento molto diverso, ma perché qui tutto si trova moltiplicato ed esasperato, fino al punto che sono indicati giorni della settimana e orari in cui i membri della CEV (Commissione Esperti per la Valutazione) devono svolgere i loro incontri, perfino privati. Se il testo non fosse stato pubblicato sul sito istituzionale dell’ANVUR si potrebbe davvero credere di essere di fronte ad una parodia.

    […]
    Non abbiamo paura di lavorare di più. E soprattutto – ci teniamo a sottolinearlo a scanso di equivoci – non abbiamo paura di essere valutati, giudicati e controllati. È giusto che i professori universitari siano premiati quando operano bene e siano puniti e, nei casi estremi, perfino cacciati quando si sottraggono ai loro doveri verso gli studenti e verso la comunità scientifica alla quale appartengono. Così come dovrebbe accadere per tutti coloro che hanno la responsabilità e l’onore di lavorare per il bene comune, ricevendo per questo uno stipendio dallo Stato. Rifiutiamo però – e siamo ormai pronti a farlo fino a prendere la strada di una vera e propria disobbedienza civile – di accettare l’idea che questi obiettivi siano raggiungibili solo trasformando la burocrazia accademica in un mostro che divora le passioni e le energie di chi cerca ogni giorno di fare il proprio dovere e lascia paradossalmente indisturbati tutti gli altri. Parliamo di macigni che hanno trasformato in una frustrante corsa ad ostacoli la nostra vita quotidiana:

    ― occupazioni che tolgono spazio al nostro vero lavoro e ci trasformano in passacarte che non hanno più tempo e voglia neppure di parlare con gli studenti (e ancor meno fra di noi);

    ― adempimenti che sono, per ammissione universale, perfettamente inutili e inducono a continui falsi ideologici, consistendo, in buona parte, nelle redazione di documenti in cui si parla di riunioni immaginarie con discussioni immaginarie su argomenti immaginari;

    ― una mentalità che è la filigrana di queste normative e che rivela una sistematica sfiducia nei confronti delle Università, presentate all’opinione pubblica come istituzioni che devono continuamente dimostrare di non essere associazioni a delinquere dedite alla circonvenzione di incapaci;

    ― la mortificazione dell’autonomia universitaria tramite una regolamentazione nevrotico-ossessiva che rende sempre più difficile l’invenzione, la sperimentazione, l’interdisciplinarità, non per ultimo per l’anticipo spropositato con cui ogni sia pur minima novità va programmata.

    Ci permettiamo anche di aggiungere che è inammissibile che documenti che pretendono di promuovere la qualità dell’Università siano scritti in un italiano stentato, pieno di barbarismi, con perle come «la CEV, può proporre all’ANVUR», «La CEV deve riunirsi […] per allineare [?] tutti i componenti sull’andamento della visita» (p. 12), «discussione sulle evidenze [?] della giornata» (p. 13 e altrove), «ex-alumni» (p. 13), «Se dopo tale tempo, le criticità permangono» (p. 15), «nota da tutti docenti » (p. 46), «gli eventuali altre strutture» (p. 49 e 51), «il numero di ore […] sono adeguate» (p. 56). Che lingua è? E nessuno si è accorto di quanto sia offensivo spiegare: «La CEV marca a destra la casella della riga prescelta» (p. 20 e poi molte altre volte)? Che cosa sono, le istruzioni per un bonobo?

    Abbiamo un minimo di dignità e non accettiamo di farci valutare con regole elaborate da qualcuno che riceverebbe probabilmente Obblighi Formativi Aggiuntivi (OFA) in lingua italiana in qualsiasi prova di ammissione all’Università e che tratta pure gli «Esperti» come docili esecutori.

    […]
    Potremmo continuare a lungo, ma preferiamo per chiarezza giungere subito alla conclusione. La pubblicazione delle Linee Guida per l’Accreditamento periodico delle sedi e dei corsi di studio ha reso ormai definitivamente chiaro che nessuno può farsi illusioni sul sistema AVA, inaugurato con Decreto Ministeriale del 28 gennaio 2013.
    In campo non vi sono opzioni diverse su singoli problemi, ma due modelli di Università, diversi e inconciliabili: da una parte c’è un’Università libera e autonoma, valutata da agenzie indipendenti e anzitutto dagli studenti,fatta di insegnamento e di ricerca, in cui si suppone che le cose siano fatte bene a meno che consti il contrario; dall’altra c’è l’Università sotto il totale controllo delle burocrazie ministeriali, fatta di docenti trasformati a loro volta in burocrati, di commissioni e carte, con l’ossessione della «misurazione», in cui si suppone che le cose siano fatte male a meno che non si riesca a dimostrare il contrario. Bisogna scegliere da che parte stare.

    Chiediamo per questo a tutte le colleghe e i colleghi di prendere atto che è arrivato il momento di metterci la faccia, non lamentandosi nei corridoi o intorno al tavolo di una cena fra amici, ma dicendo a voce alta che d’ora innanzi rifiuteranno la loro collaborazione per tutti gli adempimenti previsti dal sistema AVA (Autovalutazione, Valutazione periodica, Accreditamento), garantendo solo ciò che è indispensabile per non danneggiare i loro studenti. Noi lo faremo e speriamo di non restare soli. Chiediamo al CUN e alla Conferenza dei Rettori di rinunciare finalmente all’illusione di poter salvare l’Università con documenti che negli ultimi tempi hanno dimostrato la disponibilità ad un ravvedimento operoso rispetto a troppe complicità del passato e che tuttavia non producono nessun effetto. Facciano quello che la politica oggi ci sollecita a fare: chiedano prove concrete di un cambiamento radicale di rotta (a partire dal ritiro del Decreto Ministeriale del 28 gennaio 2013 con cui è stato istituito il sistema AVA) in tempi brevissimi e si dimettano in blocco se non accadrà niente. Chiediamo al Ministro e al Presidente del Consiglio, che non ne parla mai, di considerare che l’Italia non cambierà verso se non cambierà verso la nostra Università.
    Il Ministro riconosce che l’ANVUR ha in molti casi creato ostacoli anziché aiutare il sistema a guadagnare trasparenza ed efficienza? Cambi verso all’ANVUR, naturalmente senza buttare il bambino con l’acqua sporca. Il Presidente Renzi vuole prendere a picconate l’ipertrofia burocratica che genera frustrazione e spreco di risorse? Prometta che ridurrà dell’80 per cento il volume delle norme e degli adempimenti che uccidono l’Università e che sono stati purtroppo pensati con il contributo proprio di alcuni professori universitari, che in buona fede hanno fatto alcune cose buone e, purtroppo, molti errori. E lo faccia davvero. Siamo pronti a dimostrare che il 20 per cento di ciò che è stato fatto basta e avanza per stanare i fannulloni, valorizzare la buona ricerca, colpire davvero gli assenteisti e chiudere i corsi di laurea che “vendono” agli studenti quel che non hanno. Nel frattempo, si restituisca qualcosa anche all’Università. In troppe aule sono rimasti ormai solo gli studenti. E pareti e tetti non sono spesso in condizioni migliori di quelli delle nostre scuole.
    ===========

    Il testo integrale è stato pubblicato su Roars, 29.4.2014

  • agbiuso

    27 Aprile, 2014

    La lettera settimanale che Roars invia a chi la chiede mi sembra una buona sintesi della situazione e degli effetti della politica universitaria italiana.
    Al di là della disinformazione, dei pregiudizi, delle bugie.

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    ISSN: 2280-3955
    XVI/2014
    27 aprile 2014

    Siamo ultimi in Europa come percentuale di laureati, ma niente paura: si può ancora peggiorare, anzi lo stiamo pianificando. Un documento Eurostat non solo mostra che l’Italia è il fanalino di coda dell’Unione Europea, ma riporta anche l’obiettivo che ci siamo dati per il 2020: talmente basso da farci rimanere ultimi anche se nel frattempo la Turchia venisse accolta nell’UE (Laureati: Italia ultima in Europa. Obiettivo 2020: aggravare il distacco). Il nostro è un primato perseguito con costanza e determinazione: la nostra percentuale di spesa pubblica per l’istruzione è la più bassa dell’OCSE e nel periodo 2008-2010 solo l’Ungheria ha tagliato la spesa più di noi.

    Le conseguenze più drammatiche sono nel Meridione (I giovani in fuga dalle Università del Sud). Altre misure atte allo scopo sono state comprimere la spesa per borse di studio ed aumentare significativamente le tasse universitarie che erano già al terzo posto tra le più alte in Europa (Tasse universitarie ed austerità).

    In perfetta continuità con i precedenti governi, la prima versione del Decreto Irpef del Governo Renzi finanziava gli “80 Euro” con un’ulteriore taglio di 75 milioni di Euro al Fondo di finanziamento ordinario dell’Università (Giannini: «soddisfatta, non ci sono stati i tagli» e intanto Renzi le sfila 75 milioni). La risposta del Ministro Giannini, proprio all’uscita del Consiglio dei Ministri? Una surreale dichiarazione di soddisfazione per l’assenza di tagli all’università e alla ricerca, quasi fossero stati deliberati “a sua insaputa”. Degna di nota anche la sua dichiarazione di impotenza sull’indirizzo del ministero che presiede: “è necessario che il ministero si sottragga ad una sorta di informale commissariamento: altrimenti finiremo sempre per dover analizzare ogni questione capitolo per capitolo con il ministero dell’Economia”. Per fortuna, nei giorni immediatamente seguenti il Ministro si desta e pare sventare il grosso dei tagli (Tagli a FFO e FOE: cessato allarme. Almeno per ora).

    Tutto bene quel che finisce bene? Non proprio, perché l’emorragia di personale docente richiederebbe investimenti urgenti se si vuole arrestare la picchiata verso la catastrofe (In picchiata verso la catastrofe? Il governo dell’università italiana in un grafico), ben evidenziata anche da un documento CUN sul reclutamento universitario (Documento CUN sul reclutamento universitario).

    Sempre del CUN sono anche altri due documenti, sul mercato elettronico della Pubblica Amministrazione (Raccomandazione CUN sul Mercato elettronico della Pubblica Amministrazione) e sugli ordinamenti didattici di Ateneo (Mozione CUN sugli ordinamenti didattici di aten eo).

    Ma sembrano sortire poco effetto le analisi e le raccomandazioni del CUN rispetto al Moloch burocratico che sta divorando quel che resta dell’università italiana: dopo VQR ed ASN, ad incombere sono le procedure di accreditamento di AVA (ANVUR pubblica le linee guida per l’Accreditamento periodico). Eppure, le riflessioni sull’inadeguatezza e le distorsioni della “valutazione all’italiana” non mancano, come testimoniato dall’intervento di Alberto Baccini ad una tavola rotonda tenutasi a Trento lo scorso dicembre (Napoleone, la valutazione della ricerca e le sue conseguenze prevedibili in Italia). Riguardo all’uso degli indici bibliometrici promosso dall’ANVUR, continua i l dibattito all’interno della comunità matematica italiana (Ancora dal Notiziario dell’UMI).

    Ad un livello ancora più alto, sarebbe ora di analizzare criticamente dogmi e luoghi comuni che hanno egemonizzato il dibattito pubblico su università e ricerca. Uno di questi è sicuramente l’idea che i finanziamenti debbano essere concentrati su poche lineee di ricerca “eccellenti” (Evaluation: dogma of excellence replaced by scientific diversity). Rimanendo in tema, un’intervista radiofonica di Francesco Sylos Labini offre l’occasione per una riflessione a tutto campo sulla ricerca e la sua valutazione (Istruzione per l’uso. Puntata dedicata alla ricerca, alla valutazione della ricerca. Ospite Francesco Sylos Labini). Il materiale su cui riflettere non manca, ma fino ad ora la politica sembra mancare gli appuntamenti. Seppure in sordina, c’è persino stata una “mini-riforma” dell’ANVUR che, purtroppo, sembra catalogabile tra le occasioni perdute (La miniriforma dell’Anvur). Un treno che sarebbe fatale perdere è quello della “revisione” di un’Abilitazione nazionale le cui falle sono ormai evidenti. La Redazione ha provato a tirare un primo bilancio (Per un primo bilancio dell’ASN) e sono già sul tavolo le proposte del CUN (Proposte del CUN per la re visione dell’ASN). Ma nelle stanze del ministero c’è qualcuno che ascolta?

    E’ stata aggiornata la sezione collaboratori.

    A causa delle festività pasquali, questa newsletter copre due settimane invece che una sola.

  • agbiuso

    19 Aprile, 2014

    Il CUN (Consiglio Universitario Nazionale) fa finalmente sentire la propria voce a proposito delle molte sciocchezze politiche e delle autentiche falsità aritmetiche e contabili che il mainstream mediatico propina ogni giorno contro l’Università.

    Consiglio la lettura del documento a chiunque sia interessato a conoscere sine ira et studio la situazione dell’Università italiana: CUN Reclutamento universitario. Una proposta per uscire dall’emergenza (aprile 2014).

  • agbiuso

    3 Ottobre, 2013

    Condivido pienamente il giudizio di Tullio Gregory sull’Anvur come strumento di distruzione dell’Università, alla quale si cerca di imporre “un linguaggio aziendalistico e bancario”. Gregory sostiene giustamente che “l’unico punto di riferimento valido è costituito dai singoli professori, dal loro insegnamento, dalle ricerche che promuovono”.
    Consiglio la lettura integrale della breve ma chiara intervista pubblicata sul Manifesto di oggi: «Disobbedire all’università-azienda»

    Ed è da leggere e meditare anche un articolo di Roars sulla Disfatta dell’Abilitazione Scientifica Nazionale.

  • agbiuso

    6 Luglio, 2013

    Grazie a lei, cara Adriana, della costante attenzione e condivisione.

  • Adriana Bolfo

    6 Luglio, 2013

    Grazie di questo articolo e relativi link, che ho provveduto a diffondere.

  • diegob

    5 Luglio, 2013

    «con la scusa dell’arte e della passione si è obliterato il pensiero»

    Caro Pasquale, questa frase mi interessa, in particolare. Secondo te, da competente dell’argomento, con parole adatte ad un incompetente quale sono, è possibile esista una vera arte priva di pensiero, di lavoro, di sacrificio? Io non ho mai amato certe concezioni della «creatività» decisamente sbracate, che barattano la superficialità per rispetto dell’impulso creativo.

  • Pasquale D'Ascola

    5 Luglio, 2013

    Sapete, lavoro in una scuola dove spesso con la scusa dell’arte e della passione si è obliterato il pensiero, e la parola che con grande passione, arte e fatica invece lo manifesterebbe, isterilendolo alla sua mera funzione utilitaria – due cappuccini, un caffè lungo e un gelatino, lo vuoi un gelatino? –
    Over and out

  • agbiuso

    1 Luglio, 2013

    È detto in modo davvero chiaro: “De-emphasizing, de-funding, and demonizing the humanities means that students don’t get trained well in the things that are the hardest to teach once at a job: thinking and writing clearly”.
    Esattamente ciò che professori e politici collaborazionisti del potere finanziario vogliono che accada anche in Italia.
    Grazie, Pasquale, per aver proposto questo articolo, che mi sembra significativo anche per la sua provenienza.

  • Pasquale D'Ascola

    1 Luglio, 2013

    Mi scuso per l’eccesso di presenze ma il circolo mentale mi attira. Supero la boa del sono d’accordo su tutto con tutti e propongo la lettura di questo articolo. Viene dagli S.U.e l’ho appena letto. Il succo: l’America alleva una generazione di giovani che non saranno in grado di pensare e scrivere. Non conosco l’America se non attraverso la loro pubblicità, cioè i film e forse la generazione è nata molto tempo addietro; in ogni modo pare che americano sia lo stivale che calza alla perfezione il piede italiano. Buona giornata

    http://www.businessinsider.com/the-war-against-humanities-2013-6

  • agbiuso

    30 Giugno, 2013

    Caro Diego, hai colto ed espresso con la tua consueta chiarezza un punto fondamentale della questione.
    Ti ringrazio dell’efficace riferimento a Il resto di niente, che non ho visto e che spero di poter recuperare. Sapevo che è un film di grande valore e quanto tu dici ne dà conferma.
    Neppure i sovrani dell’Ancien Régime, naturalmente, avevano diritto a comprare la libertà dei loro studiosi -perché le ricchezze di cui godevano nascevano dallo sfruttamento dei loro popoli- e ancor meno possono farlo le democrazie contemporanee. Anche perché le loro classi dirigenti, in particolare in Italia, sono composte in gran parte da delinquenti analfabeti.

  • diegod56

    30 Giugno, 2013

    La bella ed accorata discussione di tre intellettuali e docenti come te, caro Alberto, evoca in me una riflessione sul rapporto fra potere e conoscenza, fra potere e cultura. Un rapporto complesso.
    Immagino tu conosca il bel film di Antonietta de Lillo, dal titolo «Il resto di niente». Vi si narra (lo scrivo per i lettori di passaggio) la vicenda di Eleonora de Fonseca, giustiziata fra i rivoluzionari della breve e gloriosa Repubblica Partenopea del 1799. A parte la vicenda centrale del film, c’è una scena a mio avviso emblematica del tema. Ad un certo punto Ferdinando IV di Borbone se la prende con un ritratto di Gaetano Filangieri, il celebre studioso e giurista. Non ricordo esattamente le parole ma il sovrano accusa lo studioso di esser stato un ingrato. Detto con una formula abusata, la classica «serpe in seno», cioè qualcuno che ha usufruito della generosità dei sovrani, promotori di cultura, per scrivere e propagandare idee nefaste al potere monarchico.
    Ecco dunque il punto, a mio avviso, in certe tiritere di ostilità verso l’Università, con particolare accanimento verso le facoltà umanistiche. Il potere costituito, incarnato in taluni personaggi, manifesta l’accusa, fra le righe di ingratitudine. Come dire: io vi pago, e voi dovrete esser funzionali al mio potere.
    Non credo che importi affatto dei risparmi e dei tagli agli sprechi, ma l’intenzione invece di non finanziare chi non è ossequioso.
    Ovviamente lo scopo delle istituzioni universitarie è quello di formare uomini di qualità, e i soldi che si spendono non sono «del sovrano» di turno ma dei cittadini. Ma questo è ovvio, comunque lo scrivo lo stesso.

  • agbiuso

    30 Giugno, 2013

    Cari amici, avete descritto in modo esatto l’esistente e le sue motivazioni.
    Dove governano delle regole pubbliche e condivise non può -evidentemente- esercitarsi il dominio soggettivo, clientelare, mafioso. Ecco perché i decisori politici auspicano -quando lo auspicano- ciò che mai vorrebbero vedere tramutato in realtà.
    “Un appiattimento quieto, direi soddisfatto, al dettato del Partito Unico” mi sembra la tendenza più potente non solo nelle Università o nella pubblica amministrazione ma nei media e nella mente collettiva. È qui che si gioca tutto. Per questo non dobbiamo assolutamente rassegnarci; ne va di ciò che siamo, come individui e come popolo.
    Per quanto riguarda la ragazzina semipiangente (dopo un 27!), spiace anche a me, Pasquale, che tu non le abbia dato 18. Ma per questi sciagurati figli di genitori pigri e paurosi il Narciso nel quale si specchiano diventerà il volto della Medusa; genereranno da sé, appunto, “la propria morte”. E sarà ciò che meritano. La giustizia, per fortuna, cammina spesso sulle gambe del mondo e non su quelle degli umani.

  • Pasquale D'Ascola

    29 Giugno, 2013

    Sì, torno lievemente sull’argomento. Il sistema si manifesta nei termini detti con tanta precisione.
    Ma occorrerebbe anche dire che esigere da questa classe dirigente azioni diverse sarebbe come esigere, peraltro è già stato e sarà anche peggio, esigere dal bandito la stesura del codice penale. Oggi sono stato a Maggianico e m’è tornato in mente l’Azzeccagarbugli. Ebbene, non so, non ne ho idea ma non so quanti docenti lamentino pubblicamente, come Alberto Biuso, o denuncino il malaffare. Non so quanti rettori, nessuno forse, si ribellino all’andazzo. Per quello che riguarda il mio Istituto osservo da tempo un appiattimento quieto, direi soddisfatto, al dettato del Partito Unico. Si direbbe dunque che l’azione di quest’ultimo si trovi proseguita, bene applicata, enfatizzata dentro gli istituti di istruzione. Appiattirsi serve a uno scopo, continuare all’interno delle Istituzioni l’opra devastante del governo, uno per tutti tutti per uno. In altri termini, appiattire serve a nascondere la pochezza di molti insegnanti, per non dire l’incompetenza fino alla disonestà, che in un sistema corrotto, scarso di umanità e intelletto e sapere, trovano tante occasioni per arraffare piccole o grandi miserevoli ricchezze, a volte fare buoni affari, sviluppare amicizie e rapporti da bene spendere extra moenia e, questo è ovvio, alimentare il piccolo Napoleone che c’è in loro. Infine gli studenti: cito un caso fresco , di ieri, di un’allieva che quasi in lacrime dopo un pre-esamino piccino piccino ha fatto un piccolo teatrino di stizza e boria per un 27. Non solo ma ha asserito che per rapporto ai voti ottenuti dagli altri lei, lei, lei, lascio immaginare il resto. Mi sono fatto una nemica. Mi dispiace di non averle dato 18. Capisco bene la frustrazione di chi i voti li chiede al proprio Narciso e che solo di esso accetta il giudizio. La capisco, non la giustifico of course. Con BIuso mi pare si possa dire che il 68 ha vinto. Non desidero generalizzare, eppure. Eppure questo sistema con i suoi metodi stimola e genera da sé la propria morte.

  • Dario Generali

    29 Giugno, 2013

    Caro Alberto,

    condivido in toto la tua analisi, anche perché nessun decisore politico, che negli ultimi anni ha tagliato i fondi per la ricerca e la formazione, ha mai fatto un passo concreto per correggere i difetti dell’università, che sono poi quelli dell’intero paese e della sua struttura politica e amministrativa.
    Tutti parlano di meritocrazia, ma nessuno la vuole, perché i politici sarebbero i primi a non poter più gestire il paese con i soliti modelli feudali, nella fattispecie cronologica mafiosi.
    L’unico intervento è dunque quello dei tagli indiscriminati, che stanno conducendo al collasso l’intero sistema formativo e di ricerca nazionale.
    Un caro saluto.
    Dario

  • Pasquale D'Ascola

    29 Giugno, 2013

    Non posso commentare più Alberto , mi fa male al cuore. So tutto questo è chiaro ma sapere, come per Edipo, non è di preciso confortante. Forse dovremmo accecarci?
    Sento rumor di ferraglia. Un caro saluto.

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