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Assange

Il quinto potere
(The Fifth Estate)
di Bill Condon
USA, 2013
Con: Benedict Cumberbatch (Julian Assange), Daniel Brühl (Daniel Domscheit-Berg), Moritz Bleibtreu (Marcus), David Thewlis (Nick Davies), Alicia Vikander (Anke)
Trailer del film

Per evitare il rischio di annoiare -l’argomento è pur sempre cupo e politico- il film cade nell’eccesso opposto di una frenesia che non si sofferma su nulla più a lungo di qualche secondo. Diventa quindi puro spettacolo che a poco a poco sembra condividere la preoccupazione che i documenti resi noti da WikiLeaks mettano in pericolo le fonti. Aggiunge però anche alcune voci le quali affermano che a mettere in pericolo le vite degli informatori sono invece le politiche criminali dei governi oggetto della denuncia di WikiLeaks. Soprattutto il governo degli Stati Uniti d’America. La realtà è che Julian Assange è da dieci anni in un modo o nell’altro prigioniero e rischia di finire i suoi giorni in un carcere statunitense per accuse pretestuose, inventate allo scopo di farlo tacere e anche giuridicamente decadute.
Ma chi se ne importa? Chi dovrebbe difendere Assange? Dovrebbero forse farlo i giornali, la cui completa rinuncia al proprio ruolo ha reso WikiLeaks un’organizzazione tanto necessaria quanto innocua? Perché questo è il punto. Quando a indagare sulle azioni dei governi, informare sulle violenze da essi perpetrate, raccogliere e rendere noti i documenti che provano azioni e violenze, quando a fare tutto questo è un sito web e il suo fondatore mentre stampa, giornali e televisioni vengono finanziati dai governi e dalle multinazionali, accade che l’opera di denuncia, il numero di documenti diffusi, i file presenti sui server di WikiLeaks diventano di numero e di tristezza tali da non incidere più di fatto sulla percezione che si ha dell’opera dei governi, ai quali invece -seguendo la melensa e propagandistica azione quotidiana dei giornali e dei telegiornali- si crede come a delle strutture volte a preservare la sicurezza e il benessere dei cittadini.
Falso, naturalmente. Radicalmente falso. Intrinsecamente falso. Ma capire che l’opera dei governi è criminale implica un impegno politico ed esistenziale che non è facile praticare. Assai più comodo credere a telegiornali, giornaletti e giornaloni. Assai più comodo rimanere nella ingenuità di un approccio infantile, obbediente e acritico alla politica.
Tutto questo nel film si intravede ma non viene tematizzato. Al di là della preoccupazione ‘spettacolare’, un esito così incompiuto -un’occasione davvero mancata- è dovuto anche alla preoccupazione da parte di regista e produttori di essere a propria volta perseguitati. Fatti e timori che testimoniano come negli ultimi decenni le libertà siano state sempre più erose anche negli stati che si autodefiniscono ‘democratici’ e i cui cittadini credono ormai a qualsiasi cosa provenga dalle fonti mediatiche ufficiali, a qualsiasi notizia e interpretazione venga dai governi e dalle aziende che di quei media sono proprietari.
Vale sempre l’avvertimento di Debord: «Il ne faut pas oublier que tout médiatique, et par salaire et par autre récompenses ou soultes, a toujours un maître, parfois plusieurs» (‘Non bisogna dimenticare che ogni impiegato dei media, tramite lo stipendio e altre ricompense, ha sempre un padrone, e spesso più di uno’; Commentaires sur la société du spectacle, Gallimard 1992, § VII, p. 31).
L’attività di Assange può essere criticata, naturalmente. Ai miei occhi il progetto di una trasparenza completa delle istituzioni è non soltanto irrealizzabile –il potere è il suo segreto– ma è anche per molti versi inquietante. Le comunità hanno bisogno di un certo grado di riservatezza, come ne hanno bisogno le persone. E nessun documento da solo è in grado di comunicare la complessità della catena di eventi della quale è parte. Ogni dato va sempre interpretato, contestualizzato, compreso. Anche per questo l’opera di WikiLeaks rischia di diventare un magazzino di turpitudini dell’autorità. La vita individuale e collettiva è intrisa di ermeneutica.
Nonostante tali riserve, però, e di fronte al servilismo totale della più parte dei «médiatiques», di fronte al fiume di menzogne che telegiornali e giornali propinano senza interruzione, l’azione di Assange è stata e continua a essere preziosa per comprendere «di che lagrime grondi e di che sangue» l’autorità dei governi (Foscolo, Dei Sepolcri, v. 158).

Infodemia

Ciò che risulta evidente nei regimi totalitari del Novecento vale a bassa intensità per qualunque regime contemporaneo, in quanto fondato su due elementi che prima della Rivoluzione industriale non esistevano: le masse e le tecnologie sociali capaci di scandire e trasmettere in tempi veloci gli ordini dell’autorità alle masse stesse. Capacità che nel XXI secolo è diventata fulminea come la luce, fondandosi sulla strumentazione elettronica la quale, appunto, viaggia alla massima velocità concepibile.
Il terrorismo politico/sanitario – scopo e insieme mezzo – non sarebbe stato possibile senza il terrorismo mediatico, senza l’infodemia; senza l’urlo di morte lanciato dalle televisioni; senza numeri arbitrari, falsi e inventati; senza la colpevolizzazione giornalistica dei liberi. Quello che sta accadendo è molto più di un’epidemia, è la manifestazione di un dominio mediatico-sanitario che probabilmente determinerà la vita politica negli anni e decenni futuri.
L’informazione è dunque diventata una malattia. L’effetto di questa tragedia è l’odio collettivo e la contrazione della vita. Un odio rivolto a tutte le figure non allineate e non obbedienti da parte di chi per una ragione o per l’altra si è sottoposto a pratiche i cui rischi sono reali e, in prospettiva futura, inquietanti.
A dominare la vita è il terrore della morte in una società diventata psicologicamente assai fragile, nella quale lo strapotere dell’informazione è del tutto schierato al servizio di governi i cui diktat vengono veicolati alle masse dalla propaganda televisiva. Nelle società contemporanee esercita egemonia, in senso gramsciano, il principe che possiede, seleziona, diffonde, inventa le notizie.
L’egemonia pandemica è il titolo di un articolo nel quale Giovanna Cracco (sul numero 75 di paginauno,  dicembre 2021 – gennaio 2022) riprende e aggiorna alcune analisi formulate qualche mese fa a proposito dell’epidemia.
L’autrice riassume il concetto gramsciano di egemonia e per suo tramite legge il presente. Queste alcune affermazioni  enunciate nelle righe conclusive:

Sul piano dell’egemonia, il potere strepita in modo sempre più forsennato al terrore e all’emergenza (indipendentemente dai numeri reali) accusando i no-vax dell’aumento dei casi positivi – nonostante l’ormai riconosciuta deficienza dei vaccini nel proteggere dalla trasmissione del virus.  Utile capro espiatorio da sbattere in prima pagina, i no-vax sono perfetti per compattare una popolazione che non deve avere dubbi e aizzarla contro un ‘nemico’, e per nascondere il fallimento della classe dirigente nella gestione della pandemia. […] L’emergenza e la pandemia sono gli strumenti che la classe dominante/dirigente sta usando per disegnare una nuova società e su di essi è riuscita a produrre una nuova egemonia: se non li denunciamo come tali, non può esserci opposizione.

Qui il link all’articolo: L’egemonia pandemica (e qui la versione in pdf).
Sugli irrazionali comportamenti indotti dalla infodemia segnalo anche un intervento di Andrea Zhok (professore di Filosofia morale alla Statale di Milano): Infodemia istituzionale e stati ontologici dissociativi, «Sfero», 12.1.2022.
Il mezzo forse in declino ma ancora incomparabilmente potente dell’egemonia rimane la televisione. Essa è infatti ancora lo strumento primario e spesso esclusivo dell’informazione per milioni di persone, per coloro che non nutrono il minimo dubbio sulla verità e bontà delle notizie che la scatola televisiva ammannisce ogni giorno senza requie e che da questo ascolto e visione fanno discendere i propri comportamenti quotidiani e alla luce dei quali interpretano ogni evento, parola, idea della quale vengono a conoscenza.
Il fideismo mediatico-politico genera alcuni gravi fenomeni, tra i quali:
-la tonalità collettiva pervasa di terrore, odio e paura verso chi non è conforme agli standard stabiliti dall’autorità;
-l’esaltazione che alla maggioranza deriva dalla certezza di essere nel giusto e dalla convinzione che i dissidenti siano invece pericolosi per la salute del corpo sociale;
-la gravissima sottrazione a una parte dei cittadini dei diritti costituzionali (e dunque la cancellazione di fatto della Costituzione repubblicana);
uno stato di emergenza/eccezione permanente;
-la diffusione di un atteggiamento mentale antiscientifico, dogmatico, fideistico e superstizioso che si rivela incapace di rispondere a una sola, semplice e fondamentale questione che riguarda l’efficacia dei vaccini: se, in qualunque ambito, una strategia di contrasto si rivela infatti inadeguata, la logica, l’esperienza e il buon senso impongono di cercarne un’altra. E invece di fronte al clamoroso diffondersi del virus tra milioni di soggetti vaccinati con due e tre dosi, la soluzione che si invoca consiste nell’assurdità scientifica di rendere obbligatorio per tutti un vaccino inefficace, rifiutando invece le cure che esistono, tanto è vero che la stragrande maggioranza delle persone colpite dal virus guarisce.
Sulla natura totalitaria della televisione Karl Popper ha avuto ragione: la televisione non è soltanto una cattiva maestra, è la peggiore delle autorità, è «le soleil qui ne se couche jamais sur l’empire de la passivité moderne. Il recouvre toute la surface du monde et baigne indéfinitement dans sa propre gloire; il sole che mai tramonta sull’impero della moderna passività. Esso ricopre per intero la superficie del mondo e si immerge indefinitamente nella propria gloria» (Guy Debord, La Société du Spectacle, Gallimard 1992, § 13, p. 21), anche e soprattutto quando la gloria è il lutto, quando la gloria è la morte.

 

Guerre e censure

Non è necessario aggiungere molto alle analisi critiche sul presente e sulla storia che intessono il numero  362 (Anno XLII – 7/8 – Luglio/Agosto  2021) della rivista Diorama Letterario. Mi limito a riportare una serie di riflessioni suddividendole per argomento.

Afghanistan
Nei rapporti forza del conflitto asimmetrico, l’ossessione per le operazioni a ‘perdite zero’ induce gli Stati maggiori ‘democratici’ e ‘umanitari’ a programmare interventi dal costo economico esorbitante, che finiscono così per rendere insostenibile nel lungo periodo l’intera campagna; inoltre induce i comandi sul campo a richiedere sistematicamente l’appoggio aereo o il fuoco indiretto dell’artiglieria e, quindi, a seminare la morte tra i civili, cosa che -indipendentemente dalla sua enormità a livello etico- rende controproducente l’utilizzo stesso della forza nella conquista dei «cuori» della popolazione.
(Eduardo Zarelli, p. 23; aggiungo solo che caratteristica della Società dello Spettacolo è la sua capacità di dissolvere ogni evento in una fiammata mediatica senza radici né continuità. Il destino delle donne afghane è sparito dai media e dalle menti, sostituito da nuove questioni che saranno a loro volta bruciate nell’arco di pochi giorni o persino poche ore. Invece la continuità implacabile -sui media di ogni genere e soprattutto in Italia- di tutto ciò che è legato al Covid19 costituisce un’ulteriore testimonianza di quanto autorità e aziende farmaceutiche abbiano investito -in ogni senso- su tale questione).

Censura
Una volta, la censura era fondamentalmente opera dei poteri pubblici. Oggi, proviene dalle lobbies, dalle leghe della virtù e dalle reti sociali. Il potere, parallelamente, ha delegato il potere di censura a società private come Twitter, Facebook, o Google, una cosa che non si era ancora mai vista. Con la paura, l’autocensura prevale sulla censura. È una delle ragioni per le quali non ci può più essere un dibattito argomentato. Su qualunque argomento, si arriva immediatamente agli estremi. I dibattiti televisivi cominciano ad assumere aspetti da scontri di piazza e il grande ospizio occidentale assomiglia ogni giorno un po’ di più a un manicomio. Si trascura d’altronde troppo il fattore psichiatrico: vediamo tutti i giorni in televisione degli isterici che pontificano e dei monomaniaci che sono visibilmente altrettanto caratteriali e squilibrati
(Alain de Benoist, pp. 4-5)

[A proposito dell’organizzazione Sleeping Giants, sostenitrice del politicamente corretto, della Cancel Culture, del linciaggio mediatico]
Di questi «giganti dormienti», attivisti dell’oltranzismo progressista, in Italia si parla ancora poco. Troppo poco, in relazione alla loro pericolosità e all’elevata probabilità di vederli presto entrare in campo in misura molto più incisiva, con il loro gioco a gamba tesa, per intensificare la già cospicua demonizzazione degli avversari. […]
Minacciati nella loro stessa esistenza, i media sotto attacco hanno finalmente reagito, concordando una azione legale. Ma c’è da scommettere che l’apparato informativo ufficiale ribalterà i ruoli nella vicenda e farà passare gli aggrediti per aggressori e questi ultimi per coraggiosi martiri della lotta per la tutela dei diritti dell’uomo. […]
Primo: l’efficacia del rullo compressore della omologazione al pensiero globalista oggi dominante si fonda innanzitutto sul ricatto, materiale o psicologico che sia. […] Secondo: questi ricatti – la patente di razzista o di omofobo assegnata a chi non si piega al coro ‘inclusivista’ – puntando a creare un complesso di inferiorità nei dissidenti e ad indurli a tenere le loro ragioni ed obiezioni ben chiusa nella sola cerchia delle frequentazioni più intime, se non addirittura in interiore homine (ove peraltro non a caso habitat veritas). Terzo: l’obiettivo finale del processo è la cancellazione dell’identità nelle coscienze individuali e in quella collettiva. È questo l’estremo baluardo a difesa della specificità dei popoli, delle culture -e persino dei sessi-, su cui per millenni si sono articolate la bellezza del mondo, la sua vitalità, la sua creatività, nelle più svariate forme a cui ogni aggregato umano ha saputo dare espressione.
(Marco Tarchi, pp. 1-3).

Jean-Claude Michéa dice assai giustamente che la cancel culture è il «complemento indispensabile del rullo compressore dell’economia liberale di mercato». La cancel culture non va intesa come «cultura della soppressione» quanto come soppressione della cultura. Leggendo le Tesi sul concetto di storia di Walter Benjamin, si cade su questa terribile frase: «Neanche i morti saranno al riparo dal nemico, se esso vince». [il grassetto è mio] Con la cancel culture, ci siamo. La caccia all’«inappropriato», colpevole di non rispondere alle norme dell’ideologia dominante, consente tutto, giustifica tutto. Screditare prima e far sparire poi tutto ciò che, da due o tre millenni, è stato prodotto, pensato, scritto, teorizzato, dipinto, scolpito, rappresentato, filmato , diventa possibile, dato che, frugando bene, si finirà per trovare ovunque tracce di «razzismo sistemico», «omofobia», «sessismo» e altre scempiaggini di moda.  […]
Chi svolge questo compito non ha mai accettato che la storia sia tragica, che la realtà possa essere compresa solamente nella complessità dei chiaroscuri. Sogna un mondo trasformato in safe place, in asilo per orsetti del cuore dai muri imbottiti. È il partito del neopuritanesimo punitivo, il nuovo partito iconoclasta (distruzione di statue) e persecutore, il partito della contrizione e dell’afflizione, del pentimento e della techouva.
(Alain de Benoist, p. 6).

Al Figaro Magazine si è verificato un episodio abbastanza simile quando mi è stato fatto notare che il mio anticapitalismo infastidiva gli inserzionisti. Si vede in tal modo che la normalizzazione ha soltanto cambiato forma: non si deportano più i dissidenti, li si condanna alla morte sociale; non li si fucila più, ma li si mette in disparte per ridurli al silenzio. Come nell’epoca sovietica, l’intellettuale può scegliere solo tra l’aderire alla doxa dominante o il restare fuori dal gioco: per sopravvivere, deve recitare ciò che ci si attende da lui. Personalmente provo soltanto disprezzo per quelli che antepongono i loro interessi alle loro convinzioni. Costoro non differiscono molto dai ‘pentiti’, contestatori da quattro soldi che hanno finito col coricarsi con delizia nel sistema della spettacolo, con i relativi privilegi e rendite vitalizie. E non sono nemmeno uno di quei prudenti professori universitari che dicono ciò che pensano solo una volta andati in pensione.
(Alain de Benoist, p. 5).

Il caso Matzneff
Matzneff ha 85 anni e il cancro: le anime belle, le anime indignate, diranno che se l’è meritato e che per i carnefici non è prevista la pietà. Sono le stesse che in Francia fino al giorno prima si sdilinquivano davanti alle intemperanze erotiche del marchese de Sade, che pure era un criminale patentato…[…]
È difficile dare torto a Matzneff quando osserva: «Se è normale bruciare quei miei libri in cui è descritto un passato d’amore poco ortodosso, esigo allora che vadano al rogo anche i libri di Anacreonte, Teocrito, Tibullo, Petronio, Luciano di Samosata, Djami, Kayyam, Aretino, Ronsard, La Fontaine, Baffo, Casanova, Pony, Sade, Laclos, Mirabeau, Byron, Baudelaire, Apollinaire, Gide, Colette, Sandro Penna, Nabokov, senza dimentica Hécate et ses chiens di Paul Morand. […]
Sulla ‘età del consenso’, per tornare al libro della Springora, l’età legale dell’amore, Matzneff non ha mai avuto dubbi e lo ha sempre sostenuto pubblicamente: andava abbassata, «quei quindici che speravamo il legislatore tramutasse in tredici». Ne scriveva allora in lettere aperte, sulle colonne di «Libération» e di «Le Monde» e a fianco della sua firma c’erano quelle di Sartre, Aragon, Roland Barthes, Simone de Beauvoir. Era il 1977, erano tutti pedofili? […]
Parliamo di letteratura. Matzneff è uno scrittore che rimarrà, per l’eleganza dello stile, per la cultura, per la varietà di interessi, di trame, di personaggi e insieme per il narcisismo e la sofferta verità che la continua esposizione di sé comporta, nel bene come nel male. […] Per i libri però non esistono sbarre, e non c’è prigione da cui prima o poi non riescano a evadere.
(Stenio Solinas, pp. 36-38)

Ordine
Non ho mai accettato l’idea destrorsa secondo la quale un’ingiustizia è meglio di un disordine. Un’ingiustizia è, per me, il più grande dei disordini.
(Alain de Benoist, p. 4).

Stati Uniti d’America
Il significato vero della propaganda di sinistra, con il suo universalismo umanitario o di quella di destra con il «prima gli italiani» è comunque e sempre «come vogliono gli americani».
Dovrebbe essere inutile, insomma, dire che questa non è un’alleanza ma una sudditanza in cui solo una delle due parti è libera e sovrana, perché chi non lo vede evidentemente non lo vuole vedere (pensare qui a tutto il sistema dei media occidentali è del tutto appropriato).
La prima cosa da fare sarà sbarazzarsi di quel simulacro di istituzione, burocratica, irresponsabile e asservita, che vive tra Straburgo e Bruxelles.
(Archimede Callaioli, p. 18)

In Afghanistan le truppe occidentali si ritirano dopo venti anni dalla guerra più lunga mai combattuta dagli Stati Uniti (e dai suoi alleati). […] In Iraq la guerra del 2004 contro Saddam Hussein fece precipitare il Paese e il Medio Oriente nel caos da cui vennero partoriti l’Isis e il fanatismo del terrorismo islamista. La guerra alla Libia del 2011 contro Mu’ammar Gheddafi ha devastato e ora spartito il Paese tra la Turchia neo-ottomana di Recep Tayyip Erdoğan e l’Egitto del generale Abdel Fattah al-Sisi. In Siria la guerra jihadista figlia anche dell’ingerenza occidentale ha distrutto un intero Paese, causando cinquecentomila morti e contribuendo all’instabilità generale del Mediterraneo.
Cosa l’Italia e l’Europa, direttamente o indirettamente coinvolte, abbiano avuto da guadagnare in questi interventi militari, è sotto gli occhi di tutti e sottolinea una volta ancora la necessità che il continente europeo miri al fine di emanciparsi dalla subalternità atlantica in un contesto geopolitico multipolare, favorendo reazioni internazionali multilaterali. Affermare la sovranità neutrale dell’Europa significa ritornare nella storia, assumersi la responsabilità della propria difesa, in alleanza continentale con chi punta alla costruzione di un mondo plurale, sostenibile, capace di ricomporre il divario tra cultura e natura, dato il suicida progetto della forma capitale di una crescita illimitata di una Terra finita.
(Eduardo Zarelli, p. 21).

Transumanismo
Nella prospettiva della «grande reinizializzazione» (il great reset) si mette all’opera una mutazione antropologica che mira a fare dell’uomo un individuo digitalizzato, connesso, retto da dispositivi tecnologici privi di pertinenza esistenziale, isolato per quanto possibile dai suoi simili, vivente in permanenza nel «distanziale» e nel virtuale. La vera Grande Sostituzione, quella dell’uomo da parte della macchina. Un transumanesimo tecnologico che, nelle attuali circostanze, va di pari passo con l’igienismo di Stato. Lo Stato terapeutico. Big Mother. La tabula rasa è la fine dell’uomo e il caos.
(Alain de Benoist, p. 6).

Vaccini
Il primo fatto inconcepibile è che l’Unione europea abbia stipulato con le aziende produttrici dei vari vaccini contratti che sono stati secretati. […]. Nel caso di stipulazione di contratti in cui la Commissione agisce come soggetto di diritto privato, in una materia di primario interesse pubblico, ma nella quale in nessun modo può configurarsi la necessità del segreto, con controparti a loro volta private, la decretazione è inconcepibile, in termini di diritto ma vorremmo dire anche dal punto di vista della pura decenza politica. Ma quando poi si sono (in parte) desecretati quei contratti, la cosa è apparsa anche peggiore.
Nei contratti non c’era, a carico dei fornitori, alcuna effettiva penale in caso di inadempimento, né una definizione stringente dei tempi delle prestazioni. […]
Di fronte ad un tale incredibile esempio di insipienza, noi ci rifiutiamo di pensare che di insipienza si tratti. Siamo troppo oltre. Per un comportamento di questo tipo, l’unica spiegazione è che chi ha contrattato non fosse in realtà libero di farlo, ma abbia dovuto accettare tutto quanto gli è stato proposto a scatola chiusa. Certo, «Big Pharma» non è una controparte arrendevole né priva di potere nel senso più forte della parola, ma Regno Unito e Stati Uniti hanno negoziato con le stesse aziende con risultati del tutto diversi. E allora, quale è la differenza tra Gran Bretagna, Stati Uniti d’America ed Unione europea? La differenza, semplicemente, sta nel godere o nel non godere di sovranità, nell’essere o meno padroni di se stessi.
(Archimede Callaioli, p. 17)

«Ginnastica d’obbedienza»

Chi non si accorge della quotidiana «ginnastica d’obbedienza» (De André) che con la gestione politica dell’epidemia SARS-CoV-2 è in atto nelle società ‘democratiche’ (le altre sono abituate da secoli), vuol dire che è pronto alla servitù a tempo indeterminato.
La sua libertà sarà sempre una concessione delle autorità, sarà la libertà dei fascismi, e non sarà mai l’essenza stessa del respiro umano, lo splendore dello sguardo, il pensiero che comprende. Sarà la libertà della brava formica, la cui essenza è l’omologazione, il marciare compatti verso la meta, l’identità senza differenze, lo stare sempre dalla parte della maggioranza ‘buona e giusta’. Sarà il conformismo eretto a valore. Sarà la libertà che si genera dalla paura e non dal gesto che rompe le catene. Sarà, in effetti, la libertà che merita.
Raccontando la manifestazione di Roma del 9 ottobre contro il Green Pass, l’informazione asservita attribuisce a Forza Nuova centinaia di migliaia di aderenti, pur di calunniare i cittadini italiani. Come ha scritto ieri anche Vladimiro Giacché (un marxista e comunista doc): «Sento profumo di sineddoche indebita». E Marco Rizzo (segretario del Partito Comunista) ha correttamente affermato che «la lotta contro il Green Pass è giusta. Per questo vengono scomodati i fascisti che provocano e assaltano la sede della Cgil. Fenomeni da battere in quanto sono parte dello stesso problema. Non siamo nati ieri, la “strategia della tensione” la conosciamo bene. Molto bene».
Sono stato in manifestazione: cittadini di tutti i generi, famiglie, anziani, distinti signori, contro il Green Pass, per la libertà.
Credere alle veline delle questure, credere ai ministri dei temporali e della paura, significa essere pronti al fascismo, davvero. Un segnale ai miei occhi gravissimo è la trasformazione dei cittadini italiani in una massa di kapò incaricati di controllare altri cittadini. E si vorrebbe che persino i docenti universitari si piegassero a tale funzione.
La questione è politica sin dall’inizio. Anche per questo sono stato sin dall’inizio contrario alla narrazione dei governi e dei loro organi di informazione. E ogni giorno che passa sono sempre più convinto di tale scelta.
Per quanto riguarda i vaccini, se fossero efficaci e innocui, logica imporrebbe di lasciare liberi i cittadini di accedervi o meno. I vaccinati sarebbero sicuri, i non vaccinati sarebbero a rischio per loro scelta, per la loro incoscienza.
Ma, evidentemente, così non è.
Perché l’obiettivo non è la salute, l’obiettivo è il lasciapassare sanitario, l’obiettivo è il controllo totale del corpo collettivo. Per ora tramite l’epidemia ma, poi, molto oltre l’epidemia.

Pellicole

La macchina delle immagini di Alfredo C.
di Roland Sejko
Italia, 2021 (Festival del Cinema di Venezia 2021)
Con: Pietro De Silva
Trailer del film

Uno degli slogan più postmoderni di Mussolini e del fascismo è il celebre «La cinematografia è l’arma più forte». Cinematografia negli anni Trenta del Novecento. La Televisione e la Rete oggi. Lo Spettacolo, in ogni caso. Quello che arriva dentro gli occhi (siamo animali ‘teoretici’, vale a dire animali che guardano), dentro la mente, dentro la vita. E determina ciò che gli occhi percepiscono, la mente pensa, la vita fa.
Il regime fascista e il suo capo erano attentissimi alla comunicazione. Il Duce non voleva essere ripreso di spalle; preferiva la visione del basso che ne mettesse in risalto la mascella; mediante una serie di cineprese poste in punti e angoli strategici, ordinava il campo e controcampo tra sé e la folla a Piazza Venezia, quando il suo apparire al balcone doveva costituire, e costituiva, una vera e propria epifania dell’autorità, del potere e della forza; imponeva la documentazione filmata di qualunque suo spostamento pubblico, qualsiasi ne fosse il motivo.
Alfredo C., operatore di ripresa, si trovò a filmare anche l’invasione dell’Albania il 7 aprile 1939, l’arrivo dei coloni e delle aziende italiane, la ‘fascistizzazione’ dei bambini e dell’intero Paese, i lavori pubblici. E poi la guerra contro la Grecia e i partigiani albanesi, la totale impreparazione strategica e logistica dell’esercito del Duce, il crollo, la trappola che l’Albania divenne per decine di migliaia di italiani dopo l’8 settembre 1943 e il 28 novembre 1944, giorno della liberazione dall’occupazione fascista. Data la carenza di operatori cinematografici, il nuovo regime comunista/staliniano di Enver Hoxha gli impose di continuare il suo lavoro. E allora di colpo, ma con ovvia e insieme inquietante continuità, le medesime scene di giubilo e servitù che documentavano l’entusiasmo degli albanesi per Mussolini documentarono l’entusiasmo degli albanesi per Hoxha. «Tamburi, bandiere e parate» fasciste, «tamburi, bandiere e parate» staliniste, come ricorda Alfredo C.
Mutavano i simboli, non mutava l’oppressione.
«La mia macchina è capace di dare apparenza di realtà a tutto» afferma Alfredo. Dare l’apparenza del sorriso alla schiavitù, l’apparenza del consenso alla costrizione, l’apparenza della forza all’intima e disperata debolezza del totalitarismo che sa di essere inevitabilmente effimero, come confermano le ripetute scene nelle quali le pellicole subiscono un’operazione di cancellazione chimica, tornando l’innocente plastica bianca che alle origini erano.
Molto più raffinati sono gli strumenti dell’autorità oggi. E li vediamo dispiegarsi ogni giorno a convincere, con apparente successo, che il terrore inculcato della morte sia altruismo, che la «scienza» sia una religione, che Assurdistan sia ordine.
Molte scene del film sono girate dentro uno studio dismesso dell’Istituto Luce, il grande strumento di propaganda creato dal fascismo, dove Alfredo ripara una moviola e guarda le tante pellicole sulle quali ha impresso la tragedia e il grottesco della storia. «Creare un secondo di illusione. C’è forse qualche arcano che imprime il tempo solo nelle pellicole». Il tempo freddo e malinconico della menzogna del potere. Ieri come oggi.

L’idiota a distanza

Dire umanità, fratellanza, solidarietà come se l’umano non avesse elementi biologici, come se non fosse un corpo, come se non condividesse con gli altri mammiferi anche l’aggressività, il territorio, l’identità di gruppo; usare così le parole e i valori, significa fare ciò che con lucidità il marxismo definisce ideologia, vale a dire utilizzare il linguaggio come maschera della realtà, come nascondimento di ciò che accade.
Risulta ad esempio ideologico l’utilizzo politico -e non semplicemente morale- che l’attuale Pontefice Romano fa di tali e altre parole. Proclamando infatti che siamo tutti fratelli, «Francesco aderisce a una concezione completamente irrealistica dei rapporti sociali. […] Crede che la politica si riduca alla morale, che a sua volta si riduce all’ ‘amore’» (Alain de Benoist, Diorama Letterario, n. 359, gennaio-febbraio 2021,  p. 4). Il risultato di questi atteggiamenti è sempre contraddittorio: non si può infatti reclamare un mondo totalmente aperto e poi criticare, come pure giustamente Bergoglio fa, la logica del capitalismo, la quale costituisce la massima apertura possibile poiché, sin dal fisiocratico  «laisser faire, laisser passer», niente è più aperto dei mercati, che non hanno mai avuto ‘patria’ e oggi davvero non conoscono confini, vista la loro metamorfosi digitale. In tali contraddizioni opera ancora una volta la logica monoteistica della reductio ad unum: «La sua ‘fraternità universale’ non è altro, di fatto, che un pio desiderio privo di senso, sotteso dall’ossessione dell’unico, della fusione, della scomparsa di tutto ciò che separa e dunque distingue» (Id., p. 5).
In realtà posizioni come queste -che siano espresse o meno in buona fede non conta- manifestano una delle caratteristiche più evidenti ma meno notate della società contemporanea: la proporzionalità tra il moltiplicarsi di un linguaggio compassionevole e il crescere della ferocia collettiva. Il veicolo principale e assai efficiente di questo duplice incedere è l’informazione, sia quella nuova dei Social Network sia quella tradizionale della stampa e della televisione, sempre più al traino della prima. Infatti «non soltanto i media hanno quasi abbandonato qualunque velleità di resistenza all’ideologia dominante, ma ne sono diventati i principali vettori» (Id., p. 7).
L’operare dell’informazione al completo servizio delle autorità è mostrata in questi anni in modo clamoroso dalla vicenda dell’epidemia. Se infatti è evidente che un virus esiste e colpisce -come è accaduto da sempre e sempre accadrà- è altrettanto chiaro come sia stato «facile, per le élites al potere, strumentalizzare queste circostanze a proprio profitto per colpire le libertà. Negli Stati Uniti, il Patriot Act è stato adottato per contrastare il terrorismo, dopo di che è servito a tenere al guinzaglio l’intera popolazione. Le leggi eccezionali finiscono per entrare nel diritto comune, cosicché l’eccezione diventa la regola» (Id., p. 10). Davvero

mai censura è stata più perfetta. Mai l’opinione di quelli cui si fa ancora credere, in certi paesi, che sono rimasti cittadini liberi, è stata meno autorizzata a manifestarsi, ogni volta che si tratta di una scelta che coinvolgerà la loro vita reale. Mai è stato permesso di mentire loro con una così perfetta assenza di conseguenze. Si presume semplicemente che lo spettatore ignori tutto e non meriti nulla

(Guy Debord, Commentari alla Società dello Spettacolo, § VIII; Baldini & Castoldi 2008, p. 203, con delle modifiche nella traduzione).
Il risultato è anche ciò che Michel Desmurget ha definito con il titolo Il cretino digitale (Rizzoli, 2020) e che prima ancora aveva descritto come TV Lobotomie. La vérité scientifique sur les effets de la télévision (J’ai Lu, 2013). Desmurget è infatti un neuroscienziato (direttore di ricerca del Cnrs francese), il quale «vede in opera meglio di chiunque altro la decerebrazione di massa operata sui giovani cervelli in fase di sviluppo e, disgustato, scortica metodicamente questo infanticidio planetario che non osa dichiararsi tale» (Jean-Henri d’Avirac, p. 39).
D’Avirac continua la sua presentazione del libro affermando che «ridurre un giovane cittadino allo stato di semplice consumatore sommerso da segni e immagini, il cervello impantanato nella dopamina, ridotto fin dalla più giovane età alla dipendenza dallo schermo, dal porno, dalla moda, è una pacchia per il sistema, la cui ossessione è togliere i freni al consumo, sospendere il senso critico e la nostra capacità di stabilire delle gerarchie. […] La lobotomia è molto più efficace della repressione» (Id. p. 40).
Rivolgendosi ai genitori, Desmurget scrive: «I vostri figli vi ringrazieranno per aver offerto alla loro esistenza la fertilità liberatrice dello sport, del pensiero e della cultura, invece della perniciosa sterilità degli schermi» (cit. a p. 40).
E invece le istituzioni educative -comprese quelle italiane- sono state pronte a gettare in braccio agli schermi gli studenti di ogni ordine e grado. Non si è trattato di una soluzione ma dell’aggravarsi di un problema, il problema -appunto- della idiozia digitale. Se scuole e università hanno potuto chiudere con tanta immediatezza e facilità le loro porte agli studenti -studenti senza i quali scuole e università non hanno ragione di esistere- è perché strumenti e apparati erano già pronti a sostituire la relazione educativa con degli ologrammi disincarnati. Senza questi software sarebbe stato inconcepibile chiudere per mesi o per anni le scuole e le università. Sono dunque le piattaforme MSTeams, Zoom e altre analoghe ad aver causato un processo di impoverimento didattico e culturale che probabilmente è solo agli inizi. La cosiddetta DAD, che meglio si dovrebbe definire didattica d’emergenza, è -in questa prospettiva- l’incipit della barbarie pedagogica. E questo perché ‘insegnare a distanzaè una contraddizione in termini, perché ‘apprendere a distanza’ è una delle caratteristiche dell’idiota digitale che si vorrebbe tutti noi diventassimo: «La DAD diventa, così, un mirabile esempio di neolingua chiamata a sovvertire la realtà e ad ipotecare pesantemente il futuro dell’istituzione» (Fernanda Mazzoli, La scuola ai tempi del Covid: prove generali di colonizzazione digitale, in «Koinè», anno XXVII, 2020, p. 16).
La didattica del vuoto ha come orizzonte fondativo e come prospettiva futura ciò che Renato Curcio chiama il maestro vuoto, la cui

video-lezione, come lezione spettrale, appiattisce quest’ultima sulla mera trasmissione di nozioni, avvicinandola così a quel sapere procedurale messo in campo dalle nuove tecnologie assai più di quanto non possa farlo la lezione in presenza, la tanto attaccata lezione frontale che permette la lenta e dialogata costruzione delle conoscenze (e dei significati) a partire dalla sollecitazione ineludibile posta dal volto dell’altro e dall’instancabile attesa -carica di tutte le sfumature di un volto umano- che ne promana (Id., p. 40).

Un maestro vuoto atto a sostituire la persona viva e socratica di colui che alla relazione pedagogica -e di conseguenza al fatto educativo- dà voce, volto, pienezza. Il maestro vuoto è il coach della palestra dell’ignoranza e della conseguente obbedienza collettiva.

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Confino

Recensione a:
Aa.Vv.
KRISIS
Corpi, Confino e Conflitto

Catartica Edizioni, 2020
pagine 120
in Studi sulla questione criminale
24 settembre 2020

Ho collaborato a questo volume e ho presentato volentieri in una rivista di studi giuridici e sociologici i contributi degli altri autori, i quali pur con tonalità e direzioni di pensiero differenti convergono nella analisi del contagio.
È questa la parola magica, la formula aurea, il passe-partout dell’obbedienza praticata su di sé e invocata sugli altri. Quando infatti vengono negati persino l’ultimo baluardo della socialità, il dolore intorno al defunto e il pianto rituale sul suo cadavere, vuol dire che mediante il terrore del contagio l’autorità è riuscita a penetrare nel luogo sacro della vita, assorbendola interamente ai propri parametri e obiettivi.
Altri ambiti fondamentali della distruzione del corpo collettivo sono il lavoro, la scuola, l’università, l’annullamento degli spazi nei quali tali attività si esercitano, il divieto della relazionalità spaziotemporale in cui consiste la vita quotidiana. La ‘quarantena’ o più esattamente il confino al quale siamo stati costretti senza aver commesso alcun reato, non è stata resa più leggera dalle tecnologie di comunicazione e lavoro a distanza ma è stata resa possibile proprio per mezzo di tali tecnologie; è evidente che la chiusura universale di centinaia di milioni di individui umani «non sarebbe potuta essere neanche lontanamente pensabile se non fossero esistiti questi tipi di comunicazione altra, o almeno non la si sarebbe fatta scorrere acriticamente, accettandola in tutto e per tutto  in ogni sua sfumatura, anche quelle più contraddittorie» (A. Kaveh, p. 15).

Questo è l’indice del libro:

A Peste, Fame et Bello
Capitalocene epidemico e confinamento dei corpi
di Afshin Kaveh

Vita e salute
Il paradigma Don Abbondio
di Alberto Giovanni Biuso

Morte trionfata: lutto e metamorfosi al tempo del virus sovrano
di Xenia Chiaramonte

La rana e lo scorpione
O della pandemia della subalternità
di Cristiano Sabino

Riflessioni femministe sull’epidemia del nostro tempo: l’assoggettamento volontario
di Nicoletta Poidimani ed Elisabetta Teghil

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