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Ignoranza e sottomissione

Il CUdA è la struttura di coordinamento dei docenti dell’Ateneo di Catania. Tra i suoi strumenti vi è una lista di discussione piuttosto vivace. Lo scorso 3 aprile il collega Attilio Scuderi vi ha pubblicato la seguente lettera:

«Care e cari,
cito da Repubblica.it

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Ed è sull’università che il ministro [Giannini] annuncia la novità: «Toglieremo l’università dal regime contrattuale della funzione pubblica e costruiremo un contratto proprio. L’università e la ricerca hanno regole specifiche e obiettivi specifici che non sono esattamente quelli del pubblico impiego. Riuscire ad arrivare a un obiettivo del genere sarebbe veramente un grande traguardo”. E si deve avviare una riflessione sul ringiovanimento degli atenei e il reclutamento accademico. “Questo sarà un anno costituente per l’università, come è stato per la scuola. Ricordo che abbiamo liberato garantito 1200 nuovi posti da ricercatore nel biennio, ma ci vuole uno sforzo in più. Sui precari dell’università si deve fare una riflessione più economica, perché sono numeri diversi rispetto alla scuola, ma anche più lungimirante per quanto riguarda la comparazione necessaria con il contesto internazionale. Chi fa ricerca non la fa in Italia, la fa in uno spazio europeo destinato a essere sempre più omogeneo e interscambiabile».
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Lascio valutare a voi cosa questo significhi o possa significare; e quanto possa essere significativa, di contro, la cifra di 1200 rtd [Ricercatori a tempo determinato] a fronte di 10.000 pensionamenti. Certo è singolare questo superamento del  ‘vecchio’ pubblico impiego verso ‘nuove forme contrattuali’…»

Questa è stata la mia risposta:
«Caro Attilio,
è evidente che si tratta di un altro passo -forse definitivo- verso la realizzazione di un progetto da anni tenacemente perseguito: la trasformazione dell’Università da struttura scientifico-didattica a struttura aziendale. Basta aver seguito con un po’ di costanza le attività della Confindustria negli ultimi quindici anni in questo ambito -in particolare i suoi rapporti con il Miur- per rendersene facilmente conto.
È una tendenza in atto dal cosiddetto Processo di Bologna iniziato nel 1999 e voluto con entusiasmo da Luigi Berlinguer. In tutto questo la Confindustria ha goduto del sostegno convinto degli eredi del Partito Comunista Italiano. Le ragioni di tale comportamento possono essere numerose e diverse:

  • un tipico senso di colpa che ha fatto transitare costoro dallo statalismo di marca sovietica al più sfrenato liberismo;
  • i vantaggi in termini personali (carriere, finanziamenti e altro) impliciti in una simile alleanza;
  • il seguire lo ‘spirito del tempo’;
  • l’abituale conformismo.

SpesaIstruzioneTerziariaItalyIl risultato è quello indicato dal grafico che allego (tratto da un breve articolo odierno di Roars). E soprattutto il risultato è quanto tutti noi -docenti e studenti- viviamo ogni giorno, ormai da anni. Per quanto riguarda, infine, gli ‘eredi del PCI’, essi non esistono più. Si sono distrutti da soli, affidando quello che rimaneva del loro partito a un democristiano e ai suoi legami (palesi e nascosti). È il caso, pressoché unico, di un partito che si spiaggia e muore per restituire vita alla ‘Balena Bianca’, al peggio della vecchia Democrazia Cristiana. Riposino in pace. Il dramma è che questi zombie cercano di afferrarci nel loro morire».

La conferma che il Partito Democratico è un assemblaggio di bande criminali, dedite a difendere i privilegi delle peggiori strutture sociali, sta in un fatto assai grave: dal prossimo anno infatti i corsi universitari potranno essere tenuti in piedi da docenti precari e non selezionati, i quali non potranno offrire alcuna garanzia scientifica e didattica ma che avranno il pregio di non essere assunti e di venire pagati poche migliaia di euro all’anno (sì, all’anno). Roars li chiama, giustamente, «non docenti di riferimento». E perché si è arrivati a questo? Soprattutto per garantire la sopravvivenza delle cosiddette ‘università telematiche’, dei diplomifici di infimo livello, presso i quali è possibile, in pratica, comprarsi le lauree. Mantenendo i criteri stabiliti dalla legge -numero minimo di docenti strutturati [di ruolo], numero minimo di docenti ordinari- molte di queste ‘università’ avrebbero dovuto chiudere. Ma la loro capacità di lobbying deve essere assai convincente -e con argomenti concreti- tanto da aver sconfitto persino l’Anvur, l’agenzia nazionale di valutazione della ricerca che è ultrasevera nei confronti delle Università pubbliche e che però ha dovuto cedere di fronte all’influenza che le finte università esercitano sui parlamentari della maggioranza di governo, sul governo stesso e sui partiti che lo sostengono.

Giuseppe De Nicolao giustamente si chiede: «Che legittimità resta all’ANVUR, se non riesce ad imporre un livello minimo neppure alla “zona franca” delle telematiche? Se Fantoni [presidente dell’Anvur] fosse coerente con la sua intervista a Repubblica (titolo: “Lauree facili non fidatevi degli atenei web”), dovrebbe dare le dimissioni in segno di protesta nei confronti del Ministro che lo ha clamorosamente sconfessato. Altrimenti, sembra che tutta la retorica del rigore e della meritocrazia sia solo un pretesto per dismettere l’università pubblica» (Telematiche contro ANVUR: 1-0 e palla al centro, Roars, 8.4.2015).
Questa è la non-università voluta dal governo del Partito Democratico-Nuovo Centrodestra. Per un’Italia senza ricerca. Per un’Italia senza futuro. Per un’Italia sempre più ignorante. E quindi più facilmente sottomessa.

Sull’Università italiana: numeri e pregiudizi

L’obiettivo è anestetizzare il corpo sociale e indurlo ad accettare le decisioni prese dalle istituzioni finanziarie e dai poteri politici a esse subordinate. Quali i mezzi? Due sopratutto, tra di loro strettamente coniugati: la droga televisiva (distrazione e disinformazione) e l’umiliazione della conoscenza. Il risultato sarà -deve essere- la limitazione del pensiero critico a individui isolati e a piccoli gruppi, additati al pubblico disprezzo delle masse.
Uno degli ambiti nei quali tale strategia si dispiega è quello della formazione universitaria. È in questa sede, infatti, che dovrebbe arrivare a maturazione e compimento il percorso di conoscenza, e quindi di libertà, che comincia con la scuola. E allora ecco che in Italia un gruppo di bocconiani fanatici e di agguerriti professori collaborazionisti che scorrazzano nei “più grandi quotidiani del Paese”, coadiuvati da pittoreschi giornalisti e da una signora laureata in giurisprudenza a Brescia (fuori corso e con il voto di 100 su 110, che andò a prendersi l’abilitazione in Calabria e che poi divenne persino ministra dell’Università) cominciano a ripetere ossessivamente che per l’Università italiana si spende troppo, che professori e studenti sono in numero spropositato, che la laurea non serve a nulla. I loro nomi? Eccoli: Mariastella Gelmini, Francesco Giavazzi, Roberto Perotti, Francesco Profumo, Michel Martone, Andrea Ichino, Oscar Giannino, Sergio Benedetto. Costoro diventano direttamente decisori politici (Gelmini, Profumo) o potenti consiglieri dei decisori.
La loro tenace arroganza è tuttavia pari alla loro impreparazione. È quanto si desume dall’edizione 2013 del Rapporto OCSE Education at a Glance, i cui risultati sono sintetizzati e discussi da Giuseppe De Nicolao su «Roars»: Education at a Glance 2013: cosa dice l’OCSE dell’università italiana?
Da tale studio risulta che l’Italia è la 30° su 33 Paesi dell’OCSE nella spesa per l’Università; che soltanto l’Ungheria effettua tagli superiori a quelli dell’Italia, la quale è l’ultima come percentuale dell’istruzione sul totale della spesa pubblica; che nel rapporto studenti/docenti su 26 nazioni soltanto 5 stanno peggio di noi; che nei costi per ogni singolo studente siamo al 14° posto su 24; che lungi dall’essere «quasi gratuita» (Giavazzi dixit) l’Università italiana è al 3° posto come somme richieste alle famiglie; che l’età media dei laureati di primo livello è la più bassa in Europa; che ben lontani dall’avere troppi laureati, siamo al 34° posto su 36; che i benefici pubblici di un laureato italiano sono superiori del 3,7 ai costi sostenuti; che i laureati hanno un reddito medio superiore del 48% a quello dei diplomati; che la percentuale di laureati che trovano lavoro è del 79% rispetto al 75% dei diplomati nelle scuole superiori e al 58% dei diplomati nella scuola media.
Le conclusioni di De Nicolao sono le seguenti: «Una nazione che investe poche risorse umane e finanziarie nell’istruzione universitaria e che negli ultimi anni ha tagliato ulteriormente nel contesto di un generale disinvestimento riguardante l’intero settore dell’istruzione. Una percentuale di laureati che ci vede ultimi in Europa e penultimi nell’OCSE. Una spesa per studente che è sotto la media mentre è in aumento la percentuale di costo scaricata sulle spalle degli studenti e delle loro famiglie. Per l’Italia, i dati OCSE dipingono con efficacia il quadro di una nazione che ha intrapreso con decisione la via del declino civile, culturale ed economico».
L’Università italiana ha certamente limiti e problemi di varia natura. Uno di essi è la presenza al proprio interno di professori come quelli elencati sopra, i quali stanno dando un attivo contributo -fatto di di superficialità e di pregiudizio- alla sua distruzione. I numeri dell’OCSE bocciano tali professori e la loro impreparazione come studiosi e come cittadini. Ma si sa che i collaborazionisti sono di solito più zelanti dei loro padroni.

[Un commento sintetico e vivace a questi dati si può leggere sul «Fatto Quotidiano» a opera di Thomas Mackinson: Università, l’Ocse sbugiarda stampa e politica. “Troppi costi e studenti”: falso. Segnalo anche due articoli dedicati da Francesco Coniglione allo stesso tema, usciti su «Vita pensata»: Università sotto tiro. Miti e realtà del sistema universitario italiano (I parteII parte), poi ulteriormente elaborati nel volume Maledetta Università. Fantasie e realtà sul sistema della ricerca in Italia, Di Girolamo Editore, 2011]

 

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