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«Questo stato della mente si chiama intelligenza»

«Questo stato della mente si chiama intelligenza»

Fra le tante ragioni che rendono straordinari i dialoghi di Platone, una delle più significative è che in ciascuno di essi il platonismo si rispecchia ogni volta per intero. Il Fedone risulta anch’esso paradigmatico. «Indagare con la ragione e discorrere con miti» è il suo metodo (61 E; trad. di G. Reale). Entrambi convergono a dimostrare che non tutto muore in quel composto che chiamiamo uomo ma c’è una parte che partecipa soltanto della vita. Il filosofo impara progressivamente a morire fino a non temere più, anzi a desiderare di ricongiungersi finalmente con il divino di cui è parte.
Il giorno stesso in cui viene eseguita la sua condanna, Socrate insegna che la filosofia è esercizio della morte, amicizia con essa. Egli sa ed è certo che l’essere si articola in due forme «una visibile e l’altra invisibile» (79 A) e a esse corrispondono due livelli del comprendere, quello dei sensi che confondono l’essere con il sussistere e quello della mente che invece

restando in sé sola, svolge la sua ricerca, allora si eleva a ciò che è puro, eterno, immortale, immutabile, e, in quanto è ad esso congenere, rimane sempre con quello, ogni volta che le riesca essere in sé e per sé sola; e, allora, cessa di errare e in relazione a quelle cose rimane sempre nella medesima condizione, perché immutabili sono quelle cose alle quali si attacca. E questo stato della mente si chiama intelligenza. (79 D)

L’intelligenza rivolge la sua indagine a quei paradigmi di cui ogni cosa che è partecipa poiché senza di esse nemmeno sarebbe. Ecco fondata la metafisica, la ricerca del necessario nel contingente, del modello nella copia, dell’eterno nel tempo. Di questo sapere Platone è l’inventore, l’espositore più chiaro, il più formidabile ragionatore, con il quale la cultura europea ha dovuto fare i conti momento per momento, in un confronto che segna la storia del pensiero. Sulle ultime parole di Socrate -«Critone, dobbiamo un gallo ad Asclepio: dateglielo, non dimenticatevene!» (118 A)- Nietzsche formula un giudizio ironico e demistificante, scorgendo in esse il nascosto cuore nichilista di chi nell’esistere vede la suprema delle malattie. E tuttavia per Zarathustra come per Platone il sapere del corpo è la danzante armonia dell’essere: «la filosofia è la musica più grande» (61 A). Splendida, folgorante formula della vita.

2 commenti

  • Biuso

    giugno 24, 2012

    È una metafora efficace, caro Diego.
    Arrivati al cuore del carciofo, al nucleo profondo dell’essere così come appare, sembra che tutto si dissolva. Eppure è questa dissoluzione la via della conoscenza. Percorrendola, ci si libera a poco a poco dalle illusioni gnoseologiche, dagli assoluti etici ma anche dai relativi epistemologici, dagli idoli personali. E si rimane con la verità nuda e cruda, che è la nostra finitudine in un mondo difficilissimo da comprendere.
    Il carciofo diventa uno specchio che riflette il nulla che siamo ma anche la nostra capacità di saperlo (Pascal, naturalmente, aveva ragione).

  • diegob

    giugno 24, 2012

    «Ecco fondata la metafisica, la ricerca del necessario nel contingente, del modello nella copia, dell’eterno nel tempo.»

    caro alberto, andando oltre questa chiara e nitida definizione, vorrei capire se ho capito davverro il problema

    a me pare che kant abbia cercato questo «nucleo» non soggetto alla contingenza, al relativo, nella mente umana, nelle sue caratteristiche a priori

    ma poi, con nietzsche, abbiamo il superamento di ogni possibile presunzione di prospettiva definitiva, «vera» in assoluto,

    allora io avrei una metafora un po’ bruttina, ma da un dilettante altro non ti puoi aspettare

    la conoscenza è come un carciofo

    la ragione umana è così potente, cosi capace di scartare ogni foglia inutile, da rimanere, alla fine senza il carciofo in mano

    eppure, aver saputo sfogliare il carciofo è, davvero, una capacità ultima, un nulla che non si puo’ ignorare, il «non carciofo» è invalicabile e indistruttibile

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