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Agorà

di Alejandro Amenábar
Spagna, 2009
Con: Rachel Weisz (Ipazia), Max Minghella (Davus), Oscar Isaac (Oreste), Ashraf Barhom (Ammonius), Michael Lonsdale (Teone), Rupert Evans (Sinesio), Sami Samir (Cirillo)
Trailer del film

Le statue degli dèi abbattute, le biblioteche saccheggiate, la comunità ebraica costretta a lasciare la città, la scuola -dove Ipazia, filosofa ed astronoma, insegnava a giovani pagani, cristiani, ebrei, neri, bianchi- chiusa e distrutta. Il vescovo Cirillo (poi santo e dottore della Chiesa) impone all’antica città cosmopolita una sola fede -quella dei vincitori- e costringe Alessandria, il luogo in cui la ricchezza delle differenze aveva sino ad allora trionfato, a precipitare nella miseria dell’identità. Dal pulpito, Cirillo scaglia accuse contro le donne che insegnano. Spinge così i gruppi cristiani più fanatici -i Parabolani- a massacrare Ipazia in un modo orribile. È il 415, è il crepuscolo del paganesimo.

Un film nel quale scienza e filosofia diventano il corpo di Ipazia, gli sguardi dei suoi allievi, il movimento delle sfere sulla sabbia a simulare i sistemi celesti, lo spazio della biblioteca amata e distrutta. I colori chiari degli abiti pagani si contrappongono a quelli scuri dei cristiani, a esprimere anche cromaticamente la diversa tolleranza di un mondo che tutti accoglieva rispetto a una fede esclusiva e ai suoi atroci effetti. Amenábar inventa la figura chiave dello schiavo Davus, devoto a Ipazia ma attratto dalla nuova fede, alla quale aderisce rinnegando la filosofia ma che poi abbandona disgustato dalla violenza dei suoi correligionari. Mentre, infatti, Ipazia si appassiona alle forme circolari dei moti celesti sino a intuire (ma su questo non ci sono documenti certi) l’ellissi come probabile soluzione delle incongruenze dell’ipotesi eliocentrica di Aristarco, i cristiani si sbranano a vicenda e azzannano tutti gli altri.
Il film inizia e si conclude con le immagini del pianeta nel cosmo infinito, quel luogo mentale e fisico al quale la filosofa neoplatonica dedicò la vita sino al martirio.

8 commenti

  • Biuso

    3 Maggio, 2010

    È significativo e molto bello che un evento accaduto molti secoli fa susciti così tante passioni.
    Penso che tutti possiamo concordare su un’incontrovertibile verità di fatto: nel 415 un gruppo di cristiani che si ispiravano alla parola di Dio espressa nei Vangeli massacrò in modo atroce e dolorosissimo una donna indifesa, una delle pochissime scienziate del mondo antico, una filosofa. E tale orrendo assassinio avvenne mentre San Cirillo era vescovo di quella città, era il capo indiscusso e acclamatissimo della “Chiesa che sta in Alessandria”.
    Questi i fatti e questo basta.

  • marco de paoli

    2 Maggio, 2010

    Dialogo anch’io con piacere quando vedo il rispetto reciproco, anche se le rispettive posizioni sono molto diverse.
    Di Malalas per ora so solo che visse un secolo dopo, e poco altro. Il problema delle fonti (e più sono vicine ai fatti meglio è) non è da poco: se leggo la testimonianza aristotelica su Zenone di Elea la considero ma la prendo con cautela, perché Aristotele viene un secolo dopo e perché so che sostanzialmente si oppone all’eleatismo. Se leggo la testimonianza di Damascio che fa di Cirillo il responsabile diretto della morte di Ipazia, la considero ma la prendo con cautela perché Damascio scrive circa un secolo dopo e perché so che nel neoplatonismo era forte il sentimento anticristiano (si veda il pamphlet di Celso contro i cristiani, e certamente Damascio non doveva vedere bene l’imperatore cristiano Giustiniano che chiuse la scuola di Atene e lo cacciò esule in Persia ove trovò protezione presso quel sovrano).
    Non credo che eventuali prove siano state distrutte, per il semplice fatto che non credo vi fossero: se anche Cirillo fosse stato il mandante, non credo che sarebbe stato così stupido da metterlo per iscritto né sarebbe andato in giro a dirlo. Comunque la mancanza di prove non può diventare una prova. Nello stesso film Cirillo, pur rappresentato nel modo più negativo, attacca duramente Ipazia, dice che le donne non devono parlare etc., ma non appare come il suo diretto assassino o come il mandante. Poi magari lo fu, ma va respinta la strana logica in cui il possibile diventa probabile, il probabile diventa verosimile e il verosimile diventa certo. Sono garantista? Diciamo che non sono giustizialista. Né si può dire con accettabile logica: la Chiesa ha fatto le crociate, etc., quindi Cirillo sicuramente ha ucciso Ipazia.
    Vedo un brano di Socrate Scolastico che dice che l’omicidio portò biasimo alla Chiesa alessandrina guidata da Cirillo, e poi vedo il commentatore moderno (Canfora) che chiosa: Socrate Scolastico dicendo questa frase vuol dire fra le righe, vuol far capire che Cirillo ha progettato personalmente l’omicidio, ma non può dirlo chiaramente perché non osa etc. etc. Ancora: Filostorgio l’ariano contesta i suoi acerrimi nemici “consustanzialisti” alessandrini e attribuisce loro l’omicidio, e Canfora: i consustanzialisti erano guidati da Cirillo, dunque Filostorgio dice che è stato Cirillo che etc. etc. (quando tutta Alessandria e in particolare il clero era “consustanzialista”, dopo che Cirillo aveva cacciato chi non lo era). Sono solo due esempi, ma questo tipo di logica ermeneutica non mi convince. Non amo le strumentalizzazioni e gli usi di parte. Io non so con certezza cosa sia avvenuto, anche se vedo molte persone assolutamente certe.
    Vedo anche che si dà piena credibilità alle testimonianze di Internet, ma Internet è uno strumento utilissimo che va però preso con cautela. Si veda la testimonianza sopra citata di Socrate Scolastico. Nel sito Internet che è stato chiamato in causa si legge la seguente traduzione: “questo affare non portò il minimo obbrobrio a Cirillo, e neanche alla chiesa di Alessandria” etc. Invece Canfora traduce dicendo che da quell’omicidio “venne biasimo a Cirillo” etc. Ora, queste due traduzioni dicono esattamente l’opposto. Qual è quella giusta? Per quanto possa essere poco convinto di certe ricostruzioni di Canfora, ovviamente mi fido più di lui che non di una voce Internet curata non so bene da chi. Quindi ribadisco: occorre dare magari un’occhiata su Internet, ma poi olio ai gomiti e lavorare sulle fonti, sui documenti originali, sui testi greci tutti riguardanti la cosa. O no?
    Poi mi sono dilungato su Bruno e gli esperimenti non per divagare, ma perché temi chiamati in causa da Giusy Randazzo (oltre che per un mio interesse specifico). Ovviamente non intendevo dire che l’esperimento di Bruno valesse meno solo perché mentale (Galileo e Einstein hanno fatto ricorso al cosiddetto “Gedanken Experiment”, che in molti casi rende del tutto inutile l’attuazione pratica). Né certo l’esperimento mentale di Bruno è inficiato se contiene un errore interpretativo. Volevo solo rilevare la complessità dell’argomento (su cui peraltro, oltre a Bruno e Galileo, si devono ricordare i fisici tardomedievali), non fare gare. Poi per me queste cose sono molto importanti perché ritengo che nella fattispecie proprio questo “piccolo errore” faccia crollare importanti elementi di base della meccanica classica (ma qui non vorrei dilungarmi).
    Una postilla su pagano e pagus che richiama il villaggio. Preferisco evitarlo perché in tarda età con questo termine si intendeva designare in tono dispregiativo le credenze degli uomini delle campagne e dei villaggi, quando invece la grande cultura greca (almeno quella filosofica, scientifica, letteraria, artistica) fu un fenomeno eminentemente urbano (anche se certo non v’era la metropoli): Mileto con Anassimandro, Samo con Pitagora e Melisso, Agrigento con Empedocle, Velia con Parmenide, Efeso con Eraclito, Abdera con Democrito e Protagora etc., per non dire di Atene, faro di civiltà nel mondo antico. Poi, purché si sia consapevoli di ciò, si può tranquillamente usare, se si preferisce, il termine “paganesimo”.

  • Mariangela Imbrenda

    2 Maggio, 2010

    Agorà:congiunzione tra cielo e terra nel dovere di indagine di Ipazia .
    Salve,da molto tempo non visito questo spazio,impegnata in altre attività.Desidero tuttavia proseguire nel dibattito su Ipazia e la pellicola “Agorà”. Accludo una mia recensione del film.Cordiali saluti,Mariangela Imbrenda

    -Il silenzio di fronte all’assassinio barbaro di un essere umano-una donna-empio perché non crede nel dio di un sanguinario vescovo cristiano e negli antichi emuli pagani,bensì nella Filosofia, sarebbe forse un atto di dovuta Pietà.Per la nuova pellicola di Alejandro Amenàbar,finalmente visibile in Italia,dopo il rischio di feroce censura,la condanna al totale mutismo,all’inanità,ad una non-vita prospettata da Cirillo come parola di Dio riservata alle donne e leggibile nelle sacre scritture,si è detto già troppo ricorrendo a devianti paragoni con altri film storici.
    La contemplazione con occhi puri,impregnati soltanto di un fecondo desiderio di verità potrebbe essere la strada più adeguata da percorrere per esperire un testo filmico che nasce, inevitabilmente, come atto di denuncia universale contro ogni fanatismo e violenza sul proprio simile ed ogni creatura: la precarietà della biografia della scienziata nata ad Alessandria d’Egitto intorno al 370 d.C. essendo evidente quanto incolmabile nella sinossi necessita di un generoso abbandono all’ingenuità ,alla naïveté di un Ciaula quando scopre la luna,dell’uomo che in “Amico fragile” assumerebbe un cannibale al giorno per farsi insegnare la sua distanza dalle stelle,o del Romano il cui intercalare rilevato ,acutamente, da Pier Paolo Pasolini,malgrado i millenni di dominazione, rimane invariato -se stupito-:”anvedi”.
    Per civismo in “Agorà” prevarichi la “fabula” giacché il banale confinamento all’etichetta di “genere storico” manifesta ,inequivocabilmente ,pigrizia nell’analisi ridotta ben presto alle puerili definizioni di “peplum”o”kolossal” .
    Fortunatamente, la cromia non discende da un’imitazione ritrita delle tele di Thomas Cole con l’effetto di una patinata locandina anni ’60 nell’ennesimo tentativo di remake di inimitabili capolavori coevi aventi per tema l’Impero Romano e il monoteismo cristiano alle porte,ma attinge al rigore con cui l’artista tout court si interroga sul dramma dell’uomo e nel dolore del dubbio,dell’incapacità di reperire una soluzione esprime innanzitutto la verità del suo animo.
    Nella pellicola si possono rilevare due fili conduttori perfettamente paralleli ossia la vicenda di Ipazia e l’estetica impregnata delle opere di due pilastri nella storia dell’arte : Andre Mantegna e Michelangelo,la cui incidenza si verifica in tale ordine di apparizione ,quasi in concomitanza alle progressive scoperte della scienziata che, nel giungere alla formulazione del sistema solare, (sovvertendo il geocentrismo tolemaico attraverso il recupero di antichissime ipotesi di Aristarco) introduce oltre alla figura geometrica -simbolo della perfezione-,il cerchio,la sua versione allungata in una direzione,l’ellisse . Se Ipazia inizialmente concordava nel sostenere che la Terra era al centro dell’universo-la scelta registica nelle inquadrature trascrive, costantemente ,ripete ,letteralmente, il motivo circolare e dunque traduce nella scala dei campi e dei piani l’idea di spazio che Mantegna riserva sfondando la volta con un oculo a pozzo in prospettiva al soffitto della Camera degli Sposi presso il Palazzo Ducale di Mantova-al termine della sua esistenza ribaltando ruoli e figure fa del nostro pianeta una “stella errante”la cui orbita è un ‘ellisse con il Sole in uno dei due fuochi :il focus,il climax figurativo del film è raggiunto nella scena finale in cui la donna ( il suo corpo è stato denudato con violenza )uccisa per soffocamento dallo schiavo Davo si abbandona di spalle sostenuta dalle braccia del ragazzo in un’immagine degna, per estrema attenzione ai dettagli riprodotti, della scultura/testamento spirituale di Michelangelo nota come ”Pietà Rondanini”.
    Il transito attraverso la “sensata esperienza” con “certa dimostrazione” di un peso lanciato dall’albero maestro di una nave in movimento caduto non obliquamente,ma come se quest’ultima fosse ferma si fa soluzione scientifica esplicandosi nel riconcepimento della perfezione del cerchio allungato in ellisse: a ben osservare le due versioni più note della “Pietà” michelangiolesca evidenziano il medesimo percorso.
    La “Pietà” presente a Roma nella Basilica di San Pietro, poiché il suo creatore non prova interesse per la funzione narrativa dell’arte, bensì speculativa ,non mostra soltanto il dolore della madre o lo strazio del corpo di Cristo appena deposto dalla croce,ma entrambi in una congiuntura di vita e morte ottenuta ,visibilmente, nell’intersezione dei due corpi all’altezza del ventre di Maria. Quest’ultimo per le esatte proporzioni diventa il centro di una circonferenza di cui diametri umani sono proprio i due corpi così disposti raggiungendo la perfezione divina .La sublimazione del loro sacrificio resa dalla perfezione del volto , estremamente, giovane della Madonna e dalla finezza alessandrina del cadavere del figlio enuncia il superamento delle fattezze terrene e il raggiungimento di una bellezza ideale:l’uomo è sì soggetto per natura all’invecchiamento,ma in senso morale attraverso la verginità di Maria,la purezza della concezione divina,l’incorruttibilità spirituale trova il suo omologo in quella della carne.
    La giovinezza è sinonimo di purezza e l’imperfezione ha la sua origine nel peccato perpetuato nel trascorrere del tempo come un lento e logorante decadimento.
    Nell’altra “Pietà”, custodita nel Museo del Castello Sforzesco, sembra di poter leggere quasi una pagina del diario segreto dell’artista il cui pensiero, testimoniato anche nelle lettere e nelle poesie, pone al vertice le idee di morte corporale e vita eterna :madre e figlio sono nuovamente soli nel momento supremo precipitando ambedue verso il basso .Come affermano Adorno e Mastrangelo:«In un primo momento Cristo doveva essere rappresentato con la testa reclinata da un lato : è dimostrato non soltanto dal braccio pendente che resta isolato a sinistra,ma anche da un frammento marmoreo, recuperato recentemente che contiene la testa e che si adatta con esattezza alla statua .Poi ,modificando completamente l’idea iniziale ,Michelangelo ha cambiato le pose per ottenere una maggiore unità fra i due corpi ,stretti nell’ultimo abbraccio ,scarnificati ,privi ormai di ogni peso fisico ,forme spiritualizzate congiunte dall’amore .Quel processo per cui Michelangelo è venuto via via abbandonando ogni elemento classico ( proporzione,ponderazione ,bellezza ideale),ha raggiunto il suo momento culminante. Come Donatello nella Maddalena del Battistero fiorentino,così Michelangelo nella Pietà Rondanini rinnova totalmente la tradizione ,chiude definitivamente un’epoca ,il rinascimento , e getta un ponte con l’avvenire : per l’abbandono completo di ogni rapporto con la realtà visibile ,sia pure idealizzata ,e per la totale espressione del proprio mondo interiore ,non vi è forse opera che abbia, ancora oggi,tanta attualità. ».
    Parallelamente alle valutazioni di Ipazia,che suonerebbero come antesignane della rivoluzione copernicana generate da un elogio del dubbio costante,ritenuto unica fonte inesauribile di prospettivismo e virtuosa conoscenza, la risoluzione del cerchio nell’ellisse, umanamente ,realizza l’ammissione della possibilità ontologica di un elemento,dell’ opposto e del suo simile ossia il diritto all’esistenza della posa e dello scorcio,della perfezione-canone- e dell’imperfezione,dell’affermazione e della contraddizione della stessa.
    Nel film è messa in luce l’essenza di Ipazia,il suo specimen che, contro ogni banale intellettualismo , consiste in una vitale messa in discussione dei numerosi ipse dixit limitanti la ricerca,la speculazione ,la filosofia ossia l’amore per(del) il sapere e assimilabili ad universali forme di violento fanatismo. Rivolgendosi al cristiano Sinesio,la scienziata precorre Kant :«Voi non mettete in discussione quello in cui credete .Non potete .Ma io devo» . Tra i contrari Ipazia trova la naturale armonia senza smentirsi mai. E’ un segno di coerenza sul piano dell’atteggiamento seguito dall’assunzione di responsabilità fattiva. Se ex abrupto una linea retta si fa contorta senza alcun segno o volontà di evoluzione tutto vacilla ,mentre la tensione tra gli opposti ,una loro sintesi opportuna,ma non l’eliminazione spietata di ciò che si è ugualmente stati,in un caparbio rovello senza soluzione di continuità re -alizza il conatus ,lo Streben verso la verità ,la divinità nell’uomo sempre belle perché autentiche.
    Profetica risulta l’aspirazione di Ipazia alla comprensione dell’ordine cosmico che, se ottenuta anche “soltanto un po’”, potrebbe felicemente lasciare il posto alla morte:il suo martirio non meno esecrabile dell’analoga uccisione di un santo cristiano, segue immediatamente la formulazione dell’ipotesi di un sistema eliocentrico .
    Il capo leggermente reclinato in avanti , segno del guizzo del pensiero in movimento,l’acconciatura
    delineante il volto dai tratti nobili ,alti ,leggermente aguzzi ed i movimenti delicati ,ma decisi,consapevoli dell’attrice protagonista Rachel Weisz conferiscono dignità al ruolo interpretato nel dosaggio di dolcezza ,disciplina,candore,rispetto ,amore per il prossimo (non di marca cristiana,ma “umana”) che fanno pendant con la forza ,il potere della mente, l’autorevolezza del rigore metodologico nel tentativo di far emergere il senso stesso dell’attività pedagogica da lei svolta con i suoi allievi composti da pagani e molti convertiti alla nuova fede del re dei Giudei.
    Soltanto in lei si legge l’acquisizione, paradossalmente ,per portato genetico in senso storico ed antropologico della Pietas romana termine che impera nella pellicola tra i politeisti dimenticandone tuttavia la definizione di virgiliana memoria tanto da gerere bellum contro invasati guidati dal vescovo Cirillo distruttori della biblioteca d’Alessandria e carnefici di Ipazia ben presto perseguitata poiché empia, prostituta del prefetto Oreste e come nel futuro medioevo “strega” .
    Le scarse informazioni biografiche,probabilmente, hanno penalizzato la sostanza dei dialoghi giacché della donna Ipazia si è dovuto costruire un eloquio corrispondente alla modalità espositiva della più nota scienziata,interpretando un quotidiano inafferrabile perché spesso coincidente con l’insegnamento o lo studio e visibile in parte nel rapporto con il padre che pur di non sacrificare la sua libertà vieta di darla in sposa ad uno dei numerosi pretendenti .
    (La difficoltà rilevata non deriva da incapacità mostrate in fase di sceneggiatura,ma è oggettiva essendo in gioco problematiche artistiche ,scientifiche e più in generale poietiche legate alla storia di un personaggio realmente vissuto; ad esempio in “Un viaggio chiamato Amore” gli sceneggiatori Heidrun Schleeff e Michele Placido ,regista dell’opera,si trovarono a creare il linguaggio”comune” di due poeti del calibro di Sibilla Aleramo e Dino Campana…)
    Ecco pertanto che la dottrina astronomica pervade l’etica di Ipazia che,attraverso similitudini, enuncia il suo pensiero predicando la virtù ,il rispetto per la diversità come fonte di ricchezza: applica così la relazione transitiva (se a = b e b = c, allora a = c ) al rapporto paritario da consolidare con i suoi studenti ribadendo, perentoriamente, la fratellanza come valore universale,motore dell’evoluzione intellettuale umana .
    Le risse invece si addicono alla marmaglia e agli schiavi.
    La magnanimità di Ipazia si nutre e si feconda continuamente con la professione svolta , vera metafora della sua vita fino ad accogliere tra i suoi studenti anche lo schiavo Davo, segretamente innamorato di lei e neofita della confessione cristiana perché (vagamente )convinto dal miracolo (camminare sul fuoco) compiuto da un “parabolano”(definizione dei primi predicatori dell’insegnamento del Messia)che pur se esperto tiratore di pietre contro i pagani sarà consacrato santo e martire da Cirillo.
    L’introduzione di una vicenda privata:l’invaghimento progressivo di Davo che ad un rifiuto risponde con un tentativo di stupro,e soprattutto di un punto di vista di un individuo estremamente giovane ed inesperto della fitta ed intricata trama del mondo in cui conoscere diviene l’unica arma di difesa razionale possibile, mina l’evoluzione del film deviante sulle pene d’amor perdute,sulle preghiere rivolte ad un ipotetico dio convocato soltanto nel momento del bisogno culminanti in un definitivo abbandono dell’amata con adesione alla “fazione” a lei avversa.
    La circostanza perde in efficacia biografica per smascherarsi come ripicca per una delusione del cuore e ritorna in un inadeguato quanto sentimentale,da tono romance , flashback finale dei momenti vissuti dal ragazzo accanto alla filosofa: si privilegia dunque il ricordo del primo a discapito del vero ruolo primario e si illustra, velocemente, un percorso di formazione avente il solo pregio,poiché negativo, di indicare la retta via come un exemplum da non seguire.
    La fruizione della pellicola come testo filmico e della biografia presentata penalizzata da scelte di montaggio risultanti ingenue quanto banali,poco talentuose stando alle precedenti prove da regista di Amenàbar produce un conflitto nel definire il genere della pellicola,troppo “recitata”e didascalica. Indubbiamente è un “biopic” che affronta però ben poco l’urgenza ,la carica emotiva,il pathos respirato nell’Agorà di Ipazia e riserva maggiore importanza ad effetti speciali di penetrazione nell’hic et nunc attraverso immagini della Terra vista dallo spazio e viceversa,cartine geografiche tracciate direttamente su di un gigantesco mappamondo ecc…
    L’equilibrio e l’assenza di polemica gratuita e controproducente che ha impedito ad esempio in Italia l’immediata circolazione di “Agorà” si esplica nella mostrazione dei cristiani e del fanatismo dei parabolani : la realtà non è edulcorata da un anelito sincero nella misericordia divina ,ma da fanatismo, xenofobia ( dopo i Romani , vittime della furia cristiana sono gli Ebrei ,rei di aver ucciso Cristo)misoginia e profonda ignoranza visibili quali “fatti” oggettivi ,senza alcuna esagerazione. Molti pagani si convertirono al cristianesimo per convenienza, per ragioni legate a circostanze più favorevoli socialmente e politicamente dando vita a spedizioni punitive ed atti persecutori contro i cosiddetti “empi” fino a demolire l’enorme patrimonio librario custodito nella biblioteca .
    Le inquadrature non sembrano concordare con la statura etica di Ipazia : ne catturano gli occhi volti a fissare il cielo a cui chiede conferme o smentite sulle sue ipotesi ,ma non il significato del gesto e ciò si verifica allo stesso tempo quando “dona” ad Oreste il fazzoletto con il sangue del suo ciclo mestruale per rifiutare la sua proposta di matrimonio volendo redarguirlo sulla natura femminile dietro cui si cela estrema sofferenza e nell’ultimo discorso con il prefetto davanti alla Lupa Capitolina,simbolo della storia dell’Urbe proprio mentre Cirillo “ha già vinto” leggendo durante la messa ed in presenza degli alti funzionari romani il brano  tratto dalla Prima lettera a Timoteo (capitolo 2):
    9 Allo stesso modo, le donne si vestano in modo decoroso, con pudore e modestia: non di trecce e d’oro o di perle o di vesti lussuose, 10 ma di opere buone, come si addice a donne che fanno professione di pietà. 11 La donna impari in silenzio con ogni sottomissione. 12 Poiché non permetto alla donna d’insegnare, né di usare autorità sul marito, ma stia in silenzio.
    Per consacrare la “santità” di Ipazia ,si ritorni al silenzio da cui si era partiti: la sua esistenza romanzata produce un eroismo di cui certamente la scienziata non sarebbe stata fiera. Prima di essere catturata dai cristiani rifiuta la protezione dell’esercito romano ,ossia della moderna scorta ,per camminare libera tra le strade della sua città natale. Ha avvertito che è giunta la sua ora?Come si pone davanti al suo assassinio?Ipazia è esclusa dalla sua stessa storia,per scelta registica:il passo al ralenti ,la tunica le cui pieghe aumentano in volume perché attraversate dal vento,il profilo con sguardo impaurito non rendono omaggio all’unico impulso interiore del suo atto di resistenza civile.
    La libertà .
    Mariangela Imbrenda

  • Giusy Randazzo

    2 Maggio, 2010

    Mi sorprende sempre di più notare come alla gente piaccia, su internet, navigare, scrivere, dialogare e poi, quando si tratta di citare quei loci in cui è possibile reperire materiali di un certo livello, impallidisce appellandosi all’auctoritas vivente nel cartaceo. Una sorta di demonizzazione a convenienza. Questo dialogo è avvenuto su internet e considerato che almeno io non sono andata a memoria, ma con dati e libri alla mano, può costituire una buona fonte per coloro che ieri, per esempio, anziché scrivere e studiare sono andati in campagna o altrove a festeggiare.
    Abbiamo lavorato anche per loro, Marco.
    Per quanto riguarda i testi greci, non dici neanche una parola su Malalas, di cui io stessa ieri ho fatto la traduzione dal greco insieme con Alberto. E non soltanto: ho cercato il riferimento all’interno di quasi ben mille pagine.
    Detto questo, Marco (a quanto pare abbiamo deciso di darci del tu e me ne compiaccio), mi preme farti sapere che non avevo alcuna intenzione di fare una gara su chi ne sapesse di più. E che sia una gara è evidente dal fatto che citi Gassendi, che sebbene fece l’esperimento della nave, non toglie a Bruno il primato per tempo e ideazione. Dunque perché lo citi? E se vogliamo parlare dell’errore di Bruno, possiamo stare ore a parlare del conservatorismo di Copernico. Il fatto che Bruno non abbia tenuto conto “della piccola deviazione a est” significa che il suo esperimento non vale niente? O che l’abbia soltanto immaginato, toglie qualcosa alla sua ideazione? Ma questo non è il punto, hai detto bene, tant’è che ami Bruno, come tu stesso sostieni. Qual è dunque il punto della questione? Screditare ingiustamente quanto scritto da me o ricordare giustamente quanto scritto da te? Non si tratta certo di amore per la verità, dato che rimane il fatto che Bruno fu il primo.
    Ma soprattutto che c’entra questo excursus in un dialogo su Cirillo? Non c’entrano secondo te streghe e crociate, stragi e roghi, ma c’entra Gassendi. Come si concilia tale contraddizione?
    Avevo citato Bruno ed Eraclide, proprio per avvalorare la tua tesi: che a volte le ricostruzioni possono essere utili per stimolare la ricerca.
    Ovviamente ho, invece, apprezzato la tua aggiunta su Iceta ed Ecfanto di Siracusa, che –altrettanto ovviamente- non hai dovuto argomentare, perché è una precisazione assolutamente giusta e corretta, anche se in realtà i primi a parlare di movimento di rivoluzione (snodo importantissimo nel film di Amenábar), oltre che di rotazione, furono proprio Eraclide (ma non della Terra) e Aristarco (forse fu proprio il primo a ipotizzare l’eliocentrismo), almeno per quel che ne sappiamo e ne so.
    Non ho letto i tuoi libri, ma li leggerò, come mi ero proposta quest’estate parlando con Alberto che sa della mia passione per l’astronomia. Per il resto, è stato un piacere dialogare con te.
    Forse è vero che nessuno ormai la pensa alla San Paolo sulle donne ovvero che debba trascorrere qualche nanosecondo in più per dar loro credito.
    Almeno c’è da augurarselo.
    Saluti,
    Giusy Randazzo

  • agbiuso

    2 Maggio, 2010

    Ringrazio Marco e Giusy per questo loro dottissimo scambio, che arricchisce molto questo sito.
    Intervengo brevemente su quattro punti soltanto.

    – L’esperimento della nave rimane del tutto mentale e logico -ma non per questo meno efficace- in Bruno come anche in Galilei. Che Gassendi l’abbia eseguito materialmente non aggiunge molto alla forza dell’argomento.

    – Devo dire che le testimonianze addotte da Giusy sulle responsabilità di Cirillo sono talmente numerose e importanti da esserne del tutto convinto. Marco sa bene che le fonti antiche sono andate in grandissima parte perdute; su un caso delicato come quello dell’assassinio di Ipazia, poi, sono state anche volontariamente distrutte. Che tuttavia siano rimasti testi così espliciti come quello di Malalas è eccezionale e costituisce una prova formidabile.

    – I riferimenti di Giusy a crociate, inquisizione e caccia alle streghe a me sembrano del tutto “attinenti”, perché inseriscono l’assassinio di Ipazia -compiuto certamente da nazareni- all’interno di quella che Karlheinz Deschner ha definito Storia criminale del Cristianesimo.

    – Io amo il termine pagano, al di là della sua etimologia; è una parola sintetica, densa di storia, ricca di significati. Che i nazareni l’abbiano usato in senso dispregiativo non mi importa molto. Conta la sostanza di libertà del concetto e anche la sua origine dal villaggio contadino, appunto, dalla terra madre.

  • marco de paoli

    1 Maggio, 2010

    Ringrazio Giusy Randazzo per l’apprezzamento. Per quanto riguarda il punto in questione, ritengo che non basti addurre siti internet o citare un pur serio studioso come Canfora (di cui alcune deduzioni in merito mi sembrano peraltro azzardate) o De Ruggiero, pur autore di una Storia della filosofia così bella e così ben scritta (oggi sono più agguerrite metodologicamente, ma non così ben fatte). Né vale citare le crociate o l’inquisizione o la caccia alle streghe, che non hanno qui attinenza. Occorre andare alle fonti, ai testi greci. Non è questione di essere cattolici (io ad esempio non lo sono): semplicemente, sappiamo che il primo autore che incolpa chiaramente Cirillo come mandante della morte di Ipazia scrive quasi cent’anni dopo (a meno che non scrivesse quelle cose poco più che ventenne), o forse ancora più tardi. Che Cirillo sia stato l’assassino di Ipazia, non è un dato inoppugnabile. Da quanto possiamo dedurne, il delitto deve essere stato coperto in alto loco una volta compiuto. Che poi sia anche stato fatto su ordinazione è possibile, ma su chi siano stati in tal caso i mandanti la cosa non è così chiara (è stato anche fatto il nome di Pietro il lettore o il Magistrato come ideatore e al tempo stesso capo della squadra della morte). Con ciò non voglio difendere a tutti i costi Cirillo e quando penso alla santità il mio pensiero non va certamente a lui.
    Circa l’esperimento della nave mi è ben noto che fu immaginato (non eseguito) da Giordano Bruno, che ne parla ne La cena de le ceneri che (diciamo così, con un eufemismo) “influenzò” molto il Dialogo sopra i massimi sistemi di Galileo (financo nella struttura dialogica). Gassendi invece l’esperimento lo fece veramente. Il principio galileiano di relatività si trova non solo in Bruno, ma anche in Copernico. Bruno però parlò di una caduta perpendicolare del grave e non comprese (proprio a causa del suo principio di relatività) che vi era invece una piccolissima deviazione ad est (precisamente a sud-est). Di tutte queste cose mi sono occupato nel mio Theoria Motus (Ed. Angeli), e in particolare su Bruno ho scritto una prefazione a La cabala del cavallo pegaseo. Dico questo non per sventolare palmares, ma solo per chiarire che Giordano Bruno è sempre stato fra i miei autori più cari.
    Sulla consapevolezza greca del moto terrestre, la cosa risale a ben prima di Aristarco (III sec. a.C.) e Eraclide Pontico (IV sec. a.C.): Iceta e Ecfanto (V sec. a.C.) postularono il moto diurno della Terra come migliore spiegazione dei fenomeni; Filolao (VI sec. a.C.) elaborò una cosmologia in cui la Terra ruotava attorno ad un Fuoco centrale.
    Con un saluto.

  • Giusy Randazzo

    1 Maggio, 2010

    Ho apprezzato molto il commento di Marco De Paoli, anche se non sono d’accordo quando afferma:

    «Cirillo è stato sicuramente un uomo di potere (ha strutturato la teologia cattolica, ha scagliato i suoi anatemi etc.), ma non vi sono prove che sia stato anche un assassino o un mandante».

    Mi permetto di citare le due righe del commento di Marco De Paoli come spunto per una riflessione su Cirillo, che, noto sempre più spesso, viene difeso dai cattolici per l’appunto appellandosi alla presunta assenza di prove. Mi chiedo, innanzitutto, quali prove siano necessarie. Invito a leggere i due testi di Luciano Canfora e di Diletta Grella, disponibili su internet, oltre all’interessante raccolta di fonti sul sito Maat.
    Credo sia già tanto se, nonostante il periodo di ferocia cristiana, si sia avuta notizia, non soltanto di Ipazia, ma del coinvolgimento di Cirillo, che Socrate Scolastico e Filostorgio, suoi contemporanei, indicano anche se in modo velato. Così come decenni dopo faranno Damascio e lo stesso cattolico Giovanni di Nikiu, che ammette in modo indiretto il coinvolgimento di Cirillo:

    «Poi le lacerarono i vestiti e la trascinarono attraverso le strade della città finché lei morì. E la portarono in un luogo chiamato Cinaron, e bruciarono il suo corpo. E tutte le persone circondarono il patriarca Cirillo e lo chiamarono ‘il nuovo Teofilo’ perché aveva distrutto gli ultimi resti dell’idolatria nella città».

    Certo sia Damascio sia Giovanni di Nikiu vissero alcuni decenni dopo Ipazia. Questo è un buon motivo per non credere? Non è però abbastanza per rifiutare recisamente la santità di Cirillo?
    Chi ha studiato la storia della chiesa cattolica sa di quali nefandezze è stata capace. Non è necessario ricordare Torquemada.
    Ultima fonte che pochi conoscono, a proposito di Ipazia, è Ioannis Malalas (Antiochia, 491-578), storico bizantino, del quale non riesco ad allegare il testo greco di un passo che riguarda proprio Ipazia. Comunque, la traduzione è la seguente (realizzata da me e Alberto):

    «L’imperatore Teodosio, in quello stesso periodo, ricostruì la grande chiesa che sta in Alessandria; che da allora è chiamata chiesa di Teodosio: fu infatti amico di Cirillo, il vescovo di Alessandria.
    Gli Alessandrini, in quel periodo, autorizzati ad agire liberamente dal vescovo, uccisero, gettandola poi nel fuoco, Ipazia, l’insigne filosofa, da tutti celebrata. Era donna di antico valore».
    (Ioannis Malalas, Chronographia, in “Corpus scriptorum Historiae Byzantinae”, L XIV V23 10-15 p. 35).

    Qualche giorno fa, peraltro, ricercando notizie su Cirillo, ho avuto modo di notare che, anche se i testi cattolici non ne indicano direttamente le responsabilità, sono spesso giustificativi.

    «Nella dura tutela del suo ufficio vescovile contro i giudei e i novaziani, non impedì purtroppo l’assassinio della docente di filosofia Ipazia (415) per opera della plebaglia della sua città. […] Egli poi giustificò il suo comportamento dispotico al concilio di Efeso nell’Apologeticus ad imperatorem […]» (AA. VV., Storia della chiesa cattolica, Edizioni Paoline, Milano 1989, p. 240)

    È, altresì, interessante notare quel «docente di filosofia». «Filosofa» sarebbe stato troppo?
    Andiamo poi alla catechesi di Benedetto XVI il quale non disdegna di usare la seguente espressione per il grande Cirillo, difensore della cristianità:

    «La reazione di Cirillo – allora massimo esponente della cristologia alessandrina, che intendeva invece sottolineare fortemente l’unità della persona di Cristo – fu quasi immediata, e si dispiegò con ogni mezzo già dal 429, rivolgendosi anche con alcune lettere allo stesso Nestorio».

    Ultima riflessione: perché continua sempre a riproporsi il nome di Cirillo? Quali prove necessitiamo, se sono state tutte distrutte dai cattolici di allora, mentre quelli di oggi perseverano a difendere Cirillo? Basta navigare su internet e la tesi che non si hanno prove ritorna come miglior cavallo di battaglia. Il risultato è: non è stato lui. In Italia siamo tutti garantisti. Non si fanno processi nel XXI secolo agli intoccabili, figuriamoci se non possiamo appellarci al legittimo impedimento nel caso di Cirillo, bello e defunto da millenni. In realtà, c’è stato un tempo in cui la chiesa faceva processi (897) anche ai cadaveri, Papa Formoso docet. Per non parlare di crociate, caccia alle streghe in cui anche la chiesa si dilettò (3 milioni di persone processate per stregoneria fino al 1756, 40 mila condannate a morte, l’80% donne), stragi (Clemente VII, per esempio, chiamato «il boia di Cesena», al secolo Roberto da Ginevra, aveva represso nel 1377 una rivolta nella città romagnola facendo 4 mila vittime), roghi a mai finire, torture e prigionie.
    No, non sono necessarie prove per affermare che Cirillo rientra degnamente all’interno della lista dei carnefici cattolici.
    È vero Amanábar ricostruisce laddove la storia tace, compreso Cirillo che legge San Paolo. Ma quanti cattolici sanno davvero che le lettere di San Paolo contengono quel passo (e molti altri dello stesso tenore)? Andiamo ad altro. Tutti, per esempio, credono che l’esperimento della nave risalga a Galilei, ma quanti sanno che invece è di Giordano Bruno (Cena de le ceneri, dialogo terzo)? Quanti sanno di Aristarco di Samo e prima di lui di Eraclide Pontico, contemporaneo di Aristotele (praticamente nato e morto negli stessi anni dello stagirita), che per primo ipotizzò il movimento della terra?
    Ben vengano dunque le ricostruzioni -come lo stesso Marco De Paoli riconosce- quando servono a stimolare anche soltanto il dubbio e per altri la ricerca.
    Io però non ho dubbi sulla ferocia di Cirillo.
    E per concludere riporto la pagina di Guido De Ruggiero:

    «L’impresa religiosa di Giuliano passò nella vita dell’impero come una meteora. Dopo la morte di lui, una violenta reazione distrusse rapidamente tutto ciò che la sua fede aveva per un istante sorretto. Il neo-platonismo subì la stessa sorte della religione pagana con la quale aveva accomunato la propria vita, ed ebbe finanche la sua martire in Ippazia (sic), bella e intellettuale figura di donna, uccisa dal furore popolare suscitato dal vescovo Cirillo. Come scolaro di lei viene ricordato il retore Sinesio, che più tardi, convertito al cristianesimo, divenne vescovo». (Guido De Ruggiero, La filosofia greca, Laterza, Vol. II, Bari 1967, p. 302)

  • marco de paoli

    1 Maggio, 2010

    Il regista si era già fatto conoscere per un bel film “a tesi” sull’eutanasia. E anche Agorà è un bel film. La cosa più interessante è la ricostruzione di un’epoca di passaggio, che fu anche inevitabilmente epoca turbolenta e difficile di torbidi e disordini. Il fatto è che la storia (tutta la storia, non solo questa, vale perfino per il nazismo) ce l’hanno raccontata male. Ce l’hanno raccontata in modo idealizzato, ad usum delphini, come fatta di grandi battaglie ideali senza che mai si vedesse il sangue, l’orrore, la bruttura.
    Particolarmente significativa è stata nel film, fra chi rimaneva fedele alla grande cultura greca (il matematico Teone, la figlia Ipazia) e chi con armi e bagagli era dalla parte del cristianesimo (Cirillo, i parabolani), la delineazione di quei personaggi in crisi che (talvolta anche per opportunismo) traghettano da un mondo all’altro, alla fine scontenti di entrambi o comunque sballottati fra l’uno e l’altro (lo schiavo, il prefetto, il vescovo di Cirene Sinesio che fu allievo di Ipazia).
    Alberto ha giustamente notato il diverso abbigliamento di cristiani e persone di cultura greca. Non si tratta solo di una scelta polemica del regista, volto a rimarcare il lugubre color nero delle tuniche dei “parabolani”. Si trattava anzitutto di una differenza di censo, già impietosamente rimarcata da Nietzsche che fustigava i “ciandala” cristiani e la loro religione in favore dei miserabili. Da una parte le persone di cultura greca (preferisco non usare il termine dispregiativo “pagani” derivante da “pagus”, villaggio), come Teone e Ipazia, colti, agiati, ben vestiti, abitanti in belle dimore favorevoli all’otium nel senso nobile del termine e con vari schiavi al servizio (uno dei quali fustigato da Teone e poi accarezzato sulla testa come un cagnolino da Ipazia). Dall’altra parte gli straccioni, i miserabili, fra cui lo schiavo di Ipazia è quasi un signore, spesso laceri, mal vestiti, sporchi: i rozzi monaci parabolani, i miserabili (chi come me ha vissuto in Etiopia li ha come rivisti nel film) a cui lo schiavo convertito, convinto dal monaco fanatico, offre il pane riportandoci al senso più umile e plebeo dell’eucarestia. Poi però anche i cristiani, quando “fanno carriera”, imparano a vestirsi bene: fra i monaci e Cirillo vescovo la differenza è evidente, e anche Sinesio vescovo di Cirene appare assai ben vestito.
    Proprio qui si forma la gerarchia, il nuovo potere. Cirillo è stato sicuramente un uomo di potere (ha strutturato la teologia cattolica, ha scagliato i suoi anatemi etc.), ma non vi sono prove che sia stato anche un assassino o un mandante. Nei suoi testi, che io sappia, non nomina Ipazia: la scena del film in cui Cirillo cita il brano sulle donne di Paolo di Tarso è, appunto, una ricostruzione filmica. Il neoplatonico Damascio, ultimo direttore dell’Accademia di Atene, che nasce 65 anni dopo l’assassinio, direttamente lo accusa; Socrate Scolastico, contemporaneo dei fatti, di religione cristiana ma equanime nel giudizio, accusa un certo Pietro il Magistrato (per altri il Lettore). A quanto sembra di capire dalle fonti vi fu un duro conflitto fra il pretore e Cirillo, acuito al momento in cui il pretore fece condannare a morte il monaco che (la scena compare nel film) aveva attentato alla sua vita. In quel clima di odio (in cui anche gli ebrei massacrarono i cristiani) sappiamo solo che una turba di fanatici cristiani trucidò Ipazia, peraltro in un modo molto più orribile di come non appaia nel film (ove l’ex schiavo pietoso soffoca la donna inspiegabilmente lasciata sola nelle sue mani dalla turba che cercava le pietre – in realtà erano le tegole con cui fu squartata – cosicché ad essere lapidato è solo un cadavere). La corte imperiale di Costantinopoli (narra Filostorgio nella Storia ecclesiastica) aprì un’inchiesta inviando una commissione che non approdò a nulla (un classico caso di insabbiamento).
    Personalmente (essendo stato quattro volte in Egitto, anche ad Alessandria) ho toccato con mano i segni del fanatismo: colossali statue egizie gettate a terra, e riesce difficile credere che sia stato sempre e solo a causa dei terremoti; affreschi egizi spesso di inestimabile valore e rara bellezza rovinati non (come appare nel film) per cieca furia vandalica, ma con un lavoro “certosino”, lento e paziente, dei monaci copti che picchettavano gli occhi di Iside, i volti dei faraoni, i simboli religiosi egizi. Devo però aggiungere che in quel contesto ho anche visto non solo le tracce dell’odio e del conflitto, ma anche del sincretismo culturale: Alessandria (anche per via del porto) era del resto questo, un crogiolo e crocevia unico e straordinario dei più diversi filoni culturali – greco, romano, tardoegizio, cristiano copto; da una parte astronomi, matematici, filosofi, dall’altra teologi, mistici, padri del deserto. Simbolo di questa cultura era proprio il Museo (un Centro di Studi) e la annessa Biblioteca, a quanto sembra distrutta più volte (dai romani, dai cristiani, dai musulmani). Io ho visto ad Alessandria e in Egitto (nella scultura, nella pittura, nel mosaico) la ripresa e la fusione dei simboli e delle divinità egizie nell’arte greca e romana, e anche il trapasso nella cultura cristiana dei temi egizi (la dea Iside, la resurrezione di Osiride) e dei temi greco-romani (il tralcio di vite di Dioniso diventa la vite dei Vangeli); tutta l’iconografia cristiana (che darà origine alla grande arte occidentale) certo non proviene dalla religione ebraica o islamica che proibivano l’effigie del sacro bensì, a mio giudizio, dalla grande tradizione iconografica egizia. Insomma, io ho percepito nella grande cultura alessandrina un violento scontro ma anche un incontro fra culture diverse (questo tema, dell’incontro e non solo dello scontro fra culture, è assente nel film).
    Altra cosa interessante del film è l’accenno alla grande cultura scientifica alessandrina (l’ellenismo non fu affatto l’età della decadenza e della “vecchiaia” greca rispetto all’“infanzia” cosiddetta “presocratica” e alla “maturità” classica, secondo l’antiquato schema di Hegel e di Zeller spesso ancora riesumato). Certo non abbiamo alcuna prova che Ipazia studiasse sperimentalmente la caduta dei gravi, simpatizzasse per l’eliocentrismo di Aristarco di Samo e avesse compreso l’ellitticità dell’orbita. Ma che certi problemi cosmologici e anche fisici fossero ben vivi e presenti, anche se non in modo sperimentale, nella cultura ellenistica è comprovato: la scienza alessandrina fu importantissima (e ancora recentemente L. Russo sulle orme di Duhem ne ha segnalato l’importanza per la nascita della scienza classica nel XVII secolo).
    Insomma il film, anche se non mancano alcune forzature storiche (l’eccesso caricaturale nella rappresentazione di Cirillo, l’attribuzione ad Ipazia di una visione kepleriana), è nell’insieme abbastanza plausibile anche dal punto di vista storico. Ad esempio la scena del fazzoletto intriso di sangue mestruale che Ipazia “dona” al suo innamorato onde mostragli cosa sia in realtà il suo corpo e dissuaderlo dalla fiamma amorosa in favore della Musica, pur reinventata nei particolari, a quanto pare è nella sostanza autentica. Dimostra peraltro come non sia affatto vero che la cultura greca abbia sempre esaltato la corporeità che si ritiene disprezzata dal cristianesimo (che parlava di incarnazione del divino e di resurrezione dei corpi): almeno nelle sue manifestazioni “alte” (poi certo i culti popolari erano altra cosa) si trovano, soprattutto nel filone pitagorico-platonico-neoplatonico, espressioni di grande disprezzo (disprezzo aristocratico però) per il corpo. Non a caso Nietzsche, nel suo geniale ma parziale affresco della grecità, non nomina nemmeno i pitagorici e (piuttosto unilateralmente) vede in Platone (dopo Socrate) l’inizio della decadenza greca.
    Insomma, alla fine un film da vedere. Certamente non mi ha fatto venire le sincopi come il film su Agostino recentemente trasmesso in televisione (i cui falsi storici mi avevano indotto a inviare una lettera al giornale cattolico L’Avvenire, che la pubblicò con alcuni tagli di tipo censorio). Fra l’altro, non è cosa di tutti i giorni, al cinema, vedere l’esperimento del grave in caduta dall’albero maestro della nave e sentir parlare di Aristarco e di epicicli.

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