La legge che guida gli eventi umani rimane la legge del più forte. E questo perché la naturacultura della nostra specie non può cancellare la biologia. E la biologia è sempre Wille zum Leben, tentativo di vivere ancora, anche a danno di altre vite. Qui sta la radice di ciò che chiamiamo aggressività, violenza, guerra. Una legge che è opportuno riconoscere, accettare, cercare di gestire e non di impossibilmente negare. Le società che tentano di cancellare la biologia ricadono infatti facilmente nei lati più distruttivi del βίος.
Quando questo accade, la conseguenza politica è che tutto diventa lecito – «in un’epoca in cui ci si riempie di continuo la bocca di ‘diritti umani’» – a chi calpesta i diritti dei più deboli, come fa ad esempio lo Stato di Israele «godendo di una non codificata ma da tutti riconosciuta condizione di eccezionalità ed impunità» (Marco Tarchi, in Diorama Letterario 386, pp. 1-2).
Negli anni Venti del XXI secolo accade pertanto che il diritto internazionale venga ogni giorno e tremendamente calpestato «da chi se ne fa a parole assertore in tutte le sedi, che le condanne delle aggressioni di uno Stato verso l’altro funzionano a corrente alternata, che ci sono soggetti che possono agire impunemente al di sopra di qualunque norma e che, tirando le somme, l’eterna legge della forza, nell’era della lotta delle liberaldemocrazie contro le autocrazie, continua a regnare più che mai sovrana» (Id., p. 1).
E questo accade allo stesso modo nel quale in nome della ‘salute’ è lecito discriminare, escludere, licenziare, odiare quanti non credono a delle sostanze chimiche come si crede a un idolo.
Tutto appare e diventa lecito a chi in nome dell’accoglienza, della solidarietà, dei diritti, toglie ai popoli il diritto di scegliersi governanti che non piacciono alle oligarchie ‘aperte’ che in realtà sono oligarchie ferocemente chiuse ai diritti e alle libertà di chi non ne fa parte.
Molte distopie letterarie – riflesso ben concreto dei processi in atto – raccontano in modo plastico tale paradosso. La più nota di esse è certamente 1984 con la sua lingua creata per dire esattamente il contrario di ciò che esiste e che accade. Anche ne Il Signore delle mosche di William Golding «la testa di maiale raffigura il totalitarismo libertario e liberticida, che sposta continuamente, e all’infinito, l’asticella di ogni limite, spacciando per libertà la legge della giungla che premia e asseconda il dominio del più forte» (Davide Nieri, p. 38).
In tale dominio consiste in gran parte la libertà delle autoproclamatesi società aperte, che disvelano sempre più la loro struttura di demokrature globaliste e oligarchiche. Un Occidente che appare ed è sempre più nemico dell’Europa.
L’Europa ha millenni di storia, l’Occidente invece ha avuto la sua incubazione nei viaggi e nelle conquiste oceaniche dell’età moderna e ha avuto il suo momento di nascita con la Dottrina del presidente USA James Monroe (1823). Occidente che è dunque nato dalle tre M, dei mercanti, dei militari, dei missionari. Occidente che ha come fondamento ideologico e storico la rinuncia alla misura che le civiltà mediterraneo-europee cercarono di mantenere, dandosi invece alla dismisura del potere planetario, di una antropologia dell’illimitato, di una legge infinita della forza.
È la tesi anche di Hans Jonas, il quale in Sull’orlo dell’abisso (Einaudi, 2000, p. 31) analizza l’incapacità dell’Occidente di stabilire un «fin qui e non oltre». Atteggiamento che sta alla radice anche del problema ecologico e climatico (e che nulla c’entra con la colpevolizzazione della CO2 ,la quale è invece necessaria alla vita).
La dismisura dell’individuo servile, televisivo e consumens è l’opposto di ogni atteggiamento e prospettiva rivolta all’emancipazione. Andrea Zhok sostiene giustamente che «nonostante le frequenti letture ‘economiciste’ di Marx, il progetto emancipativo marxiano non può avere nessun senso se non come forma di limitazione e indirizzo dell’‘economico’ da parte del ‘politico’, laddove il ‘politico’ è legato all’idea di polis, come comunità civile di mutuo riconoscimento, più di quanto sia legato all’idea dello Stato moderno» (p. 12). E invece la sedicente e abusiva ‘sinistra’ contemporanea «si allontana da ogni sintonia con le classi popolari e i loro problemi, e si nutre sempre più di una cultura accademica astratta, spesso pretenziosa, ancor più spesso fintamente radicale, che interpreta la libertà come arbitrio idiosincratico o come libertà negativa. Al tempo stesso la ‘sinistra istituzionale’, una volta abbandonata l’idea di un paradigma alternativo, diviene sempre più una mera variante del progressismo liberale: positivista, mercatistica, individualista» (Zhok, p. 13).
Si torna così alla necessità della misura greca e mediterranea, e dunque anche della circoscritta Europa rispetto alla dismisura universalista dell’occidente. Capire «la natura malvagia del potere», come scrive Michele Del Vecchio (p. 40) a proposito dei racconti di Varlam Šalamov, significa capire anche la sua tendenza a occupare ogni luogo, a cancellare le differenze, a essere l’Unico, come già Étienne de La Boétie aveva compreso.
