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Linguaggio e oscurantismi

Linguaggio e oscurantismi

Dal 16 al 18 ottobre 2019 la sede di Ragusa Ibla del Dipartimento di Scienze Umanistiche di Catania ospiterà un denso convegno dedicato ai Linguaggi del potere. Nel pomeriggio di venerdì 18 (alle 15,15) interverrò con una relazione dal titolo Contro il politicamente corretto. Sarà un’occasione per cercare di argomentare alcune delle ragioni sulle quali si fonda la mia critica alla censura e alle imposizioni del linguaggio politically correct.
La prima è che «das In-der-Welt-sein des Menschen ist im Grunde bestimmt durch das Sprechen. Die Weise des fundamentalen Seins des Menschen in seiner Welt ist, mit ihr, über sie, von ihr zu sprechen. So ist der Mensch gerade durch den λόγος bestimmt», «l’ ‘essere nel mondo’ dell’uomo è determinato, nel suo fondamento, dal parlare. Il modo dell’essere fondamentale dell’uomo nel suo mondo è il parlare con il mondo, sul mondo, dal mondo. L’uomo, insomma, è determinato proprio dal λόγος» (Heidegger, Concetti fondamentali della filosofia aristotelica, Adelphi 2017, § 5, p. 53; trad. di G. Gurisatti) ed è per questo che l’umano è un’entità politica la quale per costruire una vera comunità ha bisogno di un parlare libero, che non sia censurato o autocensurato dal timore che qualcuno si possa sentire offeso dal nostro linguaggio ideologico, etico, religioso, filosofico.
Per non offendere nessuna visione del mondo sarebbe infatti necessario stare zitti. Che è, di fatto, il vero esito di ogni dire politicamente corretto, il cui dispositivo non può che risultare oscurantista. Chi non rispetta la molteplicità delle parole non rispetterà, alla fine, neppure la molteplicità delle persone.

5 commenti

  • agbiuso

    Ottobre 20, 2019

    Durante il mio intervento a Ragusa Ibla del 18 ottobre non ho potuto -per ragioni di tempo- leggere una diapositiva che mostra a che cosa possa condurre il politicamente corretto.
    Si tratta dell’organizzazione “Gherush92. Comitato per i diritti umani”, un’associazione italiana che si presenta come «consulente speciale del Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite (ECOSOC)», la quale in un suo documento del 6.1.2012 dal titolo Via la Divina Commedia dalle scuole, ovvero razzismo istituzionale mascherato da arte, ha chiesto seriamente l’eliminazione della Divina Commedia dai programmi scolastici poiché l’opera è piena di contenuti antisemiti, islamofobici, razzisti ed omofobici: «Le scuole, comprese quelle ebraiche ed islamiche, adottano i programmi ministeriali e il problema è la cospicua presenza di contenuti antisemiti e razzisti nelle opere letterarie, artistiche, storiche e filosofiche. […] Un esempio emblematico è la Divina Commedia, caposaldo della letteratura italiana».
    Il documento cita poi numerose terzine dai canti XXII, XXXIV dell’Inferno e V del Paradiso, versi che vengono definiti in questo modo: «un’anticipazione delle legge razziali di epoca fascista»; il giudizio viene ribadito a proposito del canto XIV dell’Inferno, accusato di islamofobia.
    Copio qui sotto la diapositiva, nei suoi contenuti molto chiara.

  • Pasquale

    Ottobre 15, 2019

    Caro Alberto,
    a margine e dietro tuo invito ti racconto quattro cosette in più. Allora, nel dovere cercare in Amazon (ammetto tanto più economico di una valigeria che non saprei, qui a Lecco dove trovare e poi i prezzi ohi ohi)una valigetta per andare pensa te fino a Macerata, osservo che tutto ha da essere omologato all’imposizione delle compagnie aeree che, di fatto e di diritto, ti dicono quanto ti devi portare in volo; solo per questo obbligo preferisco il treno anche per andare in Giappone; ma in Giappone non ci vado e amen. Lamento che sia tramontata l’epoca delle navi e sono convinto che piccole navi veloci sarebbero state meglio e più economiche anche per le attraversate marittime, più dei pericolosi e costosi aeroplani e dei tumori del mare, i bastimenti da crociera. Ma questo stupido mondo esclude il viaggio da sé come meta. Capisco benissimo che peso e ingombro sono indifferenti ai nostri occhi ma sostanziali per il volo; benché vi sia da osservare che come l’automobile il grosso dello sforzo la macchina lo compia per portare sé stessa e non te e la tua valigetta. Sentirla la gente come si sbrodola a dire, Cosa vuoi oggi in un’ora sei a Berlino. Io penso, E a mmia che me ne futte, voglio attraversare la Germania e vederla, magari fermarmi in qualche Heidelberg per strada. Ora per similitudine mi pare che il potere che ingombra e pesa e si deve sostenere da sé obblighi ad alleggerire al massimo e striminzire l’ingombro del linguaggio che costituisce invece il bagaglio di ogni singolo. Ma il potere non conosce singoli. E fa di tutto oggi per eliminarli. Il sultanato orientale ne è il paradigma ( tutti i governi dal Mediterraneo al Golfo persico sono sultanati, graditi e ammirati in genere dalle folle che, vedi Tunisia, cambia solo sultani, ottomani e millepiedi). In questo peraltro è simile alla cosiddetta madre natura che si ingegna in tutti i modi per eliminarci.
    (quest’ultima frase non è mia ma l’ho sentite dire da un rizzatore di mercantile in un documentario). Aggiungo e concludo che il bellissimo insulto che ti ho segnalato fu raccolto anni e anni fa da mio cognato, a bordo di un autobus a Buenos Ayres appunto. Indimenticabile.

    p.s. v’è peraltro da dire che la lingua esprime, nel senso che estroflette, una resistenza interna che la rende viva e plasmabile. Mi pare. Le generazioni giovani tendono a non accettare l’imposizione del gergo ufficiale, quello della tv per esempio, ma ne creano uno loro; è il dialetto del rap forse. Peraltro è vero che la letteratura ha inventato caso per caso una lingua (Gadda, Camilleri). Come bene ha detto il prof. Patoti ( Fondazione Treccani) sabato scorso qui in una conferenza, la letteratura è eversiva.
    Del resto ieri una giovinotta che mi ha consegnato un plico Amazon, nel porgermi la macchinetta per firmare la ricevuta mi ha detto sicura, Zero unghie. Per dire che non si deve usare l’unghia per scarabocchiare sul monitor. L’ho ammirata. Il bello della lingua sarebbe dunque il suo non essere universale? L’abbondanza di lingue e dialetti nel mondo lo dimostrerebbe? E l’inglese il contrario, cioè l’imposizione. Capisci anche perchè gli imbecilli si intortano da soli parlando della musica come linguaggio universale che è vero, stante che è significante puro e dunque non dice niente di compromettente. Piace ai Trump e alle Jane Fonda. Ma come la mettono con le canzoni di Cohen, del Canzoniere Salentino o di una mia scoperta, Fiona Apple, che ti segnalo, che sono poetilitiche in virtù delle parole, che fanno la differenza? Universale un corno. Ricordo che Brecht da qualche parte scrisse, Io faccio teatro per dividere il pubblico. Abrazos compañero

  • Pasquale

    Ottobre 14, 2019

    Dimenticai, la città è Buenos Ayres. Abbracci

    • agbiuso

      Ottobre 14, 2019

      Caro Pasquale, hai colto benissimo uno dei nuclei politici della questione, il fatto che la ferocia cresce insieme al sentimentalismo. I social network sono ormai infrequentabili, tanta è la volgare violenza che in essi si scatena. Ma molti di coloro che la scatenano sono paladini, a vari livelli, del politicamente corretto. La vignetta che ho scelto per introdurre il testo credo sia a questo proposito eloquente.
      Meraviglioso l’insulto argentino. Grazie davvero per avercelo regalato.

  • Pasquale

    Ottobre 14, 2019

    Caro Alberto,
    tranquillo che non la faccio lunga su un argomento che ci vede armati ad armia(quasi)pari. TI dico però che durante lo scorso fine settimana, Fondazione Treccani e Comune di Lecco, hanno organizzato una tre giorni densissima di eventi e conferenze sulla lingua italiana. Ovvio che mi sono scialato tutto il meglio. In particolare il dottissimo prof. Patoti,inzigato dal pubblico, ha fatto un discorsetto accessorio sull’inglese introdotte a muzzo che ha ricordato essere quasi sempre il vezzo di chi l’inglese non sa e l’italiano usa in modo approssimativo. ( discorso a parte l’uso della lezione in inglese che costituisce in sé una forma di violenza, di braveria, e ha ricordato il latinorum di Don Abbondio) In più la questione negro ( non ho aperto bocca). In sintesi estrema, il professore ha ricordato che la lingua è anche questione di buona educazione, dunque una cosa è dire ho sgobbato come un negro, e altra rivolgersi a chicchessia con un, Negro. Il prof. ha dimenticato di dire, mi pare, che le parole sono, parafrasandoti, das In-der-Welt-sein der WÖRTER ist im Grunde bestimmt durch das Sprechen. E ha concluso, dimenticando questo dettaglio, che la carica offensiva o meno della parola sta nel dirla o, al contrario nello stile scritto con cui è usata. E nelle orecchio del destinatario. In pratica da un contesto. Bastava peraltro dire che negro non deriva dall’inglese ma è in inglese che entrato il lemma latino niger( questo lo sai, dal sanscrito) che mai ebbe carattere spregiativo. Va bene salto ché sai meglio di me dove potrei arrivare. Osservo che il concetto di offesa è quanto mai campato per aria e oggi, per paradosso, l’insulto è il modo standard di intavolare il discorso politico o culturale( vedi Sgarbi) In generale però si può dire che contesto e tono posssono far percepire il motto come insultante. Eh, e allora il destinatario piji pesi e porti accasa. O replichi. MI vien altrsì in mente per concludere che nella città più insultativa del mondo si sentì anni fa, un insulto che ti regalo per la tua prolusione. Una vettura taglia la strada malamente a un autobus e il conducente di questo, infuriato, apre il finestrino e grida( al vento ché l’autore del misfatto, chiossà dove era arrivato intanto), Vaias a jugar con lo avuertos de las muñecas de la puta que te parió. Ovvero, Va’ a giocare con gli aborti delle bambole della puttana che ti ha scodellato.
    E dunque la smania di correggere il linguaggio ha lo scopo politico di imbavagliare, sì sì è come dici tu, per livellare. C’è un mondo di nequizia in questo. E del resto il fascismo ci insegna tante cose. Proprio il fascismo italiano. Il cui italiano peraltro fu un’imposizione totalizzante.E totalitaria. Buffo no?
    Vorrei essere lì.

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