Il traditore
di Marco Bellocchio
Italia 2019
Con: Pierfrancesco Favino (Tommaso Buscetta), Luigi Lo Cascio (Totuccio Contorno), Fabrizio Ferracane (Pippo Calò), Maria Fernanda Cândido (Cristina, moglie di Buscetta), Fausto Russo Alesi (Giovanni Falcone), Nicola Calì (Totò Riina), Vincenzo Pirrotta (Luciano Liggio), Goffredo Maria Bruno (Tano Badalamenti), Giuseppe Di Marca (Giulio Andreotti)
Trailer del film
Nelle gabbie della loro nientità. Nuddu ammiscatu cu nenti sono infatti e appaiono gli umani dentro Cosa Nostra. Sia quando strangolano ragazzi che hanno visto nascere, che hanno accompagnato alla prima comunione, con i quali hanno condiviso gli spazi e il tempo delle feste, sia quando dietro le sbarre di un’aula bunker ululano, fingono crisi epilettiche, si spogliano per mostrare a minchia, parlano vastasu o cercano pateticamente di parlar forbito.
La mafia nella sua componente militare è questa umanità miserabile, ossessionata e turpe. Gorgogliata da miserie antiche – Buscetta era il decimo di 17 figli e ne generò otto–; vivente nella più grave ristrettezza intellettuale -Riina era praticamente analfabeta e Contorno parla soltanto in siciliano– ; stolta nel confondere il danaro con la gloria –Pippo Calò si abbassa a qualunque tradimento pur di mantenere patrimoni.
La mafia nella sua componente più profonda, quella delle istituzioni politiche e finanziarie, ha una pluralità di espressioni che qui si condensano nella figura di un Giulio Andreotti prima intravisto in una sartoria di Roma e poi intento a prendere appunti durante la deposizione di Buscetta a suo carico. Il politico democristiano vi appare come figura insignificante e scialba, sin dall’aspetto dell’attore che lo interpreta. Una scelta intelligente, volta a demitizzare un soggetto che la storia è destinata a dimenticare, un mafioso con qualche lettura in più rispetto ai suoi amici palermitani. Tra questi il più determinato, Riina, si muove come un minerale nella ossessione del silenzio. Si rivolge infatti a Buscetta soltanto per dirgli che lui ha una moralità che non gli permette di parlare con un adultero. Buscetta –al quale il moralista Riina ha sterminato la famiglia– indica invece nel suo nemico il vero «distruttore di Cosa Nostra», il traditore dei suoi valori, colui che ha scannato donne e bambini e ha esteso il traffico di droga sino a far morire di eroina molti degli stessi figli dei mafiosi.
Immersi e viventi nell’esercizio della violenza militare, dell’astuzia politica, dell’avidità economica, i mafiosi rappresentano un distillato dell’umanità perduta. È a quest’essenza che il film di Bellocchio mira, è quest’essenza che coglie come credo nessun altro film ‘di mafia’ abbia saputo fare poiché non è un film di mafia ma è opera antropologica, che sa coniugare in modo equilibrato da un lato la vicenda politica che si coagula intorno a Cosa Nostra e dall’altro i caratteri personali dei suoi maggiori esponenti. Tra questi caratteri emergono con particolare forza la malinconia di Favino e la vitalità di Lo Cascio, davvero straordinario nel suo siciliano espressionista, infantile, ironico.
La cinematografia di Marco Bellocchio ha al centro il revenant, i morti che appaiono ai vivi, che ritornano nei loro incubi, che formano i loro assilli, che li afferrano nella loro fine. Tale carattere trionfa in questo film poiché la mafia è un memento mori che mai si ferma e mai si stanca. La morte sta infatti al centro dei dialoghi tra Buscetta e Falcone e compare nel primo finale, quando un Buscetta ormai anziano sogna finalmente di compiere quell’omicidio che gli era stato ordinato da giovane e che ancora non aveva portato a termine. Il secondo finale è costituito da alcuni secondi di un video nel quale il vero Buscetta canta una canzone brasiliana colma di saudade, con la voce e lo sguardo di chi sente –anche se non possiede gli strumenti culturali per pensarlo– che non valiamo niente, «δειλῶν, οἳ φύλλοισιν ἐοικότες ἄλλοτε μέν τε / ζαφλεγέες τελέθουσιν ἀρούρης καρπὸν ἔδοντες, / ἄλλοτε δὲ φθινύθουσιν ἀκήριοι», ‘miserabili, che simili a foglie una volta si mostrano / pieni di forza, quando mangiano il frutto dei campi, / altra volta cadono privi di vita’ (Iliade, XXI, 464-466; trad. di G. Cerri).






Una mafia social
Enzo Panizio
(Autore di La mafia è una montagna di Emoji)
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Paolo Taormina era un ventunenne di Palermo ed è stato ucciso con un colpo di pistola alla nuca. Un ventottenne ha confessato di avergli sparato. Oltre all’efferatezza dell’assassinio, però, ha colpito un post pubblicato su TikTok subito dopo la sparatoria. Il reo confesso ha pubblicato una sua foto con in sottofondo, musicale e parlato, una scena de Il capo dei capi, una fiction di vent’anni fa sulla vita di Totò Riina e l’ascesa dei Corleonesi. Il capo di Cosa nostra nel suo periodo stragista, secondo le indagini in corso, era un idolo del ventottenne, che gli rendeva spesso omaggio nei suoi profili social e che lo ha voluto citare appena dopo aver sparato, proprio con uno spezzone in cui si parla di omicidio. Il contenuto su TikTok ha fatto più di trecentomila visualizzazioni e oltre quindicimila ricondivisioni.
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Non è il primo caso in cui, dopo sparatorie e delitti vari commessi da ragazzi sempre più giovani, si inneggia alla mafia o a qualche vecchio boss sulle piattaforme digitali. E questo perché da anni la mafia si è lanciata alla conquista del mondo virtuale per accrescere il proprio prestigio agli occhi di platee sempre più ampie e consolidare il proprio potere. E così è riuscita a entrare in quel mondo, garantirsi una propria rappresentazione che molti utenti hanno a loro volta adottato. Sui social i mafiosi parlano di sé in prima persona, lanciano messaggi ai territori di appartenenza, minacciano e si mostrano come classe dominante, idolatrati da orde di utenti-cittadini simpatizzanti o fiancheggiatori del crimine organizzato.
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Sui social si glorificano le azioni dei capoclan, fino alla loro beatificazione negli algoritmi. Decine di utenti mimano su TikTok le loro deposizioni nei processi, emulano il loro modo di vestire, diffondono più o meno consapevolmente i loro messaggi e i loro «valori». Il potenziale di queste manifestazioni online la mafia lo ha capito e lo sfrutta per raggiungere platee enormi, fette di pubblico prima insperate a cui rivolgersi direttamente, con metodi narrativi propri dei nuovi mezzi di comunicazione. Alcune emoji sono state riqualificate nella cerchia mafiofila, che se ne è appropriata per caricarle di significati più oscuri e minacciosi. Ci sono gli hashtag dedicati, le dirette in cui si urlano minacce, i gruppi contro i pentiti e l’esaltazione della cultura criminale in diverse forme. La mafia abita l’ambiente digitale, per garantirsi vantaggi nel mondo reale, con conseguenze spesso tragiche.
Papà mattarello
di Giuseppe Russo
Avanti!, 9.2.2023
La ripugnante parata di regime nota come “festival di Sanremo” è stata inaugurata dal monologo tenuto dal giullare prediletto da lor signori, quel Roberto Benigni la cui devozione al Potere è attestata da innumerevoli prestazioni, grazie alle quali si è riempito la biografia e il portafogli: è oggetto addirittura di segreto di Stato il cachet percepito da questo pagliaccio che non fa ridere per “omaggiare la Costituzione” e con essa il presidente della repubblica, che per la prima volta nella storia ha presenziato alla kermesse canora. Benigni avrebbe potuto limitarsi a recitare la solita stantia litania ed a godersi le solite ovazioni obbligatorie, ma ha voluto strafare, e nel passare la sua lingua a gettone sulle terga di Sergio Mattarella ha messo in mezzo pure il di lui genitore, descritto come un padre della patria. In realtà, Bernardo Mattarella, boiardo democristiano di Castellammare del Golfo, nel trapanese, incarna meglio di chiunque altro, pure del’assai più reclamizzato Andreotti (che operava a ben altro livello) la figura di politico colluso con la Mafia. I tribunali, che com’è risaputo sono controllati dagli amici degli amici (e a chi non è amico gli si fa fare il botto), hanno sempre assolto papà mattarello dalle accuse che gli sono piovute addosso, fra le quali quella di essere uno dei mandanti della strage di Portella della Ginestra del 1947, ma la Storia, che andrà avanti anche quando le mummie saranno chiuse nei sarcofaghi, non lo assolverà mai. Di Bernardo Mattarella si occupa tutta la storiografia sul fenomeno mafioso nel secondo dopoguerra, nell’ambito della quale il suo nome viene fatto così tante volte che è difficile ipotizzare un Grande Complotto ai suoi danni. Rampante avvocato della destra democristiana, Bernardo Mattarella viene cooptato dagli americani alla viglia dello sbarco in Sicilia del 1943, nel quadro di quell’intesa con le cosche mafiose (e coi loro politici di fiducia) che era funzionale alle operazioni di guerra e che sarebbe stata tenuta in piedi, in chiave anticomunista, per tutti gli anni della Prima Repubblica. Eletto prima all’Assemblea Costituente e poi, per cinque legislature, alla Camera dei deputati, sempre con migliaia di preferenze ottenute nella zona a più alta concentrazione mafiosa della Sicilia, Mattarella padre si spese per gli amici degli amici in tutte le cariche di governo e sottogoverno che si trovò a rivestire: celebre è l’episodio in cui, da sottosegretario ai trasporti, si adoperò affinché Vito Ciancimino, il supermafioso che sarebbe poi diventato sindaco di Palermo e protagonista della più selvaggia stagione di speculazione edilizia, ottenesse un appalto presso le ferrovie che fu all’origine delle sue fortune imprenditoriali. Dopo la sua dipartita, avvenuta nel ’71 mentre era deputato eletto con 70000 preferenze nella circoscrizione di Palermo-Trapani-Agrigento-Caltanissetta, il testimone di Bernardo Mattarella fu preso dal figlio Piersanti, che decise di cambiare strategia proprio negli anni in cui suo padre veniva esplicitamente associato a Cosa Nostra dalle denunce di Danilo Dolci, uno dei pionieri del movimento antimafia. Piersanti, infatti, pur essendo stato eletto alla regione coi voti “sporchi” dell’illustre genitore (voti che si tenne stretto in tutta la sua carriera politica), ebbe buon gioco a vendersi come uno “pulito” che denunciava le malefatte dei colleghi collusi; questa svolta, assieme all’avvicinamento alla corrente di Aldo Moro, lo condusse sullo scranno di presidente della giunta regionale siciliana, carica nella quale ebbe modo di farsi molti nemici, fino ad essere ucciso, il 6 gennaio 1980, in un attentato che è stato sempre attribuito alla Mafia ma intorno al quale si è consumata una lunga stagione di depistaggi (la stessa vedova riconobbe come attentatore il terrorista neofascista Giusva Fioravanti, lo stesso della strage alla stazione di Bologna). Fu quindi all’indomani della morte di Piersanti che si fece largo sulla scena il più defilato Sergio, che prima di diventare capo dello stato e garante del servaggio dell’Italia agli Stati Uniti, all’Unione Europea ed allo stato d’Israele si era fatto le ossa, oltre che in mille altri incarichi politici e sottopolitici, nella posizione di ministro della difesa mentre la NATO bombardava la Serbia utilizzando il nostro paese come portaerei. La beatificazione di Sergio Mattarella, cominciata il giorno dopo la sua elezione al Quirinale sulla scia di quanto era già accaduto col suo predecessore Napolitano, oggi si estende addirittura al padre, che definire figura controversa, alla luce di quel che s’è scritto, appare quantomeno eufemistico. E allora, vai con l’ovazione a testate unificate: le microbiografie di papà mattarello che sono uscite sui fogli del regime (“Chi era Bernardo Mattarella”) lo hanno dipinto come un integerrimo antifascista e servitore delle istituzioni. Un po’ come suo figlio. Chissà le risate che s’è fatto Matteo Messina Denaro.
Incensatori di Pignatone, rileggete ogni tanto i diari di Giovanni Falcone!
di Saverio Lodato
Antimafia Duemila, 17.6.2019
La realtà, tragica realtà, è che in Italia la magistratura è corrotta quasi come ogni altra sfera della vita pubblica. Corruzione che non è un fatto morale ma un evento civile, poiché distrugge risorse finanziarie e annulla il patto sociale.
Anche per questo ritengo il Movimento 5 Stelle l’unica alternativa parlamentare a una corruzione ormai leucemica. Se anche questo progetto fallirà, rimarrà soltanto la testimonianza personale, il dovere civile da compiere in ogni caso.
ottima recensione di un grande film; solo un accenno alla fotografia: densa d’un cromatismo anni ’80 a dir poco splendido
Felice del tuo giudizio cinematografico,Alberto, per almeno due ragioni. La prima, di gran lunga più seria, è che temevo che il protagonista finisse (malgrado le intenzioni del regista) col riuscire un personaggio affascinante – diseducativamente affascinante – come avviene in moltissimi film del genere. A quanto racconti, Bellocchio ha evitato l’autogol civile (e dunque le polemiche di alcuni sull’opportunità che il film uscisse a ridosso del 23 maggio risultano, come supponevo/speravo, infondate). La seconda ragione è molto più privata e molto meno rilevante: l’attrice che nella foto è (per chi guarda) alla sinistra del personaggio maschile alla sinistra di Fovino è Aurora Peres, una mia ‘nipotina’ (sua madre è figlia di una sorella di mio padre) e mi sarebbe dispiaciuto se non avessi potuto consigliare di vedere il suo primo film ‘importante’.
Grato a te per essere così. È raro. Siamo circondati da visi pallidi
Quando parli di Sicilia Alberto, ti esce una voce dolente, non saprei dire bene, come di qualcuno che innamorato pazzo e per destino di qualcuna – e per tanto occorre avere carattere e terra e roccia e sangue – vi abbia dovuto o voluto rinunziare per tante ragioni, la ragione in primis. E che pur non potendola vedere, sentire, non potendole parlare che per vie ufficiali e talvolta, la porti tuttavia nel cuore – e ciò fa battere il tuo col mio- e non ci possa fare niente. Le appartiene a dispetto del fatto che possedere sia impossibile. Questo è quanto sento. Quanto alla definizione del cinema di Bellocchio come cinema di revenants, egli dovrebbe essertene grato. Non vedo l’ora di andare a vederlo.
Io sono grato a te, Pasquale, per questa straordinaria descrizione del sentimento che mi lega alla mia terra e non a essa soltanto. Posso solo tacere, un poco stupefatto, per essere stato compreso con tale precisione ed esattezza. Avevo scritto, sì, che sei un chirurgo.