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Vizzini

L’accoglienza che i siciliani riservano al mondo è colma di passione e disincanto. Essendo nati, cercano di attingere dai giorni ogni possibile pienezza, sapendo però che l’orizzonte del vivere è il morire; un Sein zum Tode declinato nei gangli stessi della civiltà contadina.
Morte che i siciliani celebrano in varie forme. Come quella nella quale un San Lorenzo dal colore ormai spento rimane in ogni caso l’unica luce che riverbera nel buio insieme al rosso delle braci. L’autore del dipinto è Filippo Paladini, un toscano che venne a lavorare e morire nell’Isola. Il quadro si trova in una chiesa fortezza, l’imponente Chiesa Madre di Vizzini, dedicata al patrono San Gregorio Magno.
È iniziato da questo edificio il percorso che l’accoglienza appassionata e disincantata di Enrico Palma e Pietro La Rocca ha reso un viaggio nel profondo della nostra storia. Abbiamo attraversato strade intitolate ad ‘Aristotile’ e ad Atene; abbiamo sostato davanti alle facciate di chiese barocche pronte a volare e di piccoli edifici religiosi immobili come scogli del mare; abbiamo sentito le parole e visto i gesti ambigui di Lola, Santuzza e compare Turiddu, che i racconti di Verga hanno reso perenni.
Giovanni VergaIl suo nome e la sua opera abitano ovunque, qui. In particolare nel Palazzo nobiliare dei Ventimiglia, diventati i Trao con i quali Mastro-Don Gesualdo Motta volle imparentarsi. Loro erano i discendenti della nobiltà più arrogante, lui era un uomo venuto dal nulla e diventato ricco con il lavoro incessante dei giorni. In questo Palazzo l’ambizione di un’impossibile mescolanza sociale sembra scandire stanza dopo stanza il delirio dei Trao decaduti, l’amarezza costante di Gesualdo.
Stanze ora diventate la sede di un centro culturale che raccoglie un Museo etnoantropologico, ricco della cultura materiale di queste terre; uno spazio dedicato ai libri e agli strumenti del medico e politico Gesualdo Costa, personaggio tanto competente nella sua arte chirurgica quanto magnetico nella sua persona; e soprattutto il Museo dell’immaginario verghiano, un percorso dentro la storia, le opere, le relazioni, i personaggi, le fotografie dello scrittore vizzinese e catanese.
E poi i paesaggi, la notte, la pioggia, l’antropologia, la cucina. Lo scrigno di Vizzini gustato sino a non accorgerci quasi del mancato spettacolo teatrale (a causa appunto della pioggia) che era stata l’occasione del nostro viaggio. Ogni strada di questa terra coniuga intimamente materia e storia, ogni luogo diventa naturacultura.  

La carne, il tempo, la morte

Le sorelle Macaluso
di Emma Dante
Italia, 2020
Con: Maria Rosaria Alati, Serena Barone, Rosalba Bologna, Eleonora De Luca, Donatella Finocchiaro, Laura Giordani, Simona Malato, Alissa Maria Orlando, Susanna Piraino, Anita Pomario, Ileana Rigano, Viola Pusateri
Trailer del film

La carne delle labbra giovani che si adornano di rossetto per baciare altre vite, il mare, lo spazio. La carne che divora il cibo, in una disperata ricerca di salvezza. La carne che si disfa, si raggrinza, si ferma. Come quella di animali dissezionati in un laboratorio.
Il tempo che trionfa nelle pareti a poco a poco disadorne delle case, sulle quali cornici, foto, pitture lasciano l’alone della luce, ferendo in questo modo la vista con l’assenza. Il tempo che è visibile nella carne che trionfa di infanzia e giovinezza e poi – ancora una volta –  si disfa, si raggrinza, si ferma.
La morte che le colombe annunciano sin dall’inizio in quel loro caos di colori, di ali, di piatti dove beccano la vita. Colombe ovunque, colombe nei cieli e nelle stanze, colombe nel terrazzo e dentro la memoria.
Colombe che accompagnano un Pinocchio che sembra invecchiare anch’esso come invecchiano le sorelle Macaluso nella luce e nella morte di Palermo. Dopo essere state vita assetata, sostanza raggrumata, desiderio molteplice, acqua, follia e letture.
È il destino individuale e collettivo dei corpi che si sfidano, si intrecciano, si abbracciano, si amano, si feriscono. È il mito della Madre disseminata nelle sorelle e nella loro differenza.
La carne percepita dentro l’anima.
Il tempo che è memoria delle passioni che furono, che sono e che saranno.
La morte che arriva dentro il mare, nel suo sfondo, nell’orizzonte intravisto dalla bara.
La carne che nel tempo transita verso il suo finire.

Mineo

Sono abitate sin dal Paleolitico alcune delle colline che si ergono nella Piana di Catania. Una di queste alture si innalza ben delimitata rispetto alla pianura, con pareti ripide e anche a strapiombo e soprattutto con grotte naturali, una delle quali è molto ampia e fu abitazione di una popolazione di cacciatori e raccoglitori. Ha un nome greco questo spazio, Paliké, dal quale anche il Biuso_Aión_singola toponimo di Palagonia. Il sito archeologico (gestito dalla Regione) è chiuso per Covid, anche se lo si può gustare lo stesso a distanza nella sua magnificenza. Uno spazio apertissimo, nell’aria e nella luce, ma il virus ha tra i suoi effetti alcune malattie che si chiamano irresponsabilità, pigrizia, cinismo. E che portano all’impoverimento dei territori.
In questo caso del territorio di Mineo, un antico borgo su una altura della Piana. Grandi chiese in arenaria, con facciate concave e barocche: Collegiata di San Pietro. Erette sopra un antico tempio politeista dedicato al Sole: Collegiata di Santa Maria Maggiore. Illustrate da trionfi di stucchi e affreschi settecenteschi: Collegiata di Santa Agrippina, che di Mineo è la patrona e alla quale sono dedicati appunto gli affreschi sul soffitto, una statua in legno policromo del Cinquecento, un ricco fercolo d’argento.
A Mineo sono nati gli scrittori Giuseppe Bonaviri e Luigi Capuana, esponente quest’ultimo non soltanto del Verismo ma anche della classe di proprietari terrieri ai quali la città deve la presenza di imponenti palazzi, alcuni dei quali però in rovina. La casa di Capuana dicono essere magnifica. Dicono perché il sabato (giorno nel quale ho visitato Mineo) e la domenica è chiusa. Imperdonabile sciatteria, che spero venga sanata. Così come il cancello sprangato con lucchetto del Castello Ducezio. Non si possono tenere aperti i luoghi che fanno l’identità di una città dal lunedì al venerdì (a volte al mattino, altre di pomeriggio) come se si trattasse di uffici dell’anagrafe.
Dall’esterno si osserva in ogni caso l’imponenza del Palazzo di Capuana, così come di Palazzo Tamburino e Palazzo Ballarò. L’ex Collegio dei Gesuiti è invece sede del Municipio e ha un cortile sul quale sporge un loggiato seicentesco, al cui centro domina un antico albero.
La struttura medioevale del borgo è una casba simile a numerose altre di Sicilia, dalla cui saggia ombra si aprono lame di luce sulla pianura, sul cielo, sulle colline.
Nel viaggiare per i borghi di Sicilia mi accade a volte di incontrare degli studenti di Unict che frequentarono uno o più dei miei corsi, che fecero esami e che mi riconoscono. A Mineo è accaduto con il Dott. Antonio Gambuzza, che si è prodigato a illustrare a me e a chi mi accompagnava le ricchezze del luogo, con una passione per la propria città e una generosità delle quali lo ringrazio pubblicamente con gioia. La gioia di chi condivide la ricchezza antropica, ambientale e urbanistica dell’Isola, della sua luce.

Castiglione di Sicilia

Uno dei vantaggi più intimi e divertenti dell’essere siciliani consiste nel potersi trasformare in qualunque momento e di colpo da abitatori dell’Isola in turisti. Tanto grande è il numero dei luoghi naturali e storici che è possibile visitare e che non si finisce mai di scoprire, qualunque età si abbia e con qualsiasi intensità si sia viaggiato e si continui a viaggiare. L’Isola è una scoperta senza posa, uno scrigno.
A pochi chilometri (una trentina) dal luogo nel quale sono nato si trova un borgo medioevale tra i più ammalianti della Sicilia orientale. Arroccato su un’altura, si chiama Castiglione di Sicilia. Ha pochi abitanti ma è fatto di una antica e ricca storia, che parte dai Greci e trova il suo culmine nel periodo normanno e svevo. Lo testimonia anche il Castello di Ruggero di Lauria (a destra), un’imponente costruzione a dominio e salvaguardia di tutto il territorio, che da qualche anno è di nuovo visitabile in molte delle sue strutture. Una deliziosa ragazza infatti, Carmen, ci ha guidati lungo le sue stanze, i saloni, le cappelle, le carceri, le torri. Federico II di Svevia ebbe modo di abitare anche qui (!). Vicino al Castello, e sempre ben in alto, una Fortezza greca del 750 a.e.v., detta anche Castelluccio, è ciò che rimane di un fortilizio lungo le mura.

Pochi abitanti e moltissime chiese, alcune delle quali austere e monumentali, come la Chiesa Madre degli Apostoli Pietro e Paolo con la sua massiccia abside-torrione (a sinistra), dietro la quale sta la Chiesa di San Benedetto, annessa a un antico monastero trasformato in una Fondazione (Regina Margherita) e nei cui pressi si trova un centro espositivo d’arte contemporanea, che in questo periodo ospita le opere di Gianluigi Susinno, dai tratti figurativi dello stesso colore dell’argilla , dei campi, dell’inquietudine.
La posizione del borgo è tale che da molti di questi edifici – Chiese, Castelli, Monasteri – lo sguardo domina l’intero paese, si dirige a oriente verso il vulcano – incombente davvero sin nei vicoli più nascosti – e si apre poi a occidente verso la Valle dell’Alcantara, il gelido fiume che vi scorre, le montagne che si alzano al di là. La Valle è una pianura fecondissima, dalla quale d’improvviso emergono costoni di arenaria e antichi crateri.
Certo, molti bei palazzi appaiono anche qui abbandonati. Appena restaurato – e perfettamente ottocentesco – è invece il Municipio, non lontano dal quale la Biblioteca Villadicanense conserva anche incunaboli e cinquecentine.
Poco oltre il borgo si trova la Cuba, chiesa bizantina in mezzo alla campagna. E ovunque silenzio, vento, luce, solitudine, Sicilia.

Caltagirone

Anche se visitata «o centru ru cavuru» (nel pieno del calore) di un agosto siciliano, Kalat-al-Giarun, la collina dei vasi, mostra ai camminanti la sua magnificenza. Il colore dell’argilla, dalla quale si plasmano i vasi di ceramica, si mescola con il nero della lava. Dal dedalo dei vicoli il panorama si apre ai monti Erei e agli Iblei.
Le stratificazioni millenarie del luogo furono cancellate o sepolte dal terremoto che nel 1693 cambiò il volto della Sicilia orientale generando anche il barocco calatino, il quale mostra certo segni di usura e andrebbe restaurato in modo sistematico ma intanto permette di godere, tra gli altri monumenti, della facciata assai elegante della Cattedrale di San Giuliano e della sobrietà di quella della Chiesa del Gesù. Entrambe a due passi dal Palazzo del Municipio, con le sue belle carrozze dentro il cortile. Palazzo dal quale si diparte una delle Scale più celebri d’Europa, i cui 142 gradini decorati portano alla vetta dell’antica Matrice. Da qui lo sguardo spazia sulla piana di Catania e di Gela.
Questa città demaniale fu per molto tempo Signora della zona, come mostrano i suoi luoghi del potere, tra i quali il Palazzo Senatorio, la Corte Capitaniale, il Carcere borbonico, la sede vescovile. Un ulteriore segno di libertà e autorità è il grande Giardino pubblico, un’ordinata estensione verde accanto al Teatro Politeama.
Città-capitale a tutti gli effetti, dunque, Caltagirone. E ricca di Musei importanti ma infelicemente chiusi in un’estate nella quale i luoghi del sapere e della bellezza riaprono ma non in quest’angolo di Sicilia. Peccato davvero ma promessa e impegno per una successiva visita anche alle altre sue tante chiese. Due di esse sono vicinissime: San Francesco all’Immacolata e san Francesco di Paola. Entrambe si raggiungono attraversando un antico ponte urbano che collega tra di loro due delle colline sulle quali è costruita la città. Davanti alla seconda di queste chiese si eleva il monumento alla più recente celebrità del luogo, Don Luigi Sturzo, che vi appare più come un consapevole politico quasi dandy che come un prete.
Poco prima del ponte, il Tondo Vecchio è tutto del colore intenso di questa terra, è un piccolo anfiteatro, è ornato ancora una volta da simboli che costituiscono l’espressione e la permanenza nel tempo della πόλις. E intorno alla città il latifondo, gli ulivi, le nuvole.

Polizzi Generosa

Generosa davvero una città che accoglie dei visitatori dentro la sua chiesa principale per mano di una signora, conosciuta in quel frangente, che ci fa scoprire un magnifico trittico fiammingo, antiche statue, un piccolo e prezioso museo di argenti. Una città nella quale durante una pausa i camminanti chiedono un caffè e dei dolcini e il proprietario del bar fa pagare soltanto il caffè (e ha emesso anche lo scontrino). Una città che mostra nei suoi abitanti la distanza che sempre i siciliani sono e insieme la loro ospitalità senza condizioni. Fu Federico II – sempre lui appare nei luoghi più incantati di Sicilia – a definire nel 1234 Polizzi con quell’aggettivo che la qualifica.
Chiese numerose, come sempre nelle nostre città, e imponenti palazzi baronali. La cucina è strepitosa, genuina, saporita. Cortili vegetali e panorami dappertutto. Lo spazio più aperto è uno slargo –‘U chianu’– che lancia lo sguardo sulla potenza delle Madonie, così come dall’altra parte del paese l’alberata piazza del Carmine sta davanti al massiccio montuoso di fronte al quale ho avuto la fortuna di parlare dell’enigma del tempo agli amici che ascoltavano partecipi e attenti.
A Polizzi nacque Giuseppe Antonio Borgese, alla cui opera la Fondazione omonima dedica energie, libri, convegni che si tengono nello spazio dell’antica casa di uno scrittore che fu insieme visionario e pragmatico; una delle tante contraddizioni del labirinto antropologico siciliano. Borgese in Rubè così descrive il suo paese: «Ora la nebbia saliva, grave e pur trasparente, simile ad una bambagia che trapunta di stelle dovesse coprire il sonno della sua terra nativa. Lo spettacolo era pieno d’immobile eternità e di quella malinconia che grava sulle cose perfette».
Della Sicilia tutta intera Borgese scrisse anche nell’introduzione all’edizione del 1933 della Guida Touring. Introduzione che ora è un fascicolo che la Fondazione Borgese dona ai suoi visitatori. Vi si leggono parole come queste, che valgono per Polizzi, per i paesi etnei, per i luoghi del’Isola che guardano da lontano il mare:
«Nella parte interna, solitudini pastorali; città, borghi severi incastellati su picchi, su crinali di monti, anche a mille metri sul mare, anche più in alto. […] Le primavere esplodono con fioriture selvagge» (p. 10).
Il cielo e il sole sono una cosa sola come sempre nei luoghi più arcaici dell’Isola inventata, di questo spazio che splende dentro il Mediterraneo, di un sogno che gli altri umani stanno sognando. Noi siciliani non esistiamo, no. Esiste chi ci sogna. Noi diamo soltanto la generosità dell’illusione di bellezza, della nostalgia che ci attraversa.

[L’immagine di apertura è stata scattata da Marcosebastiano Patanè, quella di chiusura da Davide Amato, identiche e diverse. Ringrazio entrambi gli autori]

Letteratura e Tempo sulle Madonie

Dal 10 al 12 luglio 2020 parteciperò a Una montagna di…filosofia – Festival delle pratiche filosofiche, che si terrà a Polizzi Generosa, sulle Madonie, uno degli splendidi luoghi dell’Isola.
Sabato 11.7 alle 9,30 in Piazza Gramsci parlerò di Filosofia e Letteratura; il giorno dopo alle 10,30 in Piazza Borgese affronteremo l’Enigma del tempo.
Molti altri sono gli argomenti sui quali ci confronteremo con colleghi e amici di tutta Italia.
Qui si può leggere il programma completo dell’evento (e le modalità di partecipazione), organizzato dalla Fondazione G.A. Borgese in collaborazione con la Casa dell’equità e della bellezza di Palermo. Non mancheranno, naturalmente, momenti di convivialità, eventi musicali e passeggiate.