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L’antropologia di Jannacci

L’antropologia di Jannacci

Enzo Jannacci
Quelli che…
(1975)

Un elenco e una tassonomia dell’umano. Nelle nostre società, certo, ma anche al di là di esse. I luoghi comuni, le abitudini, le invenzioni, i paradossi, le pigrizie, il fluire, lo stare, i sentimenti, la storia, la solitudine, il sarcasmo, la miseria, il riso, la malinconia. L’esistere, la morte, il tempo.
In altri brani di questo grande artista si enunciano termini come «nano, negher, terun», certamente invisi ai paladini del politicamente corretto, che potrebbero accusare tali canzoni di essere discriminanti, offensive, persino ‘razziste’. Paladini e fanatici della censura che vorrebbero sterilizzare la densità del linguaggio in una neutralità slavata e spenta. E invece tutti ci ritroviamo in almeno una delle forme umane ironiche, divertenti e patetiche cantate da Jannacci. Io mi sono riconosciuto in otto di esse…

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2 commenti

  • diego

    Aprile 14, 2019

    immenso, in termini musicali, un jazzista di grande qualità, e immenso nella potenza ironica dei testi; questa canzone poi, scritta oltre 40 anni fa, è profetica, un saggio d’antropologia perfetto

    grazie d’averlo proposto caro Alberto, secondo me tu, greco e siciliano, hai anche assorbito il meglio dell’atmosfera culturale della MIlano migliore, sei anche un vero, colto, milanese

    • agbiuso

      Aprile 14, 2019

      Grazie, caro Diego. Jannacci è un musicista jazz tra i più raffinati del Novecento ed è una mente pervasa di dolorosa ironia.
      Spero che ciò che aggiungi corrisponda a realtà, di essere “un vero, colto, milanese” (bellissimo complimento). Esserlo -o cercare di esserlo- rappresenta anche un dovere di gratitudine nei confronti di una città splendida qual è Milano. Una città da sempre feconda di intelligenza.

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