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Stile

Stile

Lo stile, nella politica come nella vita, dice molto delle persone e dei movimenti.
Lo stile del Partito Democratico e del suo Duce è ben descritto in un editoriale di Alberto Burgio, uscito sul manifesto di oggi. In esso Burgio evidenzia con ottime argomentazioni che cosa siano il «that­che­ri­smo ple­beo» del Partito Democratico e lo «lo squa­dri­smo ver­bale del novello Farinacci» che lo guida, godendo dell’entusiastico sostegno -dentro il Partito- di «un udi­to­rio di faci­no­rosi, di fru­strati, di sma­niosi di vin­cere con qual­siasi mezzo — magari ven­den­dosi e sven­den­dosi nelle aule parlamentari».

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Ne ha dette, ne dice gior­nal­mente tante e tali che non ci si dovrebbe più far caso. Ma una delle ultime esterna­zioni del pre­si­dente del Con­si­glio urta i nervi in modo par­ti­co­lare, sì che si stenta a dimen­ti­car­sene. «I sin­da­cati deb­bono capire che la musica è cam­biata», ha sen­ten­ziato con rara ele­ganza a mar­gine dello «scan­dalo» dell’assemblea dei custodi del Colos­seo. Non sem­bra che la dichia­ra­zione abbia susci­tato reazioni, e que­sto è di per sé molto signi­fi­ca­tivo. Eppure essa appare per diverse ragioni sin­to­ma­tica, oltre che irricevibile.

In effetti la roz­zezza dell’attacco non è una novità. Come non lo è il fatto che il governo opti deci­sa­mente per la parte dato­riale, degra­dando i lavo­ra­tori a fan­nul­loni e i sin­da­cati a gra­vame paras­si­ta­rio che si prov­ve­derà final­mente a ridi­men­sio­nare. È una cifra di que­sto governo un that­che­ri­smo ple­beo che liscia il pelo agli umori più retrivi di cui tra­bocca la società scom­po­sta dalla crisi. Sem­pre dac­capo il «capo del governo» si ripro­pone come ven­di­ca­tore delle buone ragioni, che guarda caso non sono mai quelle di chi lavora. E si rivolge, com­plice la gran­cassa media­tica, a una pla­tea indi­stinta al cui cospetto agi­tare ogni volta il nuovo capro espiatorio.

Sin qui nulla di nuovo dun­que. Nuova è invece, in parte, l’ennesima caduta espres­siva. Un les­sico che si fa sem­pre più greve, pros­simo allo squa­dri­smo ver­bale di un novello Fari­nacci. Così ci si esprime, forse, al Bar Sport quando si è alzato troppo il gomito. Se si guida il governo di una demo­cra­zia costi­tu­zio­nale non ci si dovrebbe lasciare andare al man­ga­nello.
«La musica è cam­biata», «tiro dritto» e «me ne frego». Senza dimen­ti­care i benea­mati «gufi». Quest’uomo fu qual­che mese fa liqui­dato come un cafon­cello dal diret­tore del più palu­dato quo­ti­diano ita­liano. Quest’ultimo dovette poi pron­ta­mente slog­giare dal suo uffi­cio, a dimo­stra­zione che il per­so­nag­gio non è uno sprov­ve­duto. Sin qui gli scon­tri deci­sivi li ha vinti, e non sarebbe super­fluo capire sino in fondo per­ché. Ma la cafo­ne­ria resta tutta. E si accom­pa­gna alla scelta con­sa­pe­vole di sele­zio­nare un udi­to­rio di faci­no­rosi, di fru­strati, di sma­niosi di vin­cere con qual­siasi mezzo — magari ven­den­dosi e sven­den­dosi nelle aule parlamentari.
Secondo un’idea della società che cele­bra gli spi­riti ani­mali e ripu­dia i vin­coli arcaici della giu­sti­zia, dell’equità, della soli­da­rietà.

Di fatto il tono si fa sem­pre più arro­gante, auto­ri­ta­rio, duce­sco. Gli altri deb­bono, lui decide. Ne sa qual­cosa il pre­si­dente del Senato, trat­tato in que­sti giorni come quan­tità tra­scu­ra­bile. E qual­cosa dovrebbe saperne anche il pre­si­dente della Repub­blica, che evi­den­te­mente ha altro a cui pen­sare, visto che non ha fatto una piega — un silen­zio fra­go­roso — quando Renzi ha minac­ciato di chiu­dere il Senato e tra­sfor­marne la sede in un museo — per for­tuna non più in «un bivacco di mani­poli». E forse pro­prio qui sta il punto, ciò che non per­mette di libe­rarsi di que­sto fasti­dioso rumore di fondo.

Que­sta enne­sima vil­la­nia non aggiunge gran­ché a quanto sape­vamo già dell’inquilino di palazzo Chigi, del suo pro­filo, del suo, diciamo, stile. Dice invece qual­cosa di nuovo e d’importante su noi tutti, che ci stiamo assue­fa­cendo, che ci disin­te­res­siamo, che regi­striamo e accet­tiamo come nor­male ammi­ni­stra­zione una vol­ga­rità e una vio­lenza che dovreb­bero destare allarme e forse scan­da­liz­zare. Tanto più che non si tratta, almeno for­mal­mente, del capo di una destra nerboruta.
Nes­suno ha pro­te­stato, nes­suno ha rea­gito: men che meno, ovvia­mente, gli espo­nenti della «sini­stra interna» del Pd […]. Quest’ultima aggres­sione si armo­nizza appieno con la «musica» che que­sto governo suona da quando si è inse­diato. Ma la forma è sostanza, soprat­tutto in poli­tica. E il sovrap­più di aggres­si­vità e di vol­ga­rità che la con­trad­di­stin­gue stu­pi­sce non sia stato nem­meno rilevato.
Evi­den­te­mente ci va bene essere gover­nati da uno che — al netto delle sue scelte, sem­pre a favore di chi ha e può più degli altri — non sa aprir bocca senza minac­ciare insul­tare sfot­tere ridi­co­liz­zare.

[…]
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L’intero articolo si può leggere sul manifesto.

17 commenti

  • agbiuso

    settembre 3, 2016

    Il tempo stavolta è finito davvero
    di Michele Prospero
    il manifesto, 3.9.2016

    Il governo somiglia a un club di sciamani. Evoca in suo soccorso forze misteriose per arginare la presenza del male (il terribile zero) che non sa come affrontare con politiche efficaci. Il ministero dell’economia, con le sue danze propiziatorie, gioca con i numeri e anticipa una crescita inesistente. Tocca all’Istat rimettere le cifre in ordine e confermare, nei giorni di Cernobbio, che la ricetta del governo dei bonus è miseramente fallita. Dopo «63 governi dormienti» Renzi si vantava di aver restituito velocità, vigore, ottimismo. Rivendicava persino un ritrovato contatto con la felicità. «Quando attaccano Happy days non lo fanno perché si sentono lontano da Fonzie, ma perché si sentono lontani dalla felicità», diceva Renzi. E però, dopo tre anni di potere vissuti secondo l’hashtag «Italia col segno più», i numeri sgonfiano un chiacchiericcio che produce ormai più irritazione che consenso.

    Sebbene abbiano una grande pazienza, i nudi fatti, a un certo punto, si infastidiscono dinanzi a una overdose di comunicazione deviante per la quale la realtà è solo un fastidio e «il vittimismo è un ostacolo alla crescita». Strattonati, i fatti reagiscono alla dittatura dell’ottimismo per decreto.
    Senza opposizione e controllo, il governo riesce nell’impresa di affondarsi da solo, con l’incontinenza del suo cinguettio infinito che opera nel mondo del presso a poco. Le sue metafore, spacciate per fascinosa ipermodernità, cominciano a stufare anche i più distratti consumatori di spot che si infastidiscono dinanzi alla strafottenza del governo via tweet («si scrive legge di stabilità, si pronuncia legge di fiducia»). Il pubblico, sebbene indotto dai media alla passività, avverte che la narrazione delle «buone notizie» non corrisponde al vissuto reale. E per questo sente una crescente avversione per un potere che, anche dinanzi alle tragedie, gioca alla fabbricazione di pure trovate linguistiche, come Casa Italia, o in mezzo alle macerie pensa alla prenotazione di incontri mitici con archistar.
    Una forma espressiva ricorrente della retorica renziana è quella che scandisce «è finito il tempo». L’intenzione del potere è di rimarcare l’eccezionale portata innovativa del governo del fare. Ogni campo sfiorato dalla mano magica dello statista gigliato diventa incredibilmente fertile. Una svolta epocale si registra ovunque il novello uomo del destino abbia deciso di intervenire, naturalmente con la sua proverbiale velocità di pensiero ed energia corporale.

    E, in effetti, qualcosa di epocale nell’azione di governo c’è. Ma non è quella raccontata dalla narrazione («La Quaresima è finita», fantasticava un titolo di Repubblica), che viene trasmessa a media unificati: è o no l’Italia negli ultimi posti nella classifica mondiale della libertà di informazione? Il tempo è finito in senso letterale perché, per la prima volta, si inverte un ciclo storico lungo che ampliava le aspettative di vita. La spesa pubblica per la sanità, e per la prevenzione delle malattie, registra negli ultimi anni un decremento significativo, con conseguenze inevitabili sulla qualità della vita. Mentre il triangolo dell’Etruria dedicava un triennio dell’attività parlamentare per escogitare misure forzate utili a prolungare artificialmente la durata delle legislature e prefigurare gli esiti delle elezioni, la vita delle persone si contraeva senza rimedio. Un nesso tra fuga del pubblico e insicurezza si avvertiva anche nei rapporti di lavoro, abbandonati alla deregolazione della volontà padronale chiamata Jobs Act.

    Anche qui «è finito il tempo» della costante contrazione delle morti bianche. E dopo 15 anni di regolare diminuzione, nel 2015 le morti sul lavoro crescono di oltre il 16,5%. Sarà che l’Italia riparte (o come si esprime la ministra Boschi «ha riavviato i motori»), ma per 1.172 lavoratori il tempo è finito per sempre nel dannato 2015.

    È «finito il tempo» in cui cresceva la propensione allo studio. Dieci anni fa 73 diplomati su 100 si iscrivevano all’università. Oggi solo 49 su 100 sfidano lo scetticismo del ministro Poletti sul valore dello studio, soprattutto quello che si chiude con lode. Con il 23% di giovani con laurea (metà dei francesi) l’Italia è alla coda dei paesi europei nella scolarizzazione, altro che fandonie sulla generazione Erasmus.

    Il governo ora invoca la flessibilità nei bilanci («i soldi me li prendo. Punto»), ma lo fa per distribuire bonus elettoralistici, per trasferire gli scarsi fondi pubblici alle imprese (decontribuzioni, tagli Irap: «Ancora sgravi per chi assume, meno di prima però, affrettarsi prego»), togliendoli ai servizi collettivi e alle politiche industriali. Oltre che inique (niente Tasi per tutti) e antisociali (nessun bonus agli incapienti), le politiche populistiche dell’esecutivo (un neolaurismo che ha appreso le fresche tecniche del marketing pubblicitario) sono del tutto inefficaci.

    Mentre l’Europa dichiara guerra alle miliardarie evasioni fiscali del colosso americano dell’informatica, Renzi suole farsi riprendere a palazzo Chigi con una mela, che non è quella che sollecitava la curiosità di Newton («Sono stato denunciato da una associazione consumatori perché uso il Mac e dicono che faccio pubblicità occulta. Ragazzi, una camomillina, una tisana e passa la paura»). Quali sono le potenze che sostengono questo ceto politico della piccola borghesia toscana che dalle rive dell’Arno si accasa nella capitale e che prima sfrecciava con la bici e poi vola con il nuovissimo sup-jet?

    All’ombra del Credito fiorentino e di Banca Etruria, dei consigli di amministrazione delle filiali locali, è nato il temibile potere costituente del partito della nazione che, con appoggi massicci e coperture illimitate, pone le basi della terza repubblica. Una palude di scambi, intrighi, ambizioni che accumula influenza nei giornali, nelle società controllate e partecipate, nella Tv e però ha un fondamentale difetto: abile nell’uso delle slide, non sa governare. L’improbabile timoniere annuncia che «l’Italia prosegue la lunga marcia». Verso la catastrofe.

  • agbiuso

    settembre 1, 2016

    Girodivite.it, Cronache dalla Festa nazionale dell’Unità di Catania: “Cacciamo Renzi e tutta la cricca“.

  • agbiuso

    agosto 1, 2016

    La ‘Costituzione più bella del mondo’ ne uscirebbe sfregiata, distrutta.

    Giorgio Cremaschi: Il referendum costituzionale è popolo contro banche

  • agbiuso

    luglio 25, 2016

    Lo stile dell’amico di Renzi e del suo Partito Democratico.

    da Newspedia, 25.7.2016
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    “Turchia: mandato d’arresto per 42 giornalisti, colpevoli – secondo Erdogan – di essere sostenitori di Fethullah Gulen, colpevole – sempre secondo Erdogan – di essere l’ispiratore del colpo di Stato in Turchia.

    Roba da rabbrividire, specialmente se consideriamo che avviene alle porte dell’Europa, in un Paese che vorrebbe anche entrarne a far parte.

    Vi ricordate come Matteo Renzi ha commentato il mancato golpe in Turchia? Ve lo ricordiamo noi: “La preoccupazione per una situazione fuori controllo in un partner Nato come la Turchia oggi lascia spazio al prevalere della stabilita’ e delle istituzioni democratiche”.

    Stabilità? Istituzione democratiche? Se questa è l’idea di Renzi di stabilità e di democrazia (che è sempre “la strada maestra”, precisa l’ex sindaco) siamo proprio conciati per le feste: la repressione in corso in Turchia è di ferocia formidabile e l’arresto di questi 42 giornalisti è solo la “ciliegina sulla torta” di un’epurazione colossale, che ha coinvolto migliaia di persone fra professori universitari, magistrati, militari e persino imam.

    Turchia: dopo il tentato golpe subito da (o realizzato da?) Erdogan, tutto è concesso. Diritti umani sospesi, Europa nei fatti indifferente
    E la reazione della civilissima Europa, di fronte a uno scenario staliniano di questa portata qual è? Niente più che un formale scuotimento di testa, qualche chiacchiera per esprimere un vago dissenso e niente più: la Turchia ci serve per fare da filtro al flusso di immigrati, quindi se vengono violati i più elementari diritti umani ci tappiamo occhi e orecchie e voltiamo la testa.

    Un precedente pericolosissimo, vista anche la natura sospetta del golpe, secondo diverse voci critiche organizzato (o non contrastato) dallo stesso Erdogan: nei paesi d’Europa basterà simulare un golpe della durata di qualche ora per rendere legittima ogni sorta di rappresaglia, facendo fuori i soggetti “anticipatici” al governante di turno, già inseriti da tempo nella black list governativa?

    Gli pseudo-golpe diventeranno un sistema per bloccare l’ascesa delle forze politiche cosiddette “populiste” o comunque non in linea con il Vangelo neoliberista di Ue, Bce e Fmi? In Europa diventerà normale aver paura di dire quello che si pensa e, magari, essere arrestati per aver scritto un post come quello che state leggendo ora?”

  • agbiuso

    luglio 10, 2016

    Il baro Renzi gioca a carte truccate con la Costituzione: ora vuole rimandare il referendum!
    di Giorgio Cremaschi

    È notizia di queste ore che Matteo Renzi vorrebbe rinviare al 6 novembre il Referendum sulla sua controriforma della Costituzione. Inizialmente, quando faceva il gradasso, il presidente del consiglio aveva parlato del 2 ottobre come data probabile del voto. Poi, dopo la batosta alle amministrative, aveva detto che in base alla legge la consultazione avrebbe dovuto svolgersi tra il 2 e il 30 ottobre. Ora la legge non c’è più e si andrebbe a novembre. Queste scandalose cialtronerie istituzionali sono il segno di un regime che, per la paura di essere travolto, ha perso anche la parvenza delle regole. Del resto già la controriforma era stata approvata con una miriade di voti di fiducia, da una maggioranza di fedeli in un parlamento di nominati dichiarato incostituzionale.

    Marcia la controrinforma, marcio il modo di approvarla, ora il marcio tocca anche le procedure di voto dei cittadini Se in Italia ci fosse un Presidente della Repubblica con un minimo di senso della carica, non avremmo questo ridicolo gioco delle tre carte sul voto. Invece Sergio Mattarella ubbisce, nell’ordine gerarchico verso l’alto, a Renzi, a Napolitano, ai poteri europei che hanno espresso preoccupazione per l'esito del referendum. Per cui il presidente della repubblica si presta a questa scandalosa sceneggiata, fatta solo per allontanare più gente possibile dal voto nella speranza che, meno siano coloro che andranno alle urne, maggiori siano le possibilità di vittoria del SÌ.

    Una partita a carte truccate giocata da un baro che prima ha lanciato il referendum come plebiscito sulla sua luminosa figura, poi ora sta cercando di rinviare, anzi di nascondere, tutto. Magari nella speranza di poter un giorno dire a reti unificate: Non ve ne siete accorti, il referendum c’è stato e l’ho vinto io.

    D’altra parte la controriforma della Costituzione è stata voluta dalle banche e dal sistema di potere della UE, che come si è visto con la Brexit , sono incompatibili con la democrazia. Ora che sentono che il popolo italiano potrebbe mandare a quel paese la loro legge, i poteri europei suggeriscono Renzi prudenza e rinvio, rinvio e prudenza. Tra bari ci si intende sempre.

    Dovremo mobilitarci e scendere in piazza per poter votare NO il prima possibile e quindi mandare a casa Renzi. Che a quel punto smentirà di aver mai pensato alle dimissioni. Via il regime dei bari.

  • agbiuso

    giugno 22, 2016

    Quando capirà la ‘sinistra’ d’establishment che Renzi è l’apoteosi del berlusconismo?
    di Paolo Flores d’Arcais

    Parola di Renzi: “è stato un voto per il cambiamento, dunque dobbiamo accelerare con le nostre riforme”. Roba da matti! Nemmeno un dadaista in piena forma avrebbe potuto creare un “non sequitur” talmente ciclopico.

    Riflettiamo appena appena (anche Renzi può arrivarci, magari con la sollecitazione di Filippo Sensi): il voto al M5S è stato effettivamente e ovviamente un voto per il cambiamento. Ma rispetto a cosa e a chi? Rispetto alla morta gora del “ventennio che non passa”, cioè l’impasto di berlusconismo a destra e inciucio a “sinistra”. Mentre le “riforme” di Renzi costituiscono esattamente l’inveramento e il compimento del progetto di regime berlusconiano, delle controriforme del pregiudicato di Arcore, in gran parte fermate per anni dalle lotte della società civile.

    Jobs Act, riforma Rai, aggressione sistematica all’indipendenza della magistratura e edulcoramento di ogni legge anticorruzione a antimafia, leggi bavaglio, e infine controriforma costituzionale, sono berlusconismo puro. È il segreto di Pulcinella, lo ha ripetuto in forma schietta e comprensibile perfino a Serracchiani e Guerini una Pci>Ds>Pd inossidabile, ma alla fine disgustata e perciò lucida, Sabrina Ferilli.

    Resta invece sbalorditivo che una verità così lapalissiana e confortata da ogni riscontro empirico (basta fare il confronto fra le leggi e i progetti dell’epoca di Arcore e di quella di Rignano) stenti ancora a farsi strada nelle sinapsi di noti e per definizione autorevoli commentatori, editorialisti e intellettuali della “sinistra” d’establishment. I quali continuano a propinare in articolesse e talk show labirintiche spiegazioni in contraddizione l’una con l’altra (e spesso con se stessa), quasi che decifrare l’evidenza del perché della sconfitta di Renzi sia arduo come la stele di Rosetta prima di Champollion.

    Nulla di più patetico e irrealistico, perciò, degli ammonimenti che qualcuno rivolge a Renzi di cambiare atteggiamento: ricordano quelli ancor più ridicoli rivolti a Berlusconi per vent’anni di realizzare davvero una “rivoluzione liberale” (che sarebbe cosa gobettiana!) anziché far ruotare l’intera politica attorno ai propri interessi privati.

    Renzi, a differenza di Berlusconi e dunque più radicatamente di Berlusconi, è berlusconiano per convinzione profonda, anzi, come abbiamo scritto prima ancora che andasse al governo, è berlusconiano e soprattutto marchionnista, crede davvero che modernità siano i manager che guadagnano mille volte il salario di un operaio, e che l’impegno per una crescente eguaglianza sia novecentesco o addirittura ottocentesco.

    Per questo non c’entra nulla con la sinistra, né moderna, né futura né passata. E’ un democristiano mannaro ovviamente diventato berlusconiano, che per furbizia tattica ha trovato in un Pd in disarmo e avvitamento da inciucio (Veltroni D’Alema e Bersani sono i “produttori” di Renzi, anche se ora lo detestano) il terreno ideale per una “scalata” che nella destra di Berlusconi gli sarebbe restata preclusa.

    Renzi non è affatto un rottamatore del sistema del privilegio, della Casta e delle cricche, dell’intreccio politico-affaristico con propaggini criminali che fa il bello e il cattivo tempo in Italia in modo crescente da un quarto di secolo. Ne costituisce l’apoteosi: ha rottamato cricche ormai obsolete con la sua Nuova Cricca, tutto qui.

    Il referendum di ottobre sarà perciò lo scontro tra queste due Italie: l’establishment del privilegio e le lotte e le speranze dei girotondi, dell’antimafia, delle piazze contro il bavaglio, del “vaffa” di Grillo che ha saputo diventare forza politica di radicale cambiamento (con contraddizioni che non abbiamo mai nascosto e cui continueremo a non mettere la sordina, ma con una lungimiranza e lucidità nel giudicare l’intero ceto politico che avevamo sottovalutato grandemente e che a noi talvolta sono mancate).

    Gli aedi del renzismo inviteranno al Sì dicendo che il No significa Berlusconi e Salvini anziché Zagrebelsky e Appendino, Raggi e Rodotà, e il meglio del costituzionalismo, e la meglio gioventù, e chi non si piega a rottamare la Costituzione nata dalla Resistenza ma vuole invece realizzarla pienamente (unica prospettiva politica davvero moderna e innovativa).

    Non è così: i Salvini e Berlusconi concioneranno per il No, ma solo “pro domo”, per concorrenza con Renzi non per alternativa. E se Renzi sarà sconfitto il futuro a loro sarà precluso, checché si illudano in contrario e checché cerchino di spacciare gli opinionisti d’ordinanza. Il futuro – se a ottobre vince il No – toccherà alla forze che vogliono più giustizia e più libertà, e che oggi come oggi hanno nel M5S il loro cruciale vettore.

    (22 giugno 2016)

  • agbiuso

    giugno 20, 2016

    Matteo Renzi è in Russia. Restaci. In Italia è iniziato il tuo declino.

  • agbiuso

    maggio 22, 2016

    La ministra Boschi e il suo capo Renzi si pongono ormai al di fuori di ogni sensibilità storica e decenza politica.

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    Anpi,Bersani: Boschi come si permette?
    Televideo 22/05/2016 17:45

    17.45 E’ polemica per le parole della ministra Boschi sull’Anpi, “i partigiani veri voteranno sì al referendum”, pronunciate nell’intervista a”in 1/2 ora”. “Come si permette, di distinguere tra partigiani veri e partigiani finti? Chi si crede di essere? Siamo forse già arrivati a un governo che fa la supervisione dell’Anpi? E’ evidente che siamo a una gestione politica sconsiderata e avventurista”.Così Bersani su facebook. “Come se anche l’Anpi fosse un covo di gufi.Perdere la memoria significa perdere anche la misura”twitta Scotto,Si.

  • agbiuso

    ottobre 16, 2015

    Dichiarazione di voto contrario sulla Legge costituzionale da parte di Walter Tocci, senatore del Partito Democratico.

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    Ho fatto un sogno costituzionale
    di Walter Tocci

    Riporto di seguito il testo della mia dichiarazione di voto contrario alla legge di revisione costituzionale, pronunciata in Senato oggi, 13 Ottobre 2015.

    *
    Signor presidente, ho fatto un sogno, mi consenta di raccontarlo. Ho sognato che veniva qui Matteo Renzi, come segretario del partito di maggioranza relativa, non come capo del governo, e proponeva una semplice riforma: eliminazione del Senato, dimezzamento del numero dei deputati e riduzione del numero delle Regioni.

    Nel sogno, il Parlamento ne discuteva in spirito costituente e apportava due condizioni: 1) legge elettorale basata sui collegi uninominali per consentire agli elettori di guardare in faccia gli eletti; 2) garanzia di maggioranze qualificate nella legislazione sui diritti, le regole, l’informazione, la giustizia, l’etica, la guerra. Il risultato era limpido: un governo in grado di attuare il programma, più un Parlamento autorevole, uguale una democrazia italiana finalmente matura.

    Fine del sogno – non è andata così, anzi: il Senato ridotto a “dopolavoro” del ceto politico locale; la sottrazione di poteri alle Regioni in cambio di scranni senatoriali; la conservazione dei 630 deputati, il numero più alto in Europa – almeno per decenza togliete la parola riduzione dal titolo di questa legge.

    Avete scritto un testo costituzionale arzigogolato come un regolamento di condominio. La confusione non è casuale. Si è fatto credere che si discuta di bicameralismo e Italicum, ma la combinazione modifica la forma di governo senza neppure dirlo. Oggi si instaura in Italia un premierato assoluto senza contrappesi e senza paragoni nelle democrazie occidentali. Un demagogo minoritario con meno di un quarto dei voti degli aventi diritto può conquistare il banco, comandare sui parlamentari che ha nominato e disporre a suo piacimento delle leggi fondamentali. Nessuno strumento istituzionale potrebbe fermarlo, neppure l’elettività di un Senato sei volte più piccolo della Camera. È una decisione poco saggia. Si è detto che le Costituzioni servono a prevenire i momenti di ubriachezza, purtroppo non sono mancati nella storia nazionale, anche recente.

    Viene a compimento un inganno trentennale. La classe politica di destra e di sinistra ha nascosto la propria incapacità di governo attribuendone la colpa alle istituzioni. Ha surrogato la perdita dei voti con i premi di maggioranza, provocando ulteriore distacco dalle urne. Il governo maggioritario nella democrazia minoritaria ha accentuato la crisi italiana. Il premierato assoluto – in nuce lo abbiamo già visto – è un’illusione numerica, non governa il Paese reale perché rinuncia a rappresentarlo e a comprenderlo nelle sue differenze.

    I giovani politici seguono le orme dei vecchi politici. Ripetono l’errore di cambiare la Carta a colpi di maggioranza. Scopiazzano le sedicenti riforme del secolo passato invece di immaginare l’avvenire della Repubblica.

    Dedico il mio voto contrario ai futuri riformatori della Costituzione, a quelli che non abbiamo ancora conosciuto.

  • agbiuso

    ottobre 10, 2015

    Editoriale di Alberto Burgio sul manifesto del 10.10.2015, a proposito del “cuore nero del governo” Renzi-Verdini, il governo di Licio Gelli e della P2.
    Il Partito Democratico sancisce la legittimità delle mafie nel governo dello Stato, il Partito Democratico è esso stesso parte di queste mafie.

  • diego

    settembre 29, 2015

    Guarda, caro Alberto, che il problema stia nel Partito Democratico non ci piove.
    Mentre ero intento a fare il «badante» un mattino ho visto un servizio televisivo su una questione di rifiuti e malaffare a Misterbianco, e c’era da un lato ex militanti del PD schifati da quel che accadeva e dall’altro nuovi iscritti provenienti dagli ambienti legati all’affare discarica, gente che saliva sul carro PD perchè è il carro giusto.
    Uno spettacolo tristissimo.

  • agbiuso

    settembre 28, 2015

    Caro Diego, anche da studioso di storia, ti dico che non mi convincono le spiegazioni personalistiche. Napoleone Bonaparte fu tale perché -al di là degli elementi caratteriali della sua persona- ci furono centinaia di migliaia di soggetti a sostenerlo. Lo stesso vale per ogni altro cosiddetto “grand’uomo” (compresi Stalin e Hitler).
    Il problema non è dunque Matteo Renzi ma il brodo di coltura che lo ha generato. Il problema è il Partito Democratico, la sua profonda corruzione, il suo irredimibile tradimento di un progetto di società più giusta, la sua infame complicità con la malavita.

  • pasquale

    settembre 28, 2015

    Ti dirò Alberto che preferirei essere meno perennis e più lasciato in pace. Credo che te quanto me, quanto i nostri fortunati e pochi lettori, tutti si sia nella condizione di vivere disturbati da un continuo fischio nelle orecchie, un tinnitus che ritorna e rintrona dal congresso socialastro di Palermo in poi. C’è dello stoicismo in noi per resistere così bene, nonostante il tutto. Ciò sarà dovuto al fatto che siamo disarmati e gli armati ch’anco tardi a venir, non saranno peggio di coloro, e nemmeno meglio. Grazie carissimo.

  • diegod56

    settembre 28, 2015

    Come sempre interessante e originale il taglio del grande Pasquale. Ricordo bene il film di Virzì. Oggi, in effetti, è tutto ancor più complicato. Quando c’era il satrapo di Arcore erano ben definiti due mondi, due modi di intendere la società. Oggi c’è un magma più confuso, ribollono risentimenti (praticamente tutti, salvo Camusso che ha detto il minimo sindacale al riguardo, hanno disprezzato dal profondo dell’anima i custodi del Colosseo e visto nel ministro adirato un novello San Giorgio contro il drago delle nicchie corporative). Il fiorentino è molto furbo e fortunato, la ripresa economica che si intravvede (acqua sulla sete di lavoro che c’è) è dovuta a fattori esterni e alla genuflessione al modello liberista, ma lui è un’abile e convincente mosca cocchiera. Starà in sella a lungo.

  • agbiuso

    settembre 28, 2015

    La tua descrizione, Pasquale, dell’antropologia degli stolti piddini e del loro guru, duce, santo, padrone, è magnifica.
    In poche righe indichi la piaga purulenta, la feccia traditrice, il corpo deforme devastato dal virus berlusconiano, l’organismo leucemico che nella sua agonia sta uccidendo l’Italia.
    Verso Berlusconi e i suoi osannanti nutrivo solo disprezzo, verso Renzi e i suoi osannanti provo anche schifo.
    Uno schifo che le tue parole scolpiscono, aere perennius.

  • pasquale

    settembre 27, 2015

    Sono andato qualche giorno fa a Giulino di Mezzagra. Il sito della fucilazione è segnalato da un’indicazione vaga, sito storico, historical site, e più oltre, lungo il celebre muricciolo con cancello, da una targa dell’ANPI e da una croce nera di cattiva fattura con il nome del capo inciso in un carattere approssimativo, bianco ( omaggio dei nostalgici, credo, nostalgici del brutto e del bruto): Benito Mussolini, 28.10.1945.
    In un film di Virzì, Ferie d’Agosto, si confrontano e affrontano due gruppi umani, di mercanti arricchiti i primi, tutti gadget, motoscafo e tacchi a spillo, di reddito fisso i secondi, tutti canne, fasci di giornali sotto braccio, lesbiche in leva volontaria e canti corali. I due gruppi non si distinguono: li accumuna la posizione sopra le righe, giustificata dall’estate, dei motori, delle camicie aperte sul petto, dal vino e dalle chitarre a notte fonda. Gli uni rappresenta(va)no a spanne e alla fine delle illusioni politiche, gli elettori del cavalcatore di Arcore, gli altri della, a volte nominata galassia, di sinistra; ridotta per comodo a una sigla che mi confonde e insulta: p.d.
    Massimo comune divisore dei due gruppi una visione acefala del mondo, declinata dalle proprie ferree convinzioni, filistea e, sì, cafona, termine che alla fin fine individua i vicini di casa inopportuni solo perchè allegri, i ragazzi che festeggiano qualcosa a caso in trattoria e urlano evviva, quelli che mettono i piedi sul sedile in treno e non capiscono che il sedile è bene comune, quelli che nei gabinetti e non solo pisciano fuori dal vaso. Quel Renzi è uno di quelli; chiamarlo cafone, arrogante, etc. è fargli onore. Rappresenta piuttosto la saldatura tra diverse correnti di una sola leva antropologica italiana, di borgatari dell’anima, ben individuata da Pasolini, palazzinari a Punta Ala, consulenti bancari, quarantenni ( preconizzati con orrore come categoria morale dal Montanelli) orfana di una zolla misconosciuta, di un tornio ripudiato. Tutti, in sintesi finale, Piccoli Cesari, o meglio Cesaroni. Stracciaculi in gessato. Famolo strano dev’essere il motto della casata dei Renzi. Vous m’en direz des nouvelles.

    Pas.

  • marina

    settembre 27, 2015

    Essendo nata dopo che il fascismo era già caduto (da poco), mi sono sempre chiesta come doveva essere stato (frustrante, desolante, amaro, terrificante…) assistere alla sua ascesa. Adesso, purtroppo, ho sotto gli occhi lo stesso spaventoso progetto che si sta realizzando giorno per giorno, a pezzo a pezzo, nella stessa indifferenza generale che deve avere caratterizzato “quell’altro”, ma senza neppure la ribellione della sparuta minoranza che allora si oppose. Non c’è più neppure un più Matteotti, uno solo, in questa classe politica da caduta dell’impero romano.

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