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Philosophiae Consolatio

Philosophiae Consolatio

BoetiusL’importanza e il peso della filosofia di Boezio (475-525) non stanno probabilmente nel valore intrinseco della sua riflessione ma nella particolare funzione assunta dalla sintesi che egli ha tentato della cultura classica.
Nei cinque libri del De consolatione philosophiae Boezio affronta i temi della Fortuna, dell’unità di Dio, del Male, della conciliazione fra libero arbitrio e onniscienza divina. Le soluzioni sono platoniche, sono agostiniane. «Ti è necessario ammettere che l’uno ed il bene siano la medesima cosa» (III, 11.9); il male non è che deficienza, scadimento di perfezione, è «nulla, dato che non può farlo colui che non c’è cosa che non possa fare» (III, 12.29). È ammirevole soprattutto l’altezza da cui Boezio parla di queste cose, il disprezzo per il volgo, per la stoltezza delle masse, inconfondibile segno della cultura e della mentalità classiche. Pertanto, nonostante gli espliciti attacchi alle filosofie ellenistiche, Boezio appare uno stoico allorché osserva che «nulla c’è di misero, se non quando tu lo valuti per tale, e viceversa felice è ogni tipo di sorte per chi la subisca serenamente» (II, 4.18); appare un epicureo quando sottolinea quante gravi angustie e quante poche gioie diano i figli tanto che «chi è senza figli è felice nella sua disgrazia» (III, 7.6).
Nonostante i cristiani si siano appropriati per intero della sua figura, Boezio rimane anche un antico pagano nel ribadire -come Pitagora come Platone come Aristotele- l’obiettivo della virtù filosofica: «diventare dei» (IV, 3.10). In questo intenso dialogo con la filosofia non viene mai fatto il nome del Cristo e non si trova alcuna condiscendenza nei confronti delle folle miserabili dei malvagi, delle masse che non pensano e vivono trascinate dall’errore, eleggono alle somme dignità politiche gli indegni, mutano opinione al mutar dei venti, meritano tutt’al più commiserazione essendo malate della malvagità che «brucia la mente, più atroce di qualunque debolezza fisica» (IV, 4.42) e alle quali, infine, viene tolta la stessa umana dignità:

…Ma l’apparenza che loro resta del corpo umano rivela che sono stati uomini fino a questo momento; ma, rotolati nel male, essi hanno perduto la natura di uomini…(IV, 3.15)

Boezio è stato davvero l’ultimo filosofo romano, l’erede di un sentire culturalmente aristocratico, al quale l’etica cristiana non riuscì a togliere l’orgoglio di un platonico.

2 commenti

  • agbiuso

    ottobre 6, 2015

    Dici benissimo, Pasquale. Il cristianesimo titilla la vanità umana in un modo irresistibile.
    Un dio che soffre e che addirittura muore torturato allo scopo di salvare la nostra specie! Che cosa c’è di più antropocentrico, di più vanesio, di più ridicolo? Nulla.

  • pasquale

    ottobre 6, 2015

    Bè non è un caso se furono masse a far fuori il mondo antico. Di là dai nomi di qualche capataz barbaro, non meno numero dei suoi numerosi seguaci. Il crsitanesimo piacque moltissimo. Dava ai numeri l’importanza che non erano in grado di trovarsi da sè. E come se le formiche si fossero dotate di un dio per sembrarsi più grandi. Ed è tutto finito. Dico bene?
    Ciao Alberto

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