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Il magistero di Mario Dal Pra

È da poco uscito un ampio volume dal titolo Mario Dal Pra nella ‘Scuola’ di Milano: la filosofia nella storia della filosofia e della scienza. La filosofia come riflessione critica sulle varie tradizioni concettuali (a cura di Fabio Minazzi, Mimesis 2018).
Dario Generali, che di Dal Pra è stato allievo, vi ha contribuito con un saggio su Mario Dal Pra: un maestro di rigore scientifico e civile nella Statale degli anni Settanta (pp. 507-515).

È un testo molto bello, che -autorizzato dall’Autore, che ringrazio- metto qui a disposizione di chiunque voglia capire le condizioni e le contraddizioni dell’università italiana, a disposizione in particolare dei miei studenti.
Generali descrive infatti con la consueta lucidità la propria vicenda accademica, il legame con il suo maestro, la figura di Dal Pra come filosofo e cittadino, gli eventi e i contesti nei quali essa ha operato.
È un testo anche drammatico ed emozionante. Drammatico per le pratiche spesso inique che vi emergono, emozionante per il modo sempre intriso di tenacia ed equilibrio esistenziale con il quale Generali ha affrontato gli eventi che narra. Si tratta dunque di una testimonianza culturale, scientifica e civile di grande importanza, nella quale viene descritto con chiarezza il clima che si respirava alla Statale di Milano dopo la scomparsa dei grandi maestri degli anni Settanta.
A riprova di tutto questo segnalo alcuni brani particolarmente significativi.
Il primo si riferisce alla metodologia di ricerca sviluppata da Generali a partire dal lavoro di Dal Pra: «Un modello di storia della scienza attento non più solo alla idee filosofiche della scienza, ma anche ai suoi aspetti operativi, che non venivano più considerati dettagli tecnici ininfluenti, ma aspetti rilevanti per il suo sviluppo al pari di quelli teorici, con la conseguente definizione di un autonomo statuto epistemologico della disciplina, ormai chiaramente distinto rispetto a quello della storia della filosofia, dalla quale pure era partita la rinascita della storiografia della scienza del decennio precedente» (p. 509).
Il secondo è una verità che, dopo molti anni di insegnamento, risulta anche per me evidente: «Ogni docente, dalla scuola primaria all’università, insegna in primo luogo e fondamentalmente se stesso» (p. 513).
Il terzo è espressione della forza con la quale Generali coniuga lavoro filosofico e testimonianza civile: «A questo modo di procedere mi indirizzava però con forza il modello dalpraiano, che avevo sposato senza riserve, di una società governata dalle strutture della razionalità e non dalle forme irrazionali e premoderne di un potere fondato sulle relazioni personali» (p. 514).
Infine, mi ha colpito il riferimento che Generali fa a uno dei più significativi libri di Mario Dal Pra, la «splendida monografia sullo scetticismo greco» (p. 512). E mi ha colpito perché da studente iscritto al primo anno di Filosofia alla Sapienza di Roma seguii un corso di Storia della filosofia antica dedicato proprio allo scetticismo e fu allora che lessi anch’io l’eccellente libro di Dal Pra, che conservo con cura nella mia biblioteca nell’edizione in due volumi della Universale Laterza. Il libro è di 580 pagine ed era uno dei tanti che chi affrontava quell’esame doveva studiare, insieme naturalmente alle fonti dirette del pensiero scettico. È così che si fa filosofia, è così che la si insegna.

Aere perennius

L’eco del classico
La Valle dei Templi di Agrigento allo Studio Museo Francesco Messina
Milano – Studio Museo Francesco Messina
A cura di  Maria Fratelli, Giuseppe Parello, Maria Serena Rizzo
Sino al 21 ottobre 2018

Una continuità nella differenza segna, coniuga e distingue la relazione tra le sculture di Francesco Messina (1900-1995) e le opere che emergono e stanno nel Parco Archeologico della Valle dei Templi. Tori, cavalli, busti, nudi femminili cospargono l’ex Chiesa di San Sisto, sede dello Studio Museo Francesco Messina. Nella navata si mescolano oggetti e sguardi di millenni lontani. Opere che vanno dal VI secolo aev al XIV ev: statue di varie dimensioni; busti fittili; teste in porfido, marmo, creta; vasi a figure sia nere sia rosse; frammenti, monete, sigilli.
La cripta ospita la ricostruzione di uno scavo archeologico e un flusso di immagini di Akragas/Agrigento. Nelle stanze da lavoro dello scultore sono esposte antiche fotografie della Valle dei Templi e alcuni acquarelli di Pavlos Habidis (qui sotto il Tempio di Giunone), che a loro volta sembrano coniugare i dipinti del Grand Tour con il cielo e gli ambienti contemporanei.

Una delle più potenti e magnifiche città della Μεγάλη Ἑλλάς non poteva non avere un grande teatro. Perduto per millenni, questo teatro sta ora riemergendo dalla polvere, dagli usi inadeguati, dall’umiliazione. Dedicargli una mostra dentro una ex chiesa cattolica costituisce per i Greci una rivincita, un riscatto della luce, poiché, come afferma Pindaro, «unica è la stirpe degli uomini e degli dèi e da un’unica madre entrambi hanno respiro» (Nemea, 6, 1-39).
Anche se dimenticata, disprezzata o sepolta, tale luce continua a illuminare l’Europa in questo indaffarato angolo di Milano. Nelle opere qui esposte, nei manufatti concepiti, plasmati, sprofondati e riemersi dal cuore della Sicilia greca «la vita si manifesta nella sua luce assoluta e nella sua verità. Questa ‘illuminazione’ sarebbe -sottolinea ancora Aristotele- la modalità ‘misterica’ del conoscere» (Davide Susanetti, La via degli dei. Sapienza greca, misteri antichi e percorsi di iniziazione, Carocci 2017, p. 20).
L’arte, l’architettura, la filosofia dei Greci esprimono questa forma oggettiva di iniziazione, fatta non di riti che l’andare della storia porta al culmine e alla deriva, non di ‘parole di Dio’ autoritarie e indiscutibili, non di contenuti accessibili a ristrette cerchie, ma composta di oggetti, figure, edifici, testi, dentro i quali ognuno e tutti possono entrare, guardare, tenere in mano, abitare per attingervi spiegazioni disincantate e insieme determinate, serene. «Exegi monumentum aere perennius», ‘Ho edificato un monumento più duraturo del bronzo’ (Orazio, Odi, III, 30, 1).

Segnatempo

Il tempo degli orologi
Milano – Museo Poldi Pezzoli
Sino al 31 marzo 2018

Da sempre il tempo occupa gli umani, travaglia il loro bisogno di comprensione, coinvolge ogni azione, ricordo, attesa. Misurare il tempo è stata una delle prime esigenze della specie.
Gli orologi, dalle più semplici meridiane ai dispositivi digitali e atomici, furono e sono ancora la prima macchina di precisione, quella che ha riverberato la propria potenza sul presente stesso della storia. Non essendo affatto neutrale, l’orologio nacque per misurare il tempo ma con la sua esistenza impose anche un modo di viverlo.
Ci crediamo avanzati, colti, disincantati, razionali, esperti. Eppure cadiamo nell’ingenuità di credere che il modo nel quale pensiamo e computiamo il tempo -noi, adesso- sia stato tale da sempre o che almeno sia assai antico. Non è così. Nelle società arcaiche, nei grandi imperi orientali, in Grecia, a Roma, nel Medioevo e sin nel cuore del XIX secolo ciò che a noi sembra naturale quanto il sole e il respiro -la conoscenza esatta dell’ora sino ai minuti e ai secondi- era sconosciuto. Perché non era necessario e perché il tempo riguardava altre dimensioni rispetto a quelle del lavoro e delle relazioni umane. Assai vaghi gli orologi rimasero sino a tempi recenti. Ben dentro l’età moderna ci si accontentava di una sola lancetta, quella indicante le ore. Nei secoli precedenti si tolleravano errori anche molto consistenti e bisognava regolare e riparare di continuo le macchine del tempo.
Nelle società antiche e sino ad anni vicini è dunque un pullulare di tempi, tra di loro assai diversi. L’Ellade, ad esempio, aveva vari inizi dell’anno nelle diverse città. Gli ebrei scandivano giorni e mesi su base lunare, gli egizi -invece- sull’orbita del sole nel corso delle varie stagioni. Al conflitto tra calendari lunari e calendari solari si aggiungeva il ritardo con il quale gli astri appaiono sulla volta celeste in un intervallo sufficientemente lungo di anni. E questo alla lunga produce uno iato tra le stagioni stabilite dal calendario e le stagioni effettive. Per evitare questi gravi inconvenienti Giulio Cesare riformò il computo del tempo. Quindici secoli dopo, nel 1582, il pontefice Gregorio XIII impose un’altra riforma, cancellando di netto 10 giorni come se non ci fossero mai stati e fissando la data d’inizio della primavera il 21 di marzo. Questa riforma  regola ancor oggi il nostro calendario.
Fondamentale fu la sostituzione della numerazione naturale e razionale dei romani -sistema troppo rigido- a favore del sistema su base sessagesimale dei babilonesi, dei greci, degli arabi, molto più adatto a comprendere, misurare, replicare l’ora di 60 minuti e il minuto di 60 secondi. Ciò che a noi appare ovvio sino a permeare il linguaggio, i pensieri, l’informazione -la divisione per secoli e per decenni- fu introdotto soltanto a partire dal 1559 su iniziativa degli storici protestanti. Alla stessa epoca risale la consuetudine di indicare gli anni ‘avanti’ e ‘dopo’ Cristo
Per tutto il Medioevo, sulla scorta delle opere di Beda il Venerabile (VIII secolo), ciò che noi chiamiamo calendario e cronologia era un insieme inseparabile di computus come calcolo delle posizioni degli astri, di martirologio cristiano e di cronaca dei fatti salienti accaduti ogni anno o in altro intervallo di tempo.
Contare il tempo, come si vede, è dunque un’interpretazione, è un raccontare. Due parole e due plessi semantici che provengono dalla medesima radice, la quale vive sul terreno dei ritmi sempre ripetuti della natura e di quelli sempre rinnovati della vicenda umana che in essa accade. Il pulsare del cuore, il conto dei suoi battiti è ciò che rende possibile il racconto che ogni umano fa a se stesso di sé e del mondo.
Agostino, Burckhardt, Bergson e molti altri hanno dunque ben ragione a reclamare accanto a un computo del tempo numerico, discreto, digitale e quantitativo la sua sostanza continua e qualitativa. Non posso che essere d’accordo con loro. E tuttavia l’orologio meccanico è una macchina meravigliosa, che fa da modello a ogni altra ma a tutte rimane irriducibile,
Se sovrano è chi decide sullo statuto del tempo -da Cesare a Carlo V di Francia, da Gregorio XIII ai giacobini e a molte altre autorità-, calendari e orologi sono stati degli strumenti anche politici. Ma rimangono sempre degli oggetti splendidi, a volte delle vere e proprie opere d’arte, oltre che frutto di nobilissimo artigianato. Lo documenta in modo coinvolgente la mostra ospitata al Poldi Pezzoli, uno dei musei più preziosi e più belli d’Europa, collocato in un antico palazzo nel cuore di Milano e che merita di essere conosciuto da ogni visitatore della città lombarda.
La collezione di meridiane/orologi solari e di gnomoni dell’architetto Piero Portaluppi documenta come l’orologeria discenda dall’astronomia, l’astronomia sia figlia del movimento, il movimento sia tempo in atto. Nuove acquisizioni del Museo completano una raccolta che va dal Seicento al Novecento.
Orologi da carrozza, da tavolo, da persona, a edicola, a tamburo, da petto, da tasca, con tabacchiera, con anello, con porta aghi, orologi incorporati in una moneta, in occhialini, in una penna, in medaglioni, in carri trionfali, orologi con automi, orologi a spilla. Orologi ispirati ai miti cristiani: in forma di breviario, a ostensorio, a Calvario, ad altare. Orologi di tutte le forme: animali, vegetali, strumenti musicali, simboli.
Un oggetto veramente unico è il Goullons-Vauquer del 1671, un orologio da persona con scene di dipinti rinascimentali di Giulio Romano. Una meravigliosa eleganza
Gli strumenti per misurare il tempo sono oggetti filosofici, sono forma ed espressione del γνῶθι σεαυτόν.

Malevite

Milano e la Mala
Storia criminale della città dalla rapina di via Osoppo a Vallanzasca
Milano – Palazzo Morando
A cura di Stefano Galli
Sino all’11 febbraio 2018

Di fronte alla ferocia dei singoli e delle società, si potrebbe dire che ogni essere umano è un criminale sino a prova contraria. Siamo infatti animali astuti, tenaci e raffinati. Animali capaci di una violenza che nessun’altra specie conosce e pratica. Perché alle ragioni comuni a tutto il mondo animale -procurarsi il cibo, possedere le femmine, difendere il territorio- l’Homo sapiens aggiunge in non pochi dei suoi membri il piacere che si prova nel vedere la sofferenza, l’angoscia, la disperazione disegnarsi sui volti e nei corpi dei propri simili. Una specie tremenda, insomma, che gli altri animali fanno bene a temere, cercando di tenersene alla larga.
Se posti nelle condizioni sociali, educative e culturali opportune, esponenti di questa specie trasformano la pratica della violenza, del sopruso, dell’arroganza, del furto e dell’assassinio nell’unica pensabile e possibile forma di esistenza. E nascono le bande, le camorre, le mafie, le male, come quella che caratterizzò Milano dal Secondo dopoguerra alla metà degli anni Ottanta del Novecento.

Questa interessantissima mostra racconta il lato oscuro della città mediante molte fotografie, documenti della questura, prime pagine dei giornali milanesi, oggetti e armi utilizzate dai criminali. I quali hanno subìto destini diversi ma tutti accomunati da un profondo squallore. Alcuni sono morti in carcere, come Luciano Liggio; altri in povertà, come Franco Restelli; alcuni uccisi per le strade, come Otello Onofri e Carlo D’Argento; altri trucidati in carcere, come Francis Turatello; qualcuno si è anche rassegnato, come Renato Vallanzasca che sconta i suoi ergastoli e lavora fuori dal carcere. Gli ultimi due compaiono nella foto qui sopra. Turatello fu massacrato nel carcere di Nuoro dal camorrista Pasquale Barra -autore di 67 omicidi- che per sfregio azzannò parte delle sue viscere. Esistenze inutili per chi le ha vissute e dannose per chi le ha incontrate.
A questi banditi, pullulati per lo più dal degrado culturale e dalla miseria economica, si aggiungono i criminali della finanza e i loro protettori politici, responsabili in vario modo della rovina e della morte di tante persone, tra le quali l’avvocato Giorgio Ambrosoli, che cercò di resistere alle lusinghe e alle minacce del banchiere Michele Sindona (poi avvelenato in carcere), personaggio che rappresentò il vero cuore nero dell’Italia di quei decenni. Sindona fu protetto dal Vaticano e da Giulio Andreotti. Entrò in competizione con Roberto Calvi (assassinato a Londra), Guido Carli (a lungo governatore della Banca d’Italia) ed Enrico Cuccia (regista di molte operazioni politiche e finanziarie del dopoguerra).

Tra le fonti di guadagno della mala milanese c’erano le bische clandestine e lo spaccio della droga.
Le bische non hanno più ragion d’essere, visto che lo Stato in prima persona è diventato il grande biscazziere che concede migliaia di licenze per le «macchine mangiasoldi» (Slot machines) e per i vari «gratta e vinci», il cui utilizzo frenetico e diffuso va rovinando moltissimi cittadini. Giocando con queste macchinette -legali e diffusissime- si possono perdere 1000 euro in meno di dieci minuti. Viva la legalità, verrebbe da dire.
Per quanto riguarda le droghe, dopo decenni di utilizzo e di spaccio (mi ricordo che su questo argomento scrissi un tema alle elementari, un po’ di tempo fa…) i loro effetti sono talmente noti a tutti che iniziare a farne uso è indice di pura -direi distillata- stupidità. Nessuna comprensione, quindi, per i tossici. Drogarsi significa elevare la demenza a padrona della propria vita. Sembra interessante, sulla questione, il recente saggio di Afshin Kaveh Fare di tutta l’erba un fascio. La spettacolarizzazione della droga  (Sensibili alle foglie, 2017), dal quale -secondo la sintesi che ne fa Gianpaolo Cherchi- si evince che «la droga è una sostanza intimamente fascista, una ‘Istituzione totale’ in cui la ‘cultura dello sballo’ è in grado di articolarsi e differenziarsi a seconda delle esigenze del mercato» (il manifesto, 1.2.2018)
Nella mostra si può anche leggere un dettagliato dizionario della Mala, il cui gergo è davvero efficace e mostra la pervasiva potenza del linguaggio in qualunque gruppo umano. Qualche esempio: Balordista, spacciatore di banconote false; Batteria, squadra di malviventi organizzati; Bidonista, truffatore; Boga, spia, confidente; Cabriolet, assegno scoperto utilizzato per delle truffe; Cantamessa, mitra; Caramba, carabiniere; Casché, furto con destrezza; Dannato, la persona rapinata; Dura, la rapina; Grattà, rubare; Lasagna, il portafogli; Madama, la polizia; Polenta, l’oro; Soffia, informatore della polizia; Volada, una rapina compiuta assai velocemente.

L’ombra

Dentro Caravaggio
Milano – Palazzo Reale
A cura di Rossella Vodret
Sino al 28 gennaio 2018

In 22 dipinti splende la parabola di Michelangelo Merisi, detto Caravaggio. Le grinze della carne di San Girolamo penitente sono la densità dei corpi, delle loro sofferenze, bisogni, mancanze, desideri. Nel San Francesco in meditazione nulla di mistico o agiografico ma molto di terreno e malinconico; il volto del santo è secondo molti studiosi un autoritratto dell’artista.

La Madonna di Loreto / Madonna dei pellegrini è il ritratto di una bellissima prostituta che tiene in braccio il suo bambino, fiero. Ai suoi piedi l’umanità adora la bellezza. Questa donna è il Sacro, un dipinto straordinario. Nel Martirio di Sant’Orsola, una delle ultime opere prima della morte, personaggi e oggetti emergono dall’oscurità, vibrano per un poco, sono pronti a tornare nel buio. Vi ritornano. Come ogni cosa, come sempre.
Le grinze, il volto, la prostituta sacra, la carne, la violenza, la forza, la ferocia, il chiarore della pietà.


L’analisi delle tecniche compositive -anche tramite radiografie e riflettografie-, delle varianti, delle incisioni, cancellature e sovrapposizioni è in questa mostra molto accurata e permette di penetrare davvero dentro Caravaggio. Ma alla fine di tutto questo lavoro e di tante indagini, a espandere la sua gloria nello spazio è l’opera, la sua malia, il suo unicum, la sua claritas.
Da dove viene questa luce? Viene dalla sapienza delle mani febbrili nel lavorare e dipingere per poi «darsi al bel tempo», come si diceva allora; viene da un carattere inquieto, votato allo svelamento e al possesso totale della vita; viene dalla dismisura di un uomo violento, permaloso, passionale, facile al pugnale; viene dalla forma, cercata negli anfratti più scuri dell’essere, quelli in cui si conserva l’eco della sapienza primordiale, del non dicibile ma raffigurabile; viene dall’ombra, perché anche quest’ombra è la filosofia.
«Ich liebe die Menschen, weil sie Lichtjünger sind, und freue mich des Leuchtens, das in ihrem Auge ist, wenn sie erkennen und entdecken, die unermüdlichen Erkenner und Entdecker. Jener Schatten, welchen alle Dinge zeigen, wenn der Sonnenschein der Erkenntniss auf sie fällt, — jener Schatten bin ich auch».
[Amo gli umani, perché seguaci della Luce, e sono felice della claritas che sta nel loro occhio, quando conoscono e quando scoprono, instancabili conoscitori e scopritori quali sono. Quell’ombra che tutte le cose mostrano quando il sole della conoscenza cade su di esse – anche quell’ombra sono io]
Nietzsche, Menschliches, Allzumenschliches II – Der Wanderer und sein Schatten (Umano, troppo umano II – Il viandante e la sua ombra; Introduzione).

Milano

Una lode ironica e tenera nei confronti di una città bellissima, dove per me è stato ed è gratificante vivere. «Milano sono contento che ci sei. […] Ti lascio tutti i miei progetti, le mie vendette e la mia età».

Alberto Fortis
Milano e Vincenzo (1978)

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L’immagine raffigura il Parco delle Cave, che sta proprio dietro casa, meta delle mie passeggiate in bicicletta 🙂

«L’odeur et la saveur restent encore longtemps»

Io, Luca Vitone
Milano – Padiglione d’Arte Contemporanea
A cura di Luca Lo Pinto e Diego Sileo
Sino al 3 dicembre 2017

L’arte contemporanea è greca ed è wagneriana. Tende infatti a essere opera d’arte totale, Gesamtkunstwerke, a diventare colore, tatto, suono, odore, parola intrecciati, diversi, unici. Le invenzioni/installazioni/spazi di Luca Vitone corrispondono a tale intento.
Vitone ha pitturato l’intero Padiglione d’Arte Contemporanea di un bianco macchiato da spesse punte nere, realizzate con la polvere raccolta nello stesso PAC. Polvere che ritorna in quattro grandi acquarelli monocromi intitolati Raüme (Stanze), dipinti anch’essi con le polveri di alcuni edifici pubblici tedeschi.
Un’opera grafica e sonora è dedicata all’identità delle regioni europee. Le loro musiche tradizionali compongono una cacofonia che si dipana in un brusio universale, il suono stesso degli insetti e della terra che li nutre. Corteggiamenti è fatta di 9 opere in legno, strumenti musicali, luci elettriche. 9 come sono le Muse, che danno infatti il loro nome a ciascuna opera. Imperium è una stanza vuota ma intrisa di sensazioni olfattive, seducenti e insieme aspre. L’ambizione è restituire l’odore del potere. Ultimo viaggio racconta di un’avventura in Persia prima che si trasformasse nell’Iran khomeinista. Una vecchia Peugeot è poggiata sulla sabbia e circondata da immagini di quel viaggio.
Anche altre opere descrivono l’itinerario dei corpimente dentro le memorie individuali e collettive, cantano la polvere del tempo e la nostalgia della musica, meditano l’andare, la sabbia, l’avventura e i simboli: bandiere, anagrammi, strumenti musicali. Domina ovunque la potenza degli oggetti risignificati, risemantizzati, pervasi di ironia e di concetto.
L’intenzione politica di quest’artista anarchico è esplicita. Le due opere all’ingresso sono dedicate alla P2: su una parete il triangolo massonico, su quella di fronte un grande foglio sul quale sono scritti i nomi dei membri della Loggia Propaganda 2, tra i quali ci sono politici, giornalisti, professionisti, dirigenti, banchieri, ancora vivi e facenti danno.
Una mostra politeistica e molteplice, fatta di identità etniche, simboliche, territoriali, e insieme di differenze culturali, estetiche, linguistiche, percettive. La mostra ha altre due sedi milanesi: i Chiostri di Sant’Eustorgio e il Museo del Novecento, come a voler riempire gli spazi di questa bellissima città.
Abbiamo l’arte per non naufragare nell’unicità del comando, della sua spina, e sentire invece che davvero «quand d’un passé ancien rien ne subsiste, après la mort des êtres, après la destruction des choses, seules, plus frêles mais plus vivaces, plus immatérielles, plus persistantes, plus fidèles, l’odeur et la saveur restent encore longtemps, comme des âmes, à se rappeler, à attendre, à espérer, sur la ruine de toute le reste, à porter sans fléchir, sur leur gouttelette presque impalpable, l’édifice immense du souvenir» (Proust, À la recherche du temps perdu, Gallimard 1999, p. 46).

Italia

Il Bel Paese. Un progetto per 22.621 centri storici

Milano – Palazzo della Triennale
A cura di Benno Albrecht e Anna Magrin
Sino al 26 novembre 2017

L’alfabeto e le città sono probabilmente le due più importanti invenzioni umane. Lo spazio della vita comunitaria e lo strumento di scrittura perfetto e dinamico, con il quale comunicare al di là della presenza, hanno plasmato la nostra specie nei tempi storici diventando per noi natura.
L’Europa -continente assai piccolo- è il luogo delle città pensate e costruite con misura, sin dall’Atene antica e fino alla Rivoluzione Industriale. In essa l’Italia è stata l’ambiente nel quale la città ha mostrato ogni potenzialità di bellezza, di funzionalità, di adattamento armonioso all’orografia e al paesaggio.
Questa intensa e documentatissima mostra è dedicata a Leonardo Benevolo, architetto e storico dell’architettura che consacrò l’intera esistenza alla valorizzazione di tale ricchezza, alla vitalità dei centri storici, alla difesa della tradizione di armonia delle città italiane, strutture tanto complesse quanto fragili, che la «democrazia imperfetta» ha deturpato sino alla devastazione.
Benevolo scrisse infatti che «l’antico paesaggio italiano, e la cultura fondata sulla sua presenza consolatrice, appartengono al passato. Il paesaggio di oggi, fragile, precario, minacciato, ha un tono drammatico inevitabile, che la cultura, per restare all’altezza del suo compito è obbligata a riconoscere. In questo sta la sua originalità nel contesto mondiale. Il paesaggio delle città, dei paesi, delle campagne, delle coste, delle valli alpine, registra -insieme ai segni trasmessi dalla lunga storia passata- le storture di mezzo secolo di democrazia imperfetta: lo sperpero dei valori antichi, l’indugio a ideare e sperimentare i possibili adattamenti moderni, il disinteresse o l’aggressione all’ordine urbano e territoriale; questo quadro quotidiano è uno dei motivi della richiesta di cambiare le istituzioni e i comportamenti che sale dall’opinione pubblica» (L’architettura nell’Italia contemporanea, Laterza 1998, p. 222).
Nonostante tutto questo, e ciò che di peggio da allora è accaduto, un video girato negli ultimi mesi mostra la spettacolare e splendida stratificazione storica delle città italiane, tra le quali ben figurano la mia città natale e di lavoro -Catania- e quella d’elezione, Milano, nel cui centro storico continuano a vivere oggi ben 86.100 persone. Insieme ai video, le planimetrie e le mappe documentano la Forma Urbis come opera d’arte assoluta, scolpita dagli umani e dal tempo.
Alcuni versi di Byron restituiscono l’incanto che il paesaggio e le città italiane esercitano sempre su chi sappia guardare la bellezza ed esistere in essa:

The commonwealth of kings, the men of Rome!
And even since, and now, fair Italy!
Thou art the garden of the world, the home
Of all Art yields, and Nature can decree;
Even in thy desert, what is like to thee?
Thy very weeds are beautiful, thy waste
More rich than other climes’ fertility;
Thy wreck a glory, and thy ruin graced
With an immaculate charm which cannot be defaced.

L’unione dei re, gli uomini di Roma!
E da allora, e ora, fiera Italia!
Sei il giardino del mondo, la dimora
Di tutti i frutti dell’Arte, e la Natura può dire:
Anche nel tuo deserto, cosa ti somiglia?
Le tue stesse erbacce, i tuoi rifiuti sono belli
Più ricchi della fertilità di altri climi;
Il tuo relitto è una gloria, e la tua rovina lo irradia
Di un puro fascino che nulla può cancellare.

(Childe Harold’s PilgrimageThe Fourth, XXVI; traduzione mia)

Una terra fragile e indistruttibile, l’Italia. Una bellezza delicata e tenace, che non ci meritiamo. Ma ha detto bene il poeta: «Thy wreck a glory». Rispetto alla volgarità degli imperi contemporanei, persino i relitti delle nostre antiche dimore sono gloria.

Legno e luce

Villa Necchi Campiglio 
FAI – Milano

Nel cuore di Milano. Una meraviglia. Lo spazio creato fra il 1932 e il 1935 da Piero Portaluppi esprime al meglio l’architettura razionalista, temperata dallo stesso Portaluppi con inconsuete stelle e rombi, trasformata poi da Tommaso Buzzi in linee più morbide, personalizzata infine dai proprietari con il calore delle loro vite. Sino al 2001, quando Gigina Necchi Campiglio muore all’età di 100 anni e regala questa dimora al Fondo Ambiente Italiano.
La geometria razionalista appare in tutta la sua armonia nella facciata, che sporge sulla piscina privata (la prima costruita in Italia), sui campi da tennis, su un bel giardino. All’interno l’atrio sale su per uno scalone che porta alle camere, luminosissime, funzionali, ampie. Al piano terra librerie, studi, sale da pranzo, salotti, giardini d’inverno, nei quali si vorrebbe studiare, conversare, scrivere, cenare. Tra gli spazi e alle pareti collezioni di quadri e oggetti d’arte provenienti da tutto il mondo.
Una borghesia ricca ma non volgare ha donato a se stessa e alla città l’esempio di un abitare intimo e insieme epico, attraversato in tutte le stanze dal calore del legno e dalla dolcezza della luce.

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