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Merce, incanto, simboli

Il consumismo? Si può presentare anche come ecosostenibile
il manifesto
1 giugno 2019
pagina 11

Oltre l’economia, i simboli. Il fondamento economico delle strutture sociali è indubitabile ma da solo non basta a comprendere quanto si muove nei labirinti delle vite individuali e collettive. L’incanto della merce diventata social è sempre più pervasivo, illimitato e sovrano, sino a delineare un vero e proprio «totalitarismo simbolico», capace  di assumere aspetti progressisti, umanitari, ‘ecosostenibili’. Discutendo sul manifesto il libro di Gianpiero Vincenzo Starbucks a Milano e l’effetto Don Chisciotte. I rituali sociali contemporanei, cerco di analizzare brevemente condizioni e forme di questa dinamica che intrama il presente.

Anni Ottanta

Reality 80
Milano –  Galleria Credito Valtellinese
A cura di Leo Guerra e Cristina Quadrio Curzio

Un’essenziale antologia degli anni Ottanta in Italia e non solo. Colori intensi. Il pop. La vittoria del ludico che è anche la vittoria della borghesia italiana e occidentale nella lotta di classe. Il 1989 avrebbe sancito in modo evidente tale trionfo. E questo anche nelle riviste, movimenti, artisti e soggetti che si dicono “contro”. È il contro degli snob. E quindi –  un po’ alla rinfusa ma in ogni caso emblematici – appaiono documenti e testimonianze che riguardano la Basilica di Massenzio nelle Estati romane organizzate dall’assessore del PCI Renato Nicolini; le architetture di Aldo Rossi; riviste come Cuore, Tango, Vinile; immagini di vari intellettuali bauscia milanesi e persino una foto di Armando Verdiglione. Su tutto aleggiano le parole d’ordine dell’effimero e del postmoderno.
Evento fondamentale fu la nascita delle televisioni private e dunque la pubblicità, la pervasiva e onnipotente pubblicità televisiva dalla quale sono germinati fenomeni da baraccone mediatico come Berlusconi e i suoi vari figli e imitatori, sino al presente. Da incubatore politico fece il Partito Socialista Italiano di Bettino Craxi, che rappresentò la vera svolta nella catastrofe della sinistra italiana.
Reality è il titolo giusto per una mostra come questa, che documenta l’avvenuta trasformazione della società in puro spettacolo. Prima ancora che tutto ciò accadesse fu Debord a disegnarne i contorni: «À l’acceptation béate de ce qui existe peut aussi se joindre comme une même chose la révolte purement spectaculaire: ceci traduit ce simple fait que l’insatisfaction elle-même est devenue une marchandise dès que l’abondance économique s’est trouvée capable d’étendre sa production jusqu’au traitement d’une telle matière première» (La Société du Spectacle [1967], Gallimard 1992, af. 59, p. 55). ‘Alla beata accettazione dell’esistente può certo aggiungersi come una sola cosa la rivolta puramente spettacolare: questo esprime il semplice fatto che la stessa insoddisfazione è diventata una merce appena l’abbondanza economica è stata capace di estendere la propria produzione sino al trattamento di tale materia prima’.

Banksy / Blob

A VISUAL PROTEST. The Art of BANKSY
Milano – Museo delle Culture
A cura di  Gianni Mercurio
Sino al 14 aprile 2019

Un B-movie degli anni Cinquanta –The Blob– racconta di una entità proveniente dagli spazi siderali e con il potere di inglobare tutto ciò con cui entra in contatto. Una massa viscida, gelatinosa e nera, capace di espandersi sino a coincidere con tutto. Il film e l’entità sono stati resi celebri dalla omonima trasmissione televisiva di Rai3, che si apriva con alcune delle sue scene e l’immancabile frase «è la cosa più mostruosa che abbia mai visto». Blob è un programma nato da un’idea situazionista di Enrico Ghezzi. Il situazionismo -in particolare il gruppo CoBrA- praticava la tecnica del détournement, della metamorfosi, spostamento e trasformazione di ciò che è normale in qualcosa di bizzarro, inquietante, semanticamente altro. E questo anche tramite la mescolanza degli elementi più comuni. Il Blob televisivo metteva insieme spezzoni di altri programmi facendone emergere la profonda, intima, inemendabile mostruosità.

Banksy -artista britannico del quale non si conoscono identità, vita, eventi- pratica in modo magistrale il détournement dipingendo sui muri delle città, sulla tela e su altri materiali dei soggetti del tutto comuni o delle vere e proprie icone dell’immaginario collettivo, ai quali aggiunge particolari, segni, modalità che ne mutano e capovolgono il significato.
La regina Elisabetta è una scimmia incoronata. Delle tranquille nonnine lavorano maglioni con su scritte alcune frasi punk. La celebre bambina vietnamita nuda e ustionata dal napalm (una foto di Nick Ut) avanza mano nella mano con sorridenti personaggi disneyani. E poi topi, topi dappertutto, abbigliati con i vestiti e le identità più diverse. Perché, afferma Banksy, i ratti «esistono senza permesso, sono odiati, braccati e perseguitati. Vivono in una tranquilla disperazione nella sporcizia. Eppure sono in grado di mettere in ginocchio l’intera civiltà. Se sei insignificante e non amato, allora i topi sono il modello di riferimento definitivo».
Una street art rivoluzionaria, quindi, o almeno ribelle? Certo, nelle intenzioni, nella passione, nelle provocazioni. Gianni Mercurio, curatore della mostra, scrive infatti che «parafrasando Gramsci, Banksy ci dice che se il potere esercita la sua egemonia culturale in televisione, nel cinema, nella pubblicità, nelle chiese, nelle scuole e nei musei, lo street artist trova nella strada il luogo ideale nel quale mettere in atto una contro-egemonia» (dalla cartella stampa della mostra). E tuttavia la civiltà ordoliberista che trionfa nel nostro presente è un Blob capace di trasformare in se stessa qualunque ente, evento e processo con cui entra in contatto.
E allora questo artista dei ratti, questo punk antistituzionale, questo situazionista geniale, estremo ed accorto viene celebrato in una mostra impeccabile, intelligente e assolutamente godibile ma resa possibile dal sostegno economico del maggior quotidiano finanziario che si stampi in Italia e da una numerosa serie di sponsor che vendono e promuovono automobili, caffè, birre, prodotti assicurativi, alberghi, supermercati e grandi magazzini. Tutta gente dotata di un brand e che si muove sempre per ragioni fiscali e di lucro.
E non basta. Il Comune di Milano dal 27 novembre 2018 al 15 gennaio 2019 ha messo a disposizione degli artisti milanesi 600 manifesti collocati per tutta la città, sui quali hanno dipinto ciò che hanno voluto, trasformando in questo modo «il manifesto in una creazione virtuale. Ogni 15 giorni verranno affissi 220 manifesti, pronti a ospitare le creazioni degli artisti: 15 giorni di tempo quindi per ammirare i lavori. Poi, come da regolamento comunale, i manifesti verranno sostituiti per dare spazio alle nuove creatività; lo stesso destino, del resto, che subiscono le opere di alcuni street artist, godute solo dai pochi fortunati prima della loro cancellazione, strappo, distruzione o furto».
E così aziende private e istituzioni pubbliche si mostrano democratiche e trendy, attente al marketing -come attento è, del resto, lo stesso Banksy che coltiva il proprio anonimato come strumento fondamentale di promozione- e aperte all’anticonformismo.
Dimostrazione evidente di questa blobizzazione della street art è un video girato dallo stesso Banksy sulla situazione della guerra in Siria -visibile anch’esso in parte nella mostra milanese-, che spinge in modo abile e banale su tonalità lacrimevoli, sentimentali e totalmente apolitiche. La rivolta è diventata spettacolo, inesorabilmente.

Aveva ancora una volta ragione il fondatore del Situazionismo quando scriveva che lo spettacolo «est le soleil qui ne se couche jamais sur l’empire de la passivité moderne. Il recouvre toute la surface du monde et baigne indéfinitement dans sa propre gloire» (Guy Debord, La Société du Spectacle, Gallimard 1992,  af. 13, p. 21), è il sole che mai tramonta sull’impero della moderna passività; un sole che pervade l’intera superficie del pianeta e si bagna senza fine nella propria gloria. E soprattutto quando afferma -definizione davvero geniale- che lo spettacolo nella sua essenza altro non sarebbe che «le capital à un tel degré d’accumulation qu’il devient image» (Ivi, af. 34, p. 32); l’arte di Banksy è formalmente molto bella, godibile, figurativa, immediata, di una grande potenza metaforica ma è nella sua essenza e nel suo destino ‘il capitale a un grado tale di accumulazione da essere diventato immagine’.
Non c’è dunque via di scampo? No, nelle arti visive, sonore e forse anche letterarie non c’è via di scampo. Per esistere si deve stare nel mercato, si deve abitare in ciò che Giuseppe Frazzetto -le cui teorie estetiche questa mostra conferma in modo clamoroso- definisce «il Collettivo» e che opera mediante lo «spostamento da una centralità dell’artista a un’enfasi sul sistema dell’arte: a risultare significativa non sarà tanto la concreta opera del singolo artista, ma la vicenda complessiva del sistema dell’arte. Non a caso certi resoconti sembrano ‘storie dell’arte senza nomi’ nelle quali gli artisti finiscono con l’apparire gli esecutori di mutamenti, alternanze stilistiche, fratture e ritorni che si sarebbero determinati in ogni caso» (Artista sovrano. L’arte contemporanea come festa e mobilitazione, Fausto Lupetti Editore 2017, p. 113).
Banksy è, appunto, un nome fittizio, un senza nome.
Una via d’uscita dalla totalità di un presente senza residui non la si può trovare nel sistema dell’arte, tanto meno in quello dell’informazione. Se una possibilità c’è, essa -come sempre- abita nel pensiero critico, nel rigore della metafisica, nella filosofia.
Per il resto, uno sponsor vi seppellirà.

Natura morta metafisica

Carlo Carrà
Milano – Palazzo Reale
A cura di Maria Cristina Bandera
Sino al 3 febbraio 2019

Si viene accolti da Strada di casa (1900), un piccolo magnifico dipinto in movimento. Tutta in moto è infatti l’arte di Carlo Carrà, che fu tra i più convinti sostenitori del Futurismo, come testimoniano molte opere e la gigantografia che lo vede ritratto a Parigi nel 1912 insieme a Marinetti, Russolo, Boccioni, Severini. Il movimento del chiaro di luna (1910) è uno dei quadri più riusciti del periodo, fatto di strutture verticali che si addensano nello spazio con la forza del colore. Il particolare utilizzo del colore è uno degli elementi costanti dell’opera di Carrà, con la sua intensa presenza al confine tra naturalismo e immaginazione.
Un colore che crea città, umani, mare, case, cieli. Ai luoghi l’artista dedica un’attenzione profonda, creando una pittura urbana e insieme corporea, marina, vegetale. Luoghi naturali e luoghi costruiti. È ben presente la lezione di Cézanne, con  le case e i tetti immersi nella vegetazione. Ogni forma è scandita, si staglia, parla. Davvero «gli elementi architettonici subordinano a sé tutti i valori figurativi di forma e colore», come Carrà con chiarezza disse.
Ai miei occhi l’apice di questo artista è il periodo metafisico. La metafisica di Carrà è un cubismo raffinato, pulito, luminoso. Natura morta metafisica (1919, qui sopra) immerge nella materia come ombra e come luce dentro le quali abita il corpomente umano, circondato e intriso di oggetti perfetti, che sono una cosa sola con i colori, le forme, la vibrante geometria, il divenire.
Poi Carrà cercò e percorse una strada tutta sua, intessuta di corpi dentro l’aria, palpitanti nello spazio, intramati con i luoghi, con la luce. È quanto testimoniano le opere sue forse più celebri: Il pino sul mare (1921, qui accanto), Dopo il tramonto (il faro) (1927), Cavallo sulla spiaggia (1952), le cui costanti sono l’inoltrepassabile solitudine e la potente malinconia che emergono anche nei versi di Ungaretti, del quale Carrà fu amico.
Come questi: «Balaustrata di brezza / per appoggiare stasera / la mia malinconia» (Stasera [1916] da «L’Allegria», in Vita d’un uomo. Tutte le poesie, Mondadori 1977, p. 31).
O questi altri: «Cercata in me ti ho a lungo / Non ti trovavo mai, / Poi universo e vivere / In te mi si svelarono. // Quel giorno fui felice, / Ma il giubilo del cuore / Trepido mi avvertiva / Che non ne ero mai sazio. // Fu uno smarrirmi breve, / Già dita tue di sonno, / Apice di pietà, / Mi accarezzano gli occhi. // Davi allora sollecita / Quella quiete infinita / Che dopo amare assale / Chi ne godé la furia» (Soliloquio I [1969], da «Nuove», ivi, p. 322).

Il magistero di Mario Dal Pra

È da poco uscito un ampio volume dal titolo Mario Dal Pra nella ‘Scuola’ di Milano: la filosofia nella storia della filosofia e della scienza. La filosofia come riflessione critica sulle varie tradizioni concettuali (a cura di Fabio Minazzi, Mimesis 2018).
Dario Generali, che di Dal Pra è stato allievo, vi ha contribuito con un saggio su Mario Dal Pra: un maestro di rigore scientifico e civile nella Statale degli anni Settanta (pp. 507-515).

È un testo molto bello, che -autorizzato dall’Autore, che ringrazio- metto qui a disposizione di chiunque voglia capire le condizioni e le contraddizioni dell’università italiana, a disposizione in particolare dei miei studenti.
Generali descrive infatti con la consueta lucidità la propria vicenda accademica, il legame con il suo maestro, la figura di Dal Pra come filosofo e cittadino, gli eventi e i contesti nei quali essa ha operato.
È un testo anche drammatico ed emozionante. Drammatico per le pratiche spesso inique che vi emergono, emozionante per il modo sempre intriso di tenacia ed equilibrio esistenziale con il quale Generali ha affrontato gli eventi che narra. Si tratta dunque di una testimonianza culturale, scientifica e civile di grande importanza, nella quale viene descritto con chiarezza il clima che si respirava alla Statale di Milano dopo la scomparsa dei grandi maestri degli anni Settanta.
A riprova di tutto questo segnalo alcuni brani particolarmente significativi.
Il primo si riferisce alla metodologia di ricerca sviluppata da Generali a partire dal lavoro di Dal Pra: «Un modello di storia della scienza attento non più solo alla idee filosofiche della scienza, ma anche ai suoi aspetti operativi, che non venivano più considerati dettagli tecnici ininfluenti, ma aspetti rilevanti per il suo sviluppo al pari di quelli teorici, con la conseguente definizione di un autonomo statuto epistemologico della disciplina, ormai chiaramente distinto rispetto a quello della storia della filosofia, dalla quale pure era partita la rinascita della storiografia della scienza del decennio precedente» (p. 509).
Il secondo è una verità che, dopo molti anni di insegnamento, risulta anche per me evidente: «Ogni docente, dalla scuola primaria all’università, insegna in primo luogo e fondamentalmente se stesso» (p. 513).
Il terzo è espressione della forza con la quale Generali coniuga lavoro filosofico e testimonianza civile: «A questo modo di procedere mi indirizzava però con forza il modello dalpraiano, che avevo sposato senza riserve, di una società governata dalle strutture della razionalità e non dalle forme irrazionali e premoderne di un potere fondato sulle relazioni personali» (p. 514).
Infine, mi ha colpito il riferimento che Generali fa a uno dei più significativi libri di Mario Dal Pra, la «splendida monografia sullo scetticismo greco» (p. 512). E mi ha colpito perché da studente iscritto al primo anno di Filosofia alla Sapienza di Roma seguii un corso di Storia della filosofia antica dedicato proprio allo scetticismo e fu allora che lessi anch’io l’eccellente libro di Dal Pra, che conservo con cura nella mia biblioteca nell’edizione in due volumi della Universale Laterza. Il libro è di 580 pagine ed era uno dei tanti che chi affrontava quell’esame doveva studiare, insieme naturalmente alle fonti dirette del pensiero scettico. È così che si fa filosofia, è così che la si insegna.

Aere perennius

L’eco del classico
La Valle dei Templi di Agrigento allo Studio Museo Francesco Messina
Milano – Studio Museo Francesco Messina
A cura di  Maria Fratelli, Giuseppe Parello, Maria Serena Rizzo
Sino al 21 ottobre 2018

Una continuità nella differenza segna, coniuga e distingue la relazione tra le sculture di Francesco Messina (1900-1995) e le opere che emergono e stanno nel Parco Archeologico della Valle dei Templi. Tori, cavalli, busti, nudi femminili cospargono l’ex Chiesa di San Sisto, sede dello Studio Museo Francesco Messina. Nella navata si mescolano oggetti e sguardi di millenni lontani. Opere che vanno dal VI secolo aev al XIV ev: statue di varie dimensioni; busti fittili; teste in porfido, marmo, creta; vasi a figure sia nere sia rosse; frammenti, monete, sigilli.
La cripta ospita la ricostruzione di uno scavo archeologico e un flusso di immagini di Akragas/Agrigento. Nelle stanze da lavoro dello scultore sono esposte antiche fotografie della Valle dei Templi e alcuni acquarelli di Pavlos Habidis (qui sotto il Tempio di Giunone), che a loro volta sembrano coniugare i dipinti del Grand Tour con il cielo e gli ambienti contemporanei.

Una delle più potenti e magnifiche città della Μεγάλη Ἑλλάς non poteva non avere un grande teatro. Perduto per millenni, questo teatro sta ora riemergendo dalla polvere, dagli usi inadeguati, dall’umiliazione. Dedicargli una mostra dentro una ex chiesa cattolica costituisce per i Greci una rivincita, un riscatto della luce, poiché, come afferma Pindaro, «unica è la stirpe degli uomini e degli dèi e da un’unica madre entrambi hanno respiro» (Nemea, 6, 1-39).
Anche se dimenticata, disprezzata o sepolta, tale luce continua a illuminare l’Europa in questo indaffarato angolo di Milano. Nelle opere qui esposte, nei manufatti concepiti, plasmati, sprofondati e riemersi dal cuore della Sicilia greca «la vita si manifesta nella sua luce assoluta e nella sua verità. Questa ‘illuminazione’ sarebbe -sottolinea ancora Aristotele- la modalità ‘misterica’ del conoscere» (Davide Susanetti, La via degli dei. Sapienza greca, misteri antichi e percorsi di iniziazione, Carocci 2017, p. 20).
L’arte, l’architettura, la filosofia dei Greci esprimono questa forma oggettiva di iniziazione, fatta non di riti che l’andare della storia porta al culmine e alla deriva, non di ‘parole di Dio’ autoritarie e indiscutibili, non di contenuti accessibili a ristrette cerchie, ma composta di oggetti, figure, edifici, testi, dentro i quali ognuno e tutti possono entrare, guardare, tenere in mano, abitare per attingervi spiegazioni disincantate e insieme determinate, serene. «Exegi monumentum aere perennius», ‘Ho edificato un monumento più duraturo del bronzo’ (Orazio, Odi, III, 30, 1).

Segnatempo

Il tempo degli orologi
Milano – Museo Poldi Pezzoli
Sino al 31 marzo 2018

Da sempre il tempo occupa gli umani, travaglia il loro bisogno di comprensione, coinvolge ogni azione, ricordo, attesa. Misurare il tempo è stata una delle prime esigenze della specie.
Gli orologi, dalle più semplici meridiane ai dispositivi digitali e atomici, furono e sono ancora la prima macchina di precisione, quella che ha riverberato la propria potenza sul presente stesso della storia. Non essendo affatto neutrale, l’orologio nacque per misurare il tempo ma con la sua esistenza impose anche un modo di viverlo.
Ci crediamo avanzati, colti, disincantati, razionali, esperti. Eppure cadiamo nell’ingenuità di credere che il modo nel quale pensiamo e computiamo il tempo -noi, adesso- sia stato tale da sempre o che almeno sia assai antico. Non è così. Nelle società arcaiche, nei grandi imperi orientali, in Grecia, a Roma, nel Medioevo e sin nel cuore del XIX secolo ciò che a noi sembra naturale quanto il sole e il respiro -la conoscenza esatta dell’ora sino ai minuti e ai secondi- era sconosciuto. Perché non era necessario e perché il tempo riguardava altre dimensioni rispetto a quelle del lavoro e delle relazioni umane. Assai vaghi gli orologi rimasero sino a tempi recenti. Ben dentro l’età moderna ci si accontentava di una sola lancetta, quella indicante le ore. Nei secoli precedenti si tolleravano errori anche molto consistenti e bisognava regolare e riparare di continuo le macchine del tempo.
Nelle società antiche e sino ad anni vicini è dunque un pullulare di tempi, tra di loro assai diversi. L’Ellade, ad esempio, aveva vari inizi dell’anno nelle diverse città. Gli ebrei scandivano giorni e mesi su base lunare, gli egizi -invece- sull’orbita del sole nel corso delle varie stagioni. Al conflitto tra calendari lunari e calendari solari si aggiungeva il ritardo con il quale gli astri appaiono sulla volta celeste in un intervallo sufficientemente lungo di anni. E questo alla lunga produce uno iato tra le stagioni stabilite dal calendario e le stagioni effettive. Per evitare questi gravi inconvenienti Giulio Cesare riformò il computo del tempo. Quindici secoli dopo, nel 1582, il pontefice Gregorio XIII impose un’altra riforma, cancellando di netto 10 giorni come se non ci fossero mai stati e fissando la data d’inizio della primavera il 21 di marzo. Questa riforma  regola ancor oggi il nostro calendario.
Fondamentale fu la sostituzione della numerazione naturale e razionale dei romani -sistema troppo rigido- a favore del sistema su base sessagesimale dei babilonesi, dei greci, degli arabi, molto più adatto a comprendere, misurare, replicare l’ora di 60 minuti e il minuto di 60 secondi. Ciò che a noi appare ovvio sino a permeare il linguaggio, i pensieri, l’informazione -la divisione per secoli e per decenni- fu introdotto soltanto a partire dal 1559 su iniziativa degli storici protestanti. Alla stessa epoca risale la consuetudine di indicare gli anni ‘avanti’ e ‘dopo’ Cristo
Per tutto il Medioevo, sulla scorta delle opere di Beda il Venerabile (VIII secolo), ciò che noi chiamiamo calendario e cronologia era un insieme inseparabile di computus come calcolo delle posizioni degli astri, di martirologio cristiano e di cronaca dei fatti salienti accaduti ogni anno o in altro intervallo di tempo.
Contare il tempo, come si vede, è dunque un’interpretazione, è un raccontare. Due parole e due plessi semantici che provengono dalla medesima radice, la quale vive sul terreno dei ritmi sempre ripetuti della natura e di quelli sempre rinnovati della vicenda umana che in essa accade. Il pulsare del cuore, il conto dei suoi battiti è ciò che rende possibile il racconto che ogni umano fa a se stesso di sé e del mondo.
Agostino, Burckhardt, Bergson e molti altri hanno dunque ben ragione a reclamare accanto a un computo del tempo numerico, discreto, digitale e quantitativo la sua sostanza continua e qualitativa. Non posso che essere d’accordo con loro. E tuttavia l’orologio meccanico è una macchina meravigliosa, che fa da modello a ogni altra ma a tutte rimane irriducibile,
Se sovrano è chi decide sullo statuto del tempo -da Cesare a Carlo V di Francia, da Gregorio XIII ai giacobini e a molte altre autorità-, calendari e orologi sono stati degli strumenti anche politici. Ma rimangono sempre degli oggetti splendidi, a volte delle vere e proprie opere d’arte, oltre che frutto di nobilissimo artigianato. Lo documenta in modo coinvolgente la mostra ospitata al Poldi Pezzoli, uno dei musei più preziosi e più belli d’Europa, collocato in un antico palazzo nel cuore di Milano e che merita di essere conosciuto da ogni visitatore della città lombarda.
La collezione di meridiane/orologi solari e di gnomoni dell’architetto Piero Portaluppi documenta come l’orologeria discenda dall’astronomia, l’astronomia sia figlia del movimento, il movimento sia tempo in atto. Nuove acquisizioni del Museo completano una raccolta che va dal Seicento al Novecento.
Orologi da carrozza, da tavolo, da persona, a edicola, a tamburo, da petto, da tasca, con tabacchiera, con anello, con porta aghi, orologi incorporati in una moneta, in occhialini, in una penna, in medaglioni, in carri trionfali, orologi con automi, orologi a spilla. Orologi ispirati ai miti cristiani: in forma di breviario, a ostensorio, a Calvario, ad altare. Orologi di tutte le forme: animali, vegetali, strumenti musicali, simboli.
Un oggetto veramente unico è il Goullons-Vauquer del 1671, un orologio da persona con scene di dipinti rinascimentali di Giulio Romano. Una meravigliosa eleganza
Gli strumenti per misurare il tempo sono oggetti filosofici, sono forma ed espressione del γνῶθι σεαυτόν.

Malevite

Milano e la Mala
Storia criminale della città dalla rapina di via Osoppo a Vallanzasca
Milano – Palazzo Morando
A cura di Stefano Galli
Sino all’11 febbraio 2018

Di fronte alla ferocia dei singoli e delle società, si potrebbe dire che ogni essere umano è un criminale sino a prova contraria. Siamo infatti animali astuti, tenaci e raffinati. Animali capaci di una violenza che nessun’altra specie conosce e pratica. Perché alle ragioni comuni a tutto il mondo animale -procurarsi il cibo, possedere le femmine, difendere il territorio- l’Homo sapiens aggiunge in non pochi dei suoi membri il piacere che si prova nel vedere la sofferenza, l’angoscia, la disperazione disegnarsi sui volti e nei corpi dei propri simili. Una specie tremenda, insomma, che gli altri animali fanno bene a temere, cercando di tenersene alla larga.
Se posti nelle condizioni sociali, educative e culturali opportune, esponenti di questa specie trasformano la pratica della violenza, del sopruso, dell’arroganza, del furto e dell’assassinio nell’unica pensabile e possibile forma di esistenza. E nascono le bande, le camorre, le mafie, le male, come quella che caratterizzò Milano dal Secondo dopoguerra alla metà degli anni Ottanta del Novecento.

Questa interessantissima mostra racconta il lato oscuro della città mediante molte fotografie, documenti della questura, prime pagine dei giornali milanesi, oggetti e armi utilizzate dai criminali. I quali hanno subìto destini diversi ma tutti accomunati da un profondo squallore. Alcuni sono morti in carcere, come Luciano Liggio; altri in povertà, come Franco Restelli; alcuni uccisi per le strade, come Otello Onofri e Carlo D’Argento; altri trucidati in carcere, come Francis Turatello; qualcuno si è anche rassegnato, come Renato Vallanzasca che sconta i suoi ergastoli e lavora fuori dal carcere. Gli ultimi due compaiono nella foto qui sopra. Turatello fu massacrato nel carcere di Nuoro dal camorrista Pasquale Barra -autore di 67 omicidi- che per sfregio azzannò parte delle sue viscere. Esistenze inutili per chi le ha vissute e dannose per chi le ha incontrate.
A questi banditi, pullulati per lo più dal degrado culturale e dalla miseria economica, si aggiungono i criminali della finanza e i loro protettori politici, responsabili in vario modo della rovina e della morte di tante persone, tra le quali l’avvocato Giorgio Ambrosoli, che cercò di resistere alle lusinghe e alle minacce del banchiere Michele Sindona (poi avvelenato in carcere), personaggio che rappresentò il vero cuore nero dell’Italia di quei decenni. Sindona fu protetto dal Vaticano e da Giulio Andreotti. Entrò in competizione con Roberto Calvi (assassinato a Londra), Guido Carli (a lungo governatore della Banca d’Italia) ed Enrico Cuccia (regista di molte operazioni politiche e finanziarie del dopoguerra).

Tra le fonti di guadagno della mala milanese c’erano le bische clandestine e lo spaccio della droga.
Le bische non hanno più ragion d’essere, visto che lo Stato in prima persona è diventato il grande biscazziere che concede migliaia di licenze per le «macchine mangiasoldi» (Slot machines) e per i vari «gratta e vinci», il cui utilizzo frenetico e diffuso va rovinando moltissimi cittadini. Giocando con queste macchinette -legali e diffusissime- si possono perdere 1000 euro in meno di dieci minuti. Viva la legalità, verrebbe da dire.
Per quanto riguarda le droghe, dopo decenni di utilizzo e di spaccio (mi ricordo che su questo argomento scrissi un tema alle elementari, un po’ di tempo fa…) i loro effetti sono talmente noti a tutti che iniziare a farne uso è indice di pura -direi distillata- stupidità. Nessuna comprensione, quindi, per i tossici. Drogarsi significa elevare la demenza a padrona della propria vita. Sembra interessante, sulla questione, il recente saggio di Afshin Kaveh Fare di tutta l’erba un fascio. La spettacolarizzazione della droga  (Sensibili alle foglie, 2017), dal quale -secondo la sintesi che ne fa Gianpaolo Cherchi- si evince che «la droga è una sostanza intimamente fascista, una ‘Istituzione totale’ in cui la ‘cultura dello sballo’ è in grado di articolarsi e differenziarsi a seconda delle esigenze del mercato» (il manifesto, 1.2.2018)
Nella mostra si può anche leggere un dettagliato dizionario della Mala, il cui gergo è davvero efficace e mostra la pervasiva potenza del linguaggio in qualunque gruppo umano. Qualche esempio: Balordista, spacciatore di banconote false; Batteria, squadra di malviventi organizzati; Bidonista, truffatore; Boga, spia, confidente; Cabriolet, assegno scoperto utilizzato per delle truffe; Cantamessa, mitra; Caramba, carabiniere; Casché, furto con destrezza; Dannato, la persona rapinata; Dura, la rapina; Grattà, rubare; Lasagna, il portafogli; Madama, la polizia; Polenta, l’oro; Soffia, informatore della polizia; Volada, una rapina compiuta assai velocemente.

L’ombra

Dentro Caravaggio
Milano – Palazzo Reale
A cura di Rossella Vodret
Sino al 28 gennaio 2018

In 22 dipinti splende la parabola di Michelangelo Merisi, detto Caravaggio. Le grinze della carne di San Girolamo penitente sono la densità dei corpi, delle loro sofferenze, bisogni, mancanze, desideri. Nel San Francesco in meditazione nulla di mistico o agiografico ma molto di terreno e malinconico; il volto del santo è secondo molti studiosi un autoritratto dell’artista.

La Madonna di Loreto / Madonna dei pellegrini è il ritratto di una bellissima prostituta che tiene in braccio il suo bambino, fiero. Ai suoi piedi l’umanità adora la bellezza. Questa donna è il Sacro, un dipinto straordinario. Nel Martirio di Sant’Orsola, una delle ultime opere prima della morte, personaggi e oggetti emergono dall’oscurità, vibrano per un poco, sono pronti a tornare nel buio. Vi ritornano. Come ogni cosa, come sempre.
Le grinze, il volto, la prostituta sacra, la carne, la violenza, la forza, la ferocia, il chiarore della pietà.


L’analisi delle tecniche compositive -anche tramite radiografie e riflettografie-, delle varianti, delle incisioni, cancellature e sovrapposizioni è in questa mostra molto accurata e permette di penetrare davvero dentro Caravaggio. Ma alla fine di tutto questo lavoro e di tante indagini, a espandere la sua gloria nello spazio è l’opera, la sua malia, il suo unicum, la sua claritas.
Da dove viene questa luce? Viene dalla sapienza delle mani febbrili nel lavorare e dipingere per poi «darsi al bel tempo», come si diceva allora; viene da un carattere inquieto, votato allo svelamento e al possesso totale della vita; viene dalla dismisura di un uomo violento, permaloso, passionale, facile al pugnale; viene dalla forma, cercata negli anfratti più scuri dell’essere, quelli in cui si conserva l’eco della sapienza primordiale, del non dicibile ma raffigurabile; viene dall’ombra, perché anche quest’ombra è la filosofia.
«Ich liebe die Menschen, weil sie Lichtjünger sind, und freue mich des Leuchtens, das in ihrem Auge ist, wenn sie erkennen und entdecken, die unermüdlichen Erkenner und Entdecker. Jener Schatten, welchen alle Dinge zeigen, wenn der Sonnenschein der Erkenntniss auf sie fällt, — jener Schatten bin ich auch».
[Amo gli umani, perché seguaci della Luce, e sono felice della claritas che sta nel loro occhio, quando conoscono e quando scoprono, instancabili conoscitori e scopritori quali sono. Quell’ombra che tutte le cose mostrano quando il sole della conoscenza cade su di esse – anche quell’ombra sono io]
Nietzsche, Menschliches, Allzumenschliches II – Der Wanderer und sein Schatten (Umano, troppo umano II – Il viandante e la sua ombra; Introduzione).

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