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Vite indegne

Un uomo di 23 anni, Samuele Caruso, ha ferito a Palermo con un centinaio di coltellate la ragazza di diciotto anni che lo aveva lasciato e ha ucciso la sorella di lei, diciassettenne, che cercava di difenderla.
Eventi di questo tipo si ripetono con regolarità. Quali le ragioni? Possono essere numerose e diverse. Lo psichiatra Vittorino Andreoli parla di maschi insicuri e di gelosia patologica. Vero. Maschi resi tali -soprattutto nel Sud mediterraneo- anche dal mancato affrancamento dalla figura della madre. Molti sociologi e donne parlano di femminicidio. Vero anche questo.
Ma credo ci sia anche una motivazione di tipo educativo. Uno straordinario racconto di Friedrich DürrenmattIl figlio– narra di un padre che aveva allevato il figlio in solitudine «esaudendogli ogni desiderio». Quando il ragazzo quindicenne esce dalla villa dove aveva sino ad allora vissuto, torna «ventiquattro ore dopo a rifugiarsi dal padre, avendo brutalmente ucciso una persona che si era rifiutata di dargli da mangiare senza pagare» (Racconti, Feltrinelli 1996, pp. 13-14). La responsabilità è anche e soprattutto dei genitori, dei nonni, dei maestri, dei professori. Di tutti quegli adulti che, rispetto alla fatica che ogni negazione argomentata comporta, preferiscono la facile strada dell’accondiscendenza a ogni volontà e capriccio degli adolescenti. Quando un bambino e ragazzo riceve sempre -da coloro che dovrebbero educarlo- dei “sì” (non sia mai che il pargolo subisca dei “traumi”), è chiaro che poi non comprende come sia possibile che qualcuno, una coetanea ad esempio, gli possa dire di no. E scatta la reazione del bambino che pesta i piedi per ottenere il suo giocattolo.
Aveva e ha perfettamente ragione Giuliana Ukmar nel coniare la formula «Se mi vuoi bene, dimmi di no». Aveva ragione a stigmatizzare il «permissivismo esasperato» che induce a ritenere che « “volere” una cosa significa, automaticamente, averla. […] Se il risultato più patologico che emergeva dal rapporto con un padre-padrone era un figlio dalla personalità nevrotica, piena di fobie, il traguardo finale di una educazione di stampo permissivo è, invece, una personalità che sfocia nella psicosi. Gravissima, difficile da curare. Un ragazzo cresciuto senza regole, è in preda a quel delirio d’onnipotenza che lo indurrà a crearsi una realtà su misura». Un delirio che fa dei propri desideri il criterio assoluto del mondo e che quindi non tollera che una donna possa lasciarti.
Che cosa dovrebbero fare i genitori di due ragazze così massacrate? Aspettare che l’assassino esca di galera e catturarlo, torturarlo, spegnerlo. Che la vita umana sia “sacra” sempre e comunque è un’affermazione che reputo comica. Ci sono delle vite semplicemente indegne di essere vissute.

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Argomento troppo interessante per non intervenire. Personalmente penso che il mestiere del genitore è il più difficile di tutti; la mia povera mamma mi ha lasciato quando avevo solo due anni e, nonostante mio padre mi abbia lasciato dai nonni paterni che vivevano in un quartiere di Catania non certo raccomandabile, posso dire che ho cercato solo di seguire le strade che avevano una via di uscita.
Noi siamo artefici del nostro destino e siamo noi che dobbiamo pagare le conseguenze di eventuali errori del nostro cammino, non c’è scienza sociologica che possa spiegare un gesto così insano che si consuma in pochi attimi e si rovina la vita per sempre; non ci sono motivi validi perché un uomo debba decidere di fare smettere di far vivere un proprio simile. Psichiatri, sociologi, pedagogisti fanno dibattiti all’infinito dopo un fatto cosi agghiacciante.
Un genitore non dovrebbe mai vedere suo figlio finire la sua vita prima della propria. Solo quando l’uomo riuscirà a vivere senza uccidere per sua volontà, allora potrà dire che si è evoluto verso il suo simile.
Condoglianze alla famiglia di Lucia.
Filippo Scuderi

sono sostanzialmente d’accordo con l’amica (mi permetto) adriana b.

credo anch’io che ci sia un problema anche tipicamente «di genere», nel senso di una incapacità di trattenere gli istinti violenti

siamo stati tutti adolescenti, probabilmente tutti, a sedici anni, abbiamo odiato con tutta l’anima la ragazzina che ci ha scaricato per mettersi con quello più grande con la moto

ma dai pensieri un po’ tremebondi del ragazzino all’omicidio ce ne passa, la vita non è un video game

secondo me c’è bisogno di una figura educativa (il padre, la madre, chiunque abbia autorità sul ragazzo) che ponga degli argini netti, che magari aiuti a sfogare l’esuberanza con lo sport

un mio amico ha girato un film su una palestra di pugilato, dove si descrive bene come certi ragazzi, in quartieri «difficili», possano essere educati a incanalare la naturale esuberanza e aggressività in uno sport duro ma leale (puo’ sembrare retorico, ma è così)

caro alberto, certamente la madre è la chiave della nostra personalità, ma io, con l’amica p.c., vedo anche un problema tipicamente maschile (anche se esistono casi di bande femminili che mutuano lo stile delle bande maschili)

D’accordo sulla “forza del sentimento amoroso” che, però, non credo meno forte nelle une (le donne) che negli altri(gli uomini) e che, pertanto, non ho annoverato come motivo giustificante e che sarebbe, di fatto, discriminante. Senza contare che un amore omicida non è amore.

Allora si torna da capo: come mai la forza del sentimento amoroso produce (concorre a produrre) più omicidi e ritorsioni sulle donne che sugli uomini?

Mi riferisco a quanto si è visto finora e non postulo alcuna “parità” in questo senso che, come parità nel peggio, non sarebbe una conquista ma un ulteriore peggioramento di tutto il corpo sociale.

Lo so benissimo Professore che lei non intendeva fare riferimento alla pena di morte, era solo un mio pensiero.
Ma quando l’educazione da parte di un genitore o di un maestro o ancora dei nonni fallisce, e avvengono questi reati, come dovrebbero essere rieducate queste persone secondo lei? Sempre se esiste un modo per farlo.
La ringrazio in anticipo.

In «contro il ’68» è ben descritto questo problema. È un problema proprio educativo. Abituare il giovane uomo (*) al senso del limite, alla consapevolezza dover guadagnare con una certa fatica ogni bene di cui si usufruisce, alla consapevolezza del limite, è compito degli educatori: in primo luogo è il padre la figura centrale. Padri assenti, perchè assorbiti dal lavoro, sia esso la fabbrica o la tecnofinanza. Quindi la madre dilaga, e quella che dovrebbe essere la generatrice di dolcezza e sicurezza, diventa un utero angoscioso che non ti molla per tutta la vita. Il padre è fondamentale per i maschi, secondo me, perchè deve insegnare a dominare quella quota naturale di aggressività che appartiene al sesso maschile. Per questo rimpiango la scuola elementare dei miei anni lontani, dove c’erano tanti maestri uomini e non solo maestre troppo mamme. Il padre padrone se diventa un padre bancomat è ancora peggio.
Caro Alberto, mio maestro del sapere prediletto, scusami la ghirlanda di banalità che ho scritto, ma la penso proprio così.

(*) Vedi mito di Chirone, centauro saggio.

Vi sembrerà alquanto cinico il mio intervento, ma ritengo che, per quanto l’istituzione Chiesa e tutto il suo “staff” ci continuano ad imboccare (o almeno ci provano con chi è un pochino fragile di mente) che la vita sia un dono Sacro e che nessuno può decidere del suo corso, se non l’Altissimo; per converso io credo che alcune persone che riescono a stroncare la vita di altri esseri umani, non debbano beneficiare di questo dono.

E qui rispondo alla domanda che pone il Professore:
“Che cosa dovrebbero fare i genitori di due ragazze così massacrate?”
Io non sono mai stato fautore della pena di morte per due ragioni principali: la prima è quella che per lo stesso principio per cui nessuno può decidere della vita altrui, uno Stato non può macchiarsi di questa colpa; ma il motivo più profondo è che togliendo la vita al condannato si finisce per non dare un insegnamento a quest’ultimo.
Proprio per questi motivi sopra citati mi piacerebbe che queste persone fossero rinchiuse in carcere per il resto della loro vita (possibilmente in isolamento).
Quella per me è la pena più brutta che si può infliggere ad un uomo: rubargli la propria libertà per il resto dei suoi giorni.

Ma come sappiamo tutti, ci troviamo nel Paese dei Batman, dei bunga bunga, e delle mazzette; quindi nella peggiore delle ipotesi questo ragazzo si prenderà una condanna per omicidio preterintenzionale e una pena che va dai 10 ai 18 anni di reclusione (che per buona condotta finiranno per essere sicuramente 8 o 9).
E alla fine di questi anni di pensione a 3 stelle con tanto di televisore, servizi e persino sigarette (tutto a nostre spese ovviamente) lo Stato permetterà a questo ragazzo di reinserirsi nella Società come se non fosse successo mai nulla e di compiere nuovamente i più efferati reati.

Certo che è decisiva, per tutti e per diventare veramente persone, l’educazione al rifiuto, cioè a sentirsi rifiutare qualcosa, e all’accettazione della sofferenza: in pratica, l’educazione alla limitazione delle pretese (narcisistiche) dell’Io, la limitazione dell’egocentrismo e simili, l’accettazione della frustrazione. Qualità e inclinazioni che da adulti pochissimi esseri umani, credo, si possono dare da soli se non vi sono stati indirizzati da piccoli, senza contare che comunque “mettere dei paletti” a se stessi è incomparabilmente più difficile che metterli agli altri, qualunque sia l’educazione ricevuta.

Sta di fatto che, per molti maschi di svariate latitudini e culture, l’unico rifiuto da non tollerare per nulla e da punire sanguinosamente in senso letterale è quello che ricevono da una donna. La questione di fondo, educazione compresa, mi pare dunque una questione di genere.

Le mamme hanno una grande responsabilità sui gesti inconsulti dei figli maschi, li considerano più importanti delle figlie femmine,i padri hanno una grandissima responsabilità poiché delegano l’educazione dei figli alle mogli,la cultura patriarcale che imperversa ancora ci mette del suo, ora le cose stanno un po’ cambiando ma ci vorranno ancora molti anni prima che se ne vedano i risultati

Caro Alberto,
sono d’accordo con te. Sottoscrivo ogni tua dichiarazione, nonostante la consapevolezza della durezza di certe affermazioni. Ritengo la sofferenza d’amore uno dei dolori più terribili che possano colpire un essere umano. Come sai, io non sono d’accordo con la teoria che la sofferenza serva a qualcosa. Serve, sì, ma soltanto a comprendere che è meglio non soffrire più. Non è così per la sofferenza d’amore. Essa si configura come il dolore più intimo e straordinario che un essere umano possa vivere. Mette in contatto con la parte di sé più sacra e profonda; agevola l’autoconoscenza e l’autoconsapevolezza dei propri limiti e delle proprie virtù. Ha un tratto divino. Bacchico, direi. Quando entra, porta con sé una lucidità tale che il mondo diviene trasparente e i tuoi desideri chiarissimi. Una persona che non l’ha vissuta, semplicemente non ha vissuto, ma una persona che non è capace di accoglierla, compiendo lo scempio di cui in questi giorni si parla, semplicemente non è una persona. La ragione è quella che tu hai magistralmente -come al solito, direi- descritto e argomentato. Un sì è più facile e veloce di un no. Il rapporto che oggi si ha con i figli è il medesimo di quello che si ha con gli autobus. Si prendono al volo, si aspettano snervati, non si vede l’ora di scendere per far altro, se ne paga la corsa pensando che sia sempre troppo, si ritengono necessari ma fanno sempre soffocare, ci si sta ma mantenendo la distanza e non rivolgendo la parola a nessuno, se si parla è soltanto per qualche secondo e molto velocemente.
Un abbraccio,
Giusy

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