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Un’estetica teologica

Il Kouros ritrovato
Museo Civico di Castello Ursino – Catania
A cura di Sebastiano Tusa
Sino al 3.11.2019

«ἡ δὲ τῶν ἀνδριάντων ποίησις καὶ ἡ τῶν ἀγαλμάτων ἐργασία θέαν ἡδεῖαν παρέσχετο τοῖς ὄμμασιν». Una traduzione di queste parole di Gorgia (Encomio di Elena, § 18) fa da epigrafe alla mostra: «Il fare statue di eroi e costruire simulacri degli dèi procura agli occhi una dolce malattia»; altri traducono «offre agli occhi un gradito spettacolo». Lo spettacolo della bellezza fu la magnifica malattia dei Greci. Una bellezza che aveva e ha ben poco di ‘estetico’. Si tratta di teologia invece, si tratta della bellezza del divino. Il marmo pario delle loro statue è la materia sacra, è l’omaggio della ποίησις umana allo splendore della potenza, della luce, del sorriso.
Il κοῦρος di Λεοντῖνοι, il ragazzo di Lentini, ha finalmente ricomposto il proprio corpo, ha unito il torso acefalo conservato al Museo di Siracusa con la ‘testa apollinea’ del Castello Ursino. Presentando il Kouros a Palermo nel novembre del 2018, il compianto Sebastiano Tusa affermò che «le evidenze scientifiche confermano l’appartenenza dei due reperti a un’unica scultura e il loro ricongiungimento costituisce a tutti gli effetti un vero e proprio nuovo ritrovamento archeologico che arricchisce il patrimonio culturale della Sicilia».
Per alcuni mesi il Kouros ha abitato a Catania, da dove tornerà a Siracusa. La Sicilia ha quindi riguadagnato un dio, anche con l’aiuto di tecnologie d’avanguardia che dal calco in gesso hanno condotto alla ricostruzione digitale attraverso analisi petrografiche e geochimiche, accurati studi anatomici, indagini diagnostiche su ogni centimetro dell’opera, la sua riconfigurazione estetica e l’assemblaggio finale.
Il risultato è un dio che ci guarda dalla distanza del suo orizzonte, dalla potenza del suo corpo, dal segreto della sua materia. Questo è il destino degli dèi. Quando civiltà barbariche come quella dell’ebraismo che proibisce le immagini, delle correnti cristiane iconoclaste, dell’islam distruttore di idoli, saranno arrivate alla loro fine, quando esse imploderanno sull’assurdità teoretica e sulla miseria estetica che le intessono, allora accadrà come al κοῦρος di Lentini: gli dèi riappariranno dalla terra e dal tempo. Tranquilli, ironici, saggi, filosofi, belli.

Libano

L’insulto
di Ziad Doueiri
Libano, 2017
Con: Kamel El Basha, Adel Karam, Rita Hayek,  Christine Choueiri, Camille Salame
Trailer del film

Un’elegante città mediorientale, Beirut, e un piccolo e ospitale Paese, il Libano, sono stati per quindici anni -dal 1975 al 1990- teatro di una guerra devastante e feroce come può esserlo una guerra civile. Lo scontro tra musulmani e cristiani fu implacabile, moltiplicato dall’orrore perpetrato con la complicità dell’esercito di Israele del generale e ministro Ariel Sharon. In Libano i segni di quell’odio non sono certo dissolti.
Riaffiorano infatti nella vicenda di Yasser, un ingegnere palestinese che fa il capo cantiere, e di Toni, un militante cristiano maronita. Il pretesto è un tubo rotto e un insulto qualsiasi, che si dilata poi all’etnia, alla religione, alla vita. Sino ad arrivare in tribunale e diventare un caso politico che coinvolge anche il presidente libanese.
I due personaggi testimoniano in modo profondo la dolorosa memoria che li pervade per essere stati vittime e carnefici da bambini e da adulti; esprimono l’orgoglio che rende impossibile il perdono quando a essere toccata è l’essenza stessa di una persona; mostrano la violenza dei monoteismi contrapposti tra di loro che rendono Allah e la Trinità cristiana delle entità di sterminio.
I tribunali daranno la loro sentenza ma nel frattempo qualcosa è accaduto nelle azioni e nell’interiorità di Yasser e di Toni, un bisogno di conciliazione che va anch’esso al di là delle esplicite volontà di ciascuno. Perché, come afferma uno dei personaggi, «nessuno ha il monopolio della sofferenza» dentro la specie composta da «miserabili, che simili a foglie una volta si mostrano / pieni di forza, quando mangiano il frutto dei campi, altra volta cadono privi di vita» (Iliade, XXI, 464-466, trad. di Giovanni Cerri).

Animalità

La mattina di venerdì 18 maggio 2018 parteciperò a un Convegno su Bioetica Ambiente Alimentazione con una relazione dal titolo L’animale non esiste. Il Convegno si svolgerà il 17 e 18 maggio nel Coro di Notte del Dipartimento di Scienze Umanistiche di Catania e proseguirà il 19 maggio con un’escursione sull’Etna.

Il mio intervento sarà incentrato sulla necessità di salvare la differenza rispetto a ogni identità assoluta, salvare i politeismi rispetto alla tracotanza dei monoteismi, salvare le spiegazioni difficili rispetto a quelle semplici, salvare la polifonia rispetto al canto solitario e monocorde dell’umano. Contro il monoteismo dell’identità, di qualunque identità, reclusa in se stessa e chiusa all’intero, l’animalità è Differenza, è il campo materico nel quale siamo tutti identici in quanto tutti animali e tutti differenti in quanto animali diversi tra di loro.

 

La bellezza del molteplice

Che cos’è la vita umana? Che cos’è la vita in generale? È una parte della materia universale che acquisisce caratteristiche di metabolismo, omeostasi, percezione, reazione. E affinché tali funzioni possano essere utili all’organismo vivente è necessario non spezzare la continuità tra la materia organica -che tali funzioni possiede in vari gradi- e la materia inorganica. Ritenere che una piccola parte della materia organica -l’animale umano- abbia dei privilegi ontologici ed etici significa ignorare l’essenziale, ignorare il limite. Ignoranza che si esprime in modo completo nei monoteismi abramitici, i quali ritengono che un Dio persona, e quindi totalmente antropomorfico, sia ontologicamente separato dalla materia, l’abbia prodotta per un inspiegabile -vista l’autonomia del Dio- atto di volontà e abbia posto uno dei suoi elementi come padrone e signore di tutto il cosmo, vale a dire di ciò su cui nessuna parte del pianeta Terra può minimamente influire.
L’implausibilità e l’ingenuità di simili concezioni risultano evidenti a chiunque abbia un minimo di oggettività teoretica; è altrettanto evidente il narcisismo umano che tali concezioni ha generato e continua a tenere in piedi.
Molto diverse sono le prospettive animistiche, politeistiche, panteistiche. Esse infatti, pur partendo sempre e inevitabilmente dalla prospettiva umana, cercano di cogliere con maggiore misura ed esprimere con più equilibrio la struttura olistica che intrama tutti gli enti e li rende reciprocamente dipendenti. Ciò che Diego Infante afferma del buddismo vale infatti per l’animismo, il paganesimo mediterraneo, l’induismo: la consapevolezza della «impermanenza di tutte le cose, la loro caducità e fragilità, il loro perire e ritornare alla natura» (Diego Infante, La ragione degli dèi. La bellezza del molteplice e la dittatura dell’unico, italic & pequod 2015, p. 116).

infanteL’originale nucleo di questo libro consiste pertanto non nella contrapposizione ma nel convergere di razionalismo europeo e spiritualità orientale «in una prospettiva di superamento della scissione dualistica soggetto-oggetto, o almeno di una sua limitazione ad opera dell’antica phronesis dei Greci, in modo da contenere quell’eccesso di individualità che si esprime nel delirio narcisistico del proprio ego, ormai sempre più smisurato e illimitato» (98). In maniera assai chiara vi si afferma infatti che «l’unico modo oggi per tornare ad approcciarsi al sacro è passare attraverso la ragione» (8) e che bisogna «invertire decisamente la rotta verso una prospettiva maggiormente olistica, valida e necessaria anche alla luce, piaccia o no, degli imprenscindibili e intramontabili lumi della ragione» (18).
La fecondità filosofica dei politeismi consiste anche e soprattutto nella loro capacità di coniugare il molteplice degli enti -compresi gli enti divini- con il monismo olistico, nel porre a fondamento di tutto una Identità plurale permeata della ricchezza della Differenza. Dualismi, idealismi, materialismi vengono così oltrepassati perché l’essere non è il due di soggetto/oggetto, non è l’uno separato dall’intero ma è l’uno molteplice che accoglie in sé l’energia, la massa, la vita, il pensiero, il sacro.
Questo è lo spirito naturaliter religioso della specie umana. Esso si è espresso per millenni nelle forme  rituali, dottrinarie, cultuali più diverse. Su di esso si è poi innestato con forza dirompente e di fatto distruttiva il principio abramitico dell’esclusione, del primato di una forma religiosa su tutte le altre. «È solo con il monoteismo abramitico che si spezzano del tutto i rapporti tra l’uomo e il cosmo» (25). Bibbia e Corano costituiscono dunque la radice della desacralizzazione del mondo e della sua distruzione per opera di una parte che si è proclamata signora e padrona del mondo, immagine dell’unico Dio. Ebraismo, cristianesimo e islam sono intrinsecamente totalitari -la loro storia lo dimostra ampiamente- proprio perché partono dalla «riduzione del molteplice alla dittatura dell’unico» (30). Ne conseguono gli elementi comportamentali tipici di ogni gerarchizzazione totalistica, di «un approccio aggressivo, maschilista, dogmatico, omofobo e sessuofobico» (97).
Vi è un’enorme distanza tra l’ossessione sessuofobica cristiana (oggi temperata) e islamica (tuttora violentissima verso le donne e il piacere) e i templi di Khajuraho, nei quali eros e gioia vedono il loro trionfo nella pietra. «Shiva […] non è infatti raffigurato esclusivamente da un’immagine antropomorfica: oggetto delle offerte dei fedeli, nella parte più interna e sacra del tempio, è la forma aniconica di Shiva, ovvero una pietra fallica (linga), spesso inserita in un’altra di forma tondeggiante, simbolo della vagina femminile (yoni), che insieme vanno a costituire un Tutto dove i due principi, maschile e femminile, complementari e interdipendenti, rappresentano la fonte della vita» (107).
Anche per tali ragioni mi sembra contraddittorio l’uso polemico che in questo libro si fa di categorie come materia e animalità. Nel primo caso si può capire che l’obiettivo critico è il ‘materialismo consumistico’ che dall’Occidente invade il mondo e distrugge culture. Il secondo, invece, rimane incomprensibile, soprattutto quando si parla di riduzione dell’uomo «alla sua componente animalesca e istintuale» (55). Animalità e umanità non sono due strutture contrapposte ma costituiscono espressioni diverse della stessa sostanza.
Assai più convincente è il discorso quando si paragona l’angoscia bulimica e la devastazione ambientale degli attuali padroni del mondo -gli Stati Uniti d’America, permeati di calvinismo- all’equilibrio individuale e collettivo che caratterizza l’esistenza di popoli come i Sami (in Scandinavia) e i Kalash (in Pakistan), i quali hanno conservato sino a oggi forme, costumi, credenze pagane e vivono quindi in equilibrio con le risorse naturali e con l’alterità non antropica. Tra queste comunità «l’ego individuale si dissolve nel Tutto organico delle forze cosmiche primordiali in continuo divenire» (129). Gli USA, invece, sono nati da un «consumo indiscriminato del territorio lasciato in condizioni di verginità dai nativi e distrutto man mano sotto i colpi delle accette a partire dai primi coloni puritani. Essi intendevano eliminare il ritmo ancestrale e dionisiaco della foresta, che nella loro accezione costituiva l’istintualità e la barbarie contro cui si scagliavano, forti di una rivelazione divina da esportare in nome del bieco utilitarismo antropocentrico della sua morale» (51).
La proposta culturale e politica che emerge da questa ricerca è dunque condivisibile e certamente anticonformista rispetto agli schemi geopolitici ossessivamente ribaditi dal mainstream mediatico. È infatti «necessario riposizionare il baricentro culturale altrove, al di là dell’Atlantico, e precisamente tra un’Europa razionalistica e un oriente spirituale, complementari e interdipendenti» (54).

Anarchismo e paganesimo

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Anarchismo e paganesimo
in «Nel nome di nessun dio – Libertaria 2016»
a cura di Luciano Lanza
(Mimesis Editore, 2016, pp. 250)
Pagine 132-151

Pdf del testo

«Il paganesimo costituisce, nella varietà delle sue espressioni storiche che vanno dall’Oriente e dal Mediterraneo antichi sino ai politeismi polinesiani e africani, una forma nella quale l’umano esplica la propria tensione verso l’intero, prima di ogni dualismo e oltre ogni speranza»

«Vorrei togliere al mondo il suo carattere straziante»


Riprendo qui sotto un testo che avevo pubblicato nell’aprile del 2011. Lo faccio per varie ragioni: di ciò che vi scrissi sono sempre più consapevole; il Giubileo voluto dall’attuale pontefice ha per tema la ‘misericordia’ e anche di questo si parla nelle poche righe di questa riflessione; ho pensato a queste parole in occasione di un funerale al quale ho partecipato pochi giorni fa.
Il celebrante ha ricordato, infatti, che il Cristo sarebbe «il nostro fratello maggiore che si è sacrificato per noi davanti al Padre». Al cospetto di tali affermazioni -incomprensibili da ogni punto di vista: etico, ontologico, logico, teologico, esistenziale- penso, ancora una volta, che una divinità onnipotente e buona (qualunque cosa significhi questa parola) non elimina la finitudine ma certamente cancella il dolore. Non si immerge in esso dicendo: “Vedete? Ho fatto soffrire tremendamente mio Figlio. E quindi anche voi dovete accettare il dolore che vi tormenta”. Che salvezza è questa? Piuttosto, un Dio afferma: “Ecco, tolgo ogni dolore dal mondo, perché sono un Padre e voglio la gioia di tutti i miei figli, prediletti e no”.
In una lettera a Heinrich von Stein dei primi di dicembre del 1882 Nietzsche affermò di volere «liberare l’esistenza umana da ciò che essa ha di straziante e di crudele» (Epistolario, Vol. IV 1880-1884, Adelphi, 2004, p. 270). E in un coevo frammento postumo scrisse: «Vorrei togliere al mondo il suo carattere straziante» (Frammenti postumi 1882-1884 – Parte Prima, in “Opere”, vol. VII/1, parte II, Adelphi 1982, fr. 4[34], p. 110).
Se questo è il sentimento di un umano -con tutte le sue miserie e limiti- come fa a non essere il sentimento di una divinità che può tutto e che, se lo volesse, potrebbe rendere perfetto l’Essere eliminando da esso ogni sofferenza?

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Sono il padre. So che gli esseri umani soffrono ogni giorno per le ragioni più diverse. So che crudeltà, malattia e abbandono scandiscono la vita di tutti coloro che nascono. Sono anche onnipotente. Potrei trovare non una ma innumerevoli soluzioni che pongano immediatamente fine al fiume di dolore che avvolge le creature viventi. Ma invece di provvedere con un gesto autenticamente divino a cancellare il dolore dal cosmo, mando il mio figlio prediletto a patire, a essere seviziato, a morire asfissiato e sanguinante in una delle più atroci torture. Dopo lo faccio risorgere, ma l’universale sofferenza continua come se niente fosse accaduto.

È incredibile come questa orribile storia che ha per protagonista una delle più cupe divinità mai concepite -l’ebraico Jahweh- venga associata a parole quali “amore” e “misericordia”. Un padre che agisce in questa maniera se è davvero onnipotente è anche sadico; se non riesce a porre rimedio in altro modo, allora è uno di coloro che l’antica gnosi chiama “arconti”, divinità inferiori, demiurghi incapaci. Un amore onnipotente genera la gioia, non moltiplica sofferenze e crocifissi.

Massacri

Una immensa allucinazione collettiva. Questo è la società dello spettacolo nel XXI secolo. In essa può accadere che una sola immagine cancelli il significato di milioni di altre simili, diventando uno strumento di ciò che l’immagine stessa dice di combattere. Il bambino che alcuni mesi fa è stato trovato morto annegato sulle spiagge turche ha monopolizzato sentimenti comprensibili ma parziali, nascondendo milioni di vittime delle guerre scatenate dall’imperialismo finanziario che mai si riposa nella sua ansia distruttiva. È infatti «difficile trovare nella memoria qualche traccia di una altrettanto viva partecipazione emotiva alla sorte di quel milione di bambini che, a detta di organizzazioni collegate all’Onu, sono deceduti per le conseguenze dirette o indirette (prima di tutto l’embargo esteso a medicine e generi alimentari) della guerra a suo tempo mossa dagli Stati Uniti d’America e dai loro alleati-vassalli all’Iraq» (M.Tarchi, in Diorama letterario, n. 326, p. 1). Quanti sono soliti criticare i ‘populismi’ per il loro parlare ‘alla pancia e non alla testa’ utilizzano a man bassa immagini come quella del bambino annegato, in modo da indurre a loro volta a pensieri e atteggiamenti che nulla hanno di razionale e argomentato. Tanto è vero che molti altri bimbi sono morti allo stesso modo ma di essi lo spettacolo non ha parlato. Le medesime immagini, infatti, se ripetute annoiano, non fanno vendere giornali, non inducono al ‘mi piace’ sui social network.
Gli organi di informazione poco o nulla dicono dei bambini greci ridotti alla fame e alla miseria dalle politiche criminali e usuraie della Troika, le quali sono state criticate da due premi Nobel per l’economia -Stiglitz e Krugman-, i quali ritengono che l’economia ellenica «sia crollata non malgrado, bensì a causa delle misure di austerità che le sono state imposte in maniera tanto assurda quanto criminale» (A. de Benoist, ivi, p. 25). La Grecia è l’esempio più chiaro della violenza totale che l’oligarchia finanziaria esercita cercando «di prendere il controllo della politica degli stati al fine di governare  senza i popoli, smantellare i servizi pubblici ed annullare le acquisizioni sociali. […] Quando la crisi è scoppiata, gli stati si sono indebitati a loro volta per salvare le banche, il che ha trasformato il debito privato in debito pubblico. […] Ci si è comportati come se l’aiuto prestato alla Grecia fosse andato ai greci, quando invece è andato essenzialmente ai loro creditori, permettendo così alle banche più esposte di ricapitalizzarsi per il tramite dello stato greco» (Ivi, pp. 24-25).
Tutto questo, lo sterminio di intere società ed economie da parte di oligarchie senza scrupoli, avviene in un’epoca che moltiplica il linguaggio ‘politicamente corretto’ (sino a farne un dogma) e ciancia a ogni passo di diritti dell’uomo. Il fatto è che «la morale dei ‘diritti dell’uomo’ non è altro che un travestimento degli interessi finanziari» (Ivi, p. 11).
Le potenze che blaterano di diritti umani, le potenze che poi sono pronte a sospendere tali diritti quando vengono direttamente attaccate -come sta succedendo in questi giorni a Parigi e come accadrà ancora-, sono le stesse potenze che hanno invaso e distrutto i regimi arabi laici dell’Iraq, della Libia, della Siria, sono dunque le stesse potenze che all’inizio hanno creato e finanziato organizzazioni come l’Isis, poiché -afferma Richard Labéviere- «la lotta contro il terrorismo genera milioni di posti di lavoro nelle industrie dell’armamento, della comunicazione ecc. Il terrorismo è necessario all’evoluzione del sistema capitalista, che si riconfigura in permanenza gestendo la crisi. […] L’Isis non viene quindi sradicato, ma tenuto in vita» (Ivi, p. 12).
I massacratori dello Stato islamico sono degli immondi fanatici che portano alle più radicali ma legittime conseguenze la logica costitutiva di ogni monoteismo esclusivo ed escludente, la logica biblica e coranica, come succede da due millenni. I massacratori dell’Isis sono il frutto delle guerre e dei servizi segreti di quegli stessi stati i cui cittadini inermi sono poi alla mercé di organizzazioni violente e di assassini che non esisterebbero se l’espansionismo anglosassone e francese non li avesse creati, come di fatto li ha creati. Gli stati servi delle strutture finanziarie internazionali stanno agendo come degli apprendisti stregoni, che evocano potenze oscure ed estreme, senza poi essere in grado di controllarle. Le prime responsabili dei massacri sono quindi le classi dirigenti che hanno tradito gli interessi dei loro popoli e si sono poste al servizio dell’internazionalismo finanziario. Gli assassini di Parigi sono il braccio armato del terrore di questi stati e di tali organizzazioni economiche. I massacratori di Parigi costituiscono una magnifica occasione per militarizzare i territori e reprimere così ogni dissenso.
La storia delle società umane non è mai stata un esempio di giustizia e di pace e tale continua a rimanere anche nell’epoca -il nostro presente- che dice di essere libera e democratica. Ancora una volta, «la terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura» (Horkheimer-Adorno, Dialettica dell’illuminismo, Einaudi 1997, p. 11).

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