Blog Sulla Teoria critica

Sulla Teoria critica

Potenza e limiti della Teoria critica
in Dialoghi Mediterranei
Numero 48, marzo-aprile 2021
Pagine 478-487

Indice
-Adorno e Horkheimer, la dialettica
-Adorno, la potenza
-Adorno, i limiti
-Marcuse, l’utopia
-Lo spettacolo, la realtà, il simulacro

La Teoria critica è un segno negativo di resistenza assai più che un’apertura totalistica verso il Sole dell’avvenire. La scrittura di Adorno è essa stessa un segno della irriducibilità del suo pensiero a ogni ovvietà, alla strumentalizzazione del semplice, alla complicità con la preponderanza del numero. Uno dei suoi meriti maggiori consiste nel vedere la barbarie che pulsa al cuore del sentimentalismo moderno, dell’umanesimo antropocentrico, dell’adulazione verso le masse, del culto per il semplice. Tutti elementi, questi, nei quali «un umanesimo radicale porta con sé la minaccia latente  dell’imperialismo della specie, il quale ritorna infine a perseguitare le stesse relazioni umane».
Dialettica dell’Illuminismo non è soltanto un classico della sociologia filosofica del Novecento ma è anche una sorta di avviso sempre vivo su come sia possibile che dalle migliori intenzioni, da una razionalità senza incertezze, si possa generare una tonalità individuale e collettiva che conduce a forme politiche fortemente autoritarie, ai fascismi, alle tecnocrazie neoliberiste.
La dimensione dialettica che pervade anche la riflessione di Marcuse rivela subito la dinamica hegeliana della contraddizione che oltrepassa lo stato di cose esistente verso esiti tra loro diversi. La stessa Ragione che può liberare dal bisogno e dal male può anche asservire a nuovi bisogni, a nuovi mali. Per Marcuse il filosofo non è un medico, non ha il compito di guarire gli individui ma ha il dovere di comprendere il mondo in cui essi vivono, capire la realtà che hanno costruito. E però la filosofia non sorge sul far del crepuscolo, non si limita a prendere atto del reale. Il fatto stesso di comprenderlo è l’inizio del superamento. Questa dimensione propulsiva del sapere è per Marcuse assente da posizioni come quelle neopositiviste e analitiche, nello scientismo riduzionistico e nelle filosofie del linguaggio che si limitano a consacrare il dominio dei luoghi comuni.
Per parafrasare Horkheimer e Adorno, la terra tutta virtuale splende all’insegna di sventurata realtà. La vita è diventata riproduzione di figure dietro e dentro le quali non si dà nulla se non la perpetuazione del dominio di chi possiede gli strumenti della rappresentazione rispetto a chi non li detiene.
Baudrillard sintetizza tali dinamiche della politica contemporanea nella formula dura ma efficace «della leucemizzazione di tutta la sostanza sociale: sostituzione del sangue con la linfa bianca dei media». Coinvolti in questa leucemizzazione, i partiti e i sindacati “rappresentanti dei lavoratori” sono in realtà diventati i loro nemici e il segno monetario si disconnette «da qualsiasi produzione sociale: esso entra allora nella speculazione e nell’inflazione illimitata». È esattamente quanto sta accadendo negli anni Venti del XXI secolo.

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La ringrazio molto Professore.

Gentile professore,
non so se Habermas possa entrare nell’argomento del suo saggio. Ho appena letto “Ermeneutica e critica della ideologia” e la discussione lì aperta non sembrerebbe destinata ad una conciliazione delle parti. Mi sembra, però, degna del massimo interesse. Al di là di Habermas, Marcuse rivolge alla filosofia neopositivista e alle filosofie del linguaggio (Austin e Wittgenstein) le medesime riserve mosse dalla Ermeneutica del profondo (Come lei ha riportato: “Questa dimensione propulsiva del sapere è per Marcuse assente da posizioni come quelle neopositiviste e analitiche, nello scientismo riduzionistico e nelle filosofie del linguaggio che si limitano a consacrare il dominio dei luoghi comuni”; “Contro Austin e Wittgenstein, per i quali il pensiero «lascia tutto come si trova»).
Mi incuriosisce, allora, la sua affermazione, fatta a proposito delle parole di Debord: “il costruzionismo e l’ermeneutica mostrano la propria natura libertaria e più anarchica di qualunque ideologia realista, progressista e politicamente corretta”.
Mi chiedo se si tratta dell’ermeneutica gadameriana o di una forma corretta in senso critico. Non credo tuttavia che lei intenda fondare l’ermeneutica al modo richiesto da Habermas e Apel, sull’idea cioè di una ‘verità’ misurata sull’accordo idealizzato e non autoritario, raggiunto nella comunicazione illimitata, dunque su un modello ‘vero’ di comunicazione e di società.
È forse sufficiente l’interpretazione di Gadamer, che ritiene la novità fondata necessariamente sulla tradizione? La riflessione, per Gadamer, “confronta ciò che di fatto è in vigore con altre possibilità, di modo che si può rifiutare l’esistente in favore di altre possibilità…” (p. 87). Egli rivendica a sé, forse giustamente, la critica emancipatrice: “Grazie a questa riflessione io non sono più privato della mia libertà ma posso liberamente decidere della fondatezza o infondatezza della mia precomprensione, sia pure solo imparando ad acquisire una nuova comprensione di cose viste attraverso lo schermo dei pregiudizi” (p.91). Ciò significa, come si dice subito dopo, che i pregiudizi possono subire una trasformazione: “la forza inarrestabile dell’esperienza è infatti quella di sviluppare continuamente una nuova precomprensione da ogni informazione che ci giunge” (p.91).
Non so se il testo collettivo che ho citato sia al suo posto all’interno del suo saggio, certo i temi da lei toccati sono di grande interesse e cercherò di approfondirli seriamente, come sempre affidandomi, se è possibile, alla sua guida.

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