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Tempo / Cinema

Youth – La giovinezza
di Paolo Sorrentino
Italia, Francia, Svizzera, Gran Bretagna, 2015
Con: Michael Caine (Fred Ballinger), Harvey Keitel (Mick Boyle), Rachel Weisz (Leda Ballinger), Paul Dano (Jimmy Tree), Madalina Diana Ghenea (Miss Universo), Alez MacQueen (L’emissario della regina), Jane Fonda
Trailer del film

youthDue anziani artisti -un musicista e un regista- vivono il loro crepuscolo in modi assai diversi tra le montagne svizzere, nello spazio verticale dove il primo dice di aver rinunciato a ogni ulteriore creazione, il secondo -invece- sta preparando il suo film testamento. In un doloroso chiasmo, il finale inverte i loro destini. Il musicista eseguirà ancora «l’opera della propria leggerezza», il secondo sarà accompagnato dall’intero suo passato -che gli appare nelle fattezze delle sue tante attrici- verso L’ultimo giorno di vita, come recita il titolo del progettato film.
Youth è infatti un’opera sul cinema e sul tempo. Le heideggeriane estasi del tempo –ciò che ha da venire, l’essente stato, il presente- vengono continuamente pronunciate. E in questo modo il film diventa una dolente metafora dell’andare degli anni, della memoria incarnata della giovinezza. Opera profonda, visionaria, luminosa. Forse con troppi finali ma anche con un notevole coraggio. Come Kubrick, Sorrentino è un regista epico, è un artista eccellente nella scelta e nell’intreccio di scenografia, montaggio e musiche. La particolare dimensione esistenziale dei suoi protagonisti aleggia dentro l’opera d’arte. È dominante, perché tema unico del film, ma anche dominata dall’intera creazione cinematografica; è come se dominasse da lontano. Mi sono trovato coinvolto nel ritratto drammatico e tenero dei personaggi ma con una certa distanza. Alla fine, infatti, a contare è il cinema in quanto tale.
Molto diverso dalla Grande Bellezza, Youth è opera interiore e quasi decadente, mentre la precedente era barocca e dionisiaca. Ma la poetica è la stessa: è la pura forma, è il colore, è il labirinto del sogno umano. E soprattutto è una meditazione sull’andare inesorabile degli anni, degli istanti, del tempo. Un andare che solo le emozioni, la bellezza, l’opera possono salvare. Una costante malinconia pervade Youth, come se «anche gli eventi più desiderati fossero guardati da un luogo dell’abbandono; guardati con commozione, come se fossero già perduti prima ancora che accadano, mentre accadono e una volta accaduti» (Lucrezia Fava). Il tempo, il cinema. La loro finzione diventa la più radicale delle verità, diventa un’«ermeneutica della fatticità» (Martin Heidegger).

4 commenti

  • Lucrezia Fava

    3 Luglio, 2015

    Caro Prof. Biuso,
    con i suoi commenti approfondisce e chiarisce i miei. Anche per questo la ringrazio. Il legame strutturale del corpomente con il proprio spaziotempo è il fondamento stesso di una distanza intesa come misura fenomenica del nostro potenziale, come sentimento di ciò che possiamo ancora fare e non più fare, di ciò che prima o dopo nel tempo e nello spazio ci interessa, ci riguarda, ci avvolge e coinvolge, ci sottrae al vuoto di ogni isolato io -insieme avvertendo ma anche trascendendo l’attrito fisico e le cordinate convenzionali del dato.
    A presto, lf

  • Luca Ruaro

    2 Luglio, 2015

    Adoro Sorrentino, e anche questa volta ho trovato qui una delle recensioni più profonde e illuminanti… Grazie!

  • agbiuso

    2 Luglio, 2015

    Cara Lucrezia,
    sono io che la ringrazio per le sue riflessioni così attente e rigorose sul film.
    Quanto ha scritto mi sembra molto significativo, in particolare per il modo nel quale coniuga lo spazio e il tempo in questa frase:
    “Vivere nella distanza e vivere il corso irreversibile degli eventi sono la stessa cosa. La distanza misura il tempo di esistenza delle cose da cui si è distanti, indica l’estensione e l’intensità della cerchia di possibilità rispetto all’oggetto con cui si è in relazione, il significato che esso può avere o non avere nella propria vita.”
    Le sue parole aiutano infatti a comprendere che non siamo soltanto corpomente ma siamo anche e soprattutto dei luoghi spaziali e degli istanti temporali in continuo movimento. È tale movimento/divenire a costituire il fondamento ontologico dell’avventura umana come materia consapevole di esserci.

  • Lucrezia Fava

    2 Luglio, 2015

    Caro Professore Biuso,
    la ringrazio molto per avermi citata. Anche se nate e pensate in un contesto differente, le mie parole sulla malinconia mi sembra si inseriscano bene all’interno del suo testo, dimostrandosi quindi di carattere generale -di questo sono contenta. D’altra parte condivido per intero la sua analisi. La dimensione esistenziale dei protagonisti è come se dominasse a distanza. E anch’io mi sono trovata coinvolta nel ritratto dei personaggi con una certa distanza. Questa contraddistingue tanto la posizione dello spettatore rispetto alla vita dei protagonisti, quanto la relazione dei protagonisti con la loro personale vicenda esistenziale. A orientare lo sguardo di tutti, a presiedere gli eventi e il loro spettacolo, è infatti la percezione del tempo come finitudine esistenziale, è la consapevolezza di un’inesorabile perdita. Vivere nella distanza e vivere il corso irreversibile degli eventi sono la stessa cosa. La distanza misura il tempo di esistenza delle cose da cui si è distanti, indica l’estensione e l’intensità della cerchia di possibilità rispetto all’oggetto con cui si è in relazione, il significato che esso può avere o non avere nella propria vita. Quanto più ristretta e fragile è tale cerchia, tanto maggiore è la malinconia. Youth, avendo per tema gli anni di vita, il diverso potenziale che siamo e di cui disponiamo, mi è apparso una magnifica raffigurazione di tutto ciò -in conclusione, della necessità temporale a cui sottostanno gli eventi, da cui dipendono i significati e grazie a cui la vita giunge a compimento diventando storia, narrazione.
    Grazie ancora della citazione,
    un caro saluto,
    Lucrezia

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