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Allievi

Lo dico spesso: molti siciliani in generale, e numerosi studenti in particolare, possiedono un’intelligenza che probabilmente è il risultato genetico e antropologico di una millenaria e plurale stratificazione storica.
Tra gli allievi che ho la fortuna di avere avuto e di avere ancora a Catania, tale intelligenza diventa operativa, che per dei filosofi significa la capacità di studiare, pensare, scrivere, pubblicare.
Mi fa quindi piacere segnalare alcuni dei testi usciti nel 2021 a firma di studiosi delle cui tesi di laurea e di dottorato sono stato o sono relatore. È un nutrito elenco e temo di aver dimenticato qualche pubblicazione (vi chiedo eventualmente di segnalarmi le omissioni e integrerò la pagina, che spero serva anche come archivio collettivo). Molti di questi studiosi hanno pubblicato anche negli anni precedenti; notizie sul loro lavoro si trovano in questo sito o in altre pagine della rete.
Alcuni articoli sono apparsi sul numero 26 di Vita pensata che ha come data «Gennaio 2022» ma che è uscito da pochi giorni ed è stato preparato e redatto nell’autunno del 2021. Quasi tutti i titoli presentano un link andando al quale è possibile leggere i testi.

 

Daria Baglieri

Nicoletta Celeste

Sarah Dierna

Lucrezia Fava

Elvira Gravina

Simona Lorenzano  

Enrico Moncado

Andrea Pace Giannotta

Enrico Palma

Stefano Piazzese

Noemi Scarantino

Davide Tuzza

Lucrezia Fava su Animalia

Lucrezia Fava
Il limite è condizione delle forme di esistenza (il manifesto, 18.11.2020, p. 11)
Animalia (Vita pensata, n. 23 – novembre 2020)

In questi due testi Lucrezia Fava ha inserito con lucida vivacità Animalia all’interno del mio percorso teoretico, mostrandone continuità e radici, offrendo un quadro coerente e completo del libro. Di ampiezza diversa ma di pari profondità, le due riflessioni si possono leggere, oltre che in pdf, anche nei siti delle rispettive testate:
Il limite è condizione delle forme di esistenza | il manifesto
Animalia | Vita pensata

«La superficie, lo strato più sottile di Animalia, contiene una sintesi filosofica dei principali risultati prodotti in ambiti di ricerca più o meno recenti. Sensismo, biologia, emergentismo, psicologia della Gestalt hanno ridato vita, senso, centralità al corpo e all’unità del corpomente. Darwin “ha mostrato il comune fondamento bio-ontologico di ogni specie” (40), ovvero come tutte le specie viventi si adattino all’ambiente in cui risulta possibile la loro esistenza e come tutte presentino un proprio processo ontogenetico e filogenetico in risposta a fattori ambientali specie-specifici. L’etologia, l’ecologia, la paleoantropologia confermano che per definire il profilo umano è necessario studiare le analogie tra la nostra animalità e quella delle altre specie, quindi i processi tipici della vita animale nel suo rapporto con l’ambiente. La rivoluzione del DNA arcaico, oggetto dell’archeogenetica, ha dimostrato che Homo sapiens è una specie ibrida proveniente dagli incroci genetici tra Sapiens e Neanderthal, perciò potrebbe essere opportuno raggruppare anche gli esseri umani in razze diverse. L’ermeneutica filosofica di Heidegger, spiegando come la nostra identità consista nell’essere coscienti che il tempo è fondamento e limite universale di tutti gli enti, anche dell’ente umano, implica che non possiamo trovare alcuna giustificazione ontologica per le diverse gerarchie che noi stabiliamo tra gli enti. […].
Al contrario, una visione lucida, realistica, fondata della natura umana riconosce in essa, insito nelle sue stesse dinamiche, il rischio del fallimento. In quanto umani, siamo destinati alla possibilità del fallimento, cioè della rovina irrimediabile della nostra specie – rovina che trascina con sé, in qualche misura, altre realtà con cui Homo sapiens è in rapporto. Trovandoci in questa condizione ontologica, possiamo sì, frenare la caduta e imparare a rialzarci, ma non possiamo eliminarla e assicurarci la perfezione di un’esistenza senza limite, senza finitezza, senza corruzione, senza l’angoscia e il dramma per ciò che, inevitabilmente, ci manca».

Lucrezia Fava e F.W. von Herrmann sulla Gnosi

Il Giornale di Metafisica, una delle più importanti riviste europee di filosofia, ha pubblicato una densa intervista di Lucrezia Fava a Friedrich-Wilhelm von Herrmann sulla questione della Gnosi nel pensare di Martin Heidegger.
Di Heidegger il Prof. von Herrmann è stato segretario personale ed è il curatore della Gesamtausgabe. Il significato delle sue risposte è ben sintetizzato nell’abstract del testo:

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The paper presents my interview with Professor Friedrich-Wilhelm von Herrmann on the relationship between Heidegger and Gnosis. Von Herrmann’s answers offer an overview of Heidegger’s entire line of thought, and in particular, the question of Being. The question of Being is analysed in two main ways in which it develops: the transcendental-horizontal way and the ontological-historical way.
The issue of gnosis is placed and discussed in detail within the complex Heideggerian context. Von Herrmann rules out that Heidegger is a Gnostic thinker. However, he admits that a Gnostic interpretation of certain themes is possible, provided that a precise definition of gnosis is given and explained.
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Il tedesco assai complesso di von Herrmann è stato tradotto da Lucrezia Fava con rigore linguistico e intelligenza ermeneutica. Il testo si chiude con una Nota nella quale l’autrice parla appunto della traduzione, ricapitola genesi e significato dell’intervista, accenna al luogo nel quale von Herrmann la accolse a Freiburg, uno spazio che «si apriva su un paesaggio mozzafiato, così soverchiante che mi sembrò d’essere in una nicchia per scrivere e pensare appesa tra il cielo e gli alberi».

Filosofia a Taormina

Domenica 1.12.2019 alle 11,00 nel riscoperto e restaurato Odéon romano di Taormina l’Associazione Studenti di Filosofia Unict e il Parco Archeologico di Naxos-Taormina organizzano un incontro dal titolo La filosofia. Come conquistarla e non lasciarla più.
In quanto membro dell’Associazione sarò tra gli interlocutori di una conversazione nella quale cercheremo di mostrare perché la filosofia è condizione, premessa e sostanza del profondo gaudio che può intridere la vita umana. Questa è infatti la breve presentazione dell’evento:
«La filosofia è una scienza unitaria e molteplice, è un sapere che va conquistato con la calma e la lentezza del pensiero. In un’epoca storica, la nostra, in cui la velocità e la frenesia guidano l’esistenza di ogni individuo, la filosofia con la sua potenza e il suo splendore oppone resistenza. Come conquistarla dunque? Come lasciarsi prendere dallo stupore e dalla meraviglia per la conoscenza?».

«La necessità dell’imprevisto»

Sul numero 18 di Vita pensata (Febbraio 2019) Lucrezia Fava conduce un rigoroso «itinerario nel mito gnostico» (pagine 26-37), nella sua complessità, nel suo significato.

«In tale contesto il mondo appare una negatività assoluta: qualcosa che c’è e non dovrebbe avvenire giacché non vi è alcuna giustificazione per la sua essenza malvagia. L’unico regno legittimo infatti è quello del Pleroma, necessitato dalla sua stessa natura divina a esserci. Eppure anche l’esistenza del mondo è a suo modo necessaria: l’ignoranza e l’errore di Sophia, la crisi interna al Pleroma, lo scarto delle passioni al di fuori del Pleroma, in breve gli antecedenti all’origine del mondo secondo il mito, sono eventi inevitabili nel processo emanativo del Principio, dato che si tratta di un processo deterministico. La cosmogonia delineata dai testi gnostici è la distribuzione del tutto attraverso un processo evolutivo, degenerativo e ricostitutivo che risponde fedelmente al Λόγος di Dio; da Dio tutto si dispiega e di Dio tutto va mostrando le forme, la struttura e la dinamica secondo necessità. L’avvento del mondo, allora, va inteso come la necessità dell’imprevisto» (p. 33).

 

Fava sui Seminari di Heidegger

Lucrezia Fava, mia allieva e dottoranda in Scienze dell’Interpretazione, ha pubblicato sulla rivista Koiné una recensione/saggio dedicata ai Seminari svolti da Heidegger negli anni Sessanta.
Il testo comincia con queste parole: «La passione di Heidegger per la grecità, in particolare per le prime radici della teoresi greca, va in cerca di ogni possibile riferimento di quest’antico pensiero alla questione dell’essere; quasi rincorre i suoi riferimenti mentre osserva come convergano verso lo stesso luogo, al quale Heidegger desidera arrivare per dimostrare l’originarietà e la meta della propria filosofia: l’eventuarsi dell’essere come commune présence di enti molteplici, differenti e perduranti».
Si tratta dunque di un testo teoretico che affronta in modo puntuale il plesso di temporalità e ontologia in un libro nel quale il pensare heideggeriano giunge a compimento.

Λόγος, linguaggio, tempo
Dai seminari heideggeriani di Le Thor
in Koiné, anno XXV – 2018
pagine 241-250

Tempo / Cinema

Youth – La giovinezza
di Paolo Sorrentino
Italia, Francia, Svizzera, Gran Bretagna, 2015
Con: Michael Caine (Fred Ballinger), Harvey Keitel (Mick Boyle), Rachel Weisz (Leda Ballinger), Paul Dano (Jimmy Tree), Madalina Diana Ghenea (Miss Universo), Alez MacQueen (L’emissario della regina), Jane Fonda
Trailer del film

youthDue anziani artisti -un musicista e un regista- vivono il loro crepuscolo in modi assai diversi tra le montagne svizzere, nello spazio verticale dove il primo dice di aver rinunciato a ogni ulteriore creazione, il secondo -invece- sta preparando il suo film testamento. In un doloroso chiasmo, il finale inverte i loro destini. Il musicista eseguirà ancora «l’opera della propria leggerezza», il secondo sarà accompagnato dall’intero suo passato -che gli appare nelle fattezze delle sue tante attrici- verso L’ultimo giorno di vita, come recita il titolo del progettato film.
Youth è infatti un’opera sul cinema e sul tempo. Le heideggeriane estasi del tempo –ciò che ha da venire, l’essente stato, il presente- vengono continuamente pronunciate. E in questo modo il film diventa una dolente metafora dell’andare degli anni, della memoria incarnata della giovinezza. Opera profonda, visionaria, luminosa. Forse con troppi finali ma anche con un notevole coraggio. Come Kubrick, Sorrentino è un regista epico, è un artista eccellente nella scelta e nell’intreccio di scenografia, montaggio e musiche. La particolare dimensione esistenziale dei suoi protagonisti aleggia dentro l’opera d’arte. È dominante, perché tema unico del film, ma anche dominata dall’intera creazione cinematografica; è come se dominasse da lontano. Mi sono trovato coinvolto nel ritratto drammatico e tenero dei personaggi ma con una certa distanza. Alla fine, infatti, a contare è il cinema in quanto tale.
Molto diverso dalla Grande Bellezza, Youth è opera interiore e quasi decadente, mentre la precedente era barocca e dionisiaca. Ma la poetica è la stessa: è la pura forma, è il colore, è il labirinto del sogno umano. E soprattutto è una meditazione sull’andare inesorabile degli anni, degli istanti, del tempo. Un andare che solo le emozioni, la bellezza, l’opera possono salvare. Una costante malinconia pervade Youth, come se «anche gli eventi più desiderati fossero guardati da un luogo dell’abbandono; guardati con commozione, come se fossero già perduti prima ancora che accadano, mentre accadono e una volta accaduti» (Lucrezia Fava). Il tempo, il cinema. La loro finzione diventa la più radicale delle verità, diventa un’«ermeneutica della fatticità» (Martin Heidegger).

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