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Idoli

IDOLI Il potere delle immagini
Venezia – Fondazione Giancarlo Ligabue
Sino al 20 gennaio 2019

La Fondazione Giancarlo Ligabue di Venezia è uno dei luoghi pulsanti della paleontologia contemporanea. La sua mostra più recente è dedicata ad alcuni oggetti splendidi e inquietanti, trovati in vari luoghi del Mediterraneo e del Vicino Oriente. Sono piccoli artefatti che raffigurano la forma umana nei suoi legami con il Tutto.
Penisola Iberica, Sardegna, Cicladi, Cipro, Anatolia, Egitto, Iran, Margiana, Battriana hanno concepito, costruito, venerato idoli fatti di una geometria che è ordine nello spazio e successione nel tempo. Idoli che esprimono il sacro, il simbolico, la donna, l’assoluto, le potenze della vita e della morte, del qui e dell’altrove.
È nota ed è impressionante la somiglianza e continuità tra queste opere e gran parte dell’arte del Novecento, in particolare Giacometti, Modigliani, Picasso, Haring.
Nelle figure umane a forma di violino risuona un’armonia silenziosa e potente. Nelle figure dimorfiche il fallo e la vulva mostrano la struttura unitaria e androgina dei corpi, dalla quale è forse nato il racconto di Aristofane nel Simposio. Altre figure ibride fondono l’animale umano e gli altri animali: uccelli, bovini, tori in particolare.
In qualunque modo siano fatti si tratta di oggetti seducenti, nei quali il nucleo arcaico, ancestrale, apotropaico della bellezza si mostra già come integritas, simmetria e claritas.
Un testo in mostra afferma che sono opere «sempiterne nel tempo e nello spazio». È vero. Sono infatti idoli, parola pagana per eccellenza, odiata da ebrei, cristiani e islamici. E dunque una parola pulita, profonda, universale, capace di attraversare i millenni ed essere ancor viva.

Bellezza

Giovedì 6 dicembre 2018 alle 16,00 nell’Aula magna del Liceo Classico Capizzi di Bronte (CT) terrò una lezione pubblica Sulla bellezza.
La forza del bello è la potenza della forma. Questo non vuol dire che l’arte sia un gioco. È anche un gioco ma nel suo carattere ludico esprime la sostanza stessa delle società e degli umani. Il discorso sul bello -l’estetica- è una sfera nella quale la filosofia conferma la propria natura di ontologia universale e fenomenologica; nella quale dunque l’enigma del mondo si manifesta e splende.

Libri

La casa dei libri
(The Bookshop)
di Isabel Coixet
Spagna – Gran Bretagna – Germania, 2017
Con: Emily Mortimer (Florence Green), Bill Nighy (Mister Brundish), Patricia Clarkson (Violet Gamart), Honor Kneafsey (Christine), James Lance Milo North
Trailer del film

I libri. Lui glieli leggeva sorridendo, poesie soprattutto. Ma è morto in guerra. Rimasta sola, Florence decide di acquistare una casa abbandonata in un paesino e lì vivere in mezzo ai libri, vendendoli alla comunità. Ma a ostacolare il suo progetto, il suo sogno, è una donna ricca, elegante e ripugnante, formalissima e feroce, abituata a controllare la vita di tutto il borgo e di ciascuno dei suoi abitanti. Ad aiutare Florence sono un vecchio lettore misantropo e una ragazzina saggia e vivace. Forze profonde ma impari rispetto al potere che Miss Violet è in grado di porre al proprio servizio, dall’amministrazione comunale al Parlamento londinese.
Ci sono molti modi di mettere al rogo i libri: i primi a farlo in modo sistematico furono i cristiani, seguiti poi da ogni altro nemico della libertà, sino al nazismo, sino al Sessantotto. Anche in questo film i libri vanno al rogo. Non a caso uno dei volumi più significativi presenti nella libreria di Florence è Fahrenheit 451 di Ray Bradbury.
Chi disprezza i libri disprezza la gentilezza, la misura, l’intelligenza, il senso.
I libri, geroglifico e tessuto di segni.
I libri, oggetto perfetto nella sua semplicità, funzionalità, durata.
I libri, le passioni, le equazioni, i versi, la razionalità, l’invenzione.
I libri, il canto dell’umano dentro il mondo.
I libri, la memoria, il significato, il nuovo.
I libri, la bellezza.
I libri, la gloria.
In omnibus requiem quaesivi et nusquam inveni nisi in angulo cum libro.
Chi offende i libri offende il senso.
Chi offende i libri mi offende.
Li passo in rassegna, i miei begli amici sempre in piedi. Tutti uguali e tutti diversi.
I libri. Guardarli, toccarli, pensarli, mi offre una sensazione di perennità. Come se da quel tessuto di scoperte, di concetti e di parole venisse finalmente al divenire un senso. Un silenzioso senso. Anche questo è  in loro meraviglioso. Stanno zitti e quieti sino a che non li fai parlare. E quando apro le loro pagine dicono inventano spiegano mentono registrano scherzano annoiano descrivono piangono e spremono dalla carta il succo. Quel succo mi ha sempre inebriato, quel succo mi ha salvato.
I libri, scrittura dolorosa, anima di poesia, uccello senza terra, castello incantato.

Dea del Tempo

Ho messo a disposizione su Dropbox il file audio (ascoltabile e scaricabile sui propri dispositivi) della terza lezione dedicata a Proust, da me svolta al Disum di Catania il 20 aprile 2018.
Aggiungo qui le diapositive che ho utilizzato in questa occasione. Scorrendo le immagini/testo e ascoltando l’audio, spero si possa cogliere la potenza della scrittura di Marcel Proust, della sua arte, della dimensione cosmogonica e sacra delle parole che raccontano l’illusione suprema che sempre ci spinge verso l’Altro. L’oggetto amato è figura del Dio, in lui cerchiamo la Grazia, in lui ci sentiamo redenti. Abbiamo bisogno di tanto in tanto di trarre dalla specie una persona che diventa lo splendore che ci salva, che ci regala la gioia.
La Recherche è la notte dell’esistenza in un libro figlio del silenzio. È l’Adoration perpétuelle. È la Gloria.

«Del resto, le amanti che più ho amate non hanno mai coinciso con il mio amore per loro […] Quando le vedevo, quando le udivo, non trovavo nulla in loro che somigliasse al mio amore e potesse spiegarlo. Eppure, la mia sola gioia era di vederle, la mia sola ansia di aspettarle […] Sono incline a credere che in questi amori (lascio in disparte il piacere fisico che d’altronde s’unisce abitualmente a essi ma non basta a costituirli), sotto l’apparenza della donna, ci rivolgiamo in realtà alle forze invisibili accessoriamente unite a lei, come a oscure divinità. È la loro benevolenza a esserci necessaria, è il loro contatto quello che cerchiamo, senza trovarvi nessun piacere vero».
Marcel Proust, Sodoma e Gomorra, Einaudi 1978, pp. 560-561

«Di per sé lei è meno di niente, ma nel suo essere niente c’è, attiva, misteriosa e invisibile, una corrente che lo costringe a inginocchiarsi e ad adorare una oscura e implacabile Dea, e a fare sacrificio davanti a lei. E la Dea che esige questo sacrificio e questa umiliazione, la cui unica condizione di patrocinio è la corruttibilità, e nella cui fede e adorazione è nata tutta l’umanità, è la Dea del Tempo. Nessun oggetto che si estenda in questa dimensione temporale tollera di essere posseduto, intendendo per possesso il possesso totale che può essere raggiunto con la completa identificazione di soggetto e oggetto. […] Tutto ciò che è attivo, tutto ciò che è immerso nel tempo e nello spazio, è dotato di quella che potrebbe essere definita un’astratta, ideale e assoluta impermeabilità».
Samuel Beckett, Proust, SE 2004, pp. 41-42.

Seconda lezione su Proust (6.4.2018)

Innamorato

Ho inserito su Dropbox il file audio (ascoltabile e scaricabile sui propri dispositivi) della seconda lezione dedicata a Proust, da me svolta al Disum di Catania il 6 aprile 2018.
Ho tentato di disegnare la cattedrale, il gelo, la bellezza, il sacro, l’amore, il tempo, la vibrazione, la scrittura, la gioia.
La natura temporale dell’amore fonda la logica tragica del desiderio.
Insignificanza, volgarità, nullità costituiscono la condizione naturale dell’Altro. È soltanto il desiderio di possedere il suo corpotempo fatto di eventi e di memorie, assai più che il semplice corpo fatto di organi e tessuti, a trasfigurarlo nella favolosa e insondabile meta della nostra passione.
Irraggiungibile meta.
Meta foriera di angoscia, gettata nell’attesa, intessuta di gelosia, fatta di ricordi.
Questo è il lavoro della mente amorosa, l’incessante attività di un’ermeneutica della diffidenza che nessuna certezza potrà mai conseguire poiché tale sicurezza ha come condizione l’intero temporale nel quale l’Altro distende il proprio corpo negli anni.
La vita appare in tal modo per quello che è in se stessa e agli occhi della Gnosi: un paradiso perduto, dal quale una qualche entità aberrante e maligna ci ha gettati nel tempo. E sta qui una delle ragioni per cui l’universo di Proust è senza morale, veramente al di là del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto.
Per Proust la via d’uscita, l’unica, non è etica né psicologica. È la scrittura.
La scrittura ci libera dal dolore dei giorni e dei sentimenti per trasfigurare giorni e sentimenti nella parola soteriologica, nella parola che salva, che è gloria, che dà la gioia.
La Recherche può non piacere, si ha diritto a che non piaccia. Bisogna allora lasciarla.
La Recherche non può essere un’amica ma soltanto un’amante.
Quelle che ho balbettato sono le parole di un innamorato.

Terza lezione su Proust (20.4.2018)

Proust

Per alcuni allievi della Scuola Superiore di Catania terrò un breve corso (tre lezioni) dedicato alla Recherche, aperto a chiunque fosse interessato all’argomento.
La prima lezione si svolgerà venerdì 16.3.2018 nella stanza 259 del Dipartimento di Scienze Umanistiche di Unict, dalle 15 alle 17.30.
Condurremo una lettura trasversale della Recherche a partire da alcuni temi:
Letteratura e filosofia
Proust filosofo
L’umano come dispositivo di memorie e di oblio.

À la recherche du temps perdu è una galassia esplorabile all’infinito, la sua struttura «a nebulosa» (Deleuze) ne permette un’infinita interpretazione. Ogni sua lettura è quindi una sorta di riscrittura, di vita rinnovata dell’Opera. Anche la filosofia è un infinito intrattenimento con alcune delle domande fondamentali dell’esistenza: l’esserci, il tempo, la bellezza, l’amore, la verità, la morte.
Tra l’opera di Marcel Proust e la filosofia i legami sono costitutivi, profondi, illuminanti.

Arroyo e il Cardinale

Eduardo Arroyo. Le retour des croisades
Bilbao – Museo de Bellas Artes
Sino al 9 aprile 2018

Il museo de Bellas Artes di Bilbao addensa la bellezza dai Greci al XXI secolo. Mostra la geometria dei fiamminghi, il dolore e le ingenuità dei cristiani, ben rappresentate dalle Lacrime di San Pietro di Murillo (1650). Con Los cambistas (, 1546) sintetizza in un quadro l’essenza del capitalismo finanziario.

C‘è anche un Martirio di Sant’Agata del 1578 e due El Greco: San Francisco e Anunciación. Un’intera sezione è dedicata ad Arcimboldo, accompagnato dalle architetture di Bernardo Bellotto. Intrigante è il percorso di Joaquin Sorolla (1863-1923) dal realismo popolare all’impressionismo e alla liberazione della forma.
L’espressionistico e disincantato Cardenal (1912) di Ignacio Zuloaga è forse quanto di più ‘spagnolo’ abbia visto a Bilbao. Sono presenti, giustamente, molti artisti baschi.
Tra le opere contemporanee, di grande interesse il Syntagma vegetales di José Àngel Lasa (2015) -capace di esprimere su una grande parete l’unione dell’Intero attraverso il contatto e il ritmo di rami d’arancio- e il Mirror (1971) di Francis Bacon, nel quale è aggrovigliata e liberata tutta la deforme potenza della forma che rende sommo questo artista.
Nella mostra temporanea dedicata allo sviluppo dell’incisione, della litografia, dell’acquaforte –Más allá del negro– Equipo Crònica rivisita l’Entierro del Greco, Bacon mostra il suo genio anche in una sola opera e ovunque dominano divertimento e colore.
Sino al 9 aprile 2018 si potrà visitare la mostra dedicata a Eduardo Arroyo. Le retour des Croisades, piena di ironia, cromatismi, critica politica, paradigmi e archetipi. Parodia però che diventa a volte sterile e banale. Mi sono, invece, sembrate riuscite e significative Don Juan Tenorio, la Lotta di Giacobbe con l’angelo, Il ratto di Europa, Balzac e le sue opere e El retrato de Dorian Gray.


L’opera più coinvolgente di Arroyo è Le retour des croisades (2017), una sintesi della Spagna contemporanea, che ha al centro la grande citazione del quadro di Zuloaga Víctima de la fiesta (1910) e lo circonda di colori, di terre, di simboli, di ribellione, di tenacia e di amarezza.

Dal lutto e dalla gloria

Attilio Scimone / La memoria della terra
in
Gente di fotografia
Anno XXIII, n. 68, agosto 2017
Pagine 56-61

«Tra le erbe, i silenzi, i graffi e le onde si staglia finalmente la bellezza. La bellezza per antonomasia, la bellezza paradigma, la bellezza che ci turba, ci avvolge, ci vince e fa felici. La bellezza della donna. Multiverso le raccoglie, queste donne. Le raccoglie mentre sinuose avanzano coi tacchi dentro il grano o elegantissime sembrano supplicare la loro stessa pacata gloria. Le raccoglie mentre posano distanti dallo sguardo e dal desiderio del fotografo e mentre avvolte nel nero arcaico di Sicilia si accingono a riempire di sé i luoghi, la pellicola, le voglie, la memoria»

Pdf del testo
English version

Strade sonore

Yo-Yo Ma e i musicisti della via della seta
(The Music of Strangers: Yo-yo ma and the Silk Road Ensemble)
di Morgan Neville
USA, 2015
Con: Yo-Yo Ma, Kinan Azmeh, Cristina Pato, Kayhan Kalhor
Trailer del film

L’esistenza umana è così poca cosa rispetto all’intero che qualunque sia l’itinerario che in essa percorriamo rimangono strade senza fine intorno a noi e dentro di noi. Un artista, un filosofo, uno scienziato, sono persone che cercano di esplorare quante più vie possibili al proprio cammino.
Il violoncellista Yo-Yo Ma è stato un bambino prodigio e ha ottenuto un successo planetario ma non ha cessato di incuriosirsi, saggiare nuove forme, percorrere sentieri inediti. L’esperimento forse più riuscito è il Silk Road Ensemble, un gruppo di musicisti dalle provenienze più disparate e dagli strumenti più inconsueti -la pipa e lo sheng cinesi, la cornamusa galiziana, il kamancheh persiano, oltre e insieme agli archi e ai fiati europei-, i quali si ritrovano periodicamente in diversi luoghi del pianeta e suonano ovunque. Il risultato è la Bellezza. Una bellezza che va oltre le divisioni politiche, oltre il dolore, l’esilio, la solitudine che molti di questi artisti hanno subìto nelle loro esistenze. Una bellezza che come una goccia di olio buono lenisce le ferite del mondo e trasmette ancora e sempre la danza dionisiaca della vita.
Il film di Morgan Neville non è un documentario, è un racconto coinvolgente che con maestria stilistica mostra le forme e il significato del Silk Road Ensemble, è un’opera che penetra nel cuore sempre pulsante della musica umana.

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