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La trasparenza totalitaria

Pinto. La betise- valutazione e governo della conoscenzaLo scorso 14 maggio 2015 alla Scuola Superiore di Catania si è svolto un incontro molto interessante con la Prof. Valeria Pinto (Università Federico II di Napoli), dedicato al tema della Valutazione. Pinto ha iniziato col dire che mentre preparava l’intervento -dal titolo programmato La bêtise: valutazione e governo della conoscenza– le è sembrato necessario fare un passo indietro e concentrarsi sul nesso valutazione/trasparenza. Tema cui, dopo il libro del 2012 Valutare e punire, ha dedicato uno dei suoi saggi più recenti e più profondi: Trasparenza. Una tirannia della luce, pubblicato nel volume collettaneo Genealogie del presente. Lessico politico per tempi interessanti (a cura di F. Zappino, L.Coccoli e M. Tabacchini, Mimesis 2014). Ha quindi proposto come titolo più adeguato La moneta della conoscenza. Trasparenza e valutazione nella Entrepreneuerial University.
Ho cercato di riassumere per il Bollettino d’Ateneo dell’Università di Catania le linee fondamentali di un intervento che non ha voluto soffermarsi sugli aspetti semplicemente tecnologici della valutazione ma si è incentrato sulla sua sostanza concettuale e politica. L’articolo è stato pubblicato sul numero del 19.5.2015.

9 commenti

  • Pasquale D'Ascola

    25 Maggio, 2015

    Certo ho capito, oh mio scherzoso; preciso che per singoli contro masse, intendo dire contro una massa, intesa in senso fisico non quantitativo, di potere, più densa della roccia. Ma è un roccia friabile forse. Podemos lo dimostra?
    Tanti cari saluti.

  • diegod56

    24 Maggio, 2015

    scherzavo caro Pasquale, e pensavo proprio a Jung, ma non osavo scriverlo

  • Pasquale D'Ascola

    24 Maggio, 2015

    @ diego
    Sciocchino e generoso Diego la mia genìa, ha già dato da un pezzo e a 63 anni genererei mostri genetici. Ammesso di avere gli spermatozoi sufficienti e non dovere ricorrere al cialis.
    Peraltro, non mi pare fuga. Èranos esiste dal 1933. SI occupa d’altro, all’insegna del pensiero di Jung, ma ospita convegni, incontri tra menti. Mitico sì e nutro un prudente scetticismo sulla fattibilità. Ma nulla vieta. Il difetto della rete è che sì, fa incontrare, ma è una illusione. Certo tu dici della trincea dura della realtà. Certo che bisogna battersi e rischiare di proprio. Certo con l’esempio. Certo. Lo facciamo tutti da queste pagine. Si è però poco men che singoli contro masse generalmente. Anche questo fa riflettere, non trovi. Un abbraccio P.

  • diegod56

    24 Maggio, 2015

    No, Pasquale, è bellissimo, ma è una fuga. Le parole dal vivo dalla tua intelligenza, il lago, il confine, tutto meraviglioso. Ma è una fuga. Devi stare lì, a rompere le p. dove sei a chi non capisce. Il pensiero libero certo non ha bisogno di timbri, bolli, crediti, ma dove resistere ovunque, nella trincea più dura della realtà. Comunque questo posto di libero pensiero sul lago è già di per sè una cosa mitica. Pasquale, non se ne abbia la tua signora, ma cerca di giacere con quante più donne fertili ti sono bendisposte, la tua genìa è troppo preziosa per non esser copiosa e abbondante.

  • Pasquale D'Ascola

    24 Maggio, 2015

    Bon, nulla da aggiungere Alberto. È così. Vengo da un penoso scontro su temi analoghi a quello dei crediti.
    Ti ringrazio che ti interessi l’idea. Da lì al progetto ce ne corre. Però. Se ti piace ne riparleremo e, per quanto mi riguarda, vedrò se è possibile impiantarlo.
    Un abbraccio P.

  • agbiuso

    24 Maggio, 2015

    Caro Pasquale,
    se intravedi anche solo una minima possibilità di realizzare sul lago un progetto come questo, io sono a disposizione.
    Aggiungo che cerco di attuare anche qui dove sono “una libera universitas inutilis”. Lo faccio, ad esempio, rifiutando di attribuire anche un solo CFU (Crediti Formativi Universitari) alle iniziative che organizzo in ambito universitario a Catania, al di fuori dei corsi istituzionali. Gli studenti che vogliono venire a dialogare, con me o con altri, debbono farlo in modo disinteressato, per il gusto di imparare e non per raccogliere i bollini universitari.
    Non ho quindi le folle che hanno altri colleghi. Folle di studenti non tutti, diciamo così, interessati ai contenuti ma piuttosto ai crediti.

    Crediti è naturalmente termine del lessico bancario. Ma è vicino a credenza, alla fede da riporre negli imbonitori e negli ideologi della società dello spettacolo, alla quale si vuole ridurre anche l’apprendimento, la scienza, la filosofia.
    In poche parole, ci troviamo di fronte a dei barbari devastatori del pensiero.
    Che si vestano in giacca e cravatta, che possiedano anche lauree, che sfoggino linguaggi di settore tanto più astrusi quanto più vuoti, non riesce a nascondere la loro identità di brutali analfabeti.
    Il termine e il concetto di credito formativo sono stati introdotti in Italia anche per l’entusiastica volontà del ministro Luigi Berlinguer, esponente dell’allora Partito Democratico di Sinistra (o qualcosa di analogo). Nel mio libro sul Sessantotto (II edizione, p. 161) ho ricordato un’affermazione del Luigi Berlinguer del 1976, il quale -insieme ad altri- parlava della necessità di agire “contro la scuola”. Ne parlava con presupposti ideologici diversi da quelli attuali ma poi è quello che ha realizzato da ministro. I soggetti che lo hanno via via sostituito al Ministero -Brichetto Moratti, Gelmini, Profumo, Carrozza, Giannini- sono stati e continuano ad essere d’accordo con la linea devastatrice di Berlinguer.

  • Pasquale D'Ascola

    24 Maggio, 2015

    La necessità di una Aufbruch prima che tutto sia zerbrochen. Ho letto stamane miei cari, articoli e commenti, con disagio e quasi come all’ascolto di una diagnosi competente, risolutoria, cui non si sia arrivati prima, pur avendo intuito di una patologia le connessioni sintomatiche.
    Con Boezio però e per non sentirmi troppo male mi pare che sia il tempo di porre rimedi, dopo i lamenti. Capisco altresì che questo non luogo che è il blog di Alberto, sia già una cathedra del virtuoso inutile. Il pensare diffuso, libero, politeistico. Faccio un balzo in avanti.
    Perché non fondare un centro, sul modello di Eranos direi, una libera universitas inutilis, che non rilasci diplomi, che non imbrigli, una università anarchica. Un luogo dove si possa incontrare, ascoltare, dire, studiare, o semplicemente, starci. Un luogo dove si diffonda l’esercizio di un saper sapere gratuito, bello, di belle menti ostacolo al diluvio che ci aspetta; in tutta evidenza se non agiamo. Un luogo vicino e al di là dei confini, lo situerei di rigore al nord, qui a Lecco, o proprio ai limiti, Chiavenna, TIrano… Lo chiamerei Tyche forse. Ma il nome conta e non conta. Si può fare, volendo, le difficoltà non sono poche. Mi metto a disposizione con la mia mente che ha capacità di organizzare. Bah, loro scusino lo sfogo. E lo tengano segreto. P.

  • agbiuso

    24 Maggio, 2015

    Caro Dario,
    hai inteso e interpretato perfettamente il contenuto della relazione che Valeria Pinto ha svolto a Catania. È esattamente come dici tu: gli organi di governo e di amministrazione stanno vedendo “coronare il sogno millenario dell’esercizio di un controllo capillare e immediato e, con esso, la sconfitta delle resistenze condotte dalle periferie dei sistemi agli ordini impartiti dai centri di potere”.

    Ne consegue, come ancora scrivi, che “la resistenza a una simile tirannia non potrà quindi più declinarsi nelle solite modalità tipiche della tradizione controriformistica italiana, rendendo cioè norme e circolari governative delle grida spagnole largamente inascoltate, ma dovrà a propria volta razionalizzare e radicalizzare le proprie procedure di resistenza e di lotta, creando un’egemonia culturale e politica che sia davvero in grado di restituire ai cittadini una capacità di autodeterminazione ora del tutto assente”.

    Ho voluto riprendere questi due passaggi del tuo testo perché costituiscono la sintesi più efficace e corretta di ciò che ho cercato di dire e che Valeria ha approfondito così bene.
    La “razionalizzazione” di cui giustamente parli non è più il progetto di liberazione dell’Illuminismo ma quello di incatenamento dei corpi collettivi alle procedure loro imposte, è la razionalizzazione descritta in modo persino profetico da Max Weber.
    Grazie davvero per questo tuo intervento.

  • Dario Generali

    23 Maggio, 2015

    Caro Alberto,

    l’analisi di Pinto e la tua sintesi sono largamente condivisibili e mi pare che affrontino la questione in modo profondo, cogliendo gli aspetti essenziali che stanno alla base e rendono possibili queste procedure, una volta del tutto impensabili senza gli strumenti informatici.
    Pinto dice benissimo che le procedure finiscono per assumere, nella insensibile cogenza dei format e della necessità di soddisfare le richieste poste dal sistema per accedere agli scarsi finanziamenti disponibili, modelli di comportamento ai quali ci si adatta quasi senza comprendere l’enorme violenza insita in questa etero direzione condotta dagli establishment politici ed economici.
    Con l’informatica governi e poteri forti sembrano essere riusciti a coronare il sogno millenario dell’esercizio di un controllo capillare e immediato e, con esso, la sconfitta delle resistenze condotte dalle periferie dei sistemi agli ordini impartiti dai centri di potere. La trasparenza viene quindi esercitata non, come sarebbe auspicabile, a vantaggio dei governati e verso le azioni e i comportamenti dei governanti, ma, realizzando una tirannia assoluta come mai prima d’ora era stato possibile anche solo pensare, dai governanti verso funzionari e cittadini non più in grado di azioni di resistenza passiva e di boicottaggio nascoste verso norme non condivise e spesso liberticide. Il potere ha così compiuto un significativo salto di qualità nella razionalizzazione delle sue strutture e nella sua capacità di veicolare la catena del comando sino al livello capillare dei funzionari che operano a diretto contatto con i cittadini, con il venire meno di tutte quelle resistenze e dispersioni che ne avevano sempre limitato gli eccessi e la perdurante volontà di sottomissione del corpo amministrativo e sociale.
    La resistenza a una simile tirannia non potrà quindi più declinarsi nelle solite modalità tipiche della tradizione controriformistica italiana, rendendo cioè norme e circolari governative delle grida spagnole largamente inascoltate, ma dovrà a propria volta razionalizzare e radicalizzare le proprie procedure di resistenza e di lotta, creando un’egemonia culturale e politica che sia davvero in grado di restituire ai cittadini una capacità di autodeterminazione ora del tutto assente.
    Un caro saluto.
    Dario

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