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Archetipo / Altero / Ascetico

Il volto del ‘900. Da Matisse a Bacon. Capolavori dal Centre Pompidou
Palazzo Reale – Milano
Sino al 9 febbraio 2014

Brancusi_Musa_addormentata_1910I “fatti” non hanno alcuna autonomia ontologica ma assumono senso –e quindi per noi si verificano, li vediamo, li viviamo- solo in un ambito di rilevanza situazionale, in un contesto fenomenologico ed esistenziale che è sempre superiore alla somma dei singoli enti, eventi, cose. Una faccia -l’insieme di fronte, occhi, orecchie, zigomi, naso, labbra, mento- non è ancora un volto. E neppure uno sguardo lo è. Lo sguardo, infatti, è l’intenzione comunicativa di una faccia. Il volto è l’interpretazione / costruzione che della faccia e dello sguardo fa chi la osserva. Una faccia è atomistica, separabile in parti. Un volto è l’intero.
Bacon_Michel_Leiris_1976Di questo intero la pittura ha da sempre cercato il segreto. E soltanto la pittura e la grande fotografia possono in effetti riuscire a coglierlo. Il volto archetipo, silenzioso e perfetto della Musa addormentata (Brancusi, 1910) si distende in un sogno orizzontale fatto di luce e di oro, di forme sobrie e perfette, di una calma che dura. Il volto altero, vissuto, dinamico di Michel Leiris (Bacon, 1976) sembra moltiplicarsi a ogni istante; sembra ripetere le sue forme in un qualche altrove appena scoperto; sembra sezionarsi, frangersi, tornare come le onde di un oceano di figure. Il volto ascetico, materico, immerso di Asaku Yanaihar (Giacometti, 1956) colma lo spazio e riempie il tempo come una sacra icona, simulacro venerato da un’umanità diventata ologramma, che in essa riverisce il proprio capostipite.
Il volto del Novecento -e oltre- che questa mostra documenta e testimonia ha tolto al soggetto tutto il peso Giacometti_Asaku_Yanaihar_1956sciocco del suo narcisismo individuale e di ceto, lo ha frantumato nelle discariche della materia, lo ha letteralmente distrutto, per restituirgli però una sacralità completa e inquietante di fronte alla quale vien fatto di sostare come davanti all’immagine di un dio.

 

3 commenti

  • agbiuso

    2 Febbraio, 2014

    Hai certamente ragione, caro Diego. Anche la centralità comunicativa del volto umano e non umano, come quasi tutto il resto, ha il suo fondamento nello sviluppo filogenetico.
    Saper decifrare/interpretare le espressioni di un essere vivente è fondamentale per chi vuole vivere e sopravvivere.

  • diegod56

    1 Febbraio, 2014

    Mi sovviene, leggendo questa bella recensione della mostra che ha per tema, appunto, il volto, il bel libro di Vallortigara dal titolo «cervello di gallina» ed. boringhieri mi pare. In effetti, caro Alberto, il volto è un elemento visivo già presente a livello filogenetico, essendo dimostrato come nei pulcini è già presente il riconoscimento d’una forma a tre punti (due occhi stilizzati ed in mezzo un becco o un naso). Pare irresistibile l’attrazione che questo volto stilizzato esercita sui simpatici neonati di gallina. Penso dunque che un volto ci attrae, ci inquieta, ci interroga più di altre figure, per il suo essere un simbolo innestato nella stessa evoluzione biologica. Poi, chiaramente, c’è anche tutto il resto, la profonda ambiguità d’ogni volto che è nel contempo maschera che cela e mostrarsi che disvela, fino all’enigma che per ognuno di noi è il nostro stesso viso. Forse ho divagato, ma in questo blog ci si imbatte facilmente in spunti di notevole interesse.

  • bruno vergani

    31 Gennaio, 2014

    Da un po’ di tempo affermo per me stesso: «Meglio uomo che dio.» Valoroso, nella fattispecie, il percorso artistico proposto se dialettico Work in progress. Nel metterci un punto rimane solo l’inquietudine del costipare il soggetto-persona a individuo nell’ossimoro – qui si narcisistico – della “sacralità completa”. Che strano che “cosificazione” e divinizzazione siano faccende tanto contigue.

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