Blog Stato / Violenza

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Ballata per l’anarchico Pinelli
Gruppo Z

Il tempo trascorso dalla morte di Giuseppe Pinelli ha confermato la parzialità della definizione weberiana dello Stato come detentore dell’uso legittimo della violenza. Lo Stato infatti -vale a dire presidenti, ministri, funzionari, poliziotti- si crede sempre legibus solutus e confida che il monopolio della violenza renda le proprie azioni non imputabili. Fu anche questa pretesa a uccidere Pinelli e -prima e dopo di lui- molti altri, a cominciare dalle vittime del 12 dicembre 1969.
Nonostante le apparenze contrarie, il nostro è già il secolo dell’anarchismo, è il tempo di una teoria e pratica capace di evitare il feroce autoritarismo del comunismo e l’implacabile diseguaglianza dell’ultraliberismo trionfante: «La resistenza si dà: in tutti i tempi la gente si è opposta al potere, in vari modi, e l’esercizio del potere riproduce sempre le proprie forme locali di resistenza. Grandi insurrezioni contro le strutture di potere possono certamente aver luogo ma, al contrario di quanto credevano gli anarchici, non sono immanenti alle relazioni sociali. Un’insurrezione va a costruirsi attraverso le molteplici e locali resistenze che prendono campo nelle pieghe sociali della vita quotidiana. A questo punto, possiamo affermare insieme ai situazionisti la necessità della ‘rivoluzione della vita quotidiana’. […] È necessario riconoscere che l’insurrezione contro il potere è più frammentata e incerta, emergendo da luoghi differenti, e spesso soggetta a strategici ribaltamenti» (Saul Newman, in L’anarchismo oggi. Un pensiero necessario. Libertaria 2014, a cura di L. Lanza, Mimesis 2013, p. 166). Soltanto rinunciando alle grandi narrazioni sul futuro, solo attraversando la porta stretta del rifiuto di ogni palingenesi a favore dell’azione individuale e collettiva quotidiana che muta qui, ora e subito le forme della vita, l’anarchismo diventa ciò che è, ciò che lo renderà sempre necessario e ben vivo: una forma della libertà senza divinità senza maestri e senza definitive verità.

[audio:Ballata_per_Pinelli.mp3]
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Concordo e vedo che sei più giovane, il fal a noi non lo davano.
Ebben che diavol fate è una citazione di Traviata.
E, a compendio ulteriore di quanto detto mostro un piccolo documento, forse lo sapete già ; quello che forse non sappiamo è che ci stiamo avviando a questo. È un dei tanti appelli di Amnesty di cui sono socio. Se andate sul sito osserverete direttamente.
BUone cose di nuovo

Si può andare in carcere per un’idea?
Firma per un amico
Ciao Pasquale,

oggi ti scrivo per parlarti del caso di Jabeur Mejri, un ragazzo tunisino di 28 anni che sta scontando una condanna a sette anni e mezzo di carcere.

Jabeur è un blogger che non ha paura di esprimere le sue opinioni. Lo scorso anno, ha pubblicato sulla sua pagina Facebook degli articoli e una vignetta riguardanti il Profeta Maometto. Questi contenuti sono stati giudicati “offensivi per l’Islam e i musulmani” e per questo Jabeur è stato arrestato e subito dopo condannato.

Si può andare in carcere per un’idea?

Per Amnesty no. Jabeur è un prigioniero di coscienza, che non ha commesso reati, ha solo espresso la sua opinione.
Per la sua liberazione, e per gli altri quattro casi della maratona mondiale di raccolta firme Write for Rights, ha già firmato oltre un milione di persone nel mondo.

Fai sentire la tua voce.
Firma l’appello per Jabeur e per gli altri casi!
Grazie!

Ebben che diavol fate?

nulla, che vuoi che faccia, grande Pasquale

spero che chi ha attizzato il fuoco non riesca nell’intento

tanti anni fa, nelle ubertose colline del Friuli, non ero del tutto incapace d’usare il F.A.L. (il Garrand era solo per le quardie in caserma), ma la breve esperienza di assaltatore non credo mi renda oggi, decisamente scassato, idoneo a nulla

detto con molta schiettezza, forse mettere anche l’altro piede nella fossa non sarebbe poi male, a che serve la filosofia se non a morire senza farci caso?

la vedo nera, e provo un po’ di fastidio per Grillopound, che forse non voleva, che di certo non voleva, ma un po’ è anche colpa sua (oltre che «naturalmente» delle demoplutocratiche centrali della finanza)

Alberto è un grande filosofo, anche dopo il disastro i suoi libri rimarranno, quindi lui, non morirà

Una nota a parte.
Vedete che la storia dei forconi è forse la prova antegenerale. Sono nazisti. Li ho visti qui sabato a Lecco, tozzi ragazzotti in jeans e scarponi e testoline vuote ma rasate. Forse mandati da fuori. Qualche vecchio cui avranno dato 5 baiocchi di vino per farlo stare sul ponte di Lecco con un tricolore in mano.
Ebben che diavol fate?

Allora cari, innanzitutto rispondo alla domanda di Alberto in merito ai fucili. Dunque a militare, benchè non lo sapessi smontare e fosse il garrand un’arma obsoleta facevo 9 centri su dieci, a 300 metri. Ma ci vedevo bene e soprattuto non dovevo mettere gli occhiali per armarlo e toglierli per mirare. Usavo il trucco del sergente York per migliorare il tiro, bagnare di saliva il collimatore. Non so che cosa potrei fare oggi e, benché non veda una via d’uscita politica da questa gora, né uomini adatti, men che meno grillo, mi spiace, diffido fisicamente dagli urlatori quanto mi fanno gridare i battutari come Renzi che non ha nulla da nascondere se non il nulla, so molto bene che una sollevazione dal basso non è possibile, troppi telefonini da salvare e posizioni da difendere, anche con qualche diritto. Forse, ma non faccio l’indovino, sarebbe possibile vivere un doppia vita, di cui una di clandestinità, stile Rosa bianca o come l’operaio antinazista che scrive da solo i volantini del romanzo di Fallada Ognuno muore solo,. Come siano finiti gli esempi citati, nella realtà e nella fantasia si sa. C’è voluta una possente macchina da guerra per far fuori i dittatori. Passare dal volantino alle armi. Mi si chiede se lo farei. Sì potrei, come tutti gli uomini sono un assassino potenziale. Non ho illusioni su di me. Credo però che mi ripugnerebbe. Qualche volta fremendo di indignazione per la continua presenza di milizia catafratta alle pallide manifestazioni studentesche ho pensato, Ecco oggi a 62 anni e un disco vertebrale di meno, alla prima carica cado, mi pestano alla schiena e allora sarebbe meglio che mi uccidessero. Cerco e riesco abbastanza bene a impedire che della mia mente sia fatta pattumiera dove tutti possono buttare la loro schifezza. L’unica lotta che sono davvero capace di svolgere oggi è quella di infischiarmene e resistere. Si può uccidere a parole, o almeno ferire gravemente. Credo che potere si può fare come i vari komeini, guidare gli altri, ma poi ci vogliono pugili per la strada. E infine, una rivoluzione porta con sè i semi di feroci restaurazioni. L’italia è fragile, non ha denari, perchè li ha buttati, non ha risorse, sarebbe facile preda di embarghi che hanno messo in ginocchio paesi ricchi come l’Iran. Siamo un paese isolato da sempre e ignorante istituzionale. Perchè non proviamo tout simplement a non fargliene passare una. A dire. Fondiamo un gruppo di resistenza verbale. È quello che ha fatto bene grillo ab initio, poi è arrivato a vantarsi di essere populista per essere popolare; l’animo del guitto e del masaniello prevale. E non ha un intellettuale tra i suoi. Facciamo un movimento di intellettuali.

A Diego, poesia Diego ne faccio sì grazie per l’osservazione lusinghiera. Ma è proprio quel che ci vuole per non farsi sommergere. Con tutto il rispetto ma trovo superato dalla storia l’adagio del vecchio pci, erodere il sistema dall’interno, . NOn consoco Civati e poco mi interessa, ha perso, lo hanno messo lì per perdere, ma perchè si è messo in lizza non so. Si esce da un gruppo, non si sta a vedere di salvarne la parte nobile. Oppure si fanno fuori anche solo a pernacchie i vari Renzi.
Avevo detto tra me e me, perchè il buono del p.d. non espelle la dirigenza in toto, appropriandosi dei registri. Espellere Napolitano sarebbe sì un bel gesto rivoluzionario. Ecco, una rivoluzione che comincia dal pd sarebbe utile. Di necessità deve essere cattiva. Non si può fare con i distinguo. Se qualcuno ha bisogno di dritte strategiche credo che Alberto e io potremmo darne qualcuno. Fai una lista di proscrizione Diego, mettiti con 4 o 5 e rendila pubblica. DImetti tu Renzi e rifonda il partito. Ci vogliono atti crudeli . Il PD non ha niente da salvare, è una mattonella di ghiaccio alla deriva su cui tutti salgono. Anche gli elettori. Saranno cacciati a pedate. In fondo basterebbe fare ciò che il pc ha fatto con successo per anni con il meglio del partito, trotzkisti, anarchici. Sapete, il mio papà uscì dal pc una sera di non ricordo che anno, aveva la sua 7,65 in tasca e altrettanto il suo capo sezione. Fronte alla dichiarazione di mio padre, Tu sei armato ma sono armato anch’io, le cose si risolsero a pacche sulle spalle, altrimenti io non esisterei. Scusate mi sono un po’ allargato.
Un triste saluto

Bellissima e provocatoria risposta ma….

…lo sai che hai ragione, caro Alberto?

Ma non c’è scandalo in questo, vuol dire che si è riusciti a sottrarre all’innominabile l’egemonia sulla destra, e non è poco

Quello che ci divide è proprio la concezione della politica, non i contenuti (difatti fra i venti punti del M5S e la piattaforma del Civati vi sono molte concordanze)

Giustamente un intellettuale, un filosofo, deve giudicare le vicende anche in senso assoluto, fa parte della sua stessa funzione culturale, ma nel momento in cui si cala nella vicenda politica, cambia il modo di agire

Personalmente non credo nel richiamo al «cittadini che ci pensano loro», è demagogia, perchè proprio avendo una popolazione devastata moralmente dalla noncultura telecratica, e tu Alberto con «Contro il ’68» hai scritto il libro che lo spiega benissimo, è impossibile che sua sponte ogni piccola o grande casta sia disposta a rinunciare a qualcosa per il bene comune, se non ha più nessun nerbo etico

Io seguo Civati, è per me non il Vate ma il meno peggio

Questo penso, questo scrivo, in questo spazio libero di cui ti ringrazio

A Diego per questa sua fede, diego via mollali, nel partito unico

è un’esortazione non priva di un suo senso ed anche moralmente comprensibile, alla quale rispondo volentieri

ottimo Pasquale, non è una fede, è una scelta politica, con tutte la imperfezione, l’approssimazione, d’ogni agire concreto

il partito democratico contiene anche la componente che fa capo al Civati, che ha adesso una sua rappresentanza nella direzione nazionale

essere dentro singifica forse anche essere colpevoli, forse, ma stare fuori non è forse troppo comodo?

io metterei Grillo presidente del consiglio subito, con le chiavi di Palazzo Chigi in mano e gli direi, in genovese: «Belìn Beppìn, adè te ghè pensi te!» e vedrei come se la cava, a cominciare con i Forconi, con Forza Nuova, con i Berluscones, e anche con i suoi stessi militanti che comincerebbero a odiarlo perchè pare della «casta»

il Partito Democratico fa abbastanza ribrezzo, ma il Renzi gioca «davvero» non sta comodamente a fare opposizione, che è facile

Io la penso così, ma non credo il portatore della Verità, l’Angelo della Giustizia, no, credo che la politica sia fatica, nella complessità del mondo odierno

sulle questioni di economia ci tornerò su
un caro saluto, ad Alberto e a Pasquale, due poeti, ma la poesia non basta

No no no, amici miei, con dolore allegro do torto, diciamo così, a tutti e due. A Diego per questa sua fede, diego via mollali, nel partito unico, ad alberto per una diceria del grillo cui dà retta con l’attenuante fastosa che è vero, la rivoluzione parte dal quotidiano. Pinelli mi restituì un giacchetto scordato a una riunione la sera prima del suo fermo che più fermo di così si muore, appunto. Ciò detto l’amistà qui si giunge al diletto. Berenson il critico, ho letto, scrisse nel ’41 che si prospettava un mondo dominato da biologi ed economisti. Mi pare che ci siamo in pieno. I biologi hanno studiato con Mengele, gli economisti non hanno studiato e questo rende forti. Pensano alla cazzo agiscono per il cazzo e il portafoglio. Ma non sono gli strilli del grillo a poter far da barriera. Purtroppo credo che tutto potrà passare da una canna di fucile come in Iran nell’ottanta. Credo che starò dalla parte delle guardie della rivoluzione. Credetemi stiamo assistendo, resistendo, al tramonto dell’occidente come noi avremmo sperato che sorgesse. VI offro un brindisi di giornalismo. CI vuole poco a tirare-il collo- alle somme. Dolente saluto, ma almeno da qui dove vivo, da Lecco, ho a che fare con lo straordinario. Oggi visitato un duomo romanico di rude bellezza. Le alpi intorno e tutta l’acqua del ramo che volge a oriente.
Vi abbraccio in lacrime, Alberto che conosco e che mi fa compagnia, Diego che vorrei conoscere.

Bye bye Internet, la settimana nera delle nuove tecnologie
di Guido Scorza | 14 dicembre 2013

Nessuno avrebbe mai potuto pensare che in un Paese già fanalino di coda europeo in termini di diffusione di Internet ed appena uscito da quasi un ventennio di governo del Signore del telecomando, Silvio Berlusconi, sarebbe stato possibile allontanare ancora di più i cittadini e le imprese dalle nuove tecnologie e dal futuro. Eppure ci siamo riusciti.

Sono bastati una manciata di giorni a Parlamento, ministri, Governo ed Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni per riuscire in un’impresa inedita e, probabilmente, unica al mondo: mettere Internet in un sacco tricolore e gettarla lontana dai cittadini e dalle imprese del Bel Paese.

Un’asciutta rassegna di quanto accaduto nell’ultima settimana è, purtroppo, sufficiente a supportare una tanto amara conclusione.

La Camera dei Deputati, ieri, ha detto si alla c.d. webtax – creatura dell’On. Francesco Boccia (Pd) – che impone alle imprese italiane di acquistare servizi online solo ed esclusivamente da soggetti dotati di una partita Iva italiana.

Un’iniziativa, quella del parlamentare del Partito democratico, duramente criticata dallo stesso Ministero dell’Economia che l’aveva bollata come incostituzionale e contraria al diritto europeo.

Ora tra i fornitori di servizi online del mondo intero e il nostro Paese c’è un fossato fatto di burocrazia e un indistricabile – persino per un’impresa italiana – groviglio di leggi e leggine fiscali che, difficilmente, contribuirà a rendere l’Italia una meta ambita delle grandi Internet company.

Il 12 dicembre, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha varato la sua personalissima nuova legg(ina) sulla tutela del diritto d’autore online, attribuendosi – in un’inedita sintesi dei tre poteri dello Stato (legislativo, esecutivo e giudiziario, ndr) – il potere di vita o di morte su qualsiasi genere di contenuto pubblicato online e ripromettendosi di esercitarlo nell’ambito di procedimenti sommari da codice militare di guerra e previo sostanziale esautoramento dei Giudici che, sino ad oggi, si sono occupati di far rispettare le leggi in materia online come offline.

L’Autorità potrà anche ordinare ai nostri Internet services provider di dirottare il traffico diretto verso talune piattaforme, contribuendo così – se la web tax non bastasse – all’ulteriore isolamento telematico del nostro Paese.

Altro che Internet nuova agorà e piazza pubblica telematica: chiunque potrà ottenere la rimozione della nostra “parola in digitale” in una manciata di ore, semplicemente scrivendo all’Agcom e sostenendo – a torto o a ragione – che stiamo usando un sottofondo musicale che gli appartiene.

Sempre ieri, frattanto, il Consiglio dei ministri ha approvato il c.d. Decreto Destinazione Italia, titolo che suona quasi ironico, almeno in relazione alle cose di Internet.

Anche se il testo del provvedimento – nel pieno rispetto delle politiche di open gov – non è ancora noto, nel pacchetto ci sono due disposizioni che lasciano senza parole.

Una prima stabilisce che per linkare, indicizzare, embeddare, aggregare un contenuto giornalistico occorre prima chiedere il permesso alle associazioni di categoria degli editori e pagare il prezzo che dovrà essere concordato con queste ultime o, qualora ciò non risultasse possibile, stabilito dalla solita onnipresente Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. Una manciata di caratteri per riscrivere radicalmente le dinamiche di circolazione delle informazioni online e trasformare la Rete in una piccola – e neppure troppo moderna – televisione nella quale pochi decidono chi può dire cosa.

L’altra disposizione contenuta nel piano “Destinazione italia”, nato per attrarre le imprese estere verso il nostro Paese, dice, più o meno, che la lettura dei libri verrà incentivata attraverso un opportuno programma di benefici fiscali che, tuttavia, non riguarderanno i libri elettronici. Davvero una disposizione illuminata in un’epoca storica nella quale, ormai, ci siamo tutti abituati a leggere, quel poco che leggiamo, su un tablet. C’è solo da chiedersi quale impresa editrice di carta straniera si voglia invitare a far rotta sul nostro Paese attraverso una simile corbelleria protezionistica.

Una pioggia di provvedimenti che basterebbero a fare di quella che si sta per concludere la settimana nera di Internet in Italia, ma non basta ancora.

Negli stessi giorni, infatti, è trapelata anche la notizia che il Ministro dei beni e delle attività culturali, Massimo Bray, stia per varare un nuovo decreto – sembrerebbe trasmessogli via mail con tanto di correzioni in rosso – dalla Siae, attraverso il quale, nelle prossime ore, stabilirà che, nel 2014, i prezzi di smartphones, tablet e PC – oltre ad una lunga serie di altri supporti e dispositivi di registrazione – in Italia, aumenteranno complessivamente, di oltre cento milioni di euro.

Un’altra misura illuminata in un Paese di analfabeti digitali e che sconta un gap senza eguali in Europa in termini di uso delle nuove tecnologie.

Tutto considerato, pare proprio che la novella Arca di Noè che traghetterà il mondo verso il futuro e lontano da un sistema economico e politico prossimo alla fine, salperà senza il nostro Paese a bordo.

Altro che “Yes we can”, in Italia stiamo dicendo, a voce alta, “Bye, Bye Internet!”.

Ribadisco l’assoluta separazione fra il giudizio sul movimento e quello sulla tua persona, Alberto. Questo deve essere chiaro e scolpito nella pietra. Ma sul M5S purtroppo, nonostante comprenda anche le istanze che cerca di rappresentare, rimango molto, ma molto perplesso. Se sarò ancora vivo, fra qualche anno, sarà divertente vedere che uno di noi due si stava sbagliando. Almeno così abbiamo la certezza già ora che almeno uno ci aveva azzeccato. Con stima e affetto, per un po’, cercando anche di curarmi dei miei malanni, non ti tedierò più su questo argomento, molto di meglio c’è per interloquire.

Tu non sei certamente nè fascista, nè forcone, nè tanto meno mafioso, ci mancherebbe altro, caro Alberto. Nietzsche, come da te benissimo spiegato nel libro «Nomadismo e Benedizione» stava alla larga dai capipolo e dalla propaganda facile. Ora sto ammalato, se sopravvivo ne riscriveremo volentieri. Non contano solo le intenzioni, ma le conseguenze dei propri atti, quella che i colti definiscono eterogenesi dei fini. Distruggere la pòlis non la renderà migliore.
Un caro saluto.

Sarò durissimo Alberto, anche se sei il mio maestro nella filosofia. Un uomo come te, se apprezza uomini del valore di Pinelli, non deve apprezzare il comico ligure che accarezza il pelo ai fascisti dei forconi. In queste tue magnifiche pagine (meraviglioso l’articolo su Dioniso), dove vibra il più profondo denso dell’umano e del libertario, hai fatto spazio a un movimento ambiguo, che oggi vota insieme alla Santanchè. Certo che il PD fa abbastanza ribrezzo (io ho votato Civati, e mi garbano quei 400 mila compagni che la pensano come me), ma se si alza un fascista e va per strada a declamare la rivolta, i poveracci applaudono, e poi se ne va in Jaguar. E poi quell’aggressività volgare, in ogni occasione, che leggi nei blog dei grillini, cosa puo’ avere a che fare con chi ama Platone, la paidèia, la misura. Facci caso, Alberto, anche Fusaro parla con parole durissime del capitalismo finanziario, ma non si immischia con certa gente. Alberto ti voglio bene, ma dovevo scrivertelo. Non è discussione politica, è dramma umano per me.

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