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8 commenti

  • Paolina Campo

    settembre 7, 2012

    E’ vero. La mia è stata una considerazione azzardata.

  • diegob

    settembre 7, 2012

    il problema, cara p.c., è però il divenire, nel senso che ogni tempo «rappreso» in una rappresentazione «puntuale» non riesce a fasciare un tempo inteso come evento totale nel quale non semplicemente si è immersi, ma del quale si è parte costitutiva, come essenze, mi passi il nostro amatissimo prof., cronopoietiche

    senza dubbio la figura di ipazia, addirittura protogalileiana, è di grande fascino, ma senz’altro va considerata in altro contesto

  • Paolina Campo

    settembre 7, 2012

    Ho pensato molto alla questione sollevata dall’amico d.b. L’intervento del nostro professore non ha assolutamente bisogno di ulteriori spiegazioni. Ma, fiduciosa del valido supporto di cui godiamo su questo sito, rompo gli indugi e vorrei ricordare una scena del film Ipazia. La filosofa salì su una nave, in movimento, e, con l’aiuto di un suo fedele collaboratore, fece lanciare un sacco pesante da un albero dell’imbarcazione. Verificò, con grande soddisfazione, che il sacco era caduto in linea perpendicolare rispetto alla base della nave nè più avanti, nè più indietro. Certo, in questo esperimento ha giocato un ruolo fondamentale la forza di gravità. Ma se la terra fosse stata ferma, allora il sacco poteva cadere più avanti o più indietro. Quindi si era verificata una contemporaneità di movimenti che era percepibile nell’istante in cui il sacco era arrivato sulla chiglia della nave. Mi sembra che si verifichi la stessa situazione nella percezione che abbiamo del nostro tempo rispetto al tempo che ci circonda, per cui l’istante in questione è il nostro immediato presente.

  • agbiuso

    settembre 5, 2012

    Cara Paolina,
    lei è stata chiarissima e la ringrazio del suo contributo, oltre che -come sempre- dell’apprezzamento. E’ stata talmente chiara che Diego ne ha tratto una questione interessante.
    Credo, caro Diego, che la tua ipotesi sia plausibile ma forse troppo debitrice della concezione einsteiniana del tempo, quella per la quale il tempo è percepibile soltanto come differenza tra due enti con movimenti diversi o tra un oggetto in moto e l’altro fermo. Forse invece Eraclito avvertiva di essere egli stesso -come tutto- parte di una realtà in perenne trasformazione, il cui divenire è percepibile non soltanto come confronto tra oggetti in moto ma come autoconsapevolezza del moto che lo stesso corpo è nelle proprie strutture più profonde.
    Percezioni e concetti (ciò che tu chiami “idee”) sono anch’esse in divenire, alla pari di tutto il resto. Insomma, come ci ricorda Borges, il tempo è “la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina ma io sono il fiume; è una tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre; è un fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco” (Nuova confutazione del tempo) e anche -in una poesia che si intitola proprio Heráclito)- “Di labile materia fui costrutto, di misterioso tempo. / È in me forse la fonte. / Forse dalla mia ombra / Nascono i giorni, fatali e illusorî”.

  • diego b

    settembre 5, 2012

    “E’ impressionante come è proprio il nostro corpo a parlare del passato e del presente. A volte mi sorprendo ad osservare un dito, una mano, la mia pelle e sentire dentro l’emozione di un passato che imprime in questo mio corpo la sua effigie”.

    cara p.c., è molto interessante questa osservazione che mi fa riflettere su un dubbio, un quesito, un’ipotesi

    perchè «facciamo caso» al tempo che imprime segni sul nostro corpo? forse perchè in qualche modo la nostra coscienza vive «in ritardo», ancorata ad una illusione di staticità? Se noi ci accorgiamo del tempo, secondo me, lo facciamo solo perchè avvertiamo di sentirci in ritardo, oppure di sentirci in anticipo, insomma una asincronia percepita forse è il segnale

    il corpomente avvertendo questa frizione fra tempi diversi, quello delle idee «ferme» e quello dei processi biologici continui, forse così vive, scopre, percepisce il tempo

    per dire una battuta che spero non scandalizzi i filosofi alla lettura:
    secondo me eraclito avvertiva che tutto scorre perchè lui stava fermo, altrimenti come poteva rendersene conto?

  • Paolina Campo

    settembre 5, 2012

    E’ impressionante come è proprio il nostro corpo a parlare del passato e del presente. A volte mi sorprendo ad osservare un dito, una mano, la mia pelle e sentire dentro l’emozione di un passato che imprime in questo mio corpo la sua effigie. Ed intanto il mio corpo cambia: si formano le prime rughe e penso al mio tempo presente in movimento. E’ sorprendente come la coscienza di sè stessi coincida con quel tempo che si stende all’infinito, proprio come quella “sacca che non si rompe mai”.
    Ho letto con grande interesse gli articoli da lei pubblicati su ” Il Manifesto”. La continuità è un concetto davvero interessante: non è possibile pensare che tra un evento e un altro ci sia “distanza”, come la chiama B. Russell in ” I principi della matematica” per distinguere il continuo dal discreto. In fondo come potremmo spiegarci “quell’universo quadrimensionale degli organismi coscienti”?
    Le rinnovo la mia stima per l’interesse che sempre riescono a sollevare il suo sito e i suoi libri. Mi scuso inoltre se non sono stata chiara.

  • agbiuso

    settembre 4, 2012

    Sì, caro Diego, è vero.
    Anche se il volume di Torrengo si occupa della possibilità di viaggiare fisicamente nel tempo, il nostro corpomente si distende di continuo nelle memorie e nelle attese.
    Il presente -lo seppe dire benissimo Agostino nel suo capolavoro- è un viaggio che coniuga senza posa ricordi, previsioni, percezioni. La meta di questo viaggio è il significato, la pienezza del comprendere i modi, le ragioni, le forme dell’esistere.
    Siamo dispositivi semantici mobili nello spaziotempo.

  • diegob

    settembre 4, 2012

    in qualche modo si viaggia nel tempo, e con esiti potenti, sia sull’oggi che sul passato, o meglio, sulla narrazione del passato

    prendiamo l’edipo re, forse il più bel testo teatrale «poliziesco» di tutti i tempi

    la vicenda è tutta uno scandagliare, con notevole attesa, il passato, fino all’ultima accecante (in senso oggettivo) verità

    ma anche nella nostra storia personale, quando da una vecchia foto sorge il dubbio, quando nei cassetti d’un parente deceduto trovi una tessera inaspettata del mosaico d’una vita, si viaggia a ritroso e si riscrive la storia, il vissuto

    del resto, quando conosci un nuovo amico, eppure nelle sue parole percepisci un’amicizia profonda, una comunanza imprevista, non è forse la sensazione di essersi sempre conosciuti, quella che si prova?

    io credo che il passato è una storia in continua riscrittura, nel bene e nel male

    e il tempo è ben più elastico di quanto non si pensi, una sacca, una membrana che si tende, senza rompersi, ogni volta in modo nuovo

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