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L'Università (s)valutata

3+2, CFU (Crediti Formativi Universitari pari a 25 ore ciascuno), debiti formativi, GEV (Gruppi Esperti Valutazione), VQR (Valutazione della qualità della ricerca). Le parole sono tutto. E quelle che ho indicato sono alcune delle espressioni dominanti nel linguaggio accademico contemporaneo. Una vera e propria neolingua imposta alle università italiane ed europee da una penosa scimmiottatura delle modalità e delle tradizioni degli Stati Uniti d’America. Paese, è bene ricordarlo, dove a pochi e costosissimi centri di eccellenza si contrappongono migliaia di università che valgono assai meno di un buon liceo italiano.
Un linguaggio contabile, bancario, aziendalistico che si pone l’esplicito obiettivo di formare non dei cittadini pensanti ma degli impiegati e dei funzionari del pensiero unico mercantile e capitalistico; una realtà che ha danneggiato prima di tutto gli studenti, costretti ad accumulare “crediti formativi” come fossero punti del supermercato, studenti sempre più trafelati nello studio e dunque inevitabilmente superficiali nella preparazione.
Adesso tocca ai docenti. Entro il 25 di questo mese di marzo 2012, infatti, ciascun professore e ricercatore dovrà indicare da uno a tre fra i lavori pubblicati dal 2004 al 2010, i quali saranno sottoposti ai GEV, dalla cui valutazione dipenderanno i futuri finanziamenti di ogni Ateneo. Fuori dall’Università si sa poco o nulla di tali pratiche; ecco perché ne scrivo anche qui.
Non è forse tutto questo un principio di giustizia e di riconoscimento del merito di chi ha ben studiato, scritto, fatto ricerca? Lo sarebbe, certo, se i criteri fossero trasparenti, rispettosi della specificità delle diverse aree del sapere, miranti a incoraggiare gli studi più rigorosi, innovativi, non conformisti. E invece la realtà è esattamente l’opposto. L’obiettivo è discriminare le Università in relazione all’acquiescenza dei loro membri al potere accademico, politico, editoriale.
Lo si può comprendere leggendo alcuni documenti di diversa fonte, dai quali riporto dei brani invitando a una lettura integrale tramite i link. Ripeto quanto scrissi qualche tempo fa: non è questione di studenti, professori, accademie. È questione del futuro e del presente di un pensiero libero, che non riduca il sapere e la ricerca a servi del sistema economico-politico dominante.

«Che cosa sta succedendo in questi giorni nell’Università italiana? In base alla “riforma” Gelmini (assunta in toto dal governo Monti) si è aperto, nel sacro nome del Merito, il capitolo della Valutazione, pomposamente denominato Vqr (“Valutazione sulla qualità della ricerca”). […]
Aree e linee di studio, in taluni casi intere discipline, saranno discriminate, con gravi limitazioni, di fatto, della libertà e del pluralismo. Non solo. Siccome la Valutazione si muove sulla base di sistemi a numero chiuso (per esempio, si stabilisce in partenza il rapporto percentuale tra le riviste di fascia A e quelle collocate nelle fasce inferiori), si produrrà un esito di frustrazione, non di stimolo: poiché è materialmente (e “politicamente”) impossibile che tutti pubblichino su riviste A, agli altri (spesso esclusi perché estranei al mainstream o per ragioni di non-appartenenza a forti cordate accademiche) si trasmetterà un messaggio molto chiaro: “non vale la pena che vi affatichiate, tanto…”. Qualcuno potrebbe pensare che si tratti di puro autolesionismo, cioè di stupidità: alle università e al governo dovrebbe interessare stimolare l’attività, non già deprimerla. Ma sarebbe – temiamo – un’obiezione ingenua. Come dicevamo, la Valutazione è un’arma; il proposito è (anche) quello di neutralizzare voci scomode (o soltanto periferiche), concentrando risorse e poteri nelle mani di ristrette cerchie di “ricercatori eccellenti”. Da questo punto di vista, svalutare (e scoraggiare) è utile quanto premiare. Tanto più che l’Università pubblica è costosa e deve “dimagrire” – sappiamo a vantaggio di chi. […]
Aggiungiamo qualche osservazione in merito alle conseguenze micidiali (e di dubbia legittimità) che questo sistema genererà a danno della piccola e media editoria. Far valere (di diritto o di fatto: come dicevamo, una caratteristica di tutta questa faccenda è la scarsissima trasparenza proprio in merito ai criteri di giudizio) una graduatoria tra le case editrici significa, in sostanza, impoverire il panorama culturale dell’intero Paese e renderne agevole la colonizzazione da parte di poche imprese private (e dei potentati accademici). […]
In sostanza, alcuni rispettabili imprenditori privati potrebbero presto diventare i Signori della ricerca scientifica italiana, poiché dalle loro insindacabili decisioni dipenderà la sanzione della qualità delle pubblicazioni, con tutte le conseguenze che da ciò discendono. E se a loro la Valutazione conferirà il tocco di Creso (qualsiasi schifezza avranno deciso di pubblicare potrà miracolosamente trasformarsi in una pietra miliare del progresso scientifico), una pietra tombale verrà invece posta sugli “sfigati” editori piccoli e medi, ridotti al rango di diffusori di merce di scarto.
Questi sono, ci pare, alcuni prevedibili – e già, in parte, attuali – effetti perversi della Valutazione. Su di essi (nonché sui gravi conflitti d’interesse inerenti a giudizi formulati da soggetti inclusi nella platea valutata) varrebbe la pena di confrontarsi prima che un sistema varato con il pretesto della meritocrazia sancisca definitivamente l’emarginazione di posizioni eterodosse e lo strapotere di grandi editori e lobbies accademiche».
(Alberto Burgio – Maria Rosaria Marella, Università, la Valutazione sbagliata, il manifesto, 21.3.2012 )

«Contro l’ERIH e la “valutazione dei tecnocrati” che secondo alcuni esso incarna, si assiste in questi giorni al capitolo forse più qualificato della continua, esasperata e taciuta serie di contestazioni che serpeggia da anni in Europa nella ricerca e nella formazione superiore. Dopo l’“onda” italiana e le rivolte sociali in Grecia, di cui l’università è stata ancora una volta epicentro, ecco in Gran Bretagna l’“Independent” del 22 gennaio dedicare una pagina indignata ad accusare i meccanismi bibliometrici del RAE di favorire tra l’altro “miopia intellettuale […], guasta convenzionalità […], e disonestà generalizzata”. Negli stessi giorni l’ERIH è stato costretto a ritirare la sua classificazione delle riviste, dopo che i direttori di 61 riviste internazionali di storia della scienza e di filosofia hanno dichiarato che avrebbero aperto il prossimo numero con un editoriale contenente la richiesta di non indicizzarle: “Non vogliamo avere parte in quest’attività pericolosa e sbagliata” (in “un universo in cui tutto” è destinato a “dar luogo a […] hit-parades”, come si legge nell’editoriale dell’ultimo fascicolo della “Revue philosophique”). Ancora, è di questi giorni in Francia una rivolta profonda –di cui qui non giunge notizia– contro le nuove leggi Sarkozy sull’università, incentrate sulla valutazione. Il “Nouvel Observateur” del 14 febbraio intitola: Une période de glaciation intellectuelle commence»
(Valeria Pinto, Sulla valutazione, dagli Atti di un Convegno svoltosi a Napoli nel 2009)

«Quanto tale immagine sia “realistica” lo si può constatare osservando le liste prodotte per Filosofia teoretica (ricavabili dalle attribuzioni tra parentesi nella lista unificata), che confermano tutte le precedenti riserve espresse dalla SIFIT [Società italiana di filosofia teoretica] sulla possibilità di produrre ranking sensati nei termini imposti alle Società. Si tratta di una selezione ampiamente arbitraria, dove si segnalano presenze incongrue e nella quale, viceversa, non sono neppure presenti riviste che ospitano una ampia percentuale della produzione dei docenti del settore. Il risultato, oggettivo, è l’assenza di rispetto per le pratiche riconosciute in una comunità scientifica. […]
Di fronte a questo stato di cose, la SIFIT non riconosce validità, anche solo orientativa, a quanto indicato nel documento GEV e respinge come una grave distorsione l’uso degli strumenti proposti, del tutto inidonei a favorire una valutazione fondata».
(Comunicato della SIFIT sui “Criteri” del GEV area 11, 29.2.2012)

21 commenti

  • agbiuso

    Maggio 14, 2014

    Francesco Sylos Labini così conclude un suo breve intervento:

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    Ma nei momenti in cui si hanno dei dubbi circa l’importanza della cultura diffusa in un paese bisogna ricordarsi sempre di una famosa massima di un ex-presidente dell’Università di Harvard, Derek Bok: “Se pensi che l’istruzione sia costosa, prova l’ignoranza”.
    Grazie alle politiche dissennate dei vari governi che si sono susseguiti negli ultimi dieci anni, compreso l’attuale che ha appena approvato un taglio all’università di 15 milioni di euro (nella prima bozza si era prospettato un taglio di 30 milioni), possiamo facilmente trovare una risposta alla domanda: senza cultura e senza formazione, dove si va a finire?
    Bisogna banalmente riscoprire che in un paese in cui il ceto dominante consciamente desidera che i figli degli altri non studino, si va a finire piuttosto male.
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    L’articolo completo si può leggere su Roars, 14.5.2014
    Università: nel 2020 una fuga ci seppellirà

  • agbiuso

    Maggio 13, 2014

    Non credo che il delirio burocratico di cui parla l’articolo di Paolo Biondi possa essere frutto del caso o della pura stupidità (elemento comunque da non sottovalutare mai). Ci deve essere anche la volontà di distruggere ciò che resta dell’Università.

    ANVUR o non ANVUR?
    di Paolo Biondi
    Roars, 13 maggio 2014

  • agbiuso

    Dicembre 2, 2013

    Dieci domande alla Ministra Carrozza, che naturalmente è del tutto complice di quanto qui viene denunciato. Guarda caso, ma è soltanto un caso, l’Ateneo sede dell’attuale Ministra ha ottenuto un turnover del 213% rispetto al 20% della media mentre alcune altre sedi sono costrette al 7%.

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    CoNPAss (Coordinamento Nazionale Professori Associati)
    [21 novembre 2013]
     
    Ministra dica la verità al paese: dieci domande al Ministro Carrozza

    Gentile Ministra recentemente lei ha dichiarato che i “baroni” che oltre i settant’anni continuano a occupare le cattedre dovrebbero farsi da parte e fare largo ai giovani, non anteponendo il loro interesse egoistico al giusto ricambio generazionale nell’Università. Gli studenti dell’UDU le hanno già obiettato che non può ridurre a questo il problema del mancato ricambio generazionale nell’Università.
    Ministra, noi siamo professori associati e non professori ordinari, e quindi non “baroni” (un’equivalenza che ci sembra comunque semplificante avendo ben presente che Lei stessa è professore ordinario) e riteniamo che questo sia un modo di informare l’opinione pubblica che non risponde al vero e stimola solo nei nostri confronti un sentimento di demagogica condanna
    Lei ha, rispetto ai suoi predecessori, maggior dovere di dire al paese la verità sullo stato dell’Università, poiché proviene dai suoi ranghi, e perciò la invitiamo a rispondere a queste dieci domande in nome di questa stessa verità che è alla base del nostro insegnamento quotidiano:
     
    1) Ministra non le risulta che la possibilità di rimanere oltre i 70anni e per altri due soli anni per i professori ordinari sia discrezionale e accordata volta a volta dalla amministrazioni?
    2) Ministra è vero che quasi nessuna amministrazione universitaria accorda questi due anni perché quelle università che spendono più dell’80 per cento del budget per gli stipendi possono essere commissariate e comunque sono destinate a non ricevere nessuna risorsa aggiuntiva?
    3) Ministra è vero che devono andare in pensione dai 5 ai 10 ordinari per poter chiamare in questo momento un nuovo prof. ordinario o due ricercatori?
    4) Ministra è vero che alcune Università, soprattutto al Sud ma non solo al Sud, a fronte di n. 5 cessazioni possono recuperare, a qualsiasi livello, il 7 per cento di queste cessazioni mentre altre possono recuperare oltre il 200 per cento?
    5) Ministra, è vero che i finanziamenti annuali ai programmi ricerca di interesse nazionale, già qualche anno fa corrispondevano a circa 1500 Euro per ogni ricercatore, quest’anno sono ridotti dell’80% e l’anno prossimo saranno azzerati?
    6) Ministra è vero che più del 30 per cento dei dottorati sono stati chiusi?
    7) Ministra è vero che con il taglio dei finanziamenti statali di oltre il 30 per cento in questi quattro anni le Università possono recuperare quanto manca per il loro funzionamento solo aumentando le tasse universitarie e con ipotetiche donazioni di privati?
    8 ) Ministra, è vero che le tasse studentesche superano attualmente di oltre il 50% i limiti di legge in quasi tutte le Università? E che i fondi per il diritto allo studio continuano a essere tagliati?
    9) Ministra e’ vero che l’attuale sistema di ripartizione delle risorse tra le Università premia gli Atenei delle Regioni con PIL alto rispetto agli Atenei situati nelle Regioni meridionali con un PIL basso ?
    10) Ministra è vero che secondo il rapporto OCSE 2012 l’Italia ha una percentuale del 15% di laureati tra la popolazione tra i 25 e i 65 anni rispetto alla media europea del 30% ed è al terzultimo posto in Europa per numero di laureati?

  • Biuso

    Giugno 20, 2013

    Non è brevissima ma consiglio di leggere una intelligente, tragica (nel senso di Fantozzi) e divertente Lettera aperta al Ministro Maria Chiara Carrozza sulla questione della Qualità dell’Università.
    L’autore è Giovanni Salmeri. dell’Università di Pisa.

  • agbiuso

    Aprile 5, 2013

    Condivido interamente le riflessioni e l’allarme espressi da Alberto Baccini

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    Napolitano, i saggi, il ministro Profumo, l’ANVUR e la lenta agonia dell’università pubblica

    La pausa elettorale, l’impasse sul nuovo governo, la nomina dei 10 saggi da parte di Napolitano, in generale l’allungamento dei tempi di qualsiasi decisione politica e la conseguente idea che ci siano ben altre priorità da affrontare, stanno precipitando università e ricerca verso il baratro. Il governo Monti è operante per l’ordinaria amministrazione. Ciò significa, come scrive Andrea Manzella (Repubblica, 2 aprile 2012), che “non ci possono essere svolte politiche nell’indirizzo di governo, possono però essere compiuti legittimamente tutti gli atti consequenziali a premesse politiche già poste”.

    Questo dal punto di vista di Università e ricerca significa una direzione inerziale molto ben delineata, che ROARS sperava vivamente venisse fermata dall’iniziativa di un nuovo governo. Nel caso di Università e ricerca la linea politica adottata prima da Gelmini e poi da Profumo è stata di trasferire gran parte del potere decisionale all’ANVUR e alla burocrazia ministeriale. In questa fase il movimento inerziale fa di ANVUR e burocrazia ministeriale lo snodo delle scelte politiche, opportunamente mascherate da provvedimenti tecnico-amministrativi, e sottratti di fatto al controllo parlamentare.

    E’ utile fare il punto per vedere quale sia la direzione inerziale impressa al sistema:

    1) ASN. Il ministro Profumo è ben contento di aver messo a punto un sistema di abilitazione nazionale che accontenta molti (il sistema delle mediane garantisce il consenso di oltre la metà della platea!). Non è un suo problema che la massa degli abilitati ingolfi il sistema negli anni a venire. Come ha scritto nel bilancio della sua azione di governo, conta aver avviato procedure di reclutamento.

    2) VQR e FFO. La macchina della VQR sta procedendo. Le critiche circostanziate a impostazione e bibliometria fai-da-te sembravano aver aperto una falla nelle certezze ministeriali. Il Ministro Profumo dichiarò che la VQR aveva natura sperimentale, e che la sua utilizzazione sarebbe stata ben ponderata. Dichiarazioni che Profumo ha prontamente disatteso nella bozza di decreto di ripartizione del FFO 2013: la parte premiale che sarà distribuita sulla base dei risultati VQR risulta quadruplicata rispetto alle assegnazioni 2012. Infatti la quota premiale per ricerca (540 milioni di euro) sarà distribuita al 90% sulla base dei risultati della VQR (486 milioni di Euro). Forse che la CRUI nel suo comunicato non se n’è accorta?

    3) AVA. I meccanismi Autovalutazione, Valutazione ed Accreditamento sono il risultato dell’incontro delle procedure di controllo ingegneristiche della periferia, in cui si è specializzato il ministero da una decina di anni, con il delirio burocratico di ANVUR. Come ricorda il prof. Castagnaro nella sua tournée di divulgazione di AVA, le università sono come dei bambini. Non si può lasciare loro troppo libertà, ma devono essere guidate opportunamente, facendo sentire che il genitore ha sempre la situazione sotto controllo.

    Le conseguenze di AVA saranno una ulteriore riduzione dell’offerta formativa delle università pubbliche, e l’aumento del numero dei corsi ad accesso programmato (numero chiuso). Nessuno ha il coraggio politico di dire che questi sono gli obiettivi politici perseguiti. Si preferisce scrivere formule e complesse procedure di calcolo di requisiti e sostenibilità. Gli studenti di LINK se ne sono accorti, per fortuna. Difficile, allo stato, prevedere che la CRUI ed i Senati accademici intervengano. La stragrande maggioranza dei docenti, sembra per ora ignorare anche l’esistenza di AVA.

    4) Dottorati di ricerca. Anche in questo caso ANVUR sta decidendo quanti e quali dottorati potranno sopravvivere. La regola dimensionale dei dottorati (art 4 comma 1 lettera c del DM 94 dell’8 febbraio 2013) darà luogo ad un riduzione drastica del numero dei dottorati, la cui numerosità negli ultimi tre cicli si è già ridotta di un terzo, passando dai 1624 del XXVI ciclo, ai 1465 del XXVII ai 1089 del XXVIII. Certo non è possibile sostenere che il sistema dei dottorati in Italia così com’è sia efficiente. Ma l’intervento attuale rischia di buttare via con l’acqua sporca anche molti dottorati di ottima qualità. Chi se ne preoccupa?

    5) Programmazione triennale. Anche qua si prevede di premiare il “riassetto dell’offerta formativa” da realizzarsi mediante accorpamento o eliminazione di corsi di laurea, riduzione del numero di corsi di laurea attivati presso sedi decentrate, trasformazione o soppressione di corsi di laurea con contestuale attivazione di corsi di Istruzione tecnica superiore. Il percorso politico è ben tracciato: l’ulteriore riduzione del sistema universitario pubblico. Il parlamento eletto dai cittadini è d’accordo con la linea del ministro Profumo?

    Il sistema universitario rischia di essere definitivamente disarticolato da questo movimento inerziale. Per tentare di salvare ciò che resta dell’università e della ricerca italiane è urgente e necessario che siano attivate le commissioni parlamentari senza attendere il nuovo governo. E che comincino a mettere sotto controllo tutto ciò che accade dalle parti del ministero dell’istruzione e dell’ANVUR.
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    Fonte: Roars, 4.4.2013

  • Biuso

    Febbraio 5, 2013

    Il CUN (Consiglio Universitario Nazionale) ha presentato una diagnosi abbastanza sintetica ed efficace dello stato in cui è stata ridotta l’Università italiana dai governi di ogni colore. Il documento (pdf) si intitola Le emergenze del sistema.

    Sul manifesto del 3 febbraio scorso Alessandro Dal Lago ha commentato questo documento in un modo che mi sembra condivisibile.
    Copio qui sotto il testo, evidenziandone con il grassetto alcuni elementi.

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    L’università che ci meritiamo

    Il documento sullo stato dell’università italiana elaborato dal Cun e ampiamente commentato in questi giorni dalla stampa è più di un rapporto. È la certificazione di un’agonia. I dati sono noti ma vale la pena riassumerli in poche righe: diminuzione degli immatricolati del 17% negli ultimi dieci anni, riduzione del corpo docente del 22% dal 2006 a oggi, taglio inarrestabile del finanziamento ordinario, delle borse di studio e dei fondi della ricerca. Grazie a questo dimagrimento forzato, i dati sulle prestazioni del sistema non possono che essere peggiorati.
    Basti dire che nella classifica del numero dei laureati l’Italia è al 34mo posto su 36 paesi Ocse.

    Oddio, in questo panorama di deflazione (anzi, di depressione) culturale e scientifica c’è una vistosa eccezione: l’Anvur, la famigerata Agenzia di valutazione dell’università (ampiamente sbeffeggiata in Italia e all’estero per le sue procedure insensate, gli errori marchiani e l’avversione di cui gode nel mondo accademico), ma che ci costa più di 300 milioni di euro in tre anni. Uno spreco di denaro privo di senso: se mai l’abilitazione nazionale avrà una conclusione (ciò di cui tutti dubitano), il 90% degli abilitati non potrà essere reclutato dagli atenei per la mancanza di fondi, e quindi tutto sarà stato inutile. Una vera beffa per chi sinceramente credeva, facendo domanda, di essere riconosciuto per il suo merito di ricercatore, invece che per l’ appartenenza a qualche cordata o tribù accademica.

    Tuttavia, la vicenda Anvur, se inserita sullo sfondo dell’agonia dell’università, ci dice molto sulla lungimiranza del sistema politico italiano, di centrodestra e centrosinistra, in tema d’innovazione scientifica e ricadute della ricerca sul benessere comune. I ministri, consulenti e opinionisti che hanno gonfiato la necessità di una valutazione oggettiva, quantitativa e neutrale dell’università, all’insegna dello slogan «basta con i fannulloni!», sono gli stessi che si auguravano fino all’altro ieri la diminuzione di studenti e professori, l’aumento delle tasse, lo sgonfiamento di un sistema troppo cresciuto e così via. Penso a Perotti, Giavazzi, Gelmini e tutti gli altri. Un coro di profeti di sventura, le cui previsioni alla fine si sono avverate: oggi l’università italiana, saccheggiata in nome del merito, della serietà, del rigore ecc. produce meno laureati, dottori di ricerca, docenti di qualsiasi altro paese sviluppato – ed è un vero miracolo che continui a sfornare un numero di brevetti e pubblicazioni scientifiche che la collocano al settimo posto nel mondo.

    Ma, appunto, tutto questo ha un significato che trascende le vicende dell’università. Per sintetizzare in poche parole il problema: il ceto politico italiano non ha mai ritenuto che valesse la pena investire nella ricerca e quindi nell’università pubblica.
    Qui appare un paradosso clamoroso: i governi del nostro paese sono sempre stati colonizzati da professori universitari. Tra i primi che mi vengono in mente, Amato, Prodi, Urbani, Berlinguer, Diliberto, Brunetta ecc. per non parlare del governo in carica che annovera tre rettori e professori di ogni genere e statura. Ebbene, come spiegare l’evidente e costante disinteresse di questi accademici per l’istituzione da cui provengono? Una risposta malevola potrebbe essere che tutti costoro hanno usato l’università per fare carriera politica. Ma forse quella più realistica è che tutti o quasi hanno voluto un’università adeguata a un paese ai margini delle economie più ricche.
    Qui sta probabilmente il nodo della questione università. Un sistema politico di ampie vedute sa che un’università ben finanziata, capace di lavorare non solo per le aziende ma anche per lo sviluppo culturale dei suoi abitanti in campi non immediatamente remunerativi, non è solo un lusso. È un investimento sul futuro. Permette alle giovani generazioni sia di competere in campo scientifico e linguistico, sia di aprirsi la mente, di godere di capacità critica e di indipendenza di pensiero. Di giudicare le scelte politiche ed economiche di chi li governa, di arricchire le proprie esperienze non solo in tema di listini di borsa e nuovi software, ma magari di arte, letteratura e altri mondi. Se tutto questo sembrasse un’utopia andate a dare un’occhiata ai corsi di laurea in Germania o negli Usa. Certo, anche lì si taglia e si riduce, ovviamente, ma nessuno si sognerebbe di dire, come il mitico Oscar Giannino, che la diminuzione degli immatricolati è una buona cosa. O che è meglio rinunciare ai corsi di antropologia o letteratura per quelli di economia aziendale, come se questa fosse un’alternativa razionale.
    Un’università fatta di Bocconi e politecnici in sedicesimo – a vantaggio dei privati, ma a spese dei contribuenti – è stato l’obiettivo costante dei governi di centrosinistra e centrodestra negli ultimi 25 anni. Un’università di questo tipo è perfetta per un’economia di servizi, di piccole aziende, di una Fiat che chiacchiera in Italia e investe in America, di speculazioni finanziarie e banche allo sbando. Questo è oggi il nostro paese e questa è la sua università.

  • agbiuso

    Gennaio 15, 2013

    Ringrazio Enrico per la segnalazione dell’articolo di Sabino Cassese.
    Invito caldamente gli amici del sito a leggere e a firmare una petizione rivolta al Ministro dell’Università a proposito dei criteri di finanziamento della ricerca in Italia.

    Nella petizione si legge, tra l’altro, che:

    ===============
    In ciascun Ateneo, dunque, la procedura di preselezione sarà affidata al controllo di un comitato nominato mediante un decreto rettorale, riconducibile perciò, in definitiva, ad un organo di governo monocratico, non collegiale (come per es. il Senato Accademico): in questo modo la scelta delle linee di ricerca prioritarie verrà a dipendere dai rapporti di forza esistenti all’interno di ciascun Ateneo, i quali per di più, in conseguenza di un inevitabile circolo vizioso, tenderanno a perpetuarsi e a cristallizzarsi nel tempo. Inoltre, ed è un fatto d’inaudita gravità, si specifica che i criterî di preselezione che ogni Università è chiamata a darsi dovranno tener conto non solo della qualità scientifica dei progetti (misurata dal «punteggio medio» assegnato dai revisori) ma anche degli «aspetti di natura strategica», vale a dire politica o d’immagine, come le «possibili ricadute in termini di visibilità, attrattività, competitività internazionale» dell’Ateneo o le eventuali «interazioni con soggetti imprenditoriali».
    […]
    Senza dire che progetti di ricerca in apparenza poco «visibili» (ma per chi? per la comunità degli studiosi, per gli studenti, per i media?), proprio in forza della fecondità e imprevedibilità intrinseche alla libera ricerca scientifica, possono arrivare a risultati visibilissimi e di un’«attrattività» addirittura magnetica.
    […]
    Più in generale, è evidente che con questa nuova versione del bando PRIN, consonante del resto con alcune recenti disposizioni legislative che incrementano l’influenza della politica e del cosiddetto “territorio” sull’Università (L. 240/2010, art. 2, c. 1, lettere h e i), si viene a ledere – non solo in prospettiva ma già oggi – l’effettività del diritto alla libera ricerca scientifica, affermato a chiare lettere nella nostra Costituzione (artt. 9 e 33).

  • Enrico

    Gennaio 12, 2013

    Gentile prof.,
    dieci mesi fa apprendevo dal suo post (e dai link annessi)dell’Anvur e delle nuove modalità di finanziamento della ricerca, che, spacciate per meritocrazia allo stato puro, avrebbero in realtà prodotto un’Università sempre meno libera e condizionata dal potere economico-politico.
    Qualche giorno fa ho letto un interessante articolo di Sabino Cassese, giudice costituzionale e esperto di diritto amministrativo, in cui si mostra come “l’Anvur e il ministero hanno fatto un grosso errore trasformando la valutazione, che è necessaria come parte del lavoro scientifico, in un esercizio burocratico centralizzato”.
    Segnalo qui l’articolo in questione
    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/01/07/lo-spettro-della-valutazione.html?ref=search
    Un caro saluto

  • Biuso

    Dicembre 17, 2012

    Il reality show dell’università
    di Maurizio Matteuzzi
    il manifesto, 14.12.2012

    Per capire la miseria scientifica e didattica alla quale si sta tentando di ridurre -sinistra e destra insieme- l’Università e con essa il sapere.
    Assolutamente da leggere.

  • agbiuso

    Novembre 13, 2012

    “La scuola, l’università e la ricerca sono state oggetto delle uniche riforme strutturali varate dal governo Berlusconi ovvero dal governo del “con la cultura non si mangia” e del “perché dobbiamo pagare uno scienziato quando facciamo le scarpe migliori del mondo”.

    Questo apparente paradosso si spiega semplicemente considerando che in questi settori sono stati operati dei tagli di spesa profondi in quantità e spietati in qualità, per la ferocia con cui sono stati effettuati e per il disinteresse se non il disprezzo verso le nuove generazioni di ricercatori e verso coloro che, non avendo ancora raggiunto una posizione permanente nella scuola o nell’accademia, si sono trovati di fatto espulsi dal sistema e privati di possibilità di entrarvi nel prossimo futuro. Questi tagli di spesa sono stati dunque utilizzati per fare cassa: questo è stato l’interesse primario considerando che le scelte politiche sono state date in “subappalto”.

    Vincitori della gara di subappalto sono stati diversi soggetti: in particolare vi è stata un’azione coordinata tra gli “ideologi” della riforma Gelmini e coloro che l’hanno scritta con obiettivi molto “pratici”. Gli ideologi, che altri non sono se non un nutrito gruppo di economisti di credo (mai parola più appropriata) liberista, sfruttando il fatto di scrivere editoriali sui maggiori quotidiani italiani, da Repubblica al Corriere della Sera, da La Stampa al Sole 24 Ore, hanno orchestrato un fuoco di sbarramento ideologico condito da dati manipolati se non palesemente falsi ed hanno propugnato l’idea che la riforma Gelmini, per dirla con Luigi Zingales, sia stata “di gran lunga la migliore riforma fatta dal governo Berlusconi”.

    ===========

    Così comincia un articolo di Francesco Sylos Labini pubblicato oggi su Roars:
    Da Gelmini a Profumo, la politica contro l’università e la ricerca
    Ne consiglio la lettura integrale.

  • agbiuso

    Aprile 7, 2012

    Un articolo di Giuliano Volpe -rettore dell’Università di Foggia- ben chiarisce la scorrettezza intrinseca e i veri obiettivi delle procedure imposte dal governo all’Università. Si intitola Università, campionato falsato e ne consiglio la lettura.

  • Andrea Tavano

    Aprile 2, 2012

    […una realtà che ha danneggiato prima di tutto gli studenti, costretti ad accumulare “crediti formativi” come fossero punti del supermercato, studenti sempre più trafelati nello studio e dunque inevitabilmente superficiali nella preparazione.]

    Ma quanto è vero.

  • Francesco C.

    Aprile 1, 2012

    Si è perso il vero senso della conoscenza e di ciò che ci spinge a conoscere e ad esplorare.

  • agbiuso

    Marzo 31, 2012

    Consiglio vivamente di leggere l’intervento che Filippo Maria Pontani ha svolto in occasione di un recente convegno dedicato alla Valutazione della ricerca in ambito umanistico: problemi e prospettive.
    Si intitola Sulla retorica della valutazione e in esso Pontani riesce a chiarire anche ai non addetti ai lavori in che cosa consista la valutazione, perché praticarla nel modo che i decisori politici e accademici stanno imponendo ha come risultato la fine della libertà di ricerca, in che modo tali pratiche continueranno a favorire i baroni, le loro cordate e l’inveterato malcostume universitario italiano.
    Una sintesi davvero eccellente.

  • agbiuso

    Marzo 27, 2012

    Caro Pace,
    la ringrazio del suo apprezzamento e del suo sfogo, del tutto legittimo.
    Molte delle domande dei test di ammissione alle Facoltà sono effettivamente insensate e si vede bene che vengono predisposte da strutture esterne all’Ateneo, che nulla sanno della peculiarità degli studi filosofici.

    Ciascuno e tutti contribuiamo alla vita e all’identità delle strutture nelle quali viviamo e operiamo. Se un numero maggiore di studenti fosse più consapevole e chiedesse non soltanto la moltiplicazione degli appelli d’esame ma anche una migliore qualità della didattica e dei servizi, forse la situazione potrebbe migliorare.

  • Biagio Pace

    Marzo 27, 2012

    Caro professor Biuso,
    le faccio intanto i miei complimenti per questo sito, così denso di spunti di riflessione, a partire dal consiglio in alto a sinistra sulla home.
    Mi permetto di esprimerle la mia stima per come svolge la sua attività di docente e per la scrupolosità con la quale segue i suoi studenti, curando meticolosamente l’impostazione delle lezioni; scegliendo tematiche originali e testi seri; lasciando trasparire il rigore metodologico che ci ha preannunciato sarà richiesto durante lo studio e poi all’esame; restituendo alla tesi la dignità di pubblicazione accademica seria.
    In questo tempo (ma anche in questo Paese) in cui l’economista (che sà e vuol sapere solo di economia) ed il tecnocrate si sono guadagnati i galloni di timonieri, per colpe antiche di una classe politica meschina e tutt’altro che lungimirante, ci ritroviamo un’ Italia che al posto di rilanciare e scommettere sulla sua crescita, che non può non passare per i suoi atenei e le sue scuole, dalle elementari ai licei, si chiude a riccio sugli interessi consolidati delle oligarchie economiche, politiche, accademiche.
    Gli studenti, nella migliore delle ipotesi, quando cioè hanno saputo coltivare la loro stoffa di intellettuali d’eccellenza malgrado tutto, se ne vanno all’estero.
    Al di là di ogni altra più profonda e condivisibile osservazione sul futuro della libertà di espressione del proprio pensiero e sulla libertà della ricerca in questo Paese, due questioni mi lasciano sbigottito:
    1)ma che razza di Paese è quello in cui il diritto allo studio è condizionato da uno sbarramento in entrata fondato su una serie di domande a risposta multipla del tutto slegate dal contenuto del corso cui si cerca di accedere??
    2)che razza di paese è quello nel quale un giovane trentenne deve ritenersi un illuso se spera di poter vivere della sua laurea in Storia, in Filosofia, in Lettere etc??
    Scusi lo sfogo ma mi sembra che un unico grido di dolore attraversi lo scempio dell’università italiana e quel suono è in parte anche frutto delle voci di noi studenti.

  • diegob

    Marzo 23, 2012

    mi permetto una piccola curiosità per gli amanti della musica etnica, che saranno inorriditi alla mia battuta:

    la zampogna in effetti esiste solo nel centro sud d’italia, quindi in val seriana (prov. bergamo) si puo’ suonare solo la cornamusa

    chiedo scusa per la divagazione, caro alberto

  • agbiuso

    Marzo 23, 2012

    @Dario Generali
    Grazie, caro Dario, per aver espresso con molta più chiarezza di quanto abbia fatto io ciò che intendevo davvero dire. Si tratta proprio di questo: impedire al pensiero autonomo e critico non solo di “arrivare in cattedra” (e le difficoltà che io e te abbiamo avuto in questo senso sono ben paradigmatiche) ma persino di avere uno spazio in luoghi editoriali che sino ad ora venivano ritenuti innocui per il potere accademico. In questo modo, invece, la colonizzazione delle cattedre e delle pubblicazioni non lascerà scampo. Che la miserabile Gelmini -la quale andò a prendere l’abilitazione in Calabria invece che nella sua Lombardia- abbia potuto spacciare tutto questo per “lotta contro i baroni” (quando si tratta invece del contrario) lo posso capire. Ma che lo facciano dei “professori” al governo mostra soltanto la loro malafede.

    @diegob
    Il linguaggio può anche essere rozzo ma questo rende la tua analisi molto efficace, caro Diego. Parli di “una specie di ufficio marketing, una specie di roba sponsorizzata se e quando avanzano i soldi, gremita di leccapiedi e questuanti” e posso confermarti che ho sentito responsabili accademici formulare più volte esattamente questo concetto: “se non riuscite a ottenere i soldi dalle aziende del vostro territorio, se non trovate qualche sponsor per i vostri studi, non avrete futuro, le vostre discipline potrebbero essere cancellate”.
    Sul tuo blog ho commentato la tua giusta considerazione secondo cui “il sistema produttivo e i rapporti di produzione ad esso omogenei sono diventati stato naturale dell’umanità”.
    Quanto accade all’Università europea e italiana costituisce una rigorosa conseguenza di questo tentativo di trasformare un elemento storico del dominio -il mercato quale unico criterio legittimo del valore- in un dato naturale come l’azzurro del cielo. Ideologia, pura ideologia nel senso marxiano della parola.
    Il “bollettino dei suonatori di zampogna della val seriana” è bellissimo 🙂
    Ti ringrazio della stima che anche questa battuta dimostra.

  • diegob

    Marzo 23, 2012

    che angoscia questa delle pubblicazioni

    sembra che sia più importante dove si scrive rispetto a cosa si scrive

    scusami alberto, ma quel che scrivi tu varrebbe tantissimo anche se lo scrivessi sul bollettino dei suonatori di zampogna della val seriana

    battute a parte, è evidente che c’è un progetto di modellare l’università secondo certi valori, secondo quella specie di ossimoro con cui ci stracciano gli zebedei da vent’anni chiamato cultura d’impresa, come dire che il resto della cultura fossero inutili seghe mentali (mi scuso per il termine rozzo, ma non se ne puo’ più)

    come cittadino che nulla ha a che vedere con l’università, voglio un’università libera, dove si produca un sapere libero, un’università che apra la finestra al futuro e alla speranza e non una specie di ufficio marketing, una specie di roba sponsorizzata se e quando avanzano i soldi, gremita di leccapiedi e questuanti

    non se ne puo’ più di queste idee pessime

  • L’Università (s)valutata- Rivistaeuropea

    Marzo 23, 2012

    […] Vai alla fonte Condividi questo post: […]

  • Dario Generali

    Marzo 23, 2012

    Caro Alberto,

    non posso, anche in questo caso, che concordare pienamente con la tua lucida analisi del tentativo ideato dal governo berlusconiano, e ora messo in atto da quello di Monti, per operare un controllo centralistico sulla ricerca e sul reclutamento dei ricercatori e dei docenti universitari.
    I criteri di valutazione sono semplicemente insensati e, per esempio, forniscono sistematicamente punteggi sempre più alti agli studiosi di materie scientifiche rispetto a quelli dediti alle discipline umanistiche. Scaricano l’onere della valutazione dei titoli dei candidati ai concorsi sulle selezioni operate dalle redazioni, quando è ovvio che ci possono essere contributi di notevole valore anche su riviste meno note e stupidaggini su quelle titolatissime.
    Di fronte allo scandalo, ormai difficilmente sostenibile, di concorsi in cui prevalgono candidati con un decimo o un ventesimo delle pubblicazioni di concorrenti invece marginalizzati, si sta trovando il mezzo per ridurre finalmente al silenzio chi pretende di affidare la propria carriera più ai propri meriti e alle proprie pubblicazioni che alle mafie accademiche, che ben controlleranno le redazioni delle riviste che autoproclameranno di livello A.
    Per norma, nei concorsi, i commissari dovrebbero prendere visione dei titoli di tutti i candidati e dare una valutazione a ognuno di essi. In realtà è pratica diffusa che i commissari non leggano i titoli presentati (tra l’altro, essendo membri della comunità scientifica, già dovrebbero conoscerli) e che ritengano ovvio di non doversi sottoporre a un tale “fastidio”. La cosa è scandalosa ed è un po’ come se un insegnante si ritenesse autorizzato a non leggere i compiti dei suoi allievi, attribuendo ad essi delle valutazioni sulla base delle sue convinzioni pregresse.
    Con il sistema delle valutazioni delle sedi di pubblicazione, si sancirà il diritto dei commissari a non conoscere i titoli dei candidati che devono giudicare, poiché si dovranno solo attribuire punteggi in automatico, a seconda di dove i contributi sono stati editi, con la conseguenza che un’idiozia pubblicata su una rivista nota varrà legittimamente molto di più di un contributo innovativo e di valore uscito su una rivista classificata come di minor valore.
    Credo che i fatti parlino da sé e che non servano ulteriori commenti.
    Un caro saluto.
    Dario

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