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L'Università che vogliamo

Due docenti universitari hanno redatto un appello -rivolto al ministro Profumo e a Monti- che sta ricevendo adesioni molto numerose. L’ho sottoscritto anch’io poiché mi sembra che descriva con realismo la situazione in cui ci siamo cacciati e proponga delle vie d’uscita. Vi si stigmatizza, infatti, la progressiva burocratizzazione: «Si sta scatenando negli atenei la definizione dei “criteri di valutazione”, al fine di misurare la “produttività” scientifica degli studiosi, come si misura una qualsivoglia quantità calcolabile. Anche per questo le Università europee sono sotto l’assedio quotidiano di un flusso continuo di disposizioni normative, che soffocano i docenti in pratiche quotidiane di interpretazioni e applicazioni quasi sempre di breve durata. Sempre minore è il tempo per gli studi e la ricerca, mentre la vita quotidiana di chi vive nelle Facoltà –docenti, studenti, personale amministrativo– è letteralmente soffocata da compiti organizzativi interni mutevoli, spesso di difficile comprensione, quasi sempre pleonastici». Un fenomeno che gli studenti dell’Ateneo dove insegno ben conoscono, dato che ogni anno vengono loro imposte modifiche anche radicali ai piani di studio, le quali creano una confusione enorme che sono i ragazzi a scontare, prima e assai più che i docenti.
Si condanna il cosiddetto «processo di Bologna», voluto nel 1999 dall’allora ministro Luigi Berlinguer (di infausta memoria) e sostenuto poi dai suoi successori. Tale modello ha infatti «rivelato il suo totale fallimento. Il numero dei laureati non è aumentato, le percentuali degli abbandoni nei primi anni sono rimaste pressoché identiche, diminuiscono le immatricolazioni, si fa sempre più ristretta l’autonomia universitaria, i saperi impartiti sono sempre più frammentati e tra di loro divisi, tecnicizzati, mai riconnessi a un progetto culturale, a un modello di società».
Un fallimento che l’appello giustamente riconduce al modello statunitense: «Ma a dispetto dell’immenso fiume di risorse e la finalizzazione spasmodica delle scienze alla produzione di brevetti e scoperte  strumentali, i risultati sono stati irrisori. La grande  ondata di nuovi posti di lavoro qualificati non si è verificata. Anzi, gli investimenti nel sapere hanno accompagnato un fenomeno dirompente: la distruzione della middle class. […] Inseguire gli USA su questa strada è aberrante. La crisi in cui versa il mondo rivela l’erroneità irrimediabile di una strategia da cui bisogna uscire al più presto».
Per avviare la «fuoriuscita dal modello liberistico di un’Europa ormai sull’orlo del collasso» il testo formula proposte molto concrete e di buon senso, tra le quali:
«Abolire il fallimentare sistema del 3+2 dall’organizzazione degli studi e ripristinare  i precedenti Corsi di Laurea, prevedendo lauree brevi per le Facoltà che vogliono organizzarli».
«Abolire i crediti (i famigerati CFU) come  criteri di valutazione degli esami».
«Noi crediamo giusto che l’Università resti pubblica, sostenuta da risorse pubbliche. […] L’organo di autogoverno degli Atenei sul piano didattico e della ricerca non può essere comunque il CdA, ma il Senato Accademico, democraticamente eletto, in modo da rappresentare equamente tutte le discipline e tutte le figure di coloro che nell’Università lavorano e studiano».
«Occorre immediatamente dar vita a un meccanismo di rapido reclutamento di nuovi ricercatori […] Ma è necessario al più presto bandire concorsi per la docenza in tutte le Facoltà. I docenti (compresi i ricercatori) italiani sono i più vecchi d’Europa e i numerosi pensionamenti hanno sguarnito gravemente tante Facoltà», compresa quella in cui insegno, i cui studenti hanno visto la cancellazione da un giorno all’altro di materie da loro scelte al momento dell’iscrizione.
«È infine necessario spendere le energie dei docenti per riorganizzare i saperi, il loro studio e la loro trasmissione nelle Università», poiché il senso della docenza universitaria affonda nella ricerca e nello studio quotidiano (“da mattina a sera”), aggiornato e scientifico e non nella burocratizzazione e nella quantificazione espressa da un lessico non a caso mercantile (debiti e crediti).
Consiglio di leggere con attenzione e per intero il Documento. La questione universitaria non riguarda i docenti e neppure soltanto gli studenti che frequentano per alcuni anni gli Atenei, ma è un ambito la cui struttura e il cui funzionamento ricadono sull’intero corpo sociale, su tutti.

[Invito a leggere anche un successivo intervento e i relativi commenti: L’università (s)valutata]

22 commenti

  • Gesualdo Gustavo

    5 Ottobre, 2012

    L’Università come laureificio baronale e di casta, famigliare e parentale di dottori inutili ovvero come centro di ricerca a disposizione delle imprese del territorio in cui insiste?

    A quando una Università dell’Olio e dell’Olivo?

    A quando una Università della Pasta e del Pane?

    A quando una Università delle Mozzarelle e dei Formaggi?

    Pare sia arrivata l’ora di uscire dalla convegnistica ed entrare nel vivo della produzione agro-alimentare supportata e garantita dalla ricerca universitaria.

    Altrimenti, questi laureifici baronali possiamo anche chiuderli e risparmiare un sacco di denari dei contribuenti.

    http://www.ilcittadinox.com/blog/universita-produttivita-una-difficile-conciliazione.html

    Gustavo Gesualdo
    alias
    Il Cittadino X

  • Biuso

    13 Giugno, 2012

    Uno dei proponenti l’appello per L’Università che vogliamoAngelo D’Orsi– ha scritto ieri sul manifesto un articolo assai chiaro nel quale descrive le modalità con le quali in Italia si svolgono i concorsi universitari.
    Vi si trova, tra l’altro, un riferimento al bel libro di Franco Coniglione (docente a Catania) in difesa del livello scientifico delle nostre Università e si legge una sintesi del clamoroso caso Scirè, avvenuto sempre a Catania.
    Nello stesso Ateneo, che è anche il mio, convivono dunque sensibilità e comportamenti assai diversi. E questo è molto istruttivo. Ecco due brani dell’articolo, che consiglio di leggere per intero:

    ==============
    Malgrado questo, l’Università italiana, vittima negli ultimi anni di una sistematica campagna di diffamazione basata su cifre truccate (Giavazzi-Alesina e Perotti, tanto per far qualche nome: consiglio l’illuminante librino di Francesco Coniglione, Maledetta Università, Di Girolamo editore), e inique generalizzazioni, non è affatto tra le peggiori del mondo, come amava ripetere la passata ministra.
    Eppure le sue colpe le ha. E non vuole emendarsene. La maggiore concerne appunto il cosiddetto reclutamento. Ovvero i concorsi. Quelli che producono ricorsi. Malgrado oggi l’attenzione della pubblica opinione sia diventata assai più forte, e a dispetto delle sentenze dei Tar che cominciano a dar ragione ai ricorrenti, i membri delle Commissioni giudicatrici continuano a comportarsi come padreterni, convinti di poter imporre le loro scelte anche quando del tutto implausibili, certi dell’impunità, anche se vanno contro le leggi e i regolamenti; e, soprattutto, fiduciosi che nell’Accademia nessuno si muoverà per esprimere un dissenso, levare una voce di protesta, perché tutti aspettano il proprio turno per compiere in autonomia, ossia prescindendo dal valore dei candidati, le proprie scelte: ossia far vincere chi deve vincere.
    Ora, intendiamoci, ci sono ottime ragioni per sostenere la cooptazione, e personalmente le ho esposte, per iscritto e oralmente, in molte circostanze, anche su questo giornale, su MicroMega rivista e on line, nel dibattito che ha accompagnato e predisposto la Carta di Roma. La cooptazione è il mezzo attraverso cui si formano le scuole, lo strumento col quale un maestro passa il testimone agli allievi migliori, dopo averli formati, selezionati, accuditi, fatti crescere, insegnando loro metodo e tecniche. Ma la cooptazione, lecita, e a mio avviso giusta, deve avere un limite: bisogna che il candidato da cooptare abbia i requisiti minimi, ossia non sia palesemente inferiore agli altri concorrenti (in ogni caso attraverso la cooptazione il maestro si qualifica o si squalifica).
    […]
    Clamoroso il recentissimo caso di Catania, per un posto da ricercatore a tempo determinato (3 anni, più 2 eventuali) di Storia contemporanea nel quale, contro l’evidenza, il buon senso e persino la normativa vigente, la commissione ha fatto vincere un’architetta, tale Melania Nucifora (ignota alle cronache della storiografia), addirittura priva del titolo di Dottore di ricerca (oggi praticamente obbligatorio), e con una produzione scientifica incongruente col settore disciplinare (Msto/02), a danno di un candidato incomparabilmente più forte, provvisto di ben 4 monografie. Un episodio che suona come un’offesa alla stessa università che ha bandito il posto, e che, pur davanti alla sentenza del Tar che ha dato ragione al ricorrente (Giambattista Scirè, apprezzato studioso, già ben noto alla comunità degli storici), sembra disinteressarsi della vicenda. Altrettanto, gli storici contemporaneisti. Cane non mangia cane. Ma non sarebbe ora di rompere il silenzio? E di rialzare la schiena? La commissione, invitata dal Tar a rivedere il suo giudizio, clamorosamente incongruo rispetto alla realtà dei candidati, e da molti punti di vista, illegittimo, non ha fatto una piega. Si è nuovamente riunita e ha riconfermato pari pari il giudizio. Ammettere di aver sbagliato? Giammai! Complimenti ai colleghi. Ora è pendente alla Camera una interrogazione sul caso, svolta da un deputato del Pd, a sua volta storico di professione. E aspettiamo con curiosità la risposta del ministro o di chi per lui.
    A Catania insomma ha prevalso, nella maniera più brutale, lo ius loci (ma non la cooptazione; là non c’è scuola che tenga, e la candidata, sebbene legata a qualcuno dei commissari da collaborazioni varie, non è certo l’allieva che si sta formando, provenendo da tutt’altri studi, che poco o nulla attengono alla stessa storiografia).
    ==============

  • agbiuso

    9 Aprile, 2012

    Tra i numerosissimi testi e interventi che L’Università che vogliamo sta elaborando ne segnalo uno del fisico Roberto Renzetti che merita di essere letto per la chiarezza con la quale inserisce la questione universitario-scolastica nel tempo profondo della storia e per come individua le grandi responsabilità della sinistra istituzionale, in particolare del ministro Berlinguer. Invito a porre particolare attenzione alla distinzione tra “insegnamento formale, non formale, informale” e a quanto ne consegue.
    Si intitola Perché non solo “Università” ma “Scuola”.

  • agbiuso

    27 Marzo, 2012

    Comunicato degli organizzatori e dei firmatari dell’appello L’Università che vogliamo

    ==============
    Stati generali dell’Università

    Sabato 31 marzo 2012, h.10.30

    Aula I – Facoltà di Lettere Università degli studi di Roma «La Sapienza»

    Sabato 31 marzo alle ore 10,30 nell’Aula I della Facoltà di Lettere della Sapienza si terranno gli Stati generali dell’Università, un’assemblea nazionale sui problemi dell’istruzione superiore e più in generale della formazione in Italia. Punto di partenza dell’iniziativa è l’appello l’Università che vogliamo, lanciato da Piero Bevilacqua e Angelo d’Orsi, pubblicato su “il manifesto” del 22 gennaio 2012 e su “Micromega on- line” e sottoscritto da oltre 750 docenti e personale incardinato, oltre a 150 non inquadrati.

    Ad essa prenderanno parte docenti delle varie Facoltà di tutta Italia, presidi, ricercatori, dottorandi, personale amministrativo, insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado, istituzioni culturali, editori. In questa occasione intendiamo dar voce a chi, in tutti questi anni di riforme imposte dall’alto, non è mai stato ascoltato, a chi lavora nella scuola e nell’Università, a chi vive problemi crescenti è non ha né luoghi né occasioni per renderli oggetto di pubblico dibattito.

    Una giornata di confronto, dunque, che ha l’ambizione di segnare un punto di svolta nel modo di considerare le istituzioni formative e il loro ruolo nel nostro Paese. Vogliamo che dalla discussione scaturisca una Carta di punti fondamentali (che chiameremo Carta di Roma) la quale sia di indirizzo e di prospettiva a quanti non si rassegnano ai colpi inferti dai tagli lineari di Tremonti, alla cosiddetta legge Gelmini, alla mercificazione del sapere, al degrado e alla paralisi presente. Consideriamo il nostro appuntamento il punto di partenza di un’azione di lunga lena, di apertura sistematica di vertenze con le istituzioni, volta a cambiare nel tempo e radicalmente gli assetti e la funzione della formazione in Italia. Proprio per questo istituiremo un Osservatorio permanente sull’Università e sull’istruzione pubblica che vigilerà sulle negligenze e sulle distorsioni del sistema culturale statale e formulerà proposte per lo svincolamento del sapere dall’utilitarismo mercantile e dal nepotismo imperanti.

    Per ulteriori informazioni: http://www.amigi.org

    Hanno assicurato la loro partecipazione, tra tanti altri che non possiamo menzionare, Renata Ago, Francesco Aqueci, Alberto Asor Rosa, Roberto Bellini, Marina Caffiero, Giorgio Caredda, Carlo Felice Casula, Francesco Coniglione, Luigi Ferrajoli, Eleonora Forenza, Roberto Finelli, Giorgio Inglese, Giacomo Marramao, Ugo Mattei, Tonino Perna, Valeria Pinto, Francesco Pitocco, Enzo Scandurra, Luca Serianni, Raffaele Simone, Francesco Saverio Trincia, Giovanni Figà-Talamanca, Armando Vitale.

  • Dario Generali

    13 Marzo, 2012

    Caro Alberto,

    hai letto la risposta a Gregory del direttore del Politecnico, uscita sul numero di ieri del “Corriere della sera”?
    Anche qui è evidente che non riescano a capire i termini della questione.
    Nessuno dice che non si debba studiare e conoscere l’inglese, ma solo che non si debba sostituire l’inglese all’italiano come linguaggio delle élite.
    In Italia l’inglese si studia alle elementari, alle medie e alle superiori, ma lo si studia così male che alla fine gli studenti non lo conoscono e non sanno neppure spiegarsi e capire qualcosa in quella lingua.
    Basterebbe che si insegnasse e si studiasse l’inglese in modo decente dalle elementari alle superiori.
    Il ragionamento che viene fatto è invece inverso. Poiché nelle scuole l’inglese c’è, ma non lo si impara, si fanno le lezioni in inglese all’università per costringere gli studenti ad impararlo per conto loro, con scuole private, andando all’estero, ecc. Il disastro delle scuole non viene messo in discussione e lo si accetta come un dato di fatto, mentre si dovrebbe agire a quel livello, perché lì lo stato investe risorse enormi spesso per nulla, pagando insegnanti incapaci e promuovendo studenti del tutto impreparati.
    Se studenti stranieri vogliono frequentare le università italiane imparino l’italiano, come gli italiani imparano l’inglese se vogliono frequentare università inglesi o americane.
    Come dici tu, evidentemente la sottomissione al modello dominante è tale che impedisce di valutare in modo razionale la questione.
    Un caro saluto.
    Dario

  • agbiuso

    9 Marzo, 2012

    Caro Politi,
il nesso tra l’articolo di Gregory e il dibattito a proposito dell’ANVUR che è in corso da mesi in molte sedi (tra le quali Roars, L’università che vogliamo, teoretica.it ) consiste in tre elementi, che credo di avere già esplicitato ma che comunque sintetizzo di nuovo:

    – il rifiuto del criterio puramente quantitativo, bibliometrico, confuso e raffazzonato che ministri e ANVUR stanno imponendo; un criterio scopiazzato dai sistemi anglosassoni, la subordinazione ideologica ai quali ha trovato una clamorosa espressione nella proposta di Profumo contestata da Gregory;

    – la volontà -condivisa da Coniglione, Gregory e da molti altri- di ragionare sui dati e non sui pregiudizi a proposito del livello dell’Università e della ricerca in Italia. Un’analisi obiettiva dei dati mostra che i nostri Atenei svolgono un’attività di ricerca tra le migliori al mondo, nonostante l’esiguità delle risorse. Coniglione, ad esempio, dimostra che i fondi investiti dal Miur nella ricerca sono il 19,3% di quanto negli Stati Uniti riceve la sola università di Harvard;

    – la rivendicazione, che scaturisce dai primi due punti, del valore del nostro modello di Università -nonostante i suoi anche gravi limiti che le riforme aziendalistiche e privatistiche in corso aggravano invece che superare- e della nostra identità organizzativa, culturale e anche linguistica.

    La questione sollevata da Gregory riguarda certamente anche l’inglese (un amico mi ha scritto che «È davvero strano come quel ragazzo non riesca a capire quello che gli hai spiegato con tanta chiarezza, cioè che nessuno dice che non si devono conoscere le lingue, ma che è inaccettabile che si debba fare lezione in Italia in inglese») ma non soltanto l’inglese. Inserito nel suo contesto, quell’articolo diventa più comprensibile, che poi si accettino o meno le tesi in esso sostenute.

  • Vincenzo Politi

    9 Marzo, 2012

    PS: Prima di andare a dormire, ho controllato i link all’articolo del prof. Coniglione e al “Roars”.

    Il lungo articolo di Coniglione – scritto all’inizio del 2011 – riguarda la riforma Gelmini, in quel periodo al centro di vivacissimi dibattiti. Ho trovato davvero pochissime cose che non condivido con quell’articolo (addirittura, forse soltanto una: quando Coniglione caratterizza il “baronaggio” come una specie di “ingrediente necessario” per la carriera accademica al di fuori dell’Italia; questa cosa non mi risulta – basti dare un’occhiata alle modalitá di assunzione dei nuovi “lecturers” in un dipartimento – ma non voglio dilungarmi troppo su questo discorso).
    La cosa che ci terrei a sottolineare é che, d’altro canto, non mi sembra nemmeno che Coniglione dica delle cose contrarie a quelle che avevo affermato io. Coniglione parla del sistema dei concorsi universitari, della figura del “ricercatore a tempo determinato” introdotto dalla riforma Gelmini, dei fondi pubblici dati (o non dati) all’universitá. Davvero non vedo come il dettagliato e accurato articolo di Coniglione, che condivido in grandissima parte, possa farmi cambiare idea sull’articolo del prof. Gregory.
    Tra l’altro, lo stesso Coniglione é membro della SILF (Societá Italiana di Logica e Filosofia della Scienza) sul cui sito (tutto scritto inglese!) si legge che l’associazione “works together with other national and international Institutions for the realization of common goals” – cosa che mi auguro possano fare un giorno anche le universitá, magari attraverso l’uso “ufficializzato” della lingua inglese.

    Sul sito Roars, invece, ho trovato uno splendido articolo di Guido Abbattista che se in particolare denuncia il modo in cui viene svolto il ranking delle riviste specialistiche umanistiche in Italia, in generale sottolinea la possibilitá ma anche la necessitá di tali rankings proprio per le riviste umanistiche e per evitare il “provincialismo delle conventicole”. Di nuovo, d’accordissimo con lui,al cento per cento. Ma ancora una volta, non vedo cosa c’entri con la questione esposta da Gregory.

    Spulceró meglio il sito Roars (molto interessante e ben fatto), ma rimango ancora dell’idea che l’adozione di una lingua franca internazionale nell’universitá italiana non trasformi le menti dall’oggi al domani – me lo hanno dimostrato i professori francesi e tedeschi, che parlano un inglese stupendo anche a casa loro e che non hanno affatto rinunciato all’originalitá o alla “francesitá” e “germanitá” delle loro idee e delle loro ricerche – tutt’altro!

    E sono anche convinto che Gregory si sia scaldato cosí tanto perché saprá pure alla perfezione latino, greco antico, tedesco e francese, ma l’inglese proprio non gli va a genio!

    Ancora un saluto (assonnato, a dire il vero),
    Vincenzo Politi

  • Vincenzo Politi

    8 Marzo, 2012

    “Bastasse soltanto l’inglese, saremmo a posto” – ma allora perché non dire: “Intanto non escludiamo l’inglese a priori, poi si vede”?

    Io ribadisco che l’introduzione della lingua inglese come seconda lingua “ufficiale” non signifca svendersi alla politca anglosassone. Lo dimostrano gli atenei spagnoli e tedeschi, dove agli studenti é data la possibilitá di svolgere i dottorati di ricerca (con rispettiva prova orale finale) sia nella lingua del posto che in Inglese. (In Spagna, una delle prime universitá a adottare una simile politica fu la “Universidad Complutense de Madrid” – o come diamine si scrive, sia liberissimo di correggermi – poi seguita da varie universitá, come quella di Sevilla, Valencia e, caso straordianrio, Barcellona, nella quale si parlano Catalano, Castigliano e Inglese! In Germania, il Max Planck Institute fu uno dei primi esempi, ma ci sono anche le universitá di Tubingen, Bochum, Stoccarda… veramente tante altre!)
    Proprio in Germania, poi, stá diventando obbligatorio scrivere la “dissertation” in Inglese – non solo quella del PhD ma spesso anche quella del master (cioé, del “+2”).
    Parlo di atenei ma anche (e soprattutto) dei loro dipartimenti umanistici. Quei dipartimenti e quegli atenei si stanno “aprendo”, ma non significa che si siano svenduti o sottomessi a un modo di concepire l’educazione, l’insegnamento e la cultura.
    Stessa cosa per la Francia, come mi ha recentemente confermato Daniel Andler, professore di Filosofia della Scienza della Sorbona (Parigi), dopo una “lecture” tenuta qui in Inghilterra (e tenuta, mi sia concesso aggiungere, in un inglese impeccabile: proprio da Andler che é francese, chi lo avrebbe mai detto?). Andler mi ha spiegato come vanno le cose in Francia: i Francesi sono orgogliosissimi della loro cultura e della loro identitá (figuriamoci), ma il fatto che i loro atenei si stiano aprendo all’uso della lingua Inglese non significa che, di colpo, l’universitá francese sia diventata la brutta copia continentale dell’universitá britannica. Non sia mai! Un professore francese non pubblicherebbe mai quattro articoli di dieci pagine all’anno, nemmeno sotto tortura. I francesi preferiscono pubblicare un bel saggio di ottanta pagine una volta ogni due o tre anni, sono contenti cosí e, soprattutto, é giusto che sia cosí. C’é da dire, peró, che i professori francesi (e spagnoli e tedeschi) sono in grado di leggere, scrivere e pubblicare sia in francese (e in spagnolo e in tedesco) che in inglese.

    Utilizzare una lingua franca tiene veramente in vita la speranza di quel “politeismo culturale” auspicato proprio da lei. Non dobbiamo pensare che ci sono solo i cervelli in fuga italiani che vanno in Inghilterra o negli Stati Uniti. Ci sono anche molti studiosi inglesi e americani che vorrebbero andare a fare un PhD all’estero. Oggi come oggi, un inglese puó andare a fare un PhD in Spagna, in Francia, in Germania, in Olanda… in Italia no, perché non riuscirebbe non dico a seguire le lezioni, ma proprio a trovare qualche docente in grado di seguire lui! (Poi, non dico che “casi straordinari” non possano capitare: ma sono appunto “straordinari” e non rientrano nella norma.) Questo per quanto riguarda gli studenti.
    E il personale accademico? Io vedo con i miei occhi persone come il francese Daniel Andler o il tedesco Paul Hoyningen-Huene o la danese Hanne Andersen che vanno e vengono dalle conferenze in Inghilterra e negli Stati Uniti, ma vedo anche Nancy Cartwright, James Ladyman e Alexander Bird che vanno in Spagna, in Francia, in Germania, eccetera. Quelli che gli ho nominato sono tutti filosofi, tutti di nazionalitá diverse, tutti che dialogano fra di loro. Di filosofi italiani, peró, in giro ne vedo davvero pochi.
    Molto volentieri, poi, leggo gli articoli pubblicati su “New Frontiers of Philosophy in China” – rivista filosofica cinese, scritta in inglese, ma che tutto é tranne che “assoggettata” all’imperialismo culturale anglosassone.

    Come mi ha fatto notare un mio amico, le “ricette facili” per salvare l’universitá italiana non esistono e, anzi, bisogna diffidare delle panacee universali che vengono proposte quasi all’ordine del giorno: ieri era l’informatica, oggi l’inglese, eccetera. Credere nell’esistenza (e nell’efficacia) di queste panacee é veramente “provinciale”, come direbbe il prof. Gregory: non é che cominciando a parlare inglese la situazione cambia di colpo, da cosí a cosá!
    Inoltre, ci tengo a puntualizzare che io sono estremamente critico anche (e soprattutto) nei confronti della politica anglosassone del “publish or perish”, la quale costringe i poveri ricercatori a tempi forsennati di pubblicazione (con degli esiti che, vista la qualitá di molte cose pubblicate, sarebbe forse meglio perire). Peró, lo ribadisco, un conto é l’adozione di un codice comunicativo internazionale, un altro é volere importare a tutti i costi l’erba del vicino – anche in mancanza di un giardino adeguato a tali colture o, peggio, in presenza di giardini piú belli.
    Peró, ritornando ai “criteri di scientificitá”, sempre meglio avere dei parametri opinabili per valutare la produzione culturale dei dipartimenti umanistici italiani che nessun parametro affatto!

    Lei mi ha portato l’esempio monoteistico (molto bello, tra l’altro) della Torre di Babele. Io vorrei farle l’esempio dei commercianti di una volta, quelli che navigavano verso terre straniere e a volte esotiche. Quei commercianti utilizzavano tutti una “lingua franca” per le loro compravendite, ma ognuno disponeva un tipo di mercanzia assolutamente unico e irriproducibile: spezie, tessuti, unguenti… Attraverso l’uso di una lingua mercantile, quei commercianti avevano forse perso la loro identitá? Non penso proprio, anzi!
    Ecco, io penso che oltre a parlare di massimi sistemi e di purezze intellettuali, gli accademici italiani dovrebbero imparare, a volte, a fare un po’ i conti del commerciante (se non addirittura della serva). Perché opporsi con tanto accanimento all’idea che gli studenti Italiani, attraverso l’universitá Italiana stessa, possano acquisire gli strumenti basilari per comunicare con il mondo intero e non soltanto con loro stessi? E perché negare agli studenti stranieri di venire a studiare in Italia in un clima accademico che aspiri un minimo all’internazionalitá? Forse l’universitá italiana stá davvero perdendo l’occasione di fare affari d’oro (culturalmente parlando).

    C’é chi pensa che adottare la lingua inglese significhi permettere “l’invasione dello straniero”, la colonizzazione. Io semplicemente invito a considerare l’altra faccia della medaglia: non penso a chi potrebbe “dominarci”, penso sopratutto a come possiamo “esportarci”, a come espanderci, a come fare uscire fuori la nostra identitá culturale nazionale.

    Prof. Biuso, non staró qui a riempire ulteriormente il suo blog con i miei commenti-fiume, lunghi e per giunta pure pieni di errori! Entrambi siamo abbastanza saldi nelle nostre convinzioni. Io le dico, peró, che senza dubbio terró conto dei suoi argomenti e anche dei testi che mi ha suggerito. Lei, in cambio, accetterá anche solo per un attimo il mio invito a riflettere sull’ “occasione” che puó rappresentare la dimestichezza con la lingua inglese, senza pensare necessariamente che usare una lingua significa essere assoggettati a mentalitá aziendali?

    Ancora un saluto e grazie per il dialogo,
    Vincenzo.

  • diegob

    8 Marzo, 2012

    in effetti in inglese dicono outsourcing, e in italiano, forse, si intende farlo fare a chi ha meno diritti, così si risparmia

    l’inglese è una bella cosa, e va saputo, ma ha la strana proprietà di essere usato spesso per non chiamare le cose con il loro vero nome

    solo il dialetto, spiega bene le cose: accà nisciun è fesso

  • agbiuso

    8 Marzo, 2012

    Caro Politi,
 vede? Anche un apparentemente banale strumento tecnologico come una tastiera può diventare emblematico delle differenze tra i modi di scrivere e dunque di pensare dei soggetti e delle comunità. In ogni caso, io non ho parlato di «evidenze scientifiche inconfutabili» ed è bene non attribuire ai nostri interlocutori concetti che essi non hanno espresso.

    Io credo che il pericolo sia il prevalere dell’identità rispetto alle differenze, dell’uniformità rispetto alla pluralità, dell’unico rispetto al molteplice. Il dominio planetario di una lingua, qualunque essa sia, rappresenta la vittoria di tale identità. Non a caso il mito di Babele è di origine biblica. È espressione cioè di una religione e di una visione del mondo radicalmente monoteistici. Io, invece, sono un politeista in tutto.

    Per quanto riguarda Gregory, non ho mai avuto personalmente a che fare con lui e so che si tratta di una persona piuttosto antipatica. Ma questo non conta nulla. La ragione principale per la quale mi trovo d’accordo con il suo articolo -oltre alla difesa delle differenze- è quella che ho indicato in conclusione della mia risposta precedente: è sciocco, servile, provinciale, aziendalistico, “bauscia” (dicono a Milano) pensare di imporre nelle università italiane l’inglese come lingua per le lezioni, le esercitazioni, le tesi di laurea.

    Nessun argomento ex auctoritate (non “ex auctoritas”) da parte mia nel proporle quelle letture ma soltanto l’impossibilità di riassumere in una risposta che deve essere necessariamente sintetica i contenuti di un dibattito vivacissimo, complesso e molteplice. La invito a leggere qualcuno di quei testi non per farle cambiare idea -lei è molto convinto di ciò che dice- ma soltanto per conoscere argomentazioni diverse.

    Argomentazioni che costituiscono, esse sì, «voci fuori dal coro» rispetto alla marea montante e dominante -nei giornali, tra i decisori politici, tra molti docenti- della riduzione del sapere alle pure professionalità, della conoscenza all’economia, dell’università a un’azienda.

    Lei è molto sensibile alle ingiustizie, ai nepotismi, al baronaggio che affliggono l’accademia italiana ma la soluzione non consiste nell’aziendalismo anglosassone -su questo i testi di Coniglione sono davvero assai chiari e documentati- bensì nel rispetto sostanziale e non solo formale delle leggi, dell’equità, del talento.
    Bastasse soltanto l’inglese, saremmo a posto 🙂

  • Vincenzo Politi

    8 Marzo, 2012

    Gentile prof. Biuso,

    la ringrazio moltissimo per la sua risposta e anche per le correzioni ai refusi che, a suo cortese avviso, rappresentano una “piccola prova” di quanto “inficiata” possa essere la mia personale conoscenza della lingua Italiana. Oltre a scusarmi per la presenza di tale refusi, vorrei semplicemente (ma doverosamente) aggiungere che possiedo una tastiera italiana, bensí (guarda caso) britannica. Per mettere gli accenti (che in Inglese non esistono) sono costretto a scrivere prima su un documento Word e poi fare copia-incolla. Purtroppo, anche il programma Word del mio portatile é britannico: ció vuol dire non solo una limitatissima scelta di accenti (come vede, quando
    scrivo “é”, “lá”, “lí”, “perché”, eccetera, il tipo di accento é lo stesso), ma anche accenti automaticamente messi a sproposito, come nel caso di “stó”. Ovviamente, avrei potuto risistemare gli errori riscrivendo certe parole o cercando gli accenti giusti sulla lista di simboli sul programma Word. Senza dubbio, non averlo fatto é stato un atto di scortesia o addirittura maleducazione da parte mia, per il quale chiedo venia.

    A parte questi dettagli tecnici, che l’apprendimento di una seconda lingua infici il buon uso della lingua madre sia un’idea assurda assurda non é che lo dica io, ma gli studi di neurolinguistica. Per esperienza personale, semmai, le posso dire che conosco persone che parlano anche tre o quattro lingue, tutte correttamente e senza difficoltá. Quindi non prendiamo i capricci della mia tastiera straniera come “evidenza scientifica inconfutabile” di qualcosa che non é.

    Andando oltre la forma (molto discutibile) del mio commento, le chiederei di soffermarsi un po’ di piú sui suoi contenuti. Se io ho usato degli argometni “ad personam”, lei hai utilizzato degli argomenti “ex auctoritas”, citando libri e articoli che, se solo io li avessi letti, mi avrebbero convinto sulla correttezza o “giustezza” della posizione di Gregory – posizione espressa nei confronti di una situazione che, secondo lei, io conosco poco o nulla.
    Lei condivide l’articolo di Gregory, questo l’ho capito. Vorrei peró sapere il perché: magari lei riuscirá a spiegarsi meglio e piú chiaramente del suo collega romano. Mi dica cosa c’é scritto su quei libri e su quegli articoli, invece di citarmene i titoli. E mi dica anche cosa c’é di cosí inaccettabile e sconsiderato nella posizione espressa nel mio precedente commento, invece di soffermarsi su svarioni e errori ortografici – che piú me li fa notare e piú me ne fa vergognare, ma a tastiera non si comanda!

    Molto interessante il discorso sulla sottomissione ideologica e culturale. Io non penso che quando un indiano e un tedesco comunicano fra loro in Inglese allora vuol dire che si sono sottomessi alla cultura anglofona. Trovo, piuttosto, che quando la cultura é nelle mani di pochi (in questo caso: la cultura umanistica dell’accademia italiana) allora é piú facile gestirla, perpetuando certi auto-referenzialismi che ne garantiscano le gerarchie e la suddivisione dei poteri.

    Professor Biuso, io non voglio offendere nessuno e non voglio fare polemica gratuita. (Ohibhó, forse avrei dovuto pensarci prima: chissá se il prof. Gregory legge questo blog.) Se scrivo sul suo blog é perché mi stanno a cuore le tematiche da lei trattate (nonostante la mia senza dubbio limitata conoscenza) e vorrei contribuire attraverso un punto di vista che, sebbene non “d’eccellenza”, magari puó rappresentare il modesto tentativo di far sentire le cosiddette voci fuori dal coro – le quali, glielo garantisco, ci sono e sono tante.

    Un caro saluto,
    Vincenzo Politi.

  • agbiuso

    8 Marzo, 2012

    Caro Politi,
condivido integralmente l’articolo di Tullio Gregory, la comprensione del quale richiede un minimo di conoscenza dell’ampio e duro dibattito che è in corso a proposito dell’ANVUR e della valutazione della ricerca in Italia.

    Le consiglio -prima di enunciare giudizi così apodittici- di leggere qualcosa in merito, qualcosa che prescinda dai pregiudizi di opposto segno e analizzi la mole di dati disponibile.

    Ad esempio:

    -il recente libro di Francesco Coniglione Maledetta università. Fantasie e realtà sul sistema della ricerca in Italia;
    – un articolo dello stesso autore pubblicato sulla rivista Vita pensata :
«Università sotto tiro. Miti e realtà del sistema universitario italiano»;
    – i moltissimi testi e l’ampio dibattito disponibili su Roars. Return on Academic Research .

    Una lingua non è soltanto uno strumento di comunicazione ma è tra i segni più potenti del dominio. Accettare di sostituire la propria lingua con quella parlata da un altro popolo significa essere schiavi e coloni di quel popolo, chiunque esso sia. 

    L’inglese va studiato, appreso e parlato. Ma lo stesso vale per qualunque altra lingua. Il fatto che esso sia la lingua degli attuali dominatori del mondo non implica il sottometterci a essi con entusiasmo.

    Detesto gli argomenti ad personam ma, visto che lei li ha utilizzati nei confronti di Gregory, le ricordo che può non essere tanto assurdo che -come lei scrive- «l’apprendimento di una seconda lingua possa inficiare l’uso corretto della lingua madre». Il suo intervento ne costituisce una piccola prova: ad esempio, “sto” si scrive senza l’accento e gli accenti di “è”, “già”, “più” e di altre parole da lei usate sono gravi e non acuti.

    Ma il problema non è questo, è un problema di sottomissione politica, ideologica e culturale a un modello mercantile, produttivista, quantitativo, ultraliberista dei rapporti umani ed economici. Un modello del quale la pretesa del ministro (e professore anche lui) Profumo è una delle più evidenti e gravissime manifestazioni. Profumo, infatti, non esorta a studiare l’inglese (cosa del tutto ovvia) ma a sostituire nelle nostre università la lingua italiana con la lingua inglese. Gregory è di questo che parla. Ed è sul contestare tale pretesa che ha perfettamente ragione.

  • Vincenzo Politi

    8 Marzo, 2012

    Non posso essere piú in disaccordo con questo articolo, scritto tra l’altro da un professore ultraottantenne che continua a insegnare lo stesso corso di storia della filosofia, facendo le stesse lezioni e basandosi sugli stessi testi, da circa quarant’anni. Lasciando perdere le opinioni personali sul “pulpito” da cui c’é giunta la predica, vorrei piuttosto analizzare il contenuto della “predica” stessa.

    Ci sono due modi per concepire l’uso della lingua inglese (e mi stupisce come tale distinzione, a mio avviso fondamentale, possa essere sfuggita a un filosofo): c’é l’inglese come “lingua naturale”, quella cioé scritta e parlata dagli anglofoni; e poi c’é linglese come “lingua franca”, come codice di comunicazione internazionale. Che l’inglese sia la lingua franca di oggi non é ne’ giusto ne’ sbagliato, ne’ salvifico ne’ immorale: semplicemente “é”. Del resto, nel corso della storia, si sono succedute diverse lingue franche – dal latino al francese e cosí via. Quando il mondo commerciale e culturale d’allora parlava latino o francese, peró, non significa che tutte le altre lingue (e culture) erano state cancellate con un colpo di spugna, tutt’altro! Noi, in quanto eredi degli Antichi Romani, dovremmo piú di tutti essere in grado di applicare a noi stessi quegli stessi principi di comunicazione internazionale che i nostri avi applicarono a tutte le genti del loro impero.
    Non stó dicendo nulla di scandaloso o di iconoclasta, stó solo ricordando delle cose che una persona con un minimo di conoscenza storica dovrebbe sapere e accettare con candore. Insomma, non ci vuole un grande storico della filosofia per discettare sul valore – ma che dico? – sul FATTO che l’inglese sia la nostra “lingua franca”. L’Inglese essendo la “lingua franca” di tutti, se davvero ci teniamo a non rimanere culturalmente confinati in una striscia verticale che va dalle Alpi e si estende giú fino al cuore del Mediterraneo (isole (a volte) comprese), allora dobbiamo essere tutti convinti e motivati a impararlo una volta per tutte, senza “se” e senza “ma”.

    Per giunta, la lingua (franca) inglese é importante non solo da un punto di vista commerciale-imprenditoriale, come sembra suggerire il provincialismo da primi del Novecento di Gregory; l’inglese é importante anche da un punto di vista culturale. Siamo giunti al punto in cui la cultura di un posto non deve essere necessariamente studiata sul posto stesso (studiata a livello accademico, intendo). La “geografia naturale” non ha piú il predominio sulla “comunitá culturale”. Questo vale anche per la cultura Italiana. Ci sono dipartimenti di lingua e cultura Italiana in Inghilterra e negli Stati Uniti che fanno delle cose che in Italia stessa nemmeno si sognerebbero. (Lo stesso dicasi per i dipertimenti di cultura russa, cinese, araba, eccetera). Ci sono Italiani che vanno a studiare lingua e cultura Italiana all’estero un po’ perché non hanno i “requisiti” (ovvero, le raccomandazioni) per aspirare a un dottorato in un dipartimento italiano, ma anche perché, gira che ti rigira, all’estero questi giovani studenti la loro cultura la studiano addirittura meglio che nel loro Paese. Questi dipartimenti di Italianistica all’estero, dove si impara l’Italiano (in senso lato) pur parlando Inglese, sfornano ricercatori “professionisti” in grado di pubblicare “papers” originali su riviste specializzate internazionali. Ora – come giá credo di avere accennato in un commento precedente – le riviste specializzate internazionali sono scritte in lingua inglese, certo; ció non significa che siano riservate a un pubblico strettamente anglofono. Al giorno d’oggi, tutti i ricercatori del mondo pubblicano (o ambiscono a pubblicare) su quelle riviste. Tutti, tranne gli Italiani.

    Inconsciamente, gli italiani continuano a avere la convinzione post-Mussoliniana di essere i piú “grandi”, i “migliori”, i portatori della luce della sapienza divina e incorruttibile. In pratica, peró, se la suonano e se la cantano e, spesso, non hanno idea di cosa si parla aldilá della staccionata – vale a dire, in tutto il resto del mondo. Se solo si accettasse di imparare quello che non é ne’ piú ne’ meno che uno “strumento di comunicazione”, allora si scoprirebbe che, aldilá della staccionata (cioé, appunto, in tutto il resto del mondo), si parla anche di noi, della nostra storia e della nostra cultura; e che, spesso e volentieri, lo si fa anche meglio di come lo facciamo noi stessi.

    Ma poi, che ragionamenti! “Perché i nostri studenti dovrebbero imparare l’Inglese, visto che non sanno nemmeno l’Italiano”? Come se l’apprendimento di una seconda lingua possa inficiare l’uso corretto della lingua madre: che assurditá. Oppure: “non dobbiamo imparare l’inglese per amore dei cinesi che vengono a studiare il codice civile latino da noi”. Bellissimo autogoal intellettuale: gli studenti cinesi (e asiatici in genere) – bravissimi, intelligentissimi e senza dubbio molto piú motivati dello studente Italiano medio che si iscrive a una facoltá umanistica perché non sa’ cosa fare nella vita e quindi preferisce farsi mantenere dai genitori fino a quando non riesce a prendere una mini-laurea di 3 anni, che di solito consegue a 28 anni – questi studenti, dicevo, verranno a studiare in Italia e, alla fine, dopo aver completato il 3+2 a 23 anni, sapranno parlare il cinese (loro lingua madre), l’inglese (che giá conoscono a “prescindere”), l’italiano e pure il latino. Perché é questa la differenza fondamentale fra gli studenti cinesi e quelli italiani: i primi l’inglese lo parlano appunto “a prescindere”, gli ultimi invece non parlano ne’ l’inglese e neppure la loro (stupenda) lingua madre. Quindi che si fa? Continuiamo a insegnare male la nostra lingua madre e impediamo a ogni costo l’apprendimento approfondito della lingua franca mondiale? Davvero, non capisco.

    C’é poi una parte dell’articolo di Gregory che mi ha lasciato sconvolto: quando dice che “una scuola efficiente” deve (anche) avere “professori adeguatamente retribuiti”; poi, peró, lo stesso Gregory si lamenta se qualcuno si permette a imporre dei parametri di valutazione sulla ricerca umanistica. Non sempre “quantitá” é sinonimo di “qualitá”, su questo sono d’accordo, e certi parametri imposti possono essere piú o meno discutibili. Ma perlomeno sono “parametri”, cribbio! Sono modalitá per far sí che ció che succede nei dipartimenti umanistici possa essere valutato, confrontato, magari anche migliorato. Oppure (apriti cielo!), “cambiato”! Sono modi per mettere in discussione l’asfissiante auto-referenzialismo della torre d’avorio accademica italiana.
    Chissá quale dovrebbe essere la “retribuzione adeguata” di grandi luminari che pubblicano un libro di 200 pagine una volta ogni 15 anni – e che per giunta scrivono pure sul Corriere della Sera, in virtú della loro cultura che a nessuno mai fu dato di poter effettivamente valutare e discutere.

    Best wishes,
    Vincenzo.

  • agbiuso

    8 Marzo, 2012

    Dario Generali mi ha segnalato un articolo breve e chiarissimo di Tullio Gregory (Corriere della sera del 7.3.2012) a proposito della miseria intellettuale e del provincialismo che ispirano la politica scolastica e universitaria in Italia. Da leggere.

  • agbiuso

    29 Febbraio, 2012

    L’Università che vogliamo ha attivato una mailing list ( universitachevogliamo@domeus.it ) che mi ha informato su un caso che va oltre ogni giudizio. Cliccate sul link, leggete e inorridite.

    =============
    DA RICERCATORE A PROFESSORE ORDINARIO: L’ASCESA DI GIACOMO FRATI
    La carriera del primario che operava i manichini
    Chirurgo e figlio del rettore della Sapienza

  • agbiuso

    14 Febbraio, 2012

    Caro Diego, grazie ancora una volta.
    L’accostamento a un uomo e a un filosofo come Giorgio Colli può essere dettato solo dalla tua amicizia. In ogni caso, cerco di fare tutto ciò che posso per comunicare ai ragazzi che una vita dedicata alla filosofia e alla scrittura è la più bella delle vite possibili.

  • diegob

    14 Febbraio, 2012

    E qui la mia esperienza è molto chiara: i numerosi laureandi che seguo sono quasi tutti fortemente motivati e assai bravi nell’individuare i nessi teoretici degli argomenti di cui si occupano. Pochi, però, sanno scrivere in modo corretto, limpido, efficace. Il mio più grande impegno consiste nell’aiutarli in tale compito.
    Anche per questo sarei contrario a porre dei limiti rigidi -verso l’alto o verso il basso- all’ampiezza della tesi; l’importante è che quanto si scrive sia ben argomentato e formalmente corretto.

    caro alberto, c’è un problema: tu non sei un professore qualunque, tu sei anche e soprattutto un vero filosofo e un vero scrittore, quindi varrebbe la pena di imparare a scrivere da te al di là di ogni pezzo di carta, quindi aver conosciuto te e lavorato con te è un valore al di là del bene e del male dell’università (solo giorgio colli mi fece la stessa impressione, conoscendolo)

    perdonami la troppa ammirazione, ma è per dire che chi non trova sul suo cammino un vero Maestro, è possibile in effetti che stia perdendo del tempo, e questo nel senso inteso dal prof. politi (mi si perdoni il prof. di prefisso, ma io ragiono come i parcheggiatori abusivi, un dott. non lo nego mai a nessuno, e poi in italia tutti vogliono sentirsi chiamare dottore e si stupiscono quando puntualizzo che non lo sono proprio)

  • Vincenzo Politi

    9 Febbraio, 2012

    Gentile Prof. Biuso,

    sono dell’idea che quando due persone si trovano in disaccordo su un paio di questioni, sotto sotto condividono tutto il resto.

    Detto questo, la questione del limite imposto alla tesi, tesina o dissertation che sia – sia essa di 15.000 o 150.000 parole – rappresenta, a mio avviso, una soluzione pragmatica (ma non per questo stupida!) a uno dei problemi che dilania l’universitá Italiana: il ritardo mostruoso con il quale si conclude un percorso di studi.

    Sono d’accordo con Lei quando mi dice che l’obiettivo di una tesi di laurea é quello di insegnare come si fa ricerca. Vorrei peró aggiungere che, al giorno d’oggi, risulterebbe un po’ troppo idealista parlare di “ricerca” in generale, o “pura”. Che ci piaccia o no, anche settori umanistici come la Filosofia fanno ormai parte di un’ “industria culturale e di ricerca”, dove certi limiti, regole e leggi vanno rispettate. Uno studente che si laurea in Filosofia in Italia e vuole tentare una carriera accademica internazionale, anche restando nei limiti della sola Europa, deve sapere come scrivere un “paper” pubblicabile in una rivista specializzata. E chi glielo dovrebbe insegnare a scrivere un paper, se non l’Universitá?

    A differenza che in Italia, in Europa un ricercatore va avanti non solo perché fa “ricerca” ma anche e soprattutto perché “dimostra” di “saper fare ricerca”. Al momento, l’unico modo obiettivo (inter-soggetivo) per dimostrare di fare ricerca é quello di pubblicare quanti piú articoli possibili in riviste internazionali specializzate – siano esse Inglesi, Americane, Australiane o Tedesche. Tali riviste applicano TUTTE, indistintamente, la politica del “peer-review system”, che sono certo lei conoscerá e che, per evitare ulteriori lungaggini, non sto qui a descrivere.

    Spero apprezzi il fatto che sto parlando per esperienza personale. Quando finii la mia tesi di laurea, anche io credevo che l’Universita Italiana mi avesse insegnato a “scrivere”. Ma scrivere come? Scrivere quando, e in quanto spazio? Una volta all’estero mi sono reso conto che la mia tesi, sotto un profilo squisitamente accademico (e parlo di livello accademico internazionale), era di una ingenuitá e di una pesantezza indescrivibile: insomma, avevo speso un anno del mio tempo a scrivere una lagna pazzesca!

    Si potrebbe ribadire: “Bhé, ma l’Italia non deve necessariamente seguire il resto dell’Europa”! Obiezione di tutto rispetto, per caritá. Peró dico solo che l’Universitá Italiana deve prendersi certe responsabilitá nei confronti di chi vuole avere una carriera accademica. La maggior parte dei laureati Italiani, se lo vuole, avrá una carriera accademica al di fuori dell’Italia, non in Italia. Perché? Perché, parlando con candida onestá, in Italia in moltissimi casi, la carriera accademica é preclusa ai piú, anche ai meritevoli. Ció accade per una serie di motivi che preferirei non discutere in questa sede. E quindi? L’Universitá Italiana non solo nega a priori la possibilitá di una carriera accademica, a prescindere dalla validitá di un ricercatore e dai suoi meriti; inoltre, essa non prepara neanche i suoi “figliastri” a andare avanti nella accademie d’Oltralpe, costringendo i giovani laureandi a spendere mesi su una tesi lunghissima che nessuno leggerá e che di certo non cambierá le sorti del mondo. Ció che andrebbe insegnato una buona volta, invece, é come si scrive un progetto di dottorato, un paper pubblicabile, un “grant proposal” (richiesta di fondi di ricerca), come del resto hanno fatto umilmente e sapientemente le Universitá di molte nazioni dell’Est Europa, i cui laureati si affermano all’estero molto piú in fretta dei tanto decantati “cervelli Italiani in fuga”. Voglio dire, se non é “saper fare ricerca” questo, nel “concreto”, allora non so piú cosa meriti di essere insegnato o meno.

    Concludo dicendo che – ahimé – capisco benissimo le pressioni delle famiglie Italiane. Non é altro che sciocca vanitá mediterranea. Per quanto impopolare possa risultare, io personalmente sfoltirei l’inutile e boriosa moltitudine di titoli accademici Italiani. Non solo in Europa, ma praticamente in tutto il mondo, non si diventa “dottori” dopo una laurea di 3 anni e neppure dopo un master di 1 o 2 anni. In tutto il mondo si é “dottori” dopo il PhD, cioé dopo il dottorato di ricerca. In Italia, grottescamente, esistono i “dottorini di primo livello”, i “dottoretti specializzati” e poi finalmente i “dottori di ricerca” (di cui, stranamente, non parla mai nessuno – ogni volta che si discute di Universitá Italiana saltano fuori le lamentele degli studenti del “3” e degli studenti del “+2”, ma i dottorandi? In tutto il mondo il PhD viene considerato come il culmine, l’apice del percorso accademico; in Italia sembra quasi una decorazione, un orpello, qualcosa che se c’é va bene ma se non c’é chi se ne frega). Tutti questi titoli e titoletti sono troppi e sono inutili. Spesso si raccontano le “storie di successo” di brillanti studiosi Italiani che vanno all’estero e, in men che non si dica, fanno una carriera favolosa. Non si dice mai, peró, che questi brillanti Italiani arrivano in Inghilterra, negli USA, nei Paesi Bassi, in Germania o chissá dove e trovano tante persone che gli ridono in faccia al loro auto-proclamarsi “dottori”.

    Comunque, apprezzo le sue argomentazioni, le sue iniziative e il suo sito – che ho scoperto stamattina, pensi lei.

    Grazie per la discussione costruttiva e a presto.
    Vincenzo Politi.

  • agbiuso

    9 Febbraio, 2012

    Caro Politi, la ringrazio della sua ampia analisi di una questione che anch’io reputo assai importante. La tesi di laurea, infatti, costituisce l’esito di un percorso di studi e ne riflette pregi e limiti.
    L’introduzione del 3+2 ha peggiorato la situazione anche su questo versante. Sarebbe infatti opportuno sostituire la tesi di laurea che conclude il triennio con un lavoro più agile affidato alla valutazione di pochi docenti, eliminando la relativa seduta di laurea. Tempo fa avevo anche formulato questa proposta nel Consiglio di Facoltà di Lettere e Filosofia (Catania) ma mi è stato risposto che sono gli studenti e le loro famiglie i primi a reclamare e a difendere le sedute di laurea, la discussione della tesi, l’applauso finale, le fotografie, la festa. Per certi versi si tratta di un’esigenza comprensibile ma la si potrebbe rinviare alla conclusione del corso di laurea quinquennale, evitando un doppione poco sensato.

    D’altra parte c’è da dire che la stesura della tesi per la triennale rappresenta uno dei pochi momenti nei quali gli studenti italiani sono costretti a confrontarsi con la scrittura, con la sua complessità e il suo valore. E qui la mia esperienza è molto chiara: i numerosi laureandi che seguo sono quasi tutti fortemente motivati e assai bravi nell’individuare i nessi teoretici degli argomenti di cui si occupano. Pochi, però, sanno scrivere in modo corretto, limpido, efficace. Il mio più grande impegno consiste nell’aiutarli in tale compito.
    Anche per questo sarei contrario a porre dei limiti rigidi -verso l’alto o verso il basso- all’ampiezza della tesi; l’importante è che quanto si scrive sia ben argomentato e formalmente corretto.

    In ogni caso, il valore di una tesi di laurea alla quale si sia ben lavorato è enorme e consiste nell’aver imparato come si fa attività di ricerca, qualunque sia il settore di studio.

  • Vincenzo Politi

    9 Febbraio, 2012

    La burocrazia uccide non solo chi lavora nelle universita ma anche chi ci studia. Io proporrei una serie di normative per regolamentare il problema Italiano delle tesi di laurea (e relativa “discussione” o “difesa”). Molti studenti impiegano quasi un anno per completare la tesi di laurea – sia quella prevista per la fine del “3” che quella per completare il “+2”. Completarla, la tesi, non basta: essa deve essere ovviamente stampata e rilegata, consegnata due o tre mesi prima della sua discussione, letta (o “letta”) da non piú di due persone che, alla fine, porranno al candidato non piú di due domande all’interno di una sessione di laurea che, di norma, non dura che una ventina di minuti scarsi (dopodicché: applausi, fiori, spumante e il lavoro indefesso del fotografo di quartiere).
    Con tutte queste lungaggini, quindi, non c’é da meravigliarsi se molti Italiani impiegano come minimo 7 anni per concludere un percorso di studi che dovrebbe durarne al massimo 5. Non voglio mettere in discussione la qualitá formativa dell’universitá Italiana. É ovvio, peró, che questo ritardo mostruoso dei laureati Italiani rappresenta un problema, soprattutto se si guarda al fatto che nel resto dell’Europa in media ci si laurea a 23 o 24 anni, con un bachelor degree (BA) di 3 anni piú il successivo master degree (MA o MSc). Mi domando, quindi: la “tesi di laurea” all’Italiana e veramente necessaria?
    Dunque, per cominciare, c’é da dire che praticamente in tutto il mondo la tesi di laurea… non si discute! Non si stampa una tesi per poi aspettare tre o quattro mesi di tempi burocratici per poterla finalmente discutere. Ovunque, l’unica tesi che si discute – e per almeno due ore, non in una manciata di minuti – é la tesi di dottorato (PhD dissertation). Le altre “tesi”, “tesine” e dissertation varie vanno semplicemente depositate in segreteria, letta da due membri del collegio docenti della facoltá e finalmente valutata. Sembrerebbe, cosí, che il voto finale venga in un certo qual modo “imposto” dall’alto, senza lasciare allo studente un’effettiva possibilitá di replica. Eppure, allo stesso modo, bisognerebbe domandarsi quanto (e “di quanto”), effettivamente, un candidato ha la possibilitá di cambiare la propria sorte accademica in venti minuti di seduta di laurea.
    Solitamente, quindi, i laureandi “depositano” la loro tesi a inizio settembre e poi a fine ottobre viene loro comunicato il voto finale del loro corso di studi. Significa, questo, oberare di lavoro i poveri professori che devono leggere e correggere tutte quelle tesi a tempo record? Non necessariamente. Infatti, in moltissime universitá europee (e non solo), le direttive sono rigidissime. Una tesi di laurea alla fine di un 3+2 non deve assolutamente superare le 15.000 parole (esclusa la bibliografia). Per noi Italiani, 15.000 parole sembrano pochine, se non addirittura riduttive. In Europa peró, a differenza che in Italia, si pensa che l’obiettivo di una tesi di laurea di 15.000 parole sia quello di insegnare ai giovani studenti come scrivere qualcosa di accademicamente accettabile in un arco di tempo relativamente breve. Si pensa a massimizzare le idee, a poter dire il meglio in poco tempo e in poche parole. In altre parole, il “modelle” a cui le tesi Europee si sipirano é quello dell’articolo scientifico, del “paper” pubblicabile in qualche rivista internazionale. In Italia, la tesi segue il modello del “libro”, ma bisogna chiedersi se sia veramente intellettualmente onesto aspettarsi che dei ragazzi di 23, 24 o 25 anni scrivano un intero libro originale.
    E infatti, le tesi Italiane sono tutte tranne che originali (la maggior parte). Ai candidati Italiani viene richiesto un lavoro di ricerca bibliografica enorme e straziante. Continuo a chiedermi se tale lavoro sia effettivamente necessario.

    Vengo ora al succo del mio discorso: che cosa ci guadagna l’universitá Italiana a bandire le discussioni di laurea e a imporre un limite massimo di 15.000 parole?
    Innanzi tutto, senza la famigerata discussione e i tempi tecnici/burocratici che essa richiede, lo studente “risparmierebbe” come minimo una sessione, forse anche 6 mesi. Dalla parte del personale amministrativo, invece, si risparmierebbero un sacco di mal di testa: non ci sarebbe piú bisogno di affiggere bacheche con le date delle sessioni laurea, i poveri segretari non dovrebbero fare i salti mortali per accontantare i docenti delle commissioni di laurea – ognuno con i propri “desiderata” e preferenze (chi puó far parte della commissione di laurea in una data non puó in un’altra, ma anche gli altri docenti hanno le loro richieste e via discorrendo: per il personal burocratico, l’organizzazione di una sessione di laurea é un vero e proprio incubo).
    Con il limite di 15.000 parole, invece, si avrebbe un fenomeno quantomeno auspicabile: gli studenti Italiani imparerebbero a “camminare” prima di “correre”. Non solo l’obiettivo del loro lavoro finale sarebbe molto piú modesto e realista. Inoltre, i laureandi Italiani finalmente imparerebbero a scrivere! Mi spiego meglio. Da una parte esistono le facoltá di matematica e di scienze “matematizzate” (come, appunto, Matematica, Statistica, Fisica); in Italia (ma non solo) la maggior parte degli esami sostenuti in queste facoltá sono “scritti” – ma “scritti” nel senso che, per ovvie ragioni, bisogna buttar giú calcoli e equazioni, non che bisogna organizzare un’argomentazione o difendere un’ipotesi. Ci sono poi facoltá dagli esami “ibridi” – per esempio Economia, dove ci sono esami sia scritti che orali, o Architettura, dove ci sono sia esami orali ma anche molti esami di “modellistica”. Tutta le altre facoltá da quelle Umanistiche (Lettere, Filosofia, Storia, Sociologia, Scienze Politche, eccetera) a quelle scientifiche (Biologia, Chimica, Farmacia, eccetera). Persino queste ultime – le facoltá scientifiche – nonostante richiedano delle attivitá da “laboratorio” conducono delle prove di valutazione che preservano la dinamica dell’esame orale; e comunque, per evitare possibili ambiguitá, si puó pur sempre dire che in queste facoltá, sebbene gli esami non siano “orali” strictu sensu, non li si puó neanche definire come “scritti”.
    Dopo questa panoramica sui sistemi di valutazione delle varie facoltá, io domando come sia razionale, o addirittura morale, aspettarsi che un ragazzo di 23 anni “scriva” un “libro” dopo 4, 5 o 6 anni in cui ha solamente “parlato” e, forse, ha dimenticato come si “scrive”.

    Spero che qualcuno legga questo mio lunghissimo commento. Spesso si parla di “riformare la riforma universitaria” e si fanno bellissimi discorsi generali su ció che va e ció che non va. Quella della tesi di laurea puó sembrare un “dettaglio”. Eppure, é proprio la cura per i dettagli che spesso manca nelle discussioni “all’Italiana”. (E ho appena cominciato partendo dalla tesi. Avrei molte domande – e proposte pratiche – per la chiarificazione di quelle vaghe se non oscure nozioni di “concorso”, “ricercatore”, “titolo di studio”… ma si sá: forse alcuni preferiscono ascoltare sempre e solo loro stessi!)

    I miei piú cortesi saluti,
    Vincenzo Politi

  • Paolina Campo

    4 Febbraio, 2012

    La confusione di cui lei parla la vedo negli occhi delle mie figlie che, insieme a studenti come loro, si imbattono nelle situazioni che il sistema 3+2 ha portato sin dalla sua entrata in vigore. Si vanifica l’interesse, la passione; si creano delusioni e amarezze verso un sistema che non prospetta assolutamente nulla di positivo. Concordo assolutamente sul fatto che la questione universitaria riguarda tutti e spero che l’appello che anche lei ha sottoscritto sia accolto con grande responsabilità.

  • diegob

    3 Febbraio, 2012

    in fondo l’università che vogliamo, mi sembra di capire, non è altro che l’università che sia se stessa, senza strane complicazioni

    la mia figliola si è laureata a dicembre, mentre eravamo a cena assieme, per l’occasione, le ho detto: «della tua università ho capito qualcosa, ma una cosa mi è rimasta oscura e cervellotica, in questi anni, cioè quella faccenda dei crediti e dei debiti, già grottesca nel nome, e non l’ho mai capita»

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