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Il Capitale, i padri, la morte

Piccolo Teatro Grassi – Milano
La compagnia degli uomini
di Edward Bond
Traduzione di Franco Quadri e Pietro Faiella
Con: Riccardo Bini (Dodds), Giovanni Crippa (Wilbraham), Marco Foschi (Leonard Oldfield), Paolo Pierobon (Bartley), Gianrico Tedeschi (Oldfield), Carlo Valli (Hammond)
Produzione: Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa
Regia di Luca Ronconi
Sino al 26 febbraio 2011

Oldfield è un produttore d’armi ormai anziano ma determinato a mantenere il controllo delle propria Compagnia, nella quale evita di far entrare Leonard, suo figlio adottivo, perché lo giudica ancora inadatto e perché teme che il proprio danaro lo corromperebbe. Ma il giovane vuole costruirsi una propria via e accetta la proposta del segretario Dodds di acquistare la Società di Wilbraham, un industriale fallito, schiavo dell’alcol e del gioco d’azzardo. Dietro Dodds e Wilbraham c’è però Hammond, un magnate dell’alimentazione che rileva gli enormi crediti verso la società acquistata da Leonard e in questo modo spera di diventare padrone della Compagnia del vecchio Oldfield, col quale è in competizione da anni. Capitalismo, quindi, puro capitalismo, un sistema che l’Autore di questo dramma definisce «di tutto rispetto. Abbraccia la morale della mafia: niente sentimenti, sopravvivere perché si è i più forti e i più spietati. Diversamente dalla mafia, opera entro i confini della legge» (Programma di sala, p. 6).

Tutto appare mortale e nello stesso tempo colmo della disperata vitalità con la quale i sei uomini -l’ultimo è il servitore Bartley, dall’oscuro passato- cercano di ottenere i propri obiettivi, diversi ma convergenti verso un allontanamento della morte per il tramite del danaro. L’equazione tra i soldi e la vita esprime in modo palese e radicale la tesi secondo cui “il tempo è danaro” e quindi l’accumularsi del danaro può significare il moltiplicarsi dei giorni in cui si è ancora vivi.
Anche per questo In the Company of Men «è scritto nella carne, nel sangue, nel dolore, nella gioia, nello shock macinati nei mulini del tempo in ogni secondo delle nostre vite», come afferma il suo autore (Ivi, p. 8). Una storia del tutto contemporanea, scritta in un linguaggio duro e appassionato, esplicito e ambiguo, sincopato ed epico. Ma una storia capace anche di restituire l’eternità drammaturgica di modelli quali Sofocle, Shakespeare, Calderon de la Barca,  Dostoevskij.
Un dramma come questo è affidato alla fisicità degli attori, veramente e tutti straordinari perché capaci di restituire il sottile confine tra abiezione e innocenza, consapevolezza e cecità, volontà e destino. La scenografia è quasi inesistente, scarna e dura come il testo. Un testo scelto da Ronconi quale «gesto necessario oggi, in Italia, al Piccolo, in una città come Milano» (Ivi, p. 13). E infatti buona parte del pubblico è rimasta perplessa e ha cercato in vario modo di esorcizzare il testo e la sua rappresentazione. Un pubblico non più abituato alla radicalità del grande teatro, allo smascheramento politico e psicologico del presente, a ciò che la parola letteraria ci ricorda e che qui Bond fa dire a Leonard: «I morti passano l’eternità a dire il vero e nessuno li può ascoltare».

[Una versione più ampia di questa recensione si può leggere sul numero 8 – Febbraio 2011 del mensile Vita pensata]

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