Blog Capitalism: A Love Story

Capitalism: A Love Story

di Michael Moore
USA, 2009
Trailer del film

Inizia con lo spezzone di un vecchio documentario dedicato alle ragioni della caduta dell’Impero Romano, dal quale risulta evidente l’analogia con la situazione dell’Impero americano. Il secondo inizio è costituito da una serie di brevi filmati di rapine in banca, riprese da telecamere di sorveglianza. Finisce con il regista che circonda l’edificio della Borsa a Wall Street con uno di quegli adesivi arancioni coi quali la polizia delimita la “scena del crimine”. E infatti ciò che Moore racconta è una rapina senza confronti, senza precedenti, senza misura, perpetrata dall’1% dei cittadini statunitensi contro tutti gli altri e verso l’intero pianeta. Mutui subprime, derivati e altre invenzioni della finanza criminale -ma del tutto legalizzata- vengono spiegati con chiarezza e senza un briciolo di noia; spiegati soprattutto nei loro effetti: famiglie intere private della loro casa e costrette a vivere in automobile; migliaia di operai lasciati senza lavoro da un giorno all’altro; “contadini morti” e cioè cifre assicurative milionarie intascate dalle aziende per la scomparsa dei loro impiegati, senza che le famiglie lo sappiano e mentre subiscono lutto e danno. In questo modo, un impiegato è molto più redditizio da defunto che da vivente. E poi gli intrecci strettissimi tra il Ministero del Tesoro USA e la Goldman Sachs e le altre banche, vere padrone e vero flagello dell’economia statunitense e mondiale.

Tutto narrato con la consueta vivacità e ironia intessute alla tragedia. Da riso aperto le scene tratte dal Gesù di Zeffirelli, doppiate in modo da garantire beatitudine non ai poveri ma al capitalismo, visto che questo sistema viene presentato come del tutto conforme alla fede cristiana, nonostante alcuni preti e vescovi qui intervistati neghino la compatibilità tra il principio capitalista del profitto e l’etica cristiana del dono. Pur con delle lodi a volte eccessive a F.D.Roosevelt e a Obama, il film è imperniato sul conflitto tra capitalismo e democrazia e si conclude con l’affermazione che «il capitalismo è il male, e il male non si riforma: si abbatte». Più di questo non si può chiedere a un regista statunitense. Dopo il muro dell’89 andrebbe infatti abbattuto l’altro muro, assai più radicato e potente, quello che sta nel nome stesso di Wall Street. Il miglior film di Moore.

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Caro Alberto,

direi che il capitalismo liberale sia come la democrazia: si tratta
sicuramente di un male, il cui contrario è però decisamente peggio.
Personalmente credo che il capitalismo keynesiano sia attualmente la miglior
forma di organizzazione macro-economica degli stati. Se mai il problema è
garantire lo stato di diritto, cioè il rispetto delle norme per tutti, cosa
che, negli Stati Uniti, almeno sino a qualche decennio fa, era in buona
misura garantito dalla sorveglianza molto attenta della Sec. Le truffe
finanziarie a cui accenni sono effettivamente tali e, quindi, da trattare
come reati, non come difetti insiti nel sistema liberale.
Le democrazie liberali, per essere forme decenti di governo, devono in primo
luogo avere la certezza del diritto e la sicurezza che ogni cittadino sia
tenuto allo stesso livello di rispetto delle regole, che dovrebbe essere
ferreo.
Garantito poi un certo livello di stato sociale e di controllo dei fenomeni
economici per pubblico beneficio, poi è inevitabile che qualcuno speculi o
guadagni sul lavoro degli altri. Diversamente dovremmo aderire a un modello
socialista, che, pur presentando molti elementi condivisibili, rappresenta,
come tu mi insegni, un’utopia inconciliabile con gli istinti umani, almeno
al nostro attuale livello evolutivo. Utopia, inoltre, che, quando si è
tentato di realizzare praticamente, ha portato a forme insopportabili di
tirannia.
Un caro saluto.
Dario

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