Brachilogie

Shariʿah / شريعة

La struttura che si fa chiamare Isis o Daesh ha pubblicato un opuscolo in italiano. 64 pagine di citazioni dal Corano, di immagini della vita nel califfato, di affermazioni nette, fideistiche, inneggianti all’unico Dio e sicure della vittoria della Shariʿah, la Legge Islamica. Al confronto, le pubblicazioni dei Testimoni di Geova costituiscono un esempio di libero pensiero.
Qualunque realtà, struttura, finanziamento, stato, servizio segreto ci sia dietro la sigla Isis/Daesh e i suoi militanti, ciò che si legge a pagina 13 di questo opuscolo è affermato nel Corano -Sura II, versetto 193- e nella sua versione completa suona: «Combatteteli finché non ci sia più persecuzione e il culto sia [reso solo] ad Allah. Se desistono, non ci sia ostilità, a parte contro coloro che prevaricano».
Nel nome di Dio si massacrano coloro che non lo adorano, si distruggono le testimonianze di millenarie civiltà politeistiche, si esaltano la guerra e la violenza come strumento di salvezza eterna -جهاد, Jihād  appunto-, si disprezza ogni libertà, prima di tutto quella della parola, giudicata forma della blasfemia.
Ecco: questo è il monoteismo, questo è il nemico assoluto della differenza, questo è l’abominio.

 

Isis_monoteismo

Pubblicazioni recenti

Mente / νοῦς

manifesto_31.1-2015

 

 

Un’architettura funzionale e dinamica
il manifesto
31 gennaio 2015
pag. 11

«Dalle emozioni alla memoria, l’analisi di una struttura analogica e semantica capace di una continua rimodellazione, influenzata dai fattori esterni»

Libro del mese

Pubblicità / Animismo / Animalità

Mente & cervello 122  – febbraio 2015

brand«Viviamo circondati dalla pubblicità: per strada, in televisione e sempre di più su Internet» (D.Courbet – M.P. Fourquet-Courbet – J.Intartaglia, p. 32); pensare di rimanere immuni dal suo condizionamento è illusorio. Numerosi esperimenti e indagini mostrano infatti che anche se non rivolgiamo alcuna attenzione ai filmati, alle ‘interruzioni’ in tv, al product placement al cinema (marchi ben visibili durante le scene), ai banner pubblicitari, i comportamenti d’acquisto della gran parte delle persone ne vengono ugualmente e a fondo determinati. E poiché «in una democrazia tutti hanno diritto di sapere se c’è qualcuno che sta cercando di influenzarli, e in che modo […], se tutti prenderanno coscienza dell’enorme potere esercitato dalla pubblicità sui nostri comportamenti d’acquisto, le tecniche pubblicitarie che puntano ad aggirare i nostri criteri razionali di giudizio potrebbero subire seri contraccolpi» (Id., 37). Anche questo è lo scopo della conoscenza, e in particolare dello studio del corpomente e dei suoi meccanismi di reazione agli stimoli ambientali. Ricordo uno soltanto di tali meccanismi: «Il prezzo di un prodotto determina la nostra percezione del suo valore» (M.Cattaneo, 3), sino al punto che «nel 2008 l’economista svedese Johan Almenberg dimostrò che vini di basso prezzo, messi in bottiglie di marchi pregiati, erano ritenuti, in test di assaggio, migliori di vini costosi in confezioni di poco prezzo» (A.Saragosa, 22).
Una praticabile strategia per evitare di sottomettersi in questo modo al marketing è -ad esempio- non possedere il televisore e installare sul proprio computer dei software che impediscono la visualizzazione di tutta la pubblicità, statica o dinamica che sia. È quello che ho fatto, ma naturalmente la questione è molto più complessa perché la pubblicità non è una dimensione soltanto o soprattutto tecnico-commerciale ma è un evento politico e sociale. È evidente che nella società dello spettacolo i partiti politici e i soggetti che li guidano rappresentano dei brand, dei marchi in competizione ma anche in alleanza gli uni con gli altri allo scopo di avvantaggiarsi della credulità dei cittadini clienti. Le specie sociali, come quella umana, costituiscono delle strutture collettive nelle quali l’influenza dell’intero sulle singole parti è schiacciante. La pubblicità quindi non è soltanto, come si usava dire, l’anima del commercio ma è anche uno dei segreti del potere. Quando il potere è in mano agli imprenditori -cioè a persone la cui professione consiste nel produrre e nel vendere qualcosa a qualcuno-, tra mercato e politica non vi è più differenza. È esattamente questa la condizione nella quale vivono quasi tutte le attuali società.

La natura sociale della specie umana si esprime con particolare forza nel linguaggio e nella comunicazione. L’essere sempre connessi, la miriade di scambi che hardware e software rendono possibili, si evolverà forse nella connessione diretta dei corpimente tra di loro. Non si tratta (soltanto) di fantascienza ma di ricerche in corso da tempo e sempre più avanzate: «La comunicazione da cervello a cervello potrebbe amplificare gli aspetti sociali della natura umana, come la nostra tendenza a condividere i pensieri. Se mai i ricercatori arriveranno a realizzare una vera comunicazione da cervello a cervello, le implicazioni etiche saranno immense» (R.P.N.Rao – A.Stocco, 101). Non c’è dubbio.

Talmente creatrice di socialità è la mente umana da rivestire di vita anche gli oggetti inanimati.Un fenomeno certamente di nicchia ma significativo è quello degli Idollator, coloro che scelgono come compagne le Love Doll,
delle bambole in silicone a grandezza naturale, simili a delle vere donne, con le quali non limitarsi a fare sesso: «Le evidenze aneddotiche suggeriscono che le bambole hanno portato sicurezza e gioia nella vita dei loro Leggi il seguito »

Cinema

Padri e Figli

The Judge
di David Dobkin
USA, 2014
Con Robert Downey Jr. (Hank Palmer), Robert Duvall (Joseph Palmer), Vincent D’Onofrio (Glen Palmer),  Jeremy Strong (Dale Palmer), Billy Bob Thornton (Dwight Dickham), Vera Farmiga  (Samantha)
Trailer del film

the-judge-posterJoseph è il Padre, giudice in Indiana. Rigido, morigerato, affrancatosi dall’alcolismo. Hank è il Figlio, affermato penalista a New York, dopo una gioventù tra ribellione e riformatorio. Si rivedono -tra freddezza e scontri- in occasione del funerale della moglie/madre. Il figlio sta per ripartire quando arriva la notizia dell’incriminazione del padre per omicidio, dopo un incidente d’auto. Che il figlio assuma la difesa del padre è inevitabile, nonostante il conflitto tra i due. E Hank offre la migliore prestazione che un avvocato possa realizzare: difendere il cliente anche contro la volontà del cliente, contro il suo desiderio di essere condannato. Tra saga familiare, ripetuti colpi di scena, abile dialettica forense, si arriva ad alcuni finali incastonati l’uno dentro l’altro.
Robert Downey e Robert Duvall sono due ottimi attori, gigioni e insieme drammatici. Sulla loro recitazione si basa questo drammone strappalacrime. E anche su una sceneggiatura buona nelle fasi del dibattimento che però diventa nei vari finali prolissa. Per quanto schematicamente resa, la vita nella provincia americana -e nei suoi tribunali- è sempre un miscuglio di messianismo e di vendetta collettiva, del messianismo come vendetta collettiva. The Judge è anche, naturalmente, l’ennesima metafora dei rapporti tra genitore e generato, che non sono mai facili anche per la ragione indicata tanti anni fa da Anassimandro.

Musica

Dalla luce

Cor Mundum
di
Gregorio Allegri
(1582-1652)
Metamorphoses – Osnabruck Youth Choir – Johannes Rahe

Bosch_Hieronymus

«Se vi dicono: donde siete nati?, dite loro: siamo nati dalla luce, nel luogo dove la luce è nata da se stessa; essa [si è levata] e si è rivelata nella loro immagine»
(Logion 50 del Vangelo di Tomaso)



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Teatro

Mammona

Piccolo Teatro Grassi – Milano
Lehman Trilogy
di Stefano Massini
Regia di Luca Ronconi
Con: Massimo De Francovich (Henry Lehman), Fabrizio Gifuni (Emanuel Lehman), Massimo Popolizio (Mayer Lehman), Paolo Pierobon (Philip Lehman), Roberto Zibetti (Herbert Lehman), Fausto Cabra (Robert Lehman), Martin llunga Chishimba (Testatonda Deggoo), Fabrizio Falco (Salomon Paprinskij), Raffaele Esposito (Pete Peterson), Denis Fasolo (Lewis Glucksman), Francesca Ciocchetti, Laila Maria Fernandez
Scene di Marco Rossi
Produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa
Sino al 15 marzo 2015

Lehman_TrilogyHenry, Emanuel e Mayer Lehman provenivano da Rimpar, un paesino della Baviera. Nel 1850 fondano a Montgomery (Alabama) la loro società. Da commercianti di tessuti che erano si sono inventati un nuovo mestiere, quello di mediatori. Comprano il cotone dalle piantagioni e lo rivendono agli industriali che lo trasformano in tessuti. Dopo la Guerra di Secessione si trasformano in banchieri, oltre che in commercianti di caffè. Finanziano le ferrovie attraverso le obbligazioni, con le quali diventano ricchi, molto ricchi. Poi il petrolio, l’impegno in politica di uno dei loro figli come governatore di New York e senatore. Sopravvivono al crollo del 1929. Durante e dopo la Seconda guerra mondiale estendono i loro affari in tutti i continenti. Finanziano l’industria dello spettacolo, la televisione, i prodotti di consumo. Negli anni Ottanta e Novanta del Novecento la Lehman Brothers giunge al culmine del suo Beruf, della vocazione-professione a «comprare soldi per vendere soldi, per prestare soldi, per scambiare soldi», come afferma Philip Lehman già alla fine dell’Ottocento. Il core business della Lehman Brothers diventa quindi il trading, la pura speculazione sui prodotti finanziari più rischiosi, sui titoli spazzatura, sui mutui subprime, sui derivati, sulle truffe più legali che esistano. Sino al crollo finale. Il 15 settembre del 2008 la Banca dei fratelli Lehman cessa di esistere.
Centosessanta anni di storia del capitalismo ebraico-statunitense narrati in modo calmo, lucido, onirico, interiore e oggettivo dalle voci dei Lehman, dalle loro azioni, dai loro entusiasmi, dalla loro abilità, dalla loro spregiudicatezza, dai loro sogni e incubi, dai loro matrimoni, dalle loro mogli, dai loro figli, dalle loro morti. All’inizio veniva rispettato lo Shivà, i sette giorni di lutto alla morte di un membro della famiglia, poi gli affari non potranno più aspettare, la Borsa non chiude mai.

La componente religiosa emerge in tutta la sua forza da questo testo e dalla sua messinscena. Una componente identitaria, dove la struttura fondamentale è sempre il danaro. Produzione di danaro per mezzo di danaro, Baruch Aschem, benedetto il Signore. Una produzione infinita che causa una rovina determinata non «da fenomeni di corruzione o di malaffare, quanto invece da un insieme, verrebbe da dire, di patologie sistemiche» (Stefano Massini, Programma di sala, p. 14). Sistemica perché a un certo punto della storia europea prima e mondiale poi, il danaro non è stato più cercato per ottenere qualcosa ma è stato cercato per se stesso. Una Leggi il seguito »

Mostre

Blu

Yves Klein Lucio Fontana
Milano Parigi 1957-1962

Museo del Novecento – Milano
A cura di Silvia Bignami e Giorgio Zanchetti
Sino al 15 marzo 2015

Fontana_KleinYves Klein lasciò al santuario di Santa Rita da Cascia un ex voto fatto di oro e di pigmenti rossi e blu. E concluse la sua preghiera con questo auspicio: «Che tutto ciò che viene da me sia Bello. Così sia». E, in effetti, bellissimi sono i suoi Monocromi fatti di blu potenti e ipnotici nei quali naufragare come nell’infinito di Leopardi. Di infinito parla giustamente Lucio Fontana, ricordando il suo amico troppo presto scomparso. I pochi anni che li videro collaborare furono un tempo di rivolte esistenziali e di rivoluzioni formali, di invenzione continua e di rispetto per il mondo antico, anni anche di grande divertimento.
K-05Gioia e  invenzione spirano dal percorso che si dipana dentro uno dei luoghi più preziosi di Milano, il magnifico Museo del Novecento. Si comincia con un accostamento tra due opere: Quelli che restano di Boccioni e uno dei primi Concetti spaziali di Fontana; la genealogia è evidente. Si prosegue con La signorina seduta, una scultura fatta di spazio e di oro; con l’incontro tra Fontana e Klein in occasione della prima mostra a Milano dell’artista francese; con la presenza di Fontana a Parigi. Il culmine è raggiunto nella sala che ospita stabilmente la Struttura al neon di Fontana (1951), sotto la quale è stata posta la grande superficie di Pigment pur di Klein (1957), un quadro collocato non su una parete ma sul pavimento, limpida manifestazione di ciò che per Klein è la pittura, un’eco della terra e della sua forza. In un’altra sala sono esposti quattro degli 11 monocromi apparentemente identici e che sembrano illuminare lo spazio con la potenza bluissima del loro colore.
Si chiude con le pareti che da un lato ospitano alcuni dei capolavori di Fontana e dall’altro  le opere più dense e più mature di Klein: le Antropometrie, quadri realizzati imprimendo sulla tela i corpi delle modelle totalmente impregnate di blu, sorta di sindoni dell’avanguardia; la Victoire de Samothrace e la Vénus bleue, nelle quali l’enigma dei Greci vibra dentro il bronzo blu, cosmico e materico.Fontana_su_Klein

Paganesimo

Altri prodigi

Le immagini di Marina Ballo Charmet sono molto lontane da quello che di solito ci si aspetta da fotografie scattate in Grecia. Sono immagini prese dal basso, intuite di lato, che non restituiscono la grandezza della grecità ma il suo non esserci più, le sue tracce, le rovine del quotidiano. E in questo modo, paradossalmente, rimangono molto fedeli a ciò che i Greci sono per noi: assenti.
Si tratta dunque di fotografie del tutto coerenti con il testo del filologo Dino Baldi, il cui percorso tra Oracoli, santuari e altri prodigi (sottotitolo Sopralluoghi in Grecia, Quodlibet Humboldt, Milano 2013, pp. 200) è un itinerario dentro il tempo, la sua permanenza e la sua dissoluzione; un itinerario dentro ciò che non vediamo più ma che ci sembra ancora di vedere. «Un’occasione per fare esperienza diretta della fine delle cose» (p. 12), di tutte le cose, compresa la fine degli dèi, dell’assoluto, del senso. Il segreto della Grecia, uno tra i tanti ma forse il più significativo, si delinea dunque come l’affrancamento da Dio, dal Principio Primo e Ultimo, dall’Eterno, dall’Immobile, dall’Uno. A favore, invece, della dispersione, della differenza, del molteplice, del tempo.
L’itinerario in Grecia diventa così un viaggio interamente e profondamente pagano, nel quale «quella che per noi è solo bellezza, o un patrimonio di esperienze estetiche, per gli antichi era una forza viva da onorare e placare» (34); nel quale «i monti erano sacri per definizione, come le caverne e gli anfratti della terra, e in genere tutti i luoghi in cui la natura manifestava potentemente se stessa» (23), nel quale il morire è la migliore sorte, dopo la disgrazia d’essere nati; nel quale «a volte rimane da chiedersi perché si sta ancora al mondo» (45).
A distanza di millenni, oracoli, santuari e altri prodigi sono stati in gran parte riassorbiti nella natura che li ha generati; sono tornati a essere pietra, acque, terra. Emergono ancora qua e là dei riconoscibili resti, al modo in cui nella memoria di un individuo emergono qua e là ricordi di ciò che una volta è accaduto ma il cui significato è andato perduto nel procedere degli anni e dei luoghi.
OLYMPUS DIGITAL CAMERAIntuiamo quindi il Citerone, monte dove accaddero gli eventi più estremi, sanguinari, dionisiaci; Perachora, dove Medea seppellì i suoi figli; Delfi, dove il predire era «un dire, un disseminare parole a caso nello spazio infinito, che a volte il caso incontrava e rendeva vere» (98) (come ironicamente e splendidamente ha mostrato anche Dürrenmatt nella Morte della Pizia); Eleusi, dove «c’è stato un momento in cui è stato tutto vero, ma è durato un attimo e l’hanno visto in pochi» (69); Dodona, il più antico dei luoghi sacri [raffigurato nell’immagine qui accanto, che non è di Ballo Charmet], dove una colomba venuta dall’Egitto «imparò a parlare greco, e insegnò ai greci a interpretare la lingua degli animali, il fruscio delle foglie, il mormorio dell’acqua, il tintinnare degli oggetti appesi al vento, il risuonare tenue dei tripodi di bronzo» (107).
Tutto questo venne poi «fatto oggetto di scempio da scaltri, occulti, invisibili, esangui vampiri! Non vinto -soltanto dissanguato!…La nascosta sete di vendetta, la piccola invidia diventa padrona!» (F. W. Nietzsche, L’anticristo, § 59, Adelphi, p. 256), come a Olimpia, dove dopo gli ultimi giochi giunsero i goti che abbatterono i templi, «e poi arrivarono implacabili i cristiani, che avevano la tendenza a riconsacrare i luoghi della cultura pagana facendoci il nido dentro e consumandoli piano piano come parassiti» (Baldi, p. 28).
La Grecità è stata anche un «gioco di scambi e corrispondenze fra barbarie e civiltà (ambiguo, insidioso, ma profondamente vitale, se lo si riesce a governare)» (113); è stata anche lo spaziotempo in cui «la fierezza dei mortali vive accanto al senso del limite, inscindibile da esso» (117); è stata la civiltà in cui identità e differenza sono il conflitto e insieme la pace, il rifiuto e l’accoglienza, la potenza dell’esserci e il lamento del morire. È questa «competenza primordiale che in Grecia molti ancora hanno» a far sì che «finché ai greci rimarrà questa virtù di far sentire i propri simili parte della stessa famiglia umana, mi sembra che possano stare abbastanza tranquilli, e un po’ anche noi» (48).
Il testo si chiude ricordando ciò che accadde ai tempi di Tiberio, quando i naviganti sentirono vicino a Corfù una voce che chiamava il pilota egizio Tamo affinché annunciasse che il grande Pan è morto. «Non aveva ancora finito la frase, che tutto, intorno a lui, si riempì di stupore, e un immenso gemito si levò dalla riva» (118). Era morta la misura. Quella stessa misura che risuona nel primo testo della filosofia, il frammento di Anassimandro, e che invita ancora -per chi voglia ascoltarla- a guardare senza terrore alla «malattia originaria, quella che ci portiamo dentro da sempre, per il solo fatto di esistere. La cura del dio allora è come la discesa agli inferi di Ulisse: un viaggio di conoscenza per scoprire cosa abbiamo dentro che non sapevamo di avere, chi siamo che non sapevamo di essere» (57-58).