Brachilogie

Asor Usa

Sul Manifesto di oggi è stato pubblicato un commento di Alberto Asor Rosa dal titolo I sette pilastri della saggezza. Un articolo sconcertante. Conoscevo Asor Rosa come un fine storico del presente, oltre che un italianista di valore. E invece decenni di militanza nella sinistra marxiana producono ora questo aborto di analisi, questo peana di un governo semplicemente feroce:
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Insomma: un governo non più “di parte”, ma singolarmente “super partes”, e quindi autorevole ed efficace non a dispetto ma in considerazione esattamente della sua natura non rappresentativa.
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Menzogna, menzogna ideologica pura. Il segnale lessicale più evidente della nullità di questo futile e insieme emblematico testo sta in una omissione. Mai una volta, infatti, si pronuncia il nome del vero padrone, di chi sta dietro e sopra Bruxelles, l’Unione Europea e tutta questa monnezza ultraliberista: gli Stati Uniti d’America. Non una sola esplicita critica alla grande finanza senza patria ma che negli USA ha la propria terra promessa. Napolitano e Monti sono degli atlantisti di ferro, che stanno consegnando l’Italia mani e piedi alla colonizzazione nordamericana. E Asor Rosa li presenta come specchiati esempi di italianità!
Che pena, veramente.

Pubblicazioni recenti

Matematica della luce

Matematica della luce
in La Panarie
Rivista friulana di cultura

Anno XLIV - N. 170 – Settembre 2011
[ma uscito nel Dicembre 2011]
Pagine 9-16

 

Libro del mese

Auto da fé

Die Blendung [1935]
di Elias Canetti
Trad. di Luciano e Bianca Zagara
Adelphi, 1985
Pagine 521

Un masso isolato nello spazio del mondo e delle parole che tentano di descriverlo. Un mondo andato in pezzi e una scrittura icastica che ne restituisce la realtà frantumata. Un flusso di coscienza non soggettivo, non più interiore, come se la maligna assurdità delle cose avesse preso da sé voce e forma parossistiche e tuttavia geometriche. Un teorema espressionistico. Questo è Die Blendung, l’unico romanzo di Elias Canetti, premio Nobel per la letteratura nel 1981.
Peter Kien è un sinologo universalmente ammirato. Ma è «una testa senza mondo» (titolo della prima parte). Vive solitario nella sua grande casa-biblioteca, fin quando la sua governante Therese -una donna che «non aveva niente di sacro, era un essere molto crudele» (p. 344)- non lo raggira e lo induce a sposarla. Comincia allora l’avventura di Kien in un «mondo senza testa» (titolo della seconda parte), nel quale «la vita quotidiana era un superficiale groviglio di menzogne» (20). È un mondo composto da individui ipocriti, violenti, volgari, miserabili. Il mondo degli umani. Therese lo butta fuori di casa impadronendosi dell’appartamento e di tutti i suoi libri; un nano gli sottrae con pazienza e metodo buona parte del patrimonio; un portinaio omicida lo rinchiude al buio in uno stanzino maleodorante. Per una fortunata e fortuita circostanza arriva il fratello Georges, celebre psichiatra, a liberarlo dalla moglie-mostro e da ogni fastidio. Ma, partito Georges, «il mondo nella testa» (titolo della terza parte) comincia il suo moto vorticoso, incontenibile, corrusco.
Che cosa racconta questa storia?
Racconta la follia.
Racconta la scotomizzazione, che restringe la visuale dei personaggi fino a escludere dallo sguardo ciò da cui ciascuno si sente impaurito o infastidito.
Racconta la paura che il tempo suscita tra gli umani, il loro desiderio di cancellare il presente e rifugiarsi nell’immobilità del passato oppure nel futuro che avrà reso passato il presente: «Il futuro, il futuro, come fare per rifugiarsi nel futuro? Una volta passato il presente, lui non avrà più nulla da temere da esso. Ah, se fosse possibile cancellare il presente! L’infelicità del mondo dipende dal fatto che noi si vive troppo poco nel futuro. […] La colpa di tutti i dolori è nel presente. Lui non vede l’ora che giunga il futuro perché allora nel mondo vi sarà più passato», questo pensa Kien (172).
Racconta la massa, il provare «la felicità di volere tutti insieme la stessa cosa» (353). Massa che per Canetti è la forma naturale dell’umanità, la quale «esisteva, come massa, già molto prima di venire inventata -e annacquata- in sede concettuale. Essa ribolle, animale mostruoso, selvaggio, ardente e turgido di umori, nelle profondità del nostro essere, più profonda delle Madri» (447).
Racconta i libri, invenzione perfetta che però non può essere utilizzata come una corazza con la quale difendersi dal coacervo della vita e del suo orrore. Bisogna infatti che testa e mondo si incontrino in una comprensione profonda, disincantata e rigorosa dell’esistere. È in tale convergere che la cultura diventa «il salvagente dell’individuo contro la massa che è in lui» (446).
In ogni caso, «non c’è uomo che valga quanto i libri che possiede» (235) ed è vero che «diversi miliardi di uomini qualunque avevano vissuto assurdamente e altrettanto assurdamente erano morti. Mille uomini precisi, non più di mille, avevano edificato la scienza» (333).
Questo libro terrificante e terapeutico, ironico e catartico, insegna che alle tre principali forme della relazionalità  umana -il gaudio inquieto, la prestazione e il possesso- bisogna aggiungerne una quarta: la ferocia.

Cinema

La pace femminile

E ora dove andiamo?
di Nadine Labaki
(Et maintenant on va où?)
Francia, Libano, Egitto, Italia, 2011
Con: Nadine Labaki (Amale), Claude Msawbaa (Takla), Layla Hakim (Afaf), Antoinette El-Noufaily (Saydeh), Yvonne Maalouf (Yvonne)
Trailer del film

Un gruppo di donne vestite di nero avanza danzando e battendosi il petto con le fotografie dei propri morti. Vanno al cimitero, dove si divideranno tra le tombe cristiane e quelle musulmane. In un villaggio senza nome di un indeterminato Vicino Oriente l’imam e il prete cattolico tentano di mantenere un clima di pace tra le due comunità. Le tensioni però sono sempre pronte a emergere, sino a un evento che sembra spalancare le porte al reciproco massacro. Ma le donne -tutte, islamiche e cristiane- ricorrono a ogni stratagemma pur di evitare il conflitto: dalle presunte visioni della madonna all’ingaggio di alcune danzatrici ucraine per distrarre i maschi, dal seppellimento delle armi alla preparazione di dolci corretti all’hashish.

Divertimento e dramma si mescolano in questa parabola che va oltre il particolare contesto libanese e mostra con intelligenza e lievità la natura irrazionale di ogni conflitto, di ogni cedimento alle pulsioni che comportano anche la fine del pur di raggiungere la distruzione dell’altro. La guerra è un enigma evoluzionistico, politico, metafisico che millenni di riflessione hanno illustrato in tutti i modi, non riuscendo in alcun modo a debellarne la furia. Lo sguardo e il tocco femminili di questo film si pongono totalmente dalla parte della donna, vista come madre e amante pronta a tutto pur di proteggere i propri nati e i propri uomini dalla loro stessa furia, in una costruzione corale che è l’elemento più riuscito dell’opera. Il significato del titolo viene svelato nella scena finale e nella battuta conclusiva, ancora una volta capaci di mescolare le differenze e farne una ragione di ricchezza invece che di odio.

 

Mostre

Artemisia, la carne

Artemisia Gentileschi. Storia di una passione
Palazzo Reale – Milano
Sino al 29 gennaio 2012

Muse e ninfe maliziose e seducenti; monache orgogliose e temibili; dame altere e potenti; antiche regine -Cleopatra- e peccatrici -Maddalena-; allegorie della pittura, della musica, della pace, della retorica, della fama; Betsabee al bagno; guerriere bibliche, tra le quali domina Giuditta che con meticolosa calma trancia la testa a Oloferne, alla quale si aggiungono Giaele che conficca con un martello un chiodo nella tempia di Sisara e Dalila che toglie ogni forza a Sansone. La più straordinaria tra queste donne è forse una samaritana dalla posa e dallo sguardo assolutamente scettici che discute con un Gesù chiaramente in difficoltà. Ma sono tutti i maschi a subire inganno e vendetta nei dipinti di Artemisia Gentileschi.
Che cosa rovina questi uomini? L’eros? L’intelligenza? La menzogna? Certamente la corporeità, che dalle opere di Artemisia tracima col suo splendore e con la sua potenza. L’Allegoria della pittura è una coscia femminile che riempie il quadro e che si allarga a un corpo adagiato, lucido, sognante.
L’allestimento di Emma Dante regala ulteriore fascino a questa “pittora” ammirata nelle corti di tutta Italia e che a Napoli trovò forse il luogo più congeniale alla sua passione, oltre che la morte. Tra fulgenti lapislazzuli, fiotti di sangue e caravaggesche lame di luce, è la carne che trionfa in Artemisia.

Teatro

La modestia

di Rafael Spregelburd
Regia di Luca Ronconi
Piccolo Teatro / Teatro Grassi – Milano
Trad. di Manuela Cherubini
Scene di Marco Rossi
Con Francesca Ciocchetti (Ángeles / Anja Terezovna), Maria Paiato (María Fernanda / Leandra), Paolo Pierobon (Arturo / Smederovo), Fausto Russo Alessi (San Javier / Terzov)
Produzione: Piccolo Teatro di Milano – Festival dei Due Mondi di Spoleto – Mittelfest di Cividale del Friuli
Sino al 5 febbraio 2012

Un uomo in un appartamento di Buenos Aires. È entrato con le chiavi dategli dal proprietario, la cui moglie -non conoscendolo- è lì a minacciarlo con una pistola. Parlano di una confusa storia di videocassette.
Terzov è uno scrittore russo, gravemente malato di tubercolosi. La moglie induce un medico a curarlo gratuitamente, in cambio dei diritti su un romanzo che però non è stato il marito a scrivere ma il padre di lei.
Ritorniamo alla prima scena: ora i due personaggi visti all’inizio si trovano nella casa dell’amante della donna con la pistola e di sua moglie. I due uomini sono degli avvocati.
Terzov si è trasferito nella casa del medico Smederovo, che cerca di convincerlo a consegnargli tutto ciò che ha già scritto.
Nella scena successiva si torna a Buenos Aires…
È evidente che di quest’opera non si può stilare una sinossi. La trama è in fondo semplice ma riguarda due vicende dislocate in luoghi e tempi diversi. Il passaggio dall’una all’altra è immediato. Lo spettatore deve essere molto attivo e attento per cercare di capire. È un po’ quello che è costretto a fare anche il visitatore del Prado quando guarda il dipinto di Hieronymus Bosch dal titolo La ruota dei Sette Peccati capitali. Il quadro non è appeso alla parete ma è esposto su un tavolo, intorno al quale l’osservatore si deve muovere per cogliere i particolari delle singole e differenti scene.
Il drammaturgo argentino Rafael Spregelburd si è ispirato a quest’opera di Bosch per scrivere la sua Eptalogia, sette drammi di diversa durata nei quali i peccati hanno preso altri nomi: L’inappetenza, La stravaganza, La stupidità, Il panico, La paranoia, La cocciutaggine e -appunto- La modestia.
Attraverso una scrittura oggettiva e insieme labirintica, patetica e divertente, filosofica e banale, il mondo comincia a ruotare in tutta la sua inafferrabile complessità, facendo emergere la «natura menzognera di quella che chiamiamo realtà» (Spregelbund, Programma di sala, p. 30). Le leggi della percezione -la dinamica tra Figura e Sfondo, la Chiusura dell’immagine- si dissolvono senza speranza. E soprattutto svanisce l’illusione di un’identità stabile nel tempo e nello spazio.
Una drammaturgia ideale, questa, per un regista come Luca Ronconi, il cui obiettivo è stato sempre la creazione di «uno spettacolo infinito in un teatro di fuga» (ivi, p. 10). Assecondato da quattro attori straordinari per la loro capacità di transitare senza scosse e senza artifici tra le diverse identità, Ronconi ha messo in scena un’opera che -come dichiara il suo autore- vorrebbe mostrare «duplicità di trame, opacità di significati, collusione di universi linguistici, labirinti etici» (ivi, p. 25). Ma tutto questo nei modi più quotidiani e persino melodrammatici, dunque apparentemente tradizionali.
Di che cosa parla questo spettacolo? E chi lo sa.

 

Musica

Boogie

di Paolo Conte
(1981)

L’ironica sensualità di questa canzone avvolge e spalanca sino a far vedere i personaggi che ballano e a far sentire i loro profumi. Magnifico il finale del testo: «Era un mondo adulto, / si sbagliava da professionisti…»

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Paganesimo

Gli dèi umani nella Valle dei Templi

Igor Mitoraj
Agrigento – Parco Archeologico della Valle dei Templi

Da millenni il Sole splende su quelle pietre. Splendeva quando i templi eretti dal popolo più giovane della storia dicevano agli dèi quanto grande possa diventare l’insignificanza umana. E splende ancora su ciò che rimane di quell’enigma sacro, ora che gli edifici sono vuoti e il silenzio degli dèi appare senza fine. Ma basta poco per restituire la parola alle potenze che abitano quei luoghi. Bastano i manufatti di un umano, Igor Mitoraj, le cui figure non imitano nulla e nulla neppure creano ma emergono da sé, si fanno forma, diventano frammenti di corpi, volti accecati, strutture e pensieri. Non c’è alcuna differenza né salto tra i templi agrigentini e le sculture contemporanee. Poiché il tempo degli dèi è il sempre. Così si spiega la strana e contraddittoria impressione di immobilità e dinamismo che le opere di Mitoraj sanno offrire. Sono sempre lì e appaiono sempre diverse. Come se si muovessero pullulando di favole la Valle. Anche le misure si dilatano e si contraggono. Non sono né “grandi” né “piccole” queste sculture perché sono tempo prima di essere spazio. E come ogni struttura temporale, esse si contraggono e si dilatano allo sguardo che nel tempo è immerso. Anche per questo non rappresentano gli dèi ma gli umani. E però dentro le grandi teste, dentro i toraci e i torsi emerge immobile lo sguardo di Medusa a dire che qualcosa di indicibile, di orrendo e di grande sta dentro l’umano. È guardandosi allo specchio che esso, l’umano, è diventato il bronzo di queste opere bellissime.