Skip to content


Giuseppe Savoca su Tempo e materia

Giuseppe Savoca: recensione a Tempo e materia. Una metafisica
in La Sicilia, 26 giugno 2020
pagina 18

Giuseppe Savoca è professore emerito di Letteratura italiana contemporanea nell’Università di Catania.
Ebbi la fortuna di seguire da studente le sue lezioni, che mi coinvolsero sino a biennalizzare la disciplina da lui insegnata, che vuol dire dare due esami distinti in due diversi anni di corso. Al Prof. Savoca devo anche lo stimolo a leggere Proust, cosa che ho iniziato a fare a 20 anni e non ho più interrotto.
Ricevere ora da lui un testo così bello è segno della fedeltà della vita, della sua luce, nonostante «la visione tragica di fondo» che intesse il mio esistere e che Savoca ha saputo cogliere profondamente. La sua rigorosa e interrogante recensione non soltanto dà conto in modo chiaro e oggettivo di ciò che il libro cerca di dire ma entra anche in un dialogo critico e fecondo con esso. La risposta all’ultima domanda che pone è che se «la materia in quanto tale è eterna» il modo in cui gli umani possiamo esperirla si pone sempre al confine del Nulla.
Come il professore ha ancora una volta perfettamente compreso, queste sono domande che ci accompagneranno sempre e dalle quali si genera la potenza della parola, che sia quella filosofica o quella poetica. Meditando su Ungaretti, del quale Savoca è uno dei più profondi conoscitori e dei più fini interpreti, l’autore ha colto con chiarezza la «profondità e abissalità tra nulla e infinito» del poeta. Anche la metafisica è un modo di porsi su questo liminare tragico e insieme luminoso.
A Giuseppe Savoca la mia gratitudine di allievo, collega e amico.

Ungaretti

Savoca / Ungaretti
in Vita pensata, numero 22, maggio 2020
pagine 94-95

A un secolo da Allegria di Naufragi Giuseppe Savoca propone una lettura di Ungaretti che da quel libro rivoluzionario si dispiega verso una comprensione non soltanto dell’intero itinerario del poeta ma della poesia in quanto tale.
La poesia è infatti, nella sua essenza, musica. E Ungaretti è stato uno dei maggiori musicisti italiani del Novecento. La sua Difesa dell’endecasillabo, provenendo da chi frantumandolo aveva creato un nuovo ritmo per le parole, è significativa della potenza che questo particolare verso ha nella nostra lingua. Una potenza che percorre per intero Sentimento del tempo. Quest’ultima parola – tempo – è tra le fondamentali di Ungaretti. Assimilata da uno dei suoi maestri e ispiratori, Bergson, la realtà del tempo è nei suoi versi e nella sua vita pervasiva e totale poiché «lo spirito umano non è se non tempo», come una volta Ungaretti disse.
L’intera opera di questo poeta è musica ed è tempo. Un solo esempio: il Recitativo di Palinuro.

Per l’uragano all’apice di furia
Vicino non intesi farsi il sonno;
Olio fu dilagante a smanie d’onde,
Aperto campo a libertà di pace,
Di effusione infinita il finto emblema
Dalla nuca prostrandomi mortale.

Avversità del corpo ebbi mortale
Ai sogni sceso dell’incerta furia
Che annebbiava sprofondi nel suo emblema
Ed, astuta amnesia, afono sonno,
Da echi remoti inviperiva pace
Solo accordando a sfinitezze onde.

Non posero a risposta tregua le onde,
Non mai accanite a gara più mortale,
Quanto credendo pausa ai sensi, pace;
Raddrizzandosi a danno l’altra furia,
Non seppi più chi, l’uragano o il sonno,
Mi logorava a suo deserto emblema.

D’àugure sciolse l’occhio allora emblema
Dando fuoco di me a sideree onde;
Fu, per arti virginee, angelo in sonno;
Di scienza accrebbe l’ansietà mortale;
Fu, al bacio, in cuore ancora tarlo in furia.
Senza più dubbi caddi né più pace.

Tale per sempre mi fuggì la pace;
Per strenua fedeltà decaddi a emblema
Di disperanza e, preda d’ogni furia,
Riscosso via via a insulti freddi d’onde,
Ingigantivo d’impeto mortale,
Più folle d’esse, folle sfida al sonno.

Erto più su più mi legava il sonno,
Dietro allo scafo a pezzi della pace
Struggeva gli occhi crudeltà mortale;
Piloto vinto d’un disperso emblema,
Vanità per riaverlo emulai d’onde;
Ma nelle vene già impietriva furia

Crescente d’ultimo e più arcano sonno,
E più su d’onde e emblema della pace
Così divenni furia non mortale.

(da «La Terra Promessa», Vita d’un uomo. Tutte le poesie, Meridiani Mondadori 1977, pp. 250-251)

Ungaretti moriva esattamente cinquant’anni fa, il 2 giugno 1970, a Milano. Ma il suo canto risuona, attraversa, splende.

 

Vai alla barra degli strumenti