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Ibla

La dea Iblea era feconda, una delle grandi Madri che costellano il mito umano alle sue origini. Il terremoto del 1693 costrinse i ragusani a ricostruire la loro città in un luogo diverso e un poco più alto. Separatosi dalla nuova città, l’antico centro vittima del sisma fu chiamato Ragusa inferiore. L’ambiguità dell’aggettivo nella nostra lingua indusse i suoi abitanti a cercare una denominazione più consona alla bellezza di quel luogo. La Madre antica venne in soccorso e Ragusa diventò Ibla.
La topografia a forma di pesce raccoglie intorno a sé il vuoto dei burroni dentro i quali nuota, mentre la coda si spinge verso il nuovo centro. Percorsi gli scalini che dall’anonimato di Ragusa -riscattato da alcune suggestive strade dritte e a perpendicolo tra loro– conducono a Ibla, si apre uno scrigno barocco, fatto di chiese che vorrebbero diventare templi, di conventi, di lastricati che splendono al Sole, di un giardino che percorre l’antica strada verso Giarratana, di circoli di conversazione, di angoli fiocamente illuminati, di resti di edifici medioevali, di squarci stupefatti nel tessuto urbano, di silenzio.
Dentro questo spazio abita anche un teatro che ha nome Donnafugata. Un teatro piccolo, privato, ma di nulla mancante, come si vede dall’immagine che ho avuto la fortuna di scattare. Mentre gli attori e le note scandiscono lo spazio ellittico della finzione, altre verità emergono nelle strade, sotto i balconi dei palazzi fieri. Si chiamano cagnoli e sono i mascheroni che reggono quei balconi dai quali ogni tanto si affaccia una bellezza femminile che sembra venuta da altri amori. Reggono quella bellezza secolare perché sono pietra duttile alla mano, fragile ai venti ma resistente al desiderio. I balconi fatti di cemento crollano invece dopo pochi decenni dalla loro triste nascita seriale.
Alcuni luoghi di questo pianeta vivo e doloroso rimarranno quando dentro i resti delle civiltà umane le foreste, i deserti, le lucertole, gli uccelli avranno riacquistato il loro legittimo diritto alla potenza.
Uno di questi luoghi sarà Ibla, il suo cielo, le sue pietre, la sua luce.

Luce altera e vermiglia

Utrecht, Caravaggio und Europa
München –  Alte Pinakothek

Il nome di Caravaggio è come il nettare per le api. Basta pronunciarlo e si viene attirati dall’ombra che si apre in una luce abbagliante, intima, altra e diversa rispetto a ogni visibile splendore dello spazio. In questa mostra le opere romane di Caravaggio si alternano a quelle di molti suoi emulatori, operanti in particolare a Utrecht, in Olanda. Poche sale ma molto ben allestite e scandite in sezioni intitolate Helden (eroi), Heilige (santi), Christus (vari episodi della sua vita), Sünder (peccatori). Ogni sezione è suddivisa a sua volta in piccole sottosezioni. Due di queste -nell’ambito dei ‘peccatori’– si intitolano Fröhliche Gesellschaften, allegre compagnie, e Konzerte und Musikanten, a conferma della natura gaudiosa della città che ospita la mostra.
Di Merisi sono esposte La buona fortuna (1595), La meditazione di San Girolamo (1605) e la Medusa del 1597; quest’ultima è l’urlo, la brutalità sconfitta dalla luce del sapere, dallo sguardo di Atena.
Per il resto della mostra, la potenza dell’artista si riverbera nella schiera innumerevole dei suoi imitatori e continuatori, qui rappresentati tra gli altri dagli olandesi Hendrick ter Brugghen, Gerard van Honthorst e Dirck van Baburen, dagli italiani Bartolomeo Manfredi e Orazio Gentileschi, dallo spagnolo Jusepe de Ribera (lo Spagnoletto), dai francesi Valentin de Boulogne e Simon Vouet.
Delle circa settanta opere esposte, sono magnetici due dipinti dal soggetto assai diverso: la Giuditta con la testa di Oloferne di Vouet (1629, qui a destra), un’elegantissima assassina; il Konzert di von Honthorst (1623; qui sotto) che fa invece sentire la gioia della musica, del crearla, dell’eseguirla. La violenza insieme all’arte, il chiaroscuro della vita.
E infine e dappertutto Roma, cuore e spazio dell’arte europea nel Seicento, inondata dalla luce altera e vermiglia di Caravaggio, della sua ribellione, dell’inquietudine, dell’altrove. 

Presentazione audio della mostra, di Christian Gampert (in tedesco, con parte del testo)

Un dramma ritmico

Vivaldi-Richter
Summer 1
da Recomposed by Max Richter: Vivaldi – The Four Seasons
(2012)
Violino: Daniel Hope
Konzerthaus Kammerorchester Berlin
Direttore: André de Ridder

È difficile migliorare un artista come Antonio Vivaldi (1678-1741), eppure Max Richter (1966) c’è riuscito, espandendone ed esaltandone il dramma ritmico, l’inquietudine lirica, il canto ironico e distante, lo sguardo che dai canali di Venezia si spinge all’orizzonte della morte, verso la luce che trema e che tramonta. 

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La gioia

Johann Sebastian Bach
Grosser Herr, o starker König
Dall’Oratorio di Natale (Weihnachtsoratorium BWV 248)
per soli, coro e orchestra
Diego Fasolis & I Barocchisti

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Versione video (con altri esecutori)

Tripudio, ritmo, dinamismo, potenza delle voci strumentali e delle voci umane. La musica insomma. La musica di Johann Sebastian Bach, la musica dunque in se stessa, la musica in quanto tale, la musica totale, la musica come «exemple unique de ce qu’aurait pu être -s’il n’y avait pas eu l’invention du langage, la formation des mots, l’analyse des idées – la communication des âmes» (Proust, La Prisonnière, in À la recherche du temps perdu, Gallimard 1999, p. 1797), unico esempio di ciò che sarebbe potuta essere la comunicazione tra le anime se non ci fossero stati linguaggio, parole, analisi delle idee.
La musica è immediatezza ed è insieme complessità, la musica è fluire ed è esultanza, la musica è suono ed è visione. La musica è relazione matematica. La musica è gioia, come si vede anche da un concerto dell’ensemble L’Arpeggiata di Christina Pluhar, capace di trasformare la Pizzica di San Vito in un  irresistibile rap [minuti 53.40 -57.00 del video].
Una gioia straripante. La gioia che auguro in questo nuovo anno ai miei amici.

 

Velut umbra

Homo fugit velut umbra
(Passacaglia della Vita)

di Anonimo (1657)
Voce Marco Beasley – Ensemble L’Arpeggiata (2002)

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Versione video

In siciliano si impreca contro la «morte buttana». È vero, la morte sembra una puttana che si dà a tutti, uomini e donne, indistintamente. E tuttavia questo detto rivela non la natura del morire ma la miseria della condizione umana, il suo terrore, l’arroganza di pretendere un destino diverso da quello degli altri viventi. La Passacaglia della Vita (di anonimo, pur se spesso attribuita erroneamente a Stefano Landi) esprime invece la necessità del morire, il Sein zum Tode che ci rende ciò che siamo. È il limite temporale, infatti, che dà senso all’esserci.
Homo fugit velut umbra è un canto magnifico e danzante, eseguito da Marco Beasley con l’ensemble L’Arpeggiata diretto da Christina Pluhar, una delle più creative musiciste contemporanee. Forse anche Leonard Cohen (Who by Fire) si è ispirato a questo barocco trionfo della morte.

Oh come t’inganni se pensi che gli anni
Non han da finire, bisogna morire, bisogna morire, bisogna morire.
È un sogno la vita che par sì gradita
Che breve gioire, bisogna morire
Non val medicina, non giova la china
Non si può guarire, bisogna morire, bisogna morire, bisogna morire.

Non voglion sperate in arie bravate
Che taglia da dire bisogna morire
Lustrina che giova parola non trova
Che plachi l’ardire, bisogna morire, bisogna morire, bisogna morire.

Non si trova modo di scioglier ‘sto nodo
Non vale fuggire, bisogna morire
Non muta statuto, non vale l’astuto
‘Sto colpo schernire bisogna morire, bisogna morire, bisogna morire.

Oh morte crudele, a tutti è infedele
Ognuno svergogna, morire bisogna
È pura pazzia o gran frenesia
A dirsi menzogna, morire bisogna, morire bisogna, morire bisogna.

Si more cantando, si more sonando
La cetra zampogna, morire bisogna
Si more danzando, bevendo, mangiando
Con quella carogna morire bisogna, morire bisogna, morire bisogna.

I giovani putti e gli uomini tutti
Son da incenerire, bisogna morire
I sani, gl’infermi, i bravi, gl’inermi
Tutti han da finire, bisogna morire.
E quando nemmeno ti penti nel seno
Ti vien da finire, bisogna morire.
Se tu non ti pensi hai persi li sensi
Sei morto e puoi dire: bisogna morire, bisogna morire, bisogna morire.
Bisogna morire, bisogna morire, bisogna morire, bisogna morire.

 

Chisciotte

Spazio Teatro 89 – Milano – 5 settembre 2018
Musica sospesa
MI-TO Settembre Musica 2018

Georg Philipp Telemann
Concerto in la maggiore per flauto traversiere, violino, violoncello, archi e continuo TWV 53:A2
Concerto in sol maggiore per viola, archi e continuo TWV 51:G9
Suite in sol maggiore per archi e continuo TWV 55:G10 “Burlesque de Quixotte”

La Mole Armonica
Ensemble dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai
Fiorella Andriani, flauto traversiere
Lorenzo Brufatto, Antonio Bassi, Carola Zosi, Pietro Bernardin, Paolo Lambardi, Marcello Miramonti, violini
Agostino Mattioni, Davide Ortalli, viole
Fabio Storino, violoncello
Francesco Platoni, violone
Maurizio Fornero, cembalo

Uno dei musicisti più prolifici e geniali, che nella sua lunga vita (1681-1767) dal Barocco pervenne al Classicismo, fu amico fraterno di Bach e di Händel, spaziò tra i generi musicali più diversi.
Il concerto che Settembre Musica 2018 gli ha dedicato ha offerto un piccolo saggio dell’opera di Telemann, con due concerti per ensemble barocco e soprattutto con la Suite del Don Chisciotte.
Personaggio archetipo del primo romanzo europeo, El Ingenioso Hidalgo Don Quijote de la Mancha può ben ripetere con Schopenhauer che il mondo è una mia rappresentazione. Locande che diventano castelli, greggi trasformate in eserciti, mulini a vento in giganti, concretissimi lestofanti in magici incantatori, la realtà intera in un sogno d’amore, d’onore, di luce.
Qualche decennio dopo Cervantes, Descartes parlerà di un ‘genio maligno’ che può trasformare l’illusione in realtà e l’inganno in mondo. Se nel Quijote e nelle Meditazioni metafisiche l’inquietudine del vero è risolta nella oggettività garantita da Dio e dalla ragione, la questione attraversa ogni giorno il mondo virtuale e finto nel quale siamo tutti immersi.
Chisciotte «era alquanto curioso e sempre lo assillava il desiderio di saper cose nuove» (Don Chisciotte della Mancha, trad. di Letizia Falzone, Garzanti 1979, p. 616), una volontà filosofica che lo conduce a comprendere la teatrale ironia del mondo e a farsene protagonista: «Ebbene lo stesso -disse Don Chisciotte- accade nella commedia e nella vita di questo mondo, dove alcuni fanno gli imperatori, altri i pontefici, insomma tutte quante le parti che possono introdursi in commedia; ma, arrivati alla fine, cioè quando la vita termina, la morte toglie a tutti le vesti che li differenziavano, e restano uguali nella tomba» (Ivi, pp. 530-531). Alla risposta di Sancho, che rileva come non siano nuove le parole che ha ascoltato dal suo signore ma siano piuttosto diffuse, così come il paragone degli umani con i pezzi degli scacchi -che «terminato il gioco si mescolano, si uniscono e si confondono tutti e vanno a finire in una borsa, che è come la vita che va  a finire nella sepoltura»- il Cavaliere osserva che il suo scudiero va «diventando meno sciocco e più saggio». L’ulteriore risposta di Sancho è sincera: «Certo, un po’ della saggezza della signoria vostra mi si deve pur attaccare» (Ivi, p. 531).
Si attacca anche a noi, lettori di quel capolavoro e ascoltatori della versione musicale che ne ha dato Telemann, dalla quale propongo il secondo movimento, Le Reveil de Quixotte, nella esecuzione della Elbipolis Barockorchester Hamburg.

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Dioniso in Prussia

Basilica di Santa Maria della Passione – Milano – 25 giugno 2018
Sonar in ottava

Musiche di Vivaldi, Bach, Goldberg
Milano artemusica 2018
Accademia dell’Annunciata
Mario Brunello, violoncello piccolo
Giuliano Carmignola, violino
Riccardo Doni, clavicembalo e direzione

Mario Brunello ha suonato un ‘violoncello piccolo’, strumento assai amato da Bach ma nel Settecento caduto in disuso. Il programma della serata è stato classicamente barocco. E però vorrei far ascoltare il talento poliedrico di Brunello attraverso una composizione tratta da Odusia (2008), nella quale il musicista ha assemblato suoni e colori del Mediterraneo. Peste è il secondo brano di «Spasimo», opera di Giovanni Sollima che da Palermo si allarga al mondo.
I ritmi tesi, forti, dolenti e danzanti sono eco del grande dio mediterraneo, Dioniso. La cui potenza è arrivata sino alle pianure prussiane, come dimostrano la musica di Bach e la filosofia di Nietzsche.
L’odissea di questo dio è sempre viva.

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