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Vortice

Jan Dismas Zelenka
dal Miserere in Do minore (1738; ZWV – 57)
Il Fondamento Choir – Direttore Paul Dombrecht

Questa musica può essere accostata al vortice nel quale ciascuno riceve l’Amore dell’Altro come proprio Amore e in tale vortice ama l’Altro e Sé.
I versi sono tratti da Un barlume di fasto (Scrittura Immagine Edizioni 2013, p. 17).

 

Asce

Johann Sebastian Bach – Víkingur Ólafsson – Ryūichi Sakamoto
Concerto n° 3 in re minore BWV 974 II Adagio
Da Bach Reworks / Part 2 (2019)

Víkingur Ólafsson è assai più che un eccellente pianista. È un musicista che perviene al fondamento della musica barocca, al suo sostrato oscuro e potente. Come in questa reinvenzione elettronica dell’Adagio del concerto 974 di Bach, composta insieme a Ryūichi Sakamoto. Il brano di Bach è a sua volta una trascrizione da un concerto per oboe, archi e basso continuo di Alessandro Marcello.
La musica di Bach, Ólafsson e Sakamoto diventa il gorgogliare dell’inquietudine. Basti confrontare questa versione con il concerto “normale” eseguito dallo stesso Ólafsson.
A queste note ho pensato di poter affiancare i versi di Asce, tratti da Un barlume di fasto (Scrittura Immagine Edizioni, 2013, p. 51).

[L’immagine di apertura è di Stefano Piazzese e rappresenta la scogliera di zona Tonnara di Santa Panagia, a Siracusa]

Musica sacra

6 settembre 2020 –  Teatro Dal Verme – Milano
MiTo Settembre Musica 2020
Silenzi e voci

Programma

Davide Perez
Mottetto a 4 concertato in festo Sancti Michaelis Archangeli

Georg Friedrich Händel
Salve Regina per soprano, 2 violini, organo e basso continuo

Emanuele d’Astorga
Stabat mater per soli, coro a 4 voci, archi e basso continuo

Coro e Orchestra Ghislieri
Giulio Prandi, direttore

La musica è sacra, sempre.
La musica umana è infatti nata dai suoni del mondo e dai movimenti interni al corpomente; ed è nata come gesto/parola rivolta alle potenze del cosmo.
In Grecia la musica è sorta dal dio, da Dioniso, ed è diventata sostanza metafisica in ciò che da Pitagora e Platone in avanti sarà la «musica delle sfere», la dimensione matematica dei suoni e il segreto sonoro dei numeri. Tutto questo proiettato nella magnificenza del κόσμος, nel suo ordine, nella sua armonia, nel suo senso.
Per Platone l’universo -οὐρανὸς, κόσμος– è stato sì generato ma non nel tempo bensì insieme al tempo. Generato da qualcosa che lo ha formato in base a un paradigma di perfezione, calando questa perfezione nel divenire e nel tempo. Il δημιουργός è questa capacità di generare il transeunte fondandolo sul permanente: «χρόνος δ᾽ οὖν μετ᾽ οὐρανοῦ γέγονεν, ἵνα ἅμα γεννηθέντες ἅμα καὶλυθῶσιν, ἄν ποτε λύσις τις αὐτῶν γίγνηται; ‘il tempo, quindi, ha avuto origine insieme con il cielo, in modo che, generati insieme, insieme anche si dissolvono, se mai di essi debba esservi dissoluzione’» (Timeo, 38b, 215; trad. di Francesco Fronterotta).
Il mondo così plasmato dal demiurgo ha la forma perfetta, è una sfera (33b, 195); è sempre vivente; è conoscibile nella sua profondità, seppur con fatica, attenzione e prudenza. In questo mondo perfetto gli astri –enti quindi del tutto materiali, percepibili e in movimento– sono gli dèi e gli dèi sono gli astri:

«Per quanto riguarda la stirpe divina, egli la fece, per la maggior parte della sua composizione, di fuoco, perché fosse quanto più possibile splendente e bella a vedersi, e, foggiandola a immagine dell’universo, la fece di forma rotonda e la pose nell’intelligenza del cerchio più potente in modo che lo seguisse, distribuendola circolarmente per tutto il cielo, in modo che costituisse davvero l’ordine armonioso del cielo, ricamato variamente nella totalità delle sue parti» (48a, 223).

Il movimento di questa sfera di fuoco e di luce genera la musica, con i suoi perfetti intervalli matematici.
Della sacralità della musica è espressione anche la forma sonora che nei secoli i compositori delle società cristiane hanno dedicato alle loro divinità: Cristo, la Madre di Dio, i Santi.
Silenzi e voci si è intitolato il Concerto che MiTo Settembre Musica ha dedicato ad alcune manifestazioni di questa musica nel Barocco. Da Händel agli italiani Davide Perez ed Emanuele d’Astorga (quest’ultimo esattamente siciliano, di Augusta).
Händel e d’Astorga hanno messo in canto alcuni dei più famosi testi mariani (Salve Regina e Stabat Mater) mentre di Perez abbiamo ascoltato un vivacissimo Mottetto dedicato alla lotta tra il Drago e l’Arcangelo Michele.
Ma forse il brano più intenso è stato…il bis: il primo movimento del Magnificat di Francesco Durante (1684-1755). La potenza contrappuntistica, la spontaneità del dettato, la bellezza dell’esecuzione del Coro e Orchestra Ghislieri hanno rappresentato la coerente chiusura di una serata nella quale siamo tornati a fare musica insieme, musica vera, musica dei corpi, musica sacra.
Propongo dunque l’ascolto del Magnificat di Durante (in particolare il primo movimento, che dura 2 minuti e 33 secondi) nell’esecuzione della Freiburger Barockorchester e del Balthasar Neumann Chor diretti da Thomas Hengelbrock:

 

Caltagirone

Anche se visitata «o centru ru cavuru» (nel pieno del calore) di un agosto siciliano, Kalat-al-Giarun, la collina dei vasi, mostra ai camminanti la sua magnificenza. Il colore dell’argilla, dalla quale si plasmano i vasi di ceramica, si mescola con il nero della lava. Dal dedalo dei vicoli il panorama si apre ai monti Erei e agli Iblei.
Le stratificazioni millenarie del luogo furono cancellate o sepolte dal terremoto che nel 1693 cambiò il volto della Sicilia orientale generando anche il barocco calatino, il quale mostra certo segni di usura e andrebbe restaurato in modo sistematico ma intanto permette di godere, tra gli altri monumenti, della facciata assai elegante della Cattedrale di San Giuliano e della sobrietà di quella della Chiesa del Gesù. Entrambe a due passi dal Palazzo del Municipio, con le sue belle carrozze dentro il cortile. Palazzo dal quale si diparte una delle Scale più celebri d’Europa, i cui 142 gradini decorati portano alla vetta dell’antica Matrice. Da qui lo sguardo spazia sulla piana di Catania e di Gela.
Questa città demaniale fu per molto tempo Signora della zona, come mostrano i suoi luoghi del potere, tra i quali il Palazzo Senatorio, la Corte Capitaniale, il Carcere borbonico, la sede vescovile. Un ulteriore segno di libertà e autorità è il grande Giardino pubblico, un’ordinata estensione verde accanto al Teatro Politeama.
Città-capitale a tutti gli effetti, dunque, Caltagirone. E ricca di Musei importanti ma infelicemente chiusi in un’estate nella quale i luoghi del sapere e della bellezza riaprono ma non in quest’angolo di Sicilia. Peccato davvero ma promessa e impegno per una successiva visita anche alle altre sue tante chiese. Due di esse sono vicinissime: San Francesco all’Immacolata e san Francesco di Paola. Entrambe si raggiungono attraversando un antico ponte urbano che collega tra di loro due delle colline sulle quali è costruita la città. Davanti alla seconda di queste chiese si eleva il monumento alla più recente celebrità del luogo, Don Luigi Sturzo, che vi appare più come un consapevole politico quasi dandy che come un prete.
Poco prima del ponte, il Tondo Vecchio è tutto del colore intenso di questa terra, è un piccolo anfiteatro, è ornato ancora una volta da simboli che costituiscono l’espressione e la permanenza nel tempo della πόλις. E intorno alla città il latifondo, gli ulivi, le nuvole.

Figlia / Lacrima

Antonio Vivaldi
Cum dederit – RV 608 IV
Largo – Andante (sol minore)
Voce: Andreas Scholl

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Vivaldi-Scholl, RV 608. Andreas Scholl (file audio)

Link al brano su Spotify

Sembra gorgogliare dalle lacrime la voce di Andreas Scholl che canta, sussurra, accompagna  uno dei brani più struggenti di Antonio Vivaldi. Il testo è tratto dal salmo 126 e dice:
«Cum dederit dilectis suis somnum
Ecce haereditas Domini
Filii merces
Fructus ventris»
Si può essere in molti modi frutto del grembo, si può essere in molti modi figli. E padri. Come testimonia questo intenso brano di Dietrich Biverwenden rivolto alla figlia avuta in età matura, in un momento evidentemente particolare delle loro vite. Nella traduzione ho cercato di mantenere alcune delle maiuscole del tedesco. La foto è di Franco Carlisi, splendida come sempre.
«Guardo, riguardo, guardo. Vorrei catturare il segreto del tuo pianto, vorrei diventare le tue lacrime, vorrei scorrere insieme a esse sul tuo viso. Vorrei essere la tua Sostanza stessa, vorrei fondermi con te. Vorrei conoscere tutti i tuoi dolori da quando la tua Luce è apparsa in questo mondo. Vorrei prendere queste sofferenze sulla mia carne e avere la forza di trasformarle in gaudio, in redenzione, in amicizia del mondo con se stesso. Sei un meraviglioso enigma di profondità, di fatica e di gloria. Sei la stella che il volgere della materia nell’immensità del tempo ha plasmato e ha donato all’Ora e al Qui. Sei una dolcezza senza spigoli. Sei un sorriso che ubriaca persino i campi distesi delle viti. Sei parola che comprende e che riluce. Sei ciò che attendevo da millenni. Sei la mia Lacrima più antica e il suo riscatto nella Gioia».

Luce che si fa struttura

Georges de La Tour
L’Europa della luce

A cura di Francesca Cappelletti
Palazzo Reale – Milano
Sino al 27 settembre 2020

Non ci sarebbe stato, naturalmente, senza Caravaggio. Ma non ci sarebbe stato neppure senza i fiamminghi antichi e i più recenti, come i maestri di Utrecht. Non ci sarebbe stato senza l’intera pittura nordeuropea della prima metà del Seicento. E soprattutto non ci sarebbe stato senza la luce. La luce della notte e la luce della sua mente. La mente di Georges de La Tour (1593-1652). Quella che emerge nella penombra dei suoi spazi; nei trapezi e nei rettangoli dei suoi abiti; nell’energia dei suoi mendicanti; nel riverbero incredibile e soffuso delle candele.
La mostra milanese accompagna ai dipinti di de La Tour quelli di alcuni dei suoi contemporanei: prima di tutto il sempre vivace e ammaliante van Honthorst, con una splendida Vanitas (1618, qui a destra, anche se la foto -ahimè- non rende) nella quale la bellezza di una donna diventa specchio, morte, giustizia, arcano; poi un pittore senza nome, chiamato Maestro del Lume di Candela, poiché una candela è sempre il centro dal quale si dipartono i corpi, gli eventi, le situazioni; infine altri artisti nelle cui tele si diffonde una polvere di luce.
Tra i dipinti di de La Tour esposti a Palazzo Reale ci sono alcune opere della prima fase – Il denaro versato; La rissa tra musici mendicanti – nelle quali esplode una violenza che sembra tanto antica quanto naturale, nelle quali il denaro condiziona, plasma e deforma i volti degli umani. Le opere più mature – I giocatori di dadi (in alto), Educazione della vergine – acquistano significati e forme del tutto nuove e potenti, con figure sempre più nette, geometriche, astratte dallo spaziotempo, dentro la luce che si fa struttura. Queste opere e Giobbe deriso dalla moglie (1650, a sinistra) stanno al confine tra la pittura italiana e quella dell’Europa del Nord. Nel Giobbe una figura grande, dominante sino al divino, surclassa un uomo nudo e vago, il cui sguardo è, rispetto alla potenza di lei, una lacrima tenace. Uno degli ultimi dipinti – San Giovanni Battista nel deserto (sotto)– raffigura una solitudine ai confini delle tenebre, del nulla.
Di lui Roberto Longhi disse: «È un pittore sorprendente. Non abbiamo strumenti per misurare il suo genio; ma sento che il talento di de La Tour spezzerebbe più di un manometro».
Dentro Caravaggio ma al di là di Caravaggio, Georges de La Tour incarna un ideale matematico-platonico, un espressionismo esoterico, arcaico e modernissimo dove tutto sembra vibrare di immobilità sospesa, enigmatica, luminosa.

Luz y Norte

Luz y Norte (Luce e Nord) è il titolo di una raccolta di musiche rinascimentali e barocche, che comprende brani di Lucas Ruiz de Ribayaz y Fonseca, eseguite dal The Harp Consort diretto da Andrew Lawrence-King.
Musica e testi vanno al di là dei confini di luogo, di epoca, di stile e puntano dritto dritto all’emozione di un legame con le forze profonde della terra e della bellezza. E infatti uno dei brani più intensi è So ell encina, che parla di un incontro d’amore (onirico?) all’ombra di una grande quercia. La musica, assai bella, è stata composta in stile antico da John Paul Jones (1989), bassista e tastierista dei Led Zeppelin…
Qui sotto trovate il testo di autore anonimo in antico spagnolo e una traduzione in inglese contemporaneo. La voce è del tenore Rodrigo Del Pozo.

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So ell encina (file audio)

So ell encina yo me iba
mi madre a la romería
por ir más devota
fui sin compañía
so ell encina.

Por ir más devota
fui sin compañía
tomé otro camino
dejé el que tenía
so ell encina.

Halleme perdida
en una montaña
hecheme a dormir
al pié del encina
so ell encina.

A la media noche
recordé, mezquina;
halléme en los brazos
fel que más quería.

Pesóme, cuitada
de que amanecía
porque yo gozaba
del que más quería
muy biendita sía
la tal romería.

So ell encina, encina,
So ell encina, encina.

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Beneath the holly oak, the holly oak,
beneath the holly oak.

I was going around
on pilgrimage, Mother,
and to show my full devotion,
I went alone,
beneath the holly oak.

To show my full devotion,
I went alone.
I took another road,
and left the one I was on,
beneath the holly oak.

I found I had lost my way
on the mountainside,
so I lay down to sleep
at the foot of a holly oak,
beneath the holly oak.

In the middle of the night,
I woke up, all miserable,
and found myself in the arms
of the one I love the best,
beneath the holly oak.

Poor me! I was so sorry
when morning came,
because I’d been enjoying
the one I love the best,
beneath the holly oak.

Oh blessed be
that pilgrimage
beneath the holly oak.

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