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Tragedia

L’ombra di Caravaggio
di Michele Placido
Italia, 2022
Con: Riccardo Scamarcio (Caravaggio), Louis Carrel (L’inquisitore), Maurizio Donadoni (Paolo V), Isabelle Huppert (Costanza Sforza Colonna), Lolita Chammah (Anna), Micaela Ramazzotti (Lena Antonietti), Michele Placido (Cardinale Del Monte)
Trailer del film

Tragedia è la costante tendenza dei corpi collettivi a imporre una ortodossia e una ortoprassi volte a comprimere, reprimere, controllare, sopire e troncare, troncare e sopire quanto la fantasia, l’intelligenza e la libertà costantemente generano dentro le collettività umane. La fantasia, l’intelligenza e la libertà che dentro tali collettività gli individui più dotati di talento sanno esprimere, inventare, difendere, generare, diffondere. La tendenza securitaria dei gruppi umani è invece quella di chiudersi dentro un recinto ben organizzato di verità e di valori che giudica inevitabilmente pericolosa ogni prospettiva che non si confà ai valori praticati e alle verità credute da gruppi, partiti, chiese e regimi di volta in volta diversi ma costanti nella loro tendenza a catturare e distruggere il pensare.
Michelangelo Merisi (1571-1610) fu una delle vittime di questa tendenza e però la sua arte e il suo talento furono così grandi da convincere parte del potere – in questo caso quello di famiglie e cardinali della Chiesa Romana – a proteggerlo e a finanziarne l’opera. Così come vittima fu negli stessi anni Giordano Bruno che in questo film viene fatto incontrare in carcere con Merisi in una delle scene comunque più deboli dell’opera.
Caravaggio e Bruno furono aggrediti e perseguitati in nome dei valori e delle verità della dottrina cristiana. Almeno però il fasto, lo scetticismo e il libertinismo di molti esponenti della Chiesa Romana garantivano il lavoro degli artisti e la sopravvivenza delle loro opere; cosa che oggi credo non accada più, visto che tale Chiesa è diventata sempre più moralizzata e moralistica. Peggio accadde in ambito protestante e luterano dove, almeno agli inizi, non era neppure possibile che sorgessero artisti e filosofi lontani dai valori e dalle verità bibliche alle quali si ispiravano il monaco agostiniano Lutero e il gelido teologo Calvino.

L’opera e il pensiero di tali custodi dell’etica cristiana continuarono nel massimo custode dell’etica egualitaria e uniforme dello stalinismo: Andrej Ždanov. Il quale fu intransigente persecutore di ogni pittore, musicista, letterato che si discostasse dalle regole del «realismo socialista», unica forma d’arte ammessa dal regime sovietico.
L’opera e il pensiero di tali custodi dell’etica cristiana e stalinista continua oggi negli intransigenti persecutori di ogni cittadino e intellettuale che critichi i valori uniformanti e conformisti del Politically Correct; della medicina ricondotta a braccio armato delle case farmaceutiche -come ha documentato Ivan Illich -; delle scienze ridotte a correnti di un’ortodossia e un’ortoprassi volte a perseguitare quanti in vari modi difendono la salute dei cittadini, l’abito scientifico, il buon senso, le nostre libertà.
Caravaggio non ebbe requie e pace da coloro che o con l’apparato dottrinale o con la violenza dei pugnali ripudiavano la metamorfosi che nei suoi capolavori accadeva di gente miserabile, mendicanti e prostitute in santi e madonne. Questo non era etico, come non è etico oggi utilizzare il maschile neutro per rivolgersi a un gruppo di persone o apprezzare il pensiero di David Hume e di Voltaire nonostante il primo accettasse la schiavitù e il secondo fosse antisemita. E sono soltanto due esempi di una tendenza che non lascia in pace niente della storia dell’Europa, tendenze nichilistiche quali la Cancel culture e l’ideologia Woke.

Il film di Michele Placido ha reso vivide ai miei occhi le conseguenze e le forme di ogni ondata di moralismo con la quale si intende cancellare fantasia, intelligenza e libertà in nome di un qualche valore supremo. Per questo l’ho apprezzato, per il suo costante intersecare «un immenso talento» (parole dell’inquisitore) con «tuttavia» il pericolo che l’arte di Caravaggio disvelasse al popolo la tragedia dell’esistere e l’inconsistenza delle promesse redentive.
Mi sembra che il regista e gli sceneggiatori facciano propria l’ipotesi di Vincenzo Pacelli e Tomaso Montanari secondo la quale l’artista lombardo non morì di febbri e infezione da piombo ma assassinato da emissari dei poteri a lui avversi. Al di là di vari elementi controversi della biografia, il film mostra in ogni caso l’inquietudine costante, il carattere difficile, il bisogno di libertà e il genio davvero sconfinato di Caravaggio, del quale qualche anno fa scrivevo questo:
«Da dove viene questa luce? Viene dalla sapienza delle mani febbrili nel lavorare e dipingere per poi ‘darsi al bel tempo’, come si diceva allora; viene da un carattere inquieto, votato allo svelamento e al possesso totale della vita; viene dalla dismisura di un uomo violento, permaloso, passionale, facile al pugnale; viene dalla forma, cercata negli anfratti più scuri dell’essere, quelli in cui si conserva l’eco della sapienza primordiale, del non dicibile ma raffigurabile; viene dall’ombra, perché anche quest’ombra è la filosofia».

L’immagine in alto riproduce La morte della Vergine, un capolavoro rifiutato dall’Ordine Carmelitano – che pure a Caravaggio lo aveva commissionato – e che oggi si trova al Louvre. La madre di Gesù ha le sembianze terree di un vero cadavere, non destinato a essere assunto in cielo, e sembra raffigurare con il suo ventre gonfio una donna incinta o almeno morta annegata nel Tevere. I valori della fede mariana non potevano accettare una simile sconcezza. Ma il dipinto è mirabile. Essere liberi, esserlo davvero dentro il cuore, significa difendere la bellezza, l’immaginazione, il pensare e la differenza da ogni cupo controllo dei valori morali, che si tratti di quelli del cristianesimo nella sua gloria o dei «diritti umani» i cui fanatici sostenitori sono pronti a privare di diritti i cittadini che non si conformano ai loro valori, alle loro credenze, alle loro interpretazioni del mondo, al loro bisogno di apparire «buoni e giusti».
Ecco, questa è la tragedia sempre presente nelle società umane. Tragedia pervasiva del nostro presente epidemico e politico. 

Un amore barocco

Heinrich Ignaz Franz Biber (1644-1704)
Sonata in Sol minore (G-Moll)
Tromba: Reinhold Friedrich

Brano su YouTube – durata 6.18

Brano su Spotify

La tromba è strumento barocco per eccellenza; ne esprime insieme la potenza e la malinconia, come una distanza dalla gloria, che però è sempre pronta a invadere lo spazio della mente e della vita.
Invito a leggere questa pagina narrativa al ritmo di vittoria che da tale musica si leva.

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No, ribadiva a se stesso, non voglio più tristezze intorno a me. Il tempo che mi rimane nella storia è ormai assai più corto rispetto a quello che ho vissuto sino a ora. Desidero camminare sereno nelle strade.
Non era l’unica, Inca, a esser stata folle e feroce. Anche lei lo era, nello squadernato candore con il quale lo braccava ogni volta che aveva bisogno e col passare degli anni soltanto nel bisogno. Un egoismo assoluto la intrideva. Lui non glielo rimproverava di sicuro. Sapeva che dagli umani altro non è possibile trarre, che ciascuno si rinchiude nelle stanze della propria solitudine e da questo castello alto e desolato cerca di amministrare i feudi della disperazione. Però però lo infastidiva che non gli chiedesse mai, proprio mai, come stesse lui, che cosa sentiva e nutriva, quali fatti lo rendessero lieto o triste, se gli eventi gli dessero carezze o botte. Niente. Col tempo sembrava che ai suoi occhi fosse diventato una specie di macchina d’amore, di consigli, di tenerezza, di compagnia, di soluzioni. Un dispositivo senza cuore e senza bisogni, che si accendeva e spegneva col semplice click della voce di lei. Un oggetto di domotica insomma -quell’ambigua utopia che vorrebbe le case degli umani aprirsi da sole alle esigenze dei loro abitanti- e non un umano. Vabbè, così era fatta. Prendere o lasciare. E aveva lasciato.
Ma ce ne aveva messo di tempo a porre tra il corpo suo e quello di lei i fiumi dell’oblio, le mura del silenzio, la forza del niente. Quando, però, aveva sentito avvicinarsi il balsamo di una divina indifferenza, ah che momenti d’oro erano stati! Come l’insperato aprirsi a un detenuto delle porte, sbriciolarsi il carcere, riavere orbo la vista, alzarsi dal letto di dolore. Rinascere. Ma non aveva infilato subito la porta, no. Una simile grazia va gustata come vino da meditazione, assaporandone con la lingua ogni sinestesia, ogni diventare reale di quanto sino al giorno prima era impensabile. Che poi era banalmente questo: lei non c’è e io sono contento, lei tace e io penso, lei non immagina e io so. Come uno gnostico verso gli ilici. Così sentiva il cuore gonfiarsi di futuro e la mente aprirsi alla luce.
Lontano lontano da quella tenebra sottile che la compagnia di lei gli era diventata. Lontano dalle turpi gelosie e dalle speranze vane. Lontano dalla dolcezza inquieta e dalle infinite attese. Lontano dal sesso e dal sentimento. Lontano dal giudizio senza fine e dal timore di spiacerle. Lontano da un mondo intimo e straniero. Lontano dagli equivoci e dalle parole interrotte. Lontano dalla misericordia immensa e dalla vendetta sicura. Lontano dall’abbandono senza fine, dall’eterno ritorno del no. Lontano dalla servitù e dalla galanteria. Lontano dai silenzi stoici e dalle parole vuote. Lontano dall’ardore e dalla disperazione. Lontano dal gelo e dalla fiamma, lontano dalle ustioni. Lontano dal velo sulla mente e dallo slancio ferito. Lontano dalle lacrime. Nella gloria.

Militello in Val di Catania

Dai suoi angoli, dalle viuzze strette e lunghe, impastate di argilla e pietra lavica, si vede in basso Scordia, e più in là il Biviere di Lentini, quello la cui descrizione così comincia: «Il viandante che andava lungo il Biviere di Lentini, steso là come un pezzo di mare morto, e le stoppie riarse della Piana di Catania, e gli aranci sempre verdi di Francofonte…». E si vede poi l’elevarsi trapezoidale del vulcano e dappertutto la Piana. Si sente il vento tra rientranze sulle quali si alzano balconi spesso orribili e invece altre volte sorridenti del Barocco. E più sopra ancora il cielo turchese della Sicilia dentro la tramontana.
Il Militum tellus, forse il luogo dei soldati romani di ritorno dall’assedio a Siracusa, fu reso dai Barresi prima e dai Branciforti dopo uno spazio intriso di potenza architettonica. Con la miriade come sempre di chiese e con al centro l’abbazia di San Benedetto, esemplata su quella magnifica di Catania. Seppur in scala assai minore, sono infatti identici i corridoi, le porte delle celle, le volte, il perimetro, il respiro e lo spazio.
Dovrebbe, questo luogo da poco restaurato e ufficialmente Municipio, diventare sede gli uffici comunali -per ora è limitato alle riunioni del Consiglio e ai matrimoni-, liberandoli da un orrendo edificio anni Settanta che si trova vicino alla fontana della Ninfa Zizza (immagine di apertura) e al poco che rimane del Castello.
Intanto, nell’estate del 2021, il Monastero ospita una mostra dedicata al cantastorie Franco Trincale, originario di Militello e che vidi più volte cantare per le strade e le piazze di Milano, sino a quando un’ordinanza del 2002 glielo proibì. Trincale infatti cantava storie non soltanto di cronaca e di paladini ma anche di stragi, di Andreotti e Berlusconi, della mala amministrazione di Milano e dell’Italia. L’autorità ha temuto anche un ultimo cantastorie, cancellando questa testimonianza antropologica così profondamente mediterranea. Nei corridoi del Municipio/Monastero della sua città, Trincale ha trovato invece celebrazione, documentazione, spazio. Devo la conoscenza di questa mostra alla Signora Marinella Ardizzone, impiegata del Comune, la quale con profondo senso dell’ospitalità e gentilezza ci ha fatto visitare l’abbazia e che mi fa piacere qui ringraziare.
Uscendo dal Municipio, la via centrale del paese è contornata delle maggiori chiese, in particolare la matrice dedicata a San Nicolò e al Salvatore e il Santuario di Santa Maria della Stella. Le chiese sono state costruite o restaurare dopo il terremoto del 1693 che ha del tutto trasformato le città orientali di Sicilia. Suggestiva la piccola chiesa di Sant’Antonio da Padova mentre ho potuto ammirare soltanto dall’alto il plesso archeologico di Santa Maria della Stella la Vetere, chiuso nelle ore della mia visita.
Sperduti tra le alture, nascosti negli anfratti del tempo e dello spazio, relegati ai margini apparenti della Storia, i luoghi di Sicilia sono un sogno del mito sempre vivo, della luce segreta degli eventi, della morte.

Vortice

Jan Dismas Zelenka
dal Miserere in Do minore (1738; ZWV – 57)
Il Fondamento Choir – Direttore Paul Dombrecht

Questa musica può essere accostata al vortice nel quale ciascuno riceve l’Amore dell’Altro come proprio Amore e in tale vortice ama l’Altro e Sé.
I versi sono tratti da Un barlume di fasto (Scrittura Immagine Edizioni 2013, p. 17).

 

Asce

Johann Sebastian Bach – Víkingur Ólafsson – Ryūichi Sakamoto
Concerto n° 3 in re minore BWV 974 II Adagio
Da Bach Reworks / Part 2 (2019)

Víkingur Ólafsson è assai più che un eccellente pianista. È un musicista che perviene al fondamento della musica barocca, al suo sostrato oscuro e potente. Come in questa reinvenzione elettronica dell’Adagio del concerto 974 di Bach, composta insieme a Ryūichi Sakamoto. Il brano di Bach è a sua volta una trascrizione da un concerto per oboe, archi e basso continuo di Alessandro Marcello.
La musica di Bach, Ólafsson e Sakamoto diventa il gorgogliare dell’inquietudine. Basti confrontare questa versione con il concerto “normale” eseguito dallo stesso Ólafsson.
A queste note ho pensato di poter affiancare i versi di Asce, tratti da Un barlume di fasto (Scrittura Immagine Edizioni, 2013, p. 51).

[L’immagine di apertura è di Stefano Piazzese e rappresenta la scogliera di zona Tonnara di Santa Panagia, a Siracusa]

Musica sacra

6 settembre 2020 –  Teatro Dal Verme – Milano
MiTo Settembre Musica 2020
Silenzi e voci

Programma

Davide Perez
Mottetto a 4 concertato in festo Sancti Michaelis Archangeli

Georg Friedrich Händel
Salve Regina per soprano, 2 violini, organo e basso continuo

Emanuele d’Astorga
Stabat mater per soli, coro a 4 voci, archi e basso continuo

Coro e Orchestra Ghislieri
Giulio Prandi, direttore

La musica è sacra, sempre.
La musica umana è infatti nata dai suoni del mondo e dai movimenti interni al corpomente; ed è nata come gesto/parola rivolta alle potenze del cosmo.
In Grecia la musica è sorta dal dio, da Dioniso, ed è diventata sostanza metafisica in ciò che da Pitagora e Platone in avanti sarà la «musica delle sfere», la dimensione matematica dei suoni e il segreto sonoro dei numeri. Tutto questo proiettato nella magnificenza del κόσμος, nel suo ordine, nella sua armonia, nel suo senso.
Per Platone l’universo -οὐρανὸς, κόσμος– è stato sì generato ma non nel tempo bensì insieme al tempo. Generato da qualcosa che lo ha formato in base a un paradigma di perfezione, calando questa perfezione nel divenire e nel tempo. Il δημιουργός è questa capacità di generare il transeunte fondandolo sul permanente: «χρόνος δ᾽ οὖν μετ᾽ οὐρανοῦ γέγονεν, ἵνα ἅμα γεννηθέντες ἅμα καὶλυθῶσιν, ἄν ποτε λύσις τις αὐτῶν γίγνηται; ‘il tempo, quindi, ha avuto origine insieme con il cielo, in modo che, generati insieme, insieme anche si dissolvono, se mai di essi debba esservi dissoluzione’» (Timeo, 38b, 215; trad. di Francesco Fronterotta).
Il mondo così plasmato dal demiurgo ha la forma perfetta, è una sfera (33b, 195); è sempre vivente; è conoscibile nella sua profondità, seppur con fatica, attenzione e prudenza. In questo mondo perfetto gli astri –enti quindi del tutto materiali, percepibili e in movimento– sono gli dèi e gli dèi sono gli astri:

«Per quanto riguarda la stirpe divina, egli la fece, per la maggior parte della sua composizione, di fuoco, perché fosse quanto più possibile splendente e bella a vedersi, e, foggiandola a immagine dell’universo, la fece di forma rotonda e la pose nell’intelligenza del cerchio più potente in modo che lo seguisse, distribuendola circolarmente per tutto il cielo, in modo che costituisse davvero l’ordine armonioso del cielo, ricamato variamente nella totalità delle sue parti» (48a, 223).

Il movimento di questa sfera di fuoco e di luce genera la musica, con i suoi perfetti intervalli matematici.
Della sacralità della musica è espressione anche la forma sonora che nei secoli i compositori delle società cristiane hanno dedicato alle loro divinità: Cristo, la Madre di Dio, i Santi.
Silenzi e voci si è intitolato il Concerto che MiTo Settembre Musica ha dedicato ad alcune manifestazioni di questa musica nel Barocco. Da Händel agli italiani Davide Perez ed Emanuele d’Astorga (quest’ultimo esattamente siciliano, di Augusta).
Händel e d’Astorga hanno messo in canto alcuni dei più famosi testi mariani (Salve Regina e Stabat Mater) mentre di Perez abbiamo ascoltato un vivacissimo Mottetto dedicato alla lotta tra il Drago e l’Arcangelo Michele.
Ma forse il brano più intenso è stato…il bis: il primo movimento del Magnificat di Francesco Durante (1684-1755). La potenza contrappuntistica, la spontaneità del dettato, la bellezza dell’esecuzione del Coro e Orchestra Ghislieri hanno rappresentato la coerente chiusura di una serata nella quale siamo tornati a fare musica insieme, musica vera, musica dei corpi, musica sacra.
Propongo dunque l’ascolto del Magnificat di Durante (in particolare il primo movimento, che dura 2 minuti e 33 secondi) nell’esecuzione della Freiburger Barockorchester e del Balthasar Neumann Chor diretti da Thomas Hengelbrock:

 

Caltagirone

Anche se visitata «o centru ru cavuru» (nel pieno del calore) di un agosto siciliano, Kalat-al-Giarun, la collina dei vasi, mostra ai camminanti la sua magnificenza. Il colore dell’argilla, dalla quale si plasmano i vasi di ceramica, si mescola con il nero della lava. Dal dedalo dei vicoli il panorama si apre ai monti Erei e agli Iblei.
Le stratificazioni millenarie del luogo furono cancellate o sepolte dal terremoto che nel 1693 cambiò il volto della Sicilia orientale generando anche il barocco calatino, il quale mostra certo segni di usura e andrebbe restaurato in modo sistematico ma intanto permette di godere, tra gli altri monumenti, della facciata assai elegante della Cattedrale di San Giuliano e della sobrietà di quella della Chiesa del Gesù. Entrambe a due passi dal Palazzo del Municipio, con le sue belle carrozze dentro il cortile. Palazzo dal quale si diparte una delle Scale più celebri d’Europa, i cui 142 gradini decorati portano alla vetta dell’antica Matrice. Da qui lo sguardo spazia sulla piana di Catania e di Gela.
Questa città demaniale fu per molto tempo Signora della zona, come mostrano i suoi luoghi del potere, tra i quali il Palazzo Senatorio, la Corte Capitaniale, il Carcere borbonico, la sede vescovile. Un ulteriore segno di libertà e autorità è il grande Giardino pubblico, un’ordinata estensione verde accanto al Teatro Politeama.
Città-capitale a tutti gli effetti, dunque, Caltagirone. E ricca di Musei importanti ma infelicemente chiusi in un’estate nella quale i luoghi del sapere e della bellezza riaprono ma non in quest’angolo di Sicilia. Peccato davvero ma promessa e impegno per una successiva visita anche alle altre sue tante chiese. Due di esse sono vicinissime: San Francesco all’Immacolata e san Francesco di Paola. Entrambe si raggiungono attraversando un antico ponte urbano che collega tra di loro due delle colline sulle quali è costruita la città. Davanti alla seconda di queste chiese si eleva il monumento alla più recente celebrità del luogo, Don Luigi Sturzo, che vi appare più come un consapevole politico quasi dandy che come un prete.
Poco prima del ponte, il Tondo Vecchio è tutto del colore intenso di questa terra, è un piccolo anfiteatro, è ornato ancora una volta da simboli che costituiscono l’espressione e la permanenza nel tempo della πόλις. E intorno alla città il latifondo, gli ulivi, le nuvole.

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