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Partito Democratico Mussoliniano

PDFLe istituzioni italiane sono sempre state tentate dal potere di uno solo, che si chiami Mussolini, Berlusconi o Renzi. Come Gadda e Pasolini hanno ben compreso e scritto, questa società non sembra possedere anticorpi nei confronti del mussolinismo e della sua perenne nostalgia.
Nella storia d’Italia la fiducia sulla legge elettorale era stata posta -prima che dal Partito Democratico nell’aprile del 2015- da Mussolini nel 1923 con la Legge Acerbo e dalla Democrazia Cristiana nel 1953 con la «legge truffa», tentativo poi fallito.
Ieri Sinistra e Libertà ha lanciato crisantemi sulla Camera dei Deputati. Ed è grottesco che gli zombi del Partito Democratico non si rendano conto che in questo modo muoiono pure loro e al posto del PD nascerà il Partito della Nazione. In ogni caso, la democrazia è un sistema fragile, che richiede il rispetto di alcune procedure senza le quali si svuota dal di dentro: il voto di fiducia su una legge elettorale è un’enormità che è legittimo definire fascista.

18 commenti

  • agbiuso

    6 Marzo, 2016

    Renzi vuol fare la guerra in Libia di nascosto.
    La Costituzione calpestata dal ducetto del Partito Democratico.

  • agbiuso

    10 Febbraio, 2016

    Il culto della personalità in versione cogliona. Renzi è lo scemo del villaggio (globale).
    Dal sito del governo italiano.

  • agbiuso

    23 Novembre, 2015

    È in corso oggi pomeriggio la Direzione del Partito Democratico, aperta e critica come sempre.

  • agbiuso

    19 Luglio, 2015

    Varoufakis contro Renzi: un confronto paradigmatico
    di Sandro Vero, SiciliaJournal, 12/07/15

    All’indomani della vittoria – e che vittoria! – del NO al referendum, Varoufakis, ministro in moto e in t-shirt, si è dimesso. Giusto per fornire agli sciacalli di Bruxelles un alibi in meno, data l’idiosincratica avversione che nutrivano nei suoi confronti.

    Circola in questi giorni sul web e sui social network un gustoso post: le foto appaiate del ministro greco e di Renzi, con sotto una lunga didascalia che elenca i titoli professionali e accademici del primo – una roba da leccarsi i baffi – e che si conclude con un lapidario “….e l’altro è Renzi!”.

    Il paradigma è tutto lì: due popoli, due storie, una nazione (quella greca) e un coacervo di esistenze private che collidono (spesso) o colludono (sempre), ma che non fanno una nazione.

    [Continua]

  • agbiuso

    18 Giugno, 2015

    Renzi, una sconfitta mal digerita
    di Alberto Burgio, il manifesto, 18.6.2015

    Non era dif­fi­cile pre­ve­derlo. La rea­zione di Renzi alla pesante bato­sta dei bal­lot­taggi di dome­nica scorsa è quella clas­sica del bam­bino viziato affetto da un deli­rio di onni­po­tenza, in linea con l’escalation dell’arroganza che ha carat­te­riz­zato il primo anno di governo. Se la realtà delude, peg­gio per la realtà. Chi si aspet­tava un ripen­sa­mento ha fatto male i conti: lui rilan­cia, «aumen­terà i giri», come ha spi­ri­to­sa­mente spie­gato com­men­tando i trionfi di Vene­zia e di Arezzo.

    L’analisi del voto pro­spet­tata dal pre­si­dente del Con­si­glio è a suo modo inte­res­sante. Ora la scon­fitta non è più negata, come all’indomani del primo turno. Non è nem­meno impu­tata ai tra­di­tori di sini­stra (vedi il caso Ligu­ria). Renzi simula addi­rit­tura un’apparente auto­cri­tica. Il Pd ha rea­liz­zato cose mira­bo­lanti, a comin­ciare dal Jobs act e dall’Italicum, ma non ha fatto abba­stanza nel segno del cam­bia­mento. Ma qui l’autocritica si ferma e si rove­scia. L’unico errore è stato dar retta, per un momento, a chi gli diceva che stava sba­gliando. In realtà il Pd ha perso per­ché è ancora in mezzo al guado, per­ché non si è rin­no­vato abba­stanza. E anche il governo ha pagato un eccesso di timi­dezza nei con­fronti del vec­chio. Ora però si cam­bia, o meglio, si torna all’antico. Comin­ciando pro­prio dal par­tito, dove Renzi annun­cia di voler met­tere «i suoi» (li avrebbe sin qui messi sol­tanto «al governo») «infi­schian­do­sene delle reazioni».

    Detto fatto. I «giri» sono in effetti già aumen­tati, come si è visto. Sulla scuola si è pas­sati al ricatto espli­cito sulla pelle dei pre­cari, col duplice scopo di non assu­merli e di cri­mi­na­liz­zare chi ancora nel Pd si per­mette di avan­zare qual­che timido emen­da­mento. Sulla mafia si è pas­sati al bom­bar­da­mento del sin­daco di Roma (sino a ieri difeso a spada tratta da Gue­rini e Orfini) con l’obiettivo di inse­rire anche la capi­tale tra le grandi città che vote­ranno tra un anno. Sulla Cassa depo­siti e pre­stiti si è pas­sati all’assalto fron­tale per «met­tere i suoi» al posto della vec­chia guar­dia e porre le pre­messe per la privatizzazione.

    Di tutto Renzi può essere accu­sato meno che di tem­po­reg­giare. È insa­zia­bile e mosso da un ran­core senza remore. Non occorre la sapienza dell’aruspice per pre­ve­dere che nei pros­simi mesi farà altri disa­stri nel segno di una sfre­nata prepotenza.

    Insomma, nulla di nuovo, si potrebbe dire. Invece no, di novità ce ne sono, a ben guar­dare, diverse. E niente affatto irri­le­vanti. La prima riguarda pro­prio il Pd. Altre ele­zioni si avvi­ci­nano. Milano, Torino, Napoli, Bolo­gna. Forse Roma, appunto. E pro­ba­bil­mente anche le poli­ti­che, visti i pro­blemi del governo in Senato. Non è affatto escluso che nella pri­ma­vera del 2016 si voti per tutto, e tutto lascia inten­dere che la guer­ri­glia interna al par­tito ha le ore con­tate.
    È vero che sinora Renzi ha sem­pre fatto quel che voleva e che al dun­que i dis­si­denti del Pd hanno pun­tual­mente obbe­dito. Ma d’ora in avanti nem­meno l’obbedienza basterà, né l’umiliazione. Il par­tito deve pre­pa­rarsi ai pros­simi deci­sivi appun­ta­menti elet­to­rali pro­iet­tando di sé un’immagine di asso­luta com­pa­tezza. Senza fatui psi­co­drammi né pesi morti. Ne vedremo pre­sto delle belle.

    Una seconda novità riguarda l’agenda poli­tica del governo. Renzi ha biso­gno di allon­ta­nare da sé l’ombra della scon­fitta, quindi deve subito ripren­dere l’iniziativa per dimo­strare che è forte come prima, anzi di più. «Da oggi le riforme sono più vicine, non più lon­tane», pare abbia sibi­lato com­men­tando il risul­tato degli ultimi bal­lot­taggi. Quali riforme non ha specificato.

    Certo la legge costi­tu­zio­nale, certo la scuola. Poi si trat­terà di inven­tare qual­che altro fuoco d’artificio per trion­fare sul ter­reno della pro­pa­ganda. Su un’unica cosa sarebbe insulso farsi illu­sioni, ed è il segno poli­tico di quel che intende fare. Renzi teo­rizza che l’Italia è un paese mode­rato che si governa «dal cen­tro». Per que­sto ama allearsi con Ber­lu­sconi, Alfano e Ver­dini. Per que­sto adora Mar­chionne e sogna un unico grande sin­da­cato giallo.

    Il suo pro­blema è sem­plice, almeno a parole: esco­gi­tare misure che, senza troppo delu­dere chi ancora lo con­si­dera «di sini­stra», incan­tino l’elettorato cen­tri­sta – il ceto medio spa­ven­tato e irri­du­ci­bil­mente anti­o­pe­raio – gio­vando al tempo stesso agli amici che con­tano nelle imprese e nelle ban­che.
    Ma la novità più impor­tante con­cerne la fase politico-elettorale aperta da que­ste ammi­ni­stra­tive. Si è capito che Renzi è in larga misura un bluff.
    Quel disgra­ziato 40% delle euro­pee (pari al 20% in ter­mini asso­luti) è ser­vito al governo per imporre deci­sioni rovi­nose ma non foto­grafa affatto la com­po­si­zione poli­tica reale del paese. Che è sem­pre più lon­tano dalla poli­tica poli­ti­cante e che, nella misura in cui va ancora a votare, mostra di man­te­nersi in sostan­ziale equi­li­brio fra i tre campi che oggi si spar­ti­scono la scena media­tica e isti­tu­zio­nale: il Pd, il M5S e la destra di Sal­vini, Ber­lu­sconi e Alfano che la nuova legge elet­to­rale prov­ve­derà a riu­nire. Certo, di qui a un anno pos­sono acca­dere tante cose ma, se stiamo ai fatti e a quanto è pre­ve­di­bile, lo sce­na­rio che il voto di que­ste set­ti­mane apre è inquietante.

    Il Pd di Renzi è respon­sa­bile di scelte regres­sive sul piano sociale, eco­no­mico e isti­tu­zio­nale. Nel giro di un anno ha sen­si­bil­mente aggra­vato le ingiu­sti­zie e le disu­gua­glianze che segnano il paese lasciando che tutto il peso della crisi si sca­ri­chi sui ceti più deboli. Pro­prio que­ste scelte ren­dono sem­pre più con­creto il rischio che la destra torni al potere.

    La destra ambi­gua dell’antipolitica e dell’improvvisazione o quella affa­ri­sta e raz­zi­sta della tra­di­zione.
    Quanto alla sini­stra, la sua respon­sa­bi­lità – gra­vis­sima – sta, non da oggi, nel non esserci. Nel non riu­scire ormai da anni a tro­vare una parola e forse una figura capaci di ricon­qui­stare la fidu­cia di quanti, in un pas­sato tutto som­mato recente, hanno inve­stito nelle bat­ta­glie per il lavoro, la demo­cra­zia, la pace e l’ambiente. E di resti­tuire loro il desi­de­rio di ricominciare.

  • agbiuso

    8 Giugno, 2015

    Piero Bevilacqua così conclude un suo articolato commento alla situazione politica:
    Renzi, una sconfitta su tutti i fronti
    il manifesto, 7.6.2015

    Ma il con­flitto con la sini­stra interna e soprat­tutto le scelte del governo hanno toc­cato radici pro­fonde del con­senso su cui si è retto sinora il Pd. E occorre ram­men­tare. Per ragioni di iner­zia cul­tu­rale, e per vari altri fat­tori, il Pd, agli occhi di tanti ita­liani, è apparso come l’erede sto­rico del vec­chio Pci. Se anche per un intel­let­tuale radi­cale come Mario Tronti, il Pd è ancora IL PARTITO, figu­ria­moci quanto tale iden­ti­fi­ca­zione abbia ope­rato nella mente di sem­plici mili­tanti ed elet­tori. E per que­sta lar­ghis­sima fascia del popolo della sini­stra – che in Ita­lia è vivo e vegeto nono­stante gli scon­giuri degli avver­sari – Il Jobs act ha signi­fi­cato la licen­zia­bi­lità e la ricat­ta­bi­lità dei dipen­denti da parte del padrone. Men­tre la Buona scuola e il preside-manager sono apparsi un cuneo lace­rante den­tro la comu­nità sco­la­stica, un diver­sivo auto­ri­ta­rio per non affron­tare il pro­blema cen­trale: la remu­ne­ra­zione secondo stan­dard euro­pei dei nostri insegnanti.

    Dun­que, que­ste scelte di destra sono state punite dagli elet­tori di sini­stra, ma non pre­miate dagli elet­tori di destra. Per­ché, visto che il centro-destra è ancora più diviso del fronte avver­sa­rio? Credo che una rispo­sta sia da cer­care nel fatto che pres­so­ché nulla è cam­biato nella con­di­zione della grande mag­gio­ranza degli ita­liani. La pres­sione fiscale si man­tiene ele­vata, sia al cen­tro che in peri­fe­ria, ed è anzi in cre­scita, la disoc­cu­pa­zione non da segni di cedi­mento, salari e sti­pendi sono fermi, aumenta senza sosta il part-time. Nes­suno di que­sti dati è stato scal­fito dall’azione di governo, e Renzi va in giro span­dendo sor­risi di leti­zia per la ripresa in atto. Ma tale forma di comu­ni­ca­zione è alta­mente con­tro­pro­du­cente: mostra agli ita­liani solo la sua stra­bi­liante capa­cità di men­tire. Non è tutto. Le forze di centro-destra, ma anche il movi­mento 5S, con­du­cono una poli­tica aggres­siva nei con­fronti dell’Ue, ormai respon­sa­bile sem­pre più deci­siva delle nostre disa­strose con­di­zioni. Ma Renzi, dopo i mot­teggi orgo­gliosi su « l’Europa cam­bia verso», dopo un seme­stre euro­peo senza sus­sulti, ha mostrato il suo per­fetto alli­nea­mento ai voleri di Bru­xel­les, il solito per­be­ni­smo euro­pei­sta di chi fa i com­piti a casa. Con un mini­stro dell’Economia, Padoan, che sem­bra dav­vero cre­dere nello scre­di­tato cate­chi­smo dei padroni dell’Ue. E que­sto ormai gli ita­liani non lo per­do­nano più a nessuno.

    Dun­que, il pro­getto di Renzi è crol­lato. E ciò non è avve­nuto per impe­ri­zia. Se si è one­sti occorre rico­no­scere che l’uomo è senza sto­ria e senza cul­tura, privo per­ciò di visione. È solo tat­ti­ca­mente bravo: non basta per un grande paese nelle nostre con­di­zioni. Con que­ste ele­zioni la destra ita­liana ha annu­sato il san­gue e sa che può tor­nare a vin­cere, anche incre­men­tando, come fa Sal­vini, la guerra tra poveri, visto che la ridu­zione del wel­fare e la disoc­cu­pa­zione l’alimentano. E ha spe­ri­men­tato, anche con Toti, quanto sia con­ve­niente opporsi a Renzi invece di col­la­bo­rare. Que­sta stam­pella dun­que verrà meno. A sini­stra per il momento non c’è gran che, men­tre resta in piedi la forza oppo­si­tiva dei 5S. Un movi­mento, com’è stato osser­vato, che ha mostrato la rapida matu­ra­zione di un gruppo diri­gente gio­vane, radi­cato nelle realtà locali, mal­grado l’estremismo infan­tile di Grillo e Casa­leg­gio. Il bipo­la­ri­smo che doveva met­tere ai mar­gini le «frange estreme» è a pezzi. Il par­tito della nazione resta un sogno di regime da riporre nel cassetto.

  • agbiuso

    24 Maggio, 2015

    Il controllo totale del renzismo sull’informazione:

    COSÌ IL PORTAVOCE DI RENZI PILOTA I GIORNALI E LE TV
    di Carlo Tecce – Il Fatto Quotidiano, 24.05.2015

  • agbiuso

    23 Maggio, 2015

    «Sindacato unico», «Partito della Nazione», Lista di minoranza che prende ⅔ dei parlamentari, il preside capo assoluto delle scuole.
    Il Partito Democratico e il suo segretario il fascismo ce l’hanno proprio nel DNA.

  • agbiuso

    18 Maggio, 2015

    Come di consueto, le analisi di Alberto Burgio sono tanto argomentate quanto lucide.
    È proprio questo il “fascismo del Duemila”, il fascismo del Partito Democratico

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    Il fortino del reuccio, il manifesto, 17.5.2015

    Quel che sarà il par­la­mento ita­liano dopo che il dise­gno ren­ziano sarà giunto in porto è ampia­mente noto. La Camera dei nomi­nati e della mag­gio­ranza gover­na­tiva a priori fun­zio­nerà senza intoppi come cassa di riso­nanza e rati­fica; il Senato dei gerar­chi e dei pode­stà per­fe­zio­nerà l’accentramento dei poteri nelle mani dell’esecutivo. Il tutto per la legit­ti­ma­zione «demo­cra­tica» delle deci­sioni di palazzo Chigi. A quel punto l’Italia sarà un caso unico di Repub­blica mono­cra­tica domi­nata da un capo di governo ple­ni­po­ten­zia­rio, eletto da una mino­ranza di cit­ta­dini e posto in con­di­zione di con­trol­lare le auto­rità di garan­zia e tutti i poteri dello Stato, ecce­zion fatta (fino a quando?) per la magistratura.

    Tra poco — pro­ba­bil­mente tra un annetto — que­sto pro­gramma comin­cerà a rea­liz­zarsi orga­ni­ca­mente. Ma non dob­biamo aspet­tare nem­meno pochi mesi per assa­po­rarne i primi frutti avve­le­nati. Quanto sta acca­dendo con la «riforma» della scuola è un’anticipazione molto istrut­tiva di ciò che ci attende. Un indi­zio e una prova tec­nica, som­mi­ni­strata per testare il paese e per assue­farlo al nuovo che avanza.

    Rara­mente, forse mai prima d’ora, si era assi­stito alla scena di un ramo del par­la­mento ita­liano che vota in tran­quil­lità a favore di un prov­ve­di­mento di indi­scu­ti­bile rile­vanza (che modi­fica in pro­fon­dità strut­ture e modo di ope­rare di un set­tore vitale della società, e le con­di­zioni mate­riali di lavoro e di vita di milioni di cit­ta­dini) men­tre l’intero com­parto inve­stito da quel prov­ve­di­mento esprime la pro­pria asso­luta con­tra­rietà. Lo scio­pero del 5 mag­gio e la mani­fe­sta­zione con­tro le prove Invalsi pos­sono essere giu­di­cati come si vuole, ma su una cosa non sarebbe serio ecce­pire. Entrambi atte­stano l’unanime avver­sione del com­plesso mondo della scuola — inse­gnanti, stu­denti, per­so­nale tec­nico e ammi­ni­stra­tivo — a un modello che non per caso ruota intorno a due car­dini della costi­tu­zione neo­li­be­rale: la sedi­cente meri­to­cra­zia (foglia di fico pro­pa­gan­di­stica a coper­tura del ritorno a logi­che cen­si­ta­rie, auto­ri­ta­rie e oli­gar­chi­che) e la pri­va­tiz­za­zione della sfera pubblica.

    C’è tutto som­mato di che stu­pirsi per la pron­tezza e pre­ci­sione della dia­gnosi che inse­gnanti e stu­denti hanno fatto della «buona scuola» ren­ziana. Evi­den­te­mente l’ideologia mer­ca­ti­sta non ha ancora total­mente invaso l’anima del paese. O forse la realtà della scuola ita­liana è tal­mente evi­dente nelle sue con­trad­di­zioni e mise­rie da non per­met­tere quelle ope­ra­zioni di cosmesi — di camou­flage, direbbe qual­cuno — che fun­zio­nano altrove. Stu­denti, ope­ra­tori della scuola e tanti geni­tori sanno troppo bene che cosa in realtà si nasconde die­tro la ver­go­gnosa reto­rica dell’«eccellenza» e dell’«autonomia», della «sele­zione» e della logica pre­miale del «merito». E die­tro il ricatto della sta­bi­liz­za­zione della metà dei pre­cari in cam­bio dell’accettazione dell’intera «riforma».

    In un paese che figura sta­bil­mente all’ultimo posto della clas­si­fica Ocse per la per­cen­tuale di Pil inve­stita nella for­ma­zione dei gio­vani le chiac­chiere restano a zero. A chia­rire come stanno le cose prov­ve­dono gli edi­fici fati­scenti e i tanti soldi come sem­pre rega­lati alle pri­vate. Le col­lette per com­prare la carta igie­nica e il toner delle stam­panti. E i bassi salari degli inse­gnanti di ogni ordine e grado, respon­sa­bili anche del poco rispetto che taluni geni­tori mostrano nei riguardi di chi si impe­gna per istruire i loro vene­rati rampolli.

    Sta di fatto che con­tro la «riforma» ren­ziana la scuola ha messo in campo una pro­te­sta pres­so­ché uni­ver­sale, ben­ché anni di divi­sioni tra le orga­niz­za­zioni sin­da­cali e un’eccessiva timi­dezza nelle ini­zia­tive di lotta rischino di vani­fi­care le mobi­li­ta­zioni. Non solo la scuola si è fer­mata in occa­sione delle agi­ta­zioni, ma è in fer­mento da set­ti­mane e mani­fe­sta senza reti­cenze un con­sa­pe­vole e argo­men­tato dis­senso. Pec­cato che tutto que­sto al par­la­mento non inte­ressi né poco né punto. Quel che si mostra allo sguardo degli osser­va­tori è uno scon­cer­tante paral­le­li­smo, quasi che «paese legale» e «paese reale» non fos­sero distinti ma dia­let­ti­ca­mente con­nessi, bensì pro­prio dislo­cati su pia­neti diversi. Per cui quanto accade nell’uno — le agi­ta­zioni, le pre­oc­cu­pa­zioni, il disa­gio, la pro­te­sta — non turba l’impermeabile auto­re­fe­ren­zia­lità dell’altro, ormai (di già) assor­bito nella rece­zione e pro­mo­zione della volontà del reuc­cio che si balocca alla lava­gna col suo appros­si­ma­tivo idioma burocratico.

    Certo, non è la prima volta che si assi­ste a un feno­meno del genere. Qual­cosa di simile è già acca­duto col Jobs act, varato men­tre le fab­bri­che erano in sub­bu­glio per la can­cel­la­zione dell’articolo 18. Ma si sa che le que­stioni di lavoro e in par­ti­co­lare di lavoro ope­raio divi­dono il paese (e gli stessi sin­da­cati) e offrono ai governi ampi var­chi per ope­rare for­za­ture. Il caso della scuola è diverso per la sua con­no­ta­zione essen­zial­mente inter­clas­si­sta e per que­sta ragione pre­fi­gura pla­sti­ca­mente il qua­dro al quale dovremo abi­tuarci nel pros­simo futuro. Pro­te­sti pure il paese, scen­dano pure in piazza i cit­ta­dini, si mobi­liti quel che resta dell’opinione pub­blica. La cit­ta­della della poli­tica non si degna nem­meno di veri­fi­care la per­ti­nenza delle doglianze, tanto basta a se stessa e può fare da sé, in una mise­ra­bile rie­di­zione dell’autocrazia di antico regime. Può darsi che que­sta non sia che un’illusione e che un pro­gramma incen­trato sull’autonomia del poli­tico si riveli, oltre che inde­cente, impra­ti­ca­bile in virtù della reat­ti­vità del corpo sociale. Ma di certo risulta evi­dente a quale pove­ris­sima cosa si saranno ridotti, in tale sce­na­rio, par­la­men­tari e par­titi. Men­tre la poli­tica avrà negato se stessa con l’essersi anche for­mal­mente ridotta a mera fun­zione di domi­nio di una casta sulla cit­ta­di­nanza costretta a obbedire.
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  • agbiuso

    13 Maggio, 2015

    Attento Renzi.
    Gli dèi puniscono la ὕβρις

    Il sinistro
    il manifesto, 13.5.2015

  • agbiuso

    13 Maggio, 2015

    Il fascista Adriano Tilgher sostiene il candidato alla Regione Campania De Luca (Partito Democratico) e dichiara che “Renzi è il vero leader di centrodestra

  • agbiuso

    10 Maggio, 2015

    Appena Roberto Saviano apre bocca su una varietà di argomenti, tutto il mainstream pravdesco ne dà conto. Ora che invece ha dichiarato con estrema chiarezza che “nel Partito Democratico c’è Gomorra“, i giornali -tranne il Fatto Quotidiano– tacciono con impressionante silenzio.
    Allora ripetiamolo: il Partito Democratico è un partito colluso con la mafia, di sicuro in Campania e in Sicilia, molto probabilmente anche altrove. Chi lo vota e chi lo sostiene della mafia si fa complice.

  • agbiuso

    6 Maggio, 2015

    Impossibile illudersi sulla firma di Mattarella. Una delle condizioni della sua nomina a presidente è stata proprio la promulgazione della legge elettorale mussoliniana.

  • agbiuso

    5 Maggio, 2015

    La legge elettorale approvata ieri dal Partito Democratico-Nuovo Centrodestra mostra in modo lampante come la democrazia “rappresentativa” sia una finzione di democrazia, sia un’alchimia tecnica dove una minoranza può prendere il potere con il consenso di meno di un quarto dei cittadini.
    Basta leggere l’editoriale odierno del manifesto per capirlo con sufficiente chiarezza: Il governo della minoranza, di Gianni Ferrara

  • Biuso

    30 Aprile, 2015

    Televideo – 30/04/2015 10:23
    Opposizioni: Italicum come legge Acerbo

    10.23 Le opposizioni confermano il no all’Italicum e al governo nel secondo voto di fiducia chiesto all’esecutivo alla Camera. M5S, Fi, Sel, Lega Nord, Fdi criticano, in un’aula semi vuota di Montecitorio, l’Italicum e la richiesta di fiducia una legge, precisano, di rilievo costizionale.
    Renzi è definito “un infingardo”. Attaccano la sua visione di “un uomo solo al comando” e “la deriva autoritaria” del governo. Tornano a paragonare l’Italicum alla legge Acerbo fatta approvare nel 1923 dal fascismo.

  • agbiuso

    29 Aprile, 2015

    Grazie, caro Dario. Sì, “servi e padroni” insieme stanno distruggendo molto -in libertà, diritti, giustizia- di ciò che la lotta contro il mussolinismo aveva dato all’Italia. E a farlo sono gli ex democristiani e gli ex comunisti, diventati emuli, eredi e complici di Berlusconi. Rivoltante.

  • Dario Generali

    29 Aprile, 2015

    Caro Alberto,

    condivido sia quanto sottolinei tu, sia quello che scrive Norma Rangeri.
    Purtroppo il popolo italiano, a parte una significativa ed eroica minoranza, è costituito da servi e da cialtroni, che sono destabilizzati in assenza di un padrone che sia per loro un riferimento, comunque da imbrogliare e tradire alla prima occasione.
    Spiace però soprattutto pensare che le istituzioni repubblicane che si stanno ora sabotando e destrutturando sono state conquistate a caro prezzo dalla lotta di liberazione antifascista, che è stata anche, insieme al Risorgimento, uno dei pochi momenti di riscatto nazionale, e che quella libertà che la nostra generazione ha avuto in dono dai martiri del Risorgimento e della Resistenza dovrà essere probabilmente riconquistata dai nostri figli e dai nostri nipoti con quello stesso tributo di sofferenza e di sangue, che si sperava di non dover più versare per avere quello che ci sembrava ormai garantito per sempre.
    Un caro saluto.
    Dario

  • agbiuso

    29 Aprile, 2015

    Celodurismo renziano
    di Norma Rangeri, il manifesto, 29.4.2015

    Sarà pure in ballo la demo­cra­zia, come dice un Ber­sani affranto dalla sor­presa annun­ciata del voto di fidu­cia sulla legge elet­to­rale. Tutto sta a met­tersi d’accordo sull’inizio di que­sta danza maca­bra attorno alle regole della nostra con­vi­venza politica.

    Come soste­niamo da tempo, la demo­cra­zia non viene né improv­vi­sa­mente sfi­gu­rata, né pesan­te­mente umi­liata solo in rife­ri­mento alla legge elet­to­rale e alla riforma costi­tu­zio­nale. Al con­tra­rio, la mano­mis­sione degli assetti isti­tu­zio­nali della repub­blica par­la­men­tare rap­pre­senta solo un approdo. Una lineare con­se­guenza degli anni in cui l’ex segre­ta­rio del Pd par­te­ci­pava al governo Monti per mon­dare la demo­cra­zia delle sco­rie ber­lu­sco­niane. Pec­cato che con l’acqua sporca si stava but­tando via anche l’argine rap­pre­sen­tato dall’idea stessa di un governo eletto, pre­fe­rendo imboc­care la via delle riforme det­tate dai poteri euro­pei. Renzi ha tro­vato la strada in discesa e l’ha per­corsa con piede veloce usando i rap­porti di forza fino alla can­cel­la­zione dello sta­tuto dei lavo­ra­tori, alla ridu­zione del mondo del lavoro a eser­cito di riserva di Confindustria.

    Il fatto è che ora, con la deci­sione di met­tere la fidu­cia sull’Italicum, siamo giunti alle bat­tute finali, al con­clu­sivo giro di boa di una navi­ga­zione che fin dall’inizio ha fatto rotta verso l’approdo neo­cen­tri­sta. Se la man­naia della fidu­cia per por­tare a casa rapi­da­mente una legge elet­to­rale rap­pre­senti il pre­lu­dio dell’atto suc­ces­sivo (le ele­zioni anti­ci­pate) lo vedremo. Quello che invece è già chia­ris­simo riguarda la can­cel­la­zione di un’idea di plu­ra­li­smo sociale, poli­tico, istituzionale.

    Senza nep­pure sco­mo­dare i fami­ge­rati pre­ce­denti (la legge Acerbo del 1923 e la legge truffa del 1953) basta, e avanza, osser­vare che que­sta fidu­cia è una basto­nata sulla schiena di un par­la­mento già pie­gato e dele­git­ti­mato dall’essere il risul­tato dell’incostituzionale Por­cel­lum. Una basto­nata pre­me­di­tata, vibrata a freddo nono­stante il ras­si­cu­rante lascia­pas­sare otte­nuto nel voto segreto sulle pre­giu­di­ziali di inco­sti­tu­zio­na­lità. A dimo­stra­zione che al fondo della ver­sione ren­ziana di que­sto “celo­du­ri­smo fidu­cia­rio” non c’è tanto il timore di non avere la mag­gio­ranza par­la­men­tare sull’Italicum (natu­ral­mente pos­si­bile ma non pro­ba­bile), quanto la voglia di togliersi di torno i rom­pi­sca­tole della minoranza.

    Saranno pure solo una ven­tina quelli decisi a non votar­gli la fidu­cia, ma restano il fasti­dioso con­tral­tare media­tico al lea­der, tanto più mole­sto fin­ché il grup­petto resta den­tro il Pd a sce­neg­giare il dis­senso a ogni dire­zione o festa dell’Unità senza l’Unità. Spa­rare col can­none della fidu­cia al drap­pello degli anti­ren­ziani del Pd è un atto spro­po­si­tato se pro­prio la dismi­sura non fosse il segno di chi scam­bia il potere con il governo.

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