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Università: «Virtuose ma comunque penalizzate»

Nel gergo amministrativo-accademico italiano l’espressione «punti organico» indica la percentuale di nuovi assunti che ogni Ateneo può chiamare in relazione ai docenti andati in pensione l’anno precedente.
Un’interessante e accurata analisi di Roars documenta la bizzarria, l’irrazionalità e l’ingiustizia dei punti organico assegnati per il 2015. Gli autori di tale ennesimo atto sconsiderato sono il ministro Giannini e il presidente Renzi, i quali si sono sinora rifiutati di modificare una norma errata introdotta dal governo Monti. Giannini ha detto che avrebbe voluto farlo ma non ne ha avuto il tempo (no comment).
L’articolo di Beniamino Cappelletti Montano si intitola Punti Organico 2014: Robin-Hood alla rovescia, parte seconda e questo è uno dei brani più significativi:

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È interessante notare che le due università che devono cedere la quantità maggiore di punti organico rinvenienti dai pensionamenti del proprio personale sono entrambe università virtuose. Infatti gli indicatori di bilancio di Roma “La Sapienza” e di Napoli “Federico II” soddisfano pienamente le prescrizioni previste dal MIUR per il rilascio della “patente di virtuosità” (Indicatore Spese Personale < 80% e ISEF ≥ 1).
A far compagnia a “La Sapienza” e alla “Federico II” in questa menzione speciale di atenei virtuosi ma comunque penalizzati vi è un folto gruppo di atenei: Calabria, Cagliari, Urbino, Pavia, Torino, Parma, Napoli “Orientale”, Tuscia, Firenze, Catania, Roma “Tor Vergata”, Politecnico di Bari, Genova, Perugia, Udine.
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C’è da aggiungere che gli Atenei più premiati sono quelli che hanno aumentato in modo consistente le tasse universitarie, il che rappresenta una chiara indicazione politico-sociale da parte del governo in carica. ‘Purtroppo’ la mia Università ha voluto tenere in considerazione le esigenze economiche dei suoi studenti e quindi è stata penalizzata.
Anche questo è l’Italia del Partito Democratico-Nuovo Centrodestra.

11 commenti

  • agbiuso

    16 Agosto, 2015

    Un intervento di Luigi Gallo, del Movimento 5 Stelle.
    Tutto documentato, tutto vero, tutto rigoroso.

    Stanno cancellando il sapere del Paese

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    Nessuno di noi affiderebbe ad un medico che valuta il nostro stato di salute analizzando solo quello della nostra gamba e per lo più utilizzando la cartella clinica di quasi dieci anni fa. Eppure è quello che viene fatto quando si valutano gli atenei e si distribuiscono le risorse. In realtà la concorrenza, la premialità degli atenei è solo l’ennesimo trucco della politica che ha un solo obiettivo ridurre i fondi all’università e i risultati parlano chiaro: dal 2008 al 2015 il Fondo di finanziamento per le università (Ffo) è diminuito di circa il 14% a livello nazionale. Le università meridionali perdono il 19% delle risorse, mentre quelle settentrionali perdono il 7 per cento. Ha ragione il segretario del PD, capo del governo, qui non c’è nulla da piangere e lamentarsi, qui bisogna reagire ed incazzarsi come delle belve contro il suo governo.

    E’ dal 2013 che il M5S in commissione cultura combatte questo assurdo sistema di distribuzione delle risorse agli atenei che si fonda sulle PUNIZIONI perché taglia a tutti del 20% e solo a pochissimi restituisce il mal tolto. A questo si aggiunge un sistema di valutazione che si fonda su dati vecchi e molto parziali e che usa indicatori come la capacità degli atenei di attrarre risorse esterne (processo di privatizzazione), la mobilità degli studenti, tutti indicatori che penalizzano le Università del SUD e che dimostrano che qualsiasi classifica sarà sempre opinabile perché dipenderà dai parametri scelti. Il meccanismo di ripartizione delle risorse sulla base del costo standard rappresenta poi un ulteriore distorsione perché tiene conto solo degli studenti in corso e perché vengono danneggiati gli atenei che mantengono le tasse basse entrambe caratteristiche delle università del SUD.

    Ora anche Confindustria sembra accorgersi di tutte queste distorsioni attraverso il suo organo di stampa che è il Sole 24 Ore e attraverso una ricerca che hanno condotto nell’Osservatorio regionale Campano e si avvicina ad una delle proposte che abbiamo reiterato fino allo sfinimento durante il dibattito parlamentare sulla riforma della scuola ma che si può trasporre agli atenei: distribuire risorse anche in funzione di parametri come indice di povertà, tasso di dispersione, reddito medio procapite regionale o provinciale. Forse a settembre quando riproporremo questi temi avremo più fortuna ora che il socio di maggioranza di questo governo inizia a capire che non conviene continuare a mortificare il SUD e i territori più poveri di questo paese

  • agbiuso

    29 Luglio, 2015

    Una risposta del Rettore del mio Ateneo alle insensate classifiche della Pravda confindustriale.

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    Quale Università oltre le classifiche
    L’editoriale del rettore Giacomo Pignataro pubblicato sulla Sicilia del 24 luglio 2015

    Vi sono debitore di un commento all’inchiesta “Atenei, un baratro tra Nord e Sicilia” pubblicata con grande rilievo su La Sicilia di ieri. Lo sono doppiamente: come rettore dell’Università di Catania e come presidente del Coordinamento delle università siciliane. Eppure questa replica non avrà nulla di rituale, non conterrà cavillosi arzigogoli, bensì l’invito ad aprire una discussione seria.
    Le graduatorie come quella pubblicata da Il Sole 24 ORE si prestano a essere utilizzate in due modi. Possono costituire uno strumento molto utile di orientamento e valutazione e anche un mezzo per compiere scelte sul governo degli atenei. Oppure possono diventare il veicolo di una rappresentazione distorta, l’espediente di una pubblicità disonesta e ingannevole.

    Devo dare atto al quotidiano di Confindustria di avere corredato la sua ultima “classifica sulla qualità”, soprattutto nella versione online, di un buon apparato di correzione del peso dei singoli indicatori, onde sottrarsi alle numerose e ben fondate critiche che avevano bersagliato le precedenti edizioni. In particolare l’articolo di analisi di Daniele Checchi non può essere tacciato di superficialità. “Sono forse maturi i tempi per fare un passo avanti nel dibattito tra sostenitori e oppositori delle graduatorie tra enti formativi, per passare a discutere del contenuto e delle interpretazioni di queste graduatorie”, scrive giustamente Checchi.

    Che cosa resta di tale invito alla riflessione quando, attraverso il taglia-copia-incolla sui siti web e purtroppo – a causa delle inevitabili semplificazioni della notizia – anche sui maggiori quotidiani, il risultato è quello che vediamo: una rappresentazione grottesca? In base alla quale, per non parlare di casa nostra, le famiglie napoletane dovrebbero sobbarcarsi le spese per il trasferimento fuori sede dei propri figli spingendoli a disertare il più importante ateneo dell’Italia meridionale – l’Università Federico II di Napoli (piazzata più in basso della nostra università) – a dispetto della varietà e della ricchezza della sua offerta formativa e del ragguardevole posizionamento nazionale in molti campi della ricerca.

    Che peso può avere, in termini di “attrattività extraregionale”, il fatto che buona parte degli studenti iscritti a Messina proviene dalla provincia di Reggio Calabria? E ciò senza nulla togliere ai brillanti sforzi dell’Università di Messina per incrementare la quota dei propri studenti Erasmus o in altri ambiti, quali l’accesso a finanziamenti esterni per la ricerca. Eppure sono proprio elementi irrilevanti come quello che ho appena citato a risuonare nella grancassa dell’informazione strillata. D’altronde la tentazione di sfruttare in termini pubblicitari una graduatoria messa in circolazione proprio in coincidenza con le immatricolazioni è forte.
    Ma pensiamo davvero che uno studente romano possa ragionevolmente optare per Viterbo o Macerata piuttosto che per “La Sapienza”?
    Perciò perdonatemi se non parteciperò all’inutile gara di evidenziare i parametri, per esempio quello della “sostenibilità” dei corsi di laurea in termini di docenti di ruolo, in cui l’Università di Catania figura in ottima posizione. Né ai distinguo basati sull’ovvia constatazione che il contesto territoriale e imprenditoriale ha poco a che vedere con la qualità dell’insegnamento. Né alla considerazione amarissima del dissesto della politica regionale per il diritto allo studio che penalizza gravemente tutte le università siciliane.

    Non dirò: “Non è colpa nostra!”. Sarebbe troppo facile. Ci sono sempre due possibili scelte quando si accetta di rivestire ruoli istituzionali: cercare di tenersi a galla rassegnandosi alle condizioni obiettive nelle quali si opera o assumersi la responsabilità di provare a cambiarle. Non abbiamo bisogno delle classifiche per capire dove non andiamo bene, in vari settori, e soprattutto dove è possibile concentrare gli sforzi per raggiungere risultati positivi anche attraverso una necessaria riorganizzazione e una maggiore efficienza della macchina amministrativa.

    Ma è falso che l’Università di Catania e gli atenei siciliani siano scivolati in un baratro senza fondo. In una regione in cui il tasso di disoccupazione giovanile è superiore al 50% le università sono un bene comune e rimangono un’irrinunciabile risorsa del territorio. È perciò giusto invitare i nostri giovani a impegnarsi ad alimentare questa risorsa preziosa con la loro intelligenza. Difendiamole, rinnoviamole, rafforziamole; perché, se dovessimo accettare che vengano smantellate, non basterebbero cinquecento anni per rifarle.

    Guardo ogni mattina le fotografie dei “centisti” pubblicate sul vostro quotidiano e leggo le poche righe con le quali manifestano speranze e progetti. A ciascuno di loro, come a tutte le ragazze e i ragazzi che in queste settimane compiranno l’importantissima scelta di iscriversi all’università, vorrei poter dire: -Il mondo è grande. Se a vent’anni non si avesse una gran voglia di conoscerlo spostandosi anche in posti lontani per fare nuove esperienze, sarebbe un disastro. Vedo però che la maggior parte di voi ha scelto di iniziare a costruire il proprio futuro qui, nell’antico Siculorum Gymnasium. Siamo fieri che vogliate scegliere l’Università degli Studi di Catania. Benvenuti!

    Giacomo Pignataro (rettore dell’Università di Catania)

  • agbiuso

    18 Aprile, 2015

    Nel governo del Partito Democratico-Nuovo Centrodestra stanno prendendo tutti la sindrome del loro capo: bugiardi matricolati e spudorata faccia tosta.

    La “Buona Università”: un precotto confezionato a gennaio?

  • agbiuso

    1 Aprile, 2015

    “Dopo le varie ere che la storia dell’umanità ha attraversato, siamo entrati da tempo nell’età della fuffa”.
    Alessio De Francesco formula una amara ma esatta analisi della burocratizzazione della ricerca: La fuffa non è una scienza, il Bo. Giornale dell’Università degli Studi di Padova.

  • agbiuso

    30 Marzo, 2015

    Da un intervento di Piero Graglia sulle recentissime assurdità del governo in carica a proposito della docenza universitaria.

    Università, ecco il professore prêt a porter
    il Fatto Quotidiano, 30.3.2015

    Ovviamente, fuor di metafora, usare una posizione precaria per stabilizzare più situazioni che dovrebbero essere, in prospettiva, stabili ha un senso solo in pochi casi: nella mente di un megalomane o in quest’Italia dove l’elasticità delle regole e la rimozione dei diritti e delle tutele è diventata uno sport nazionale.
    In fondo chissenefrega degli studenti, esposti a docenti non perfettamente formati, ma comunque arruolati, e chissenefrega dei docenti precari, utilizzati come esercito di riserva del lavoro intellettuale? (Vabbé, avevamo detto anche questo due anni fa, scusate: portiamo sfiga).
    Ma soprattutto, chi pensa alla qualità della didattica impartita? Le università non sono una bocciofila dove chiunque si può improvvisare istruttore di accosto e di bocciata, le università sono un pezzo importante di una società avanzata fondata sulla conoscenza e non sull’improvvisazione e gli slogan carini.

  • agbiuso

    22 Marzo, 2015

    Che cosa sia una supercàzzola ce lo ha insegnato il film Amici miei. Sembra che questa figura retorica appassioni l’Anvur. Lo mostra con filologica documentazione e grande acume un ottimo articolo di Davide Borrelli e Marialuisa Stazio, pubblicato su Roars del 20.3.2015: La supercazzola prematurata delle riviste di classe A con scappellamento Anvur a destra, ovvero: come confezionare una svolta autoritaria nascondendola dietro al ridicolo di un roboante linguaggio tecnoburocratico.

    Idee e azioni dell’Anvur (Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca) ne escono giustamente distrutte. Le «Riviste di fascia A» costituiscono un «flatus vocis cui (all’epoca) non corrispondeva nessun referente osservabile nel mondo reale». L’analisi serrata e divertita di tale espressione linguistica si conclude con una constatazione di portata generale:

    «Quello che però ci sembra facilmente prevedibile è che il principio per cui i contenitori possano automaticamente rendere i contenuti di una qualità diversa e più alta – “migliori” per definizione – continuerà a favorire chi avrà avuto la fortuna, l’opportunismo o il fiuto politico di unirsi a una cordata che offre l’opportunità di “piazzare” i propri articoli in alcuni di questi contenitori: quelli promossi “in classe A” in virtù di un meccanismo di valutazione diretto e controllato da un piccolo gruppo di persone scelte in ultima analisi dal governo. Altrettanto prevedibile la penalizzazione di chi avrà avuto la generosità, il coraggio, l’imprudenza e l’impudenza di scegliere nuove vie, percorrere nuovi spazi, offrire nuove opportunità.
    In conclusione, costatiamo che, attraverso un cambiamento legislativo presentato all’opinione pubblica come meritocratico e “antibaronale”, non solo si sono concentrate tutte le funzioni di governo dell’università nelle mani dei soli ordinari, ma si è sostituito l’autogoverno delle comunità scientifiche con investiture provenienti dal potere politico.
    Meccanismi di selezione che discendono a cascata da nomine ministeriali tendono, allora, abbastanza naturalmente a privilegiare gruppi di potere già consolidati nei rispettivi campi accademici, di studio e di ricerca, a discapito degli outsider, dei giovani, degli innovativi, degli sperimentatori, degli “eretici”, che sono – oltre che “inaffidabili” e “pericolosi” – anche difficili da individuare per chi non conosca profondamente le diverse comunità scientifiche. Non c’è bisogno di ipotizzare cospirazioni particolari: il potere sceglie fra chi è solito frequentare le sue stanze anche soltanto – e molto banalmente – perché è ciò che conosce.
    Il problema è altrove. Non soltanto, cioè, nell’efficienza, né nella giustizia di questo sistema, ma nel modo autoritario di concepire e gestire il potere. Nella scelta di concentrarlo e di assegnarlo per investitura dall’alto».

    Come si vede, c’è una profonda continuità nell’azione dei più recenti governi italiani, dalla leggendaria Gelmini in avanti.

  • agbiuso

    28 Febbraio, 2015

    Segnalo il discorso molto efficace -e molto bello- che Riccardo Michielan, rappresentante degli studenti, ha tenuto in occasione dell’inaugurazione dell’a.a dell’Università di Padova.

    Vi si legge, tra le molte altre cose, questo:

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    A 15 anni dal processo di Bologna, infatti, la cultura è prigioniera delle maglie dei processi economici, ed è costretta a subire le politiche di austerità imposte dalla Banca Centrale Europea. Il caso dell’Università di Atene, costretta a chiudere lo scorso anno a causa dei tagli, è l’emblema di una visione che non persegue la strada dell’istruzione pubblica, gratuita e di qualità, ma di una politica che vede nel sapere uno spreco da tagliare. Quale futuro e quale progetto abbiamo in mente, se queste sono le premesse?
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  • agbiuso

    20 Febbraio, 2015

    Un documento del CUDA pubblicato ieri.

    CUDA (Coordinamento Unico di ricercatori, docenti, studenti, PTA e precari dell’Ateneo di Catania per un’Università pubblica libera, aperta e democratica).

    RENZI COME LOTITO?

    Intervenuto al Politecnico di Torino, presso il centro Ricerca della General Motors, il Presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi ha ritenuto – tra varie esternazioni – di concedersi, e concederci, un’estrema verità. Ci sono – e sarebbe gravemente “ridicolo nasconderlo” – Università di Serie A e Università di serie B! Qui Egli (che è forse stato influenzato dalle recenti polemiche calcistiche e dalle note esternazioni del presidente Lotito) si è però sibillinamente fermato. Non è dato sapere cosa possa significare tale rivelazione. Lo possiamo solo supporre, data la sede dell’esternazione stessa, ma preferiamo non farlo.

    In attesa dunque di una consultazione del mondo universitario, annunciata per l’ennesima volta, prima della (sempre ennesima) Grande Riforma (che accorpi e cancelli Atenei), segnaliamo – a noi stessi e insieme al Presidente Renzi – che di certo l’Italia è in serie B (ma anche più in basso, se proprio si amano le metafore calcistiche) in vari indicatori che riguardano, oltre cultura e scuola, anche l’Università. L’Italia – stiamo ai dati OECD – è “in serie B” per quanto riguarda le borse di studio erogate a studenti universitari, le iscrizioni (in calo costante), gli abbandoni, i fuoricorso; l’Italia è in serie B per quel che concerne il rapporto docenti/studenti; l’Italia è sempre in serie B per anzianità dei docenti, poi per le retribuzioni, e infine – soprattutto – per il finanziamento complessivo dell’alta formazione in rapporto al PIL (lì, anzi, siamo già in “serie C”, ma da anni!!!).

    Al mondo universitario esternazioni di questo tipo non fanno bene. Saranno mediaticamente ad effetto, ma hanno un effetto nefasto sull’immagine e sulla credibilità del sistema della ricerca. C’è bisogno di una politica che si conceda meno spavalderia e meno slogan e affronti i veri problemi dell’Università italiana: sottofinanziamento del diritto allo studio costituzionalmente previsto per tutte le famiglie, anche al Sud; invecchiamento della classe docente; baronati e cricche da contrastare con la creazione di un ruolo unico della docenza; sottofinanziamento complessivo della ricerca scientifica.

    Perché senza una Università forte, senza un cervello attivo e reattivo del paese stesso – con buona pace di chi si “gasa assai” per Marchionne (ma non ha poi presenti, ironia della sorte, i dati ANVUR sul Politecnico, che non sono eccellenti per niente…) – l’Italia non uscirà mai dalla sua crisi, economica e civile, politica e culturale.

  • agbiuso

    19 Febbraio, 2015

    Un’attenta analisi delle politiche assolutamente reazionarie sull’università, concepite e attuate dal governo del Partito Democratico – Nuovo Centrodestra. Stiamo davvero tornando al peggio del XIX secolo.

    Renzi è la continuazione della riforma Gelmini con gli stessi mezzi
    di Roberto Ciccarelli, il manifesto 19.2.2015

  • agbiuso

    19 Febbraio, 2015

    Roars, 19.2.2015

    «Ci sono università di serie A e di serie B, ridicolo negarlo … Ci sono delle università che riescono a competere nel mondo e università validissime, che però hanno un’altra funzione, un’altra missione» ha affermato Matteo Renzi in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico al Politecnico di Torino. Se è vero che «non possiamo pensare di portare tutte le 90 università nella competizione globale, allora ci spazzeranno via tutti quanti», è più che mai urgente ridimensionare le università di serie B. Non c’è ragione di indugiare, dato che l’ANVUR ci ha già fornito una fotografia dettagliatissima e certificata della qualità della ricerca italiana, secondo la quale in serie B ci sarebbero la Bocconi, il Politecnico di Torino, Pisa, Roma Sapienza ed anche Firenze.

    L’articolo di Giuseppe De Nicolao si trova qui:
    Renzi ha ragione: ridimensioniamo gli atenei di serie B … come Firenze, Politecnico di Torino e Bocconi

  • agbiuso

    25 Gennaio, 2015

    Copio qui il testo di un documento che sinteticamente descrive il tentativo di distruggere Università e ricerca in Italia.

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    ADI, ANDU, CIPUR, CISL-Università, CNU, CONFSAL-CISAPUNI-SNALS, CoNPAss, CSA-CISAL Università, Federazione UGL Università, FLC-CGIL, LINK, RETE29Aprile, SNALS-Docenti, UDU, UIL RUA

    IL COLLASSO DEL SISTEMA UNIVERSITARIO

    Il 2014 si è chiuso con l’uscita di tre decreti che stabiliscono i criteri del finanziamento delle Università e il finanziamento stesso (Decreti FFO 2014 e Costo standard unitario di formazione per studente in corso) e la possibilità di reclutamento (Decreto Punti Organico 2014).
    Questi tre decreti minano le fondamenta dell’intero Sistema universitario che è sull’orlo del collasso per il sotto-finanziamento cronico e rischia, tra l’altro, di spingere le Università a una folle e pressoché inutile corsa verso l’aumento della tassazione studentesca.

    Nell’FFO 2014 è stato introdotto, per la prima volta, tra i criteri di finanziamento il Costo standard unitario per studente in corso, che pesa per ora il 20% dell’FFO, e che nel 2018 arriverà a pesare il 100% della quota base. Inoltre, nella quota premiale dell’FFO, che è stata portata al 18%, la didattica pesa solo per il 10% con come unico indicatore di qualità l’internazionalizzazione. L’introduzione del Costo standard nell’FFO tiene conto della didattica solo in termini di numero di studenti e gli studenti fuoricorso non sono in alcun modo conteggiati. Questa impostazione porrà gli Atenei di fronte a due alternative: trasformarsi in “laureifici” abbassando la selettività degli esami, per diminuire il tempo di conseguimento dei titoli, o aumentare le tasse degli studenti fuoricorso”.

    E questo accade mentre il numero di studenti iscritti alle università è in forte decrescita, allontanando ancor più l’Italia dall’Europa per il basso numeo di laureati e impoverendo ulteriormente le capacità innovative del nostro Paese.

    Il decreto sui punti organico prevede che il turn-over si assesti al massimo del 50% del livello totale del sistema universitario. I punti organico sono assegnati sulla base di due criteri: l’indicatore di indebitamento e  l’indicatore sulle spese di personale. L’indicatore sulle spese di personale è dato dal rapporto tra spese per il personale a carico dell’ateneo e le entrate complessive, date dalla somma di FFO, programmazione triennale e contribuzione studentesca.

    Un Ateneo “virtuoso” (cioè con le spese per il personale al massimo dell’80% e con l’indicatore di indebitamento al massimo al 10%) ha il turn over al 20% più una quota premiale proporzionale alle entrate nette (cioè escluse le spese del personale). Pertanto, l’attribuzione dei punti organico agli Atenei dipende dalla contribuzione studentesca sia nell’indicatore delle spese di personale sia nella quota premiale dei punti organico per gli Atenei “virtuosi”. Ancora una volta ci sono atenei che perdono oltre il 60% dei punti organico liberati dal turn-over e altri che ne guadagnano più del 500% e ci sono Atenei “virtuosi” che si assestano comunque al 20% di turn over.
    Lo stesso decreto, inoltre, stabilisce una soglia massima del contingente di assunzioni a livello di sistema e non di università, creando così una competizione fra atenei a scapito della qualità complessiva dell’intero sistema universitario.

    I contenuti dei Decreti ministeriali confermano la volontà di raggiungere al più presto l’obiettivo di smantellare il Sistema nazionale universitaro, riducendo la quantità e la qualità dell’alta formazione e della ricerca.
    Con tutta evidenza si vuole arrivare alla chiusra o all’emarginazione della maggior parte degli attuali atenei (soprattutto del Sud), concentrando le risorse statali in pochi Atenei auto-proclamati eccellenti e riducendo ancor piu il numero degli studenti, dei docenti e del personale tecnico-amministrativo.

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