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Bombe e baci

Bombe e baci

«Silvio Berlusconi ha chiamato il presidente americano Barack Obama per comunicargli il suo sì ad azioni aeree mirate in Libia» (la Repubblica, 25.4.2011). Che uomo è uno che prima bacia la mano a Gheddafi e poi lo  bombarda?
«L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» (Costituzione della Repubblica italiana, art. 11). Che opposizione “di sinistra” è quella che probabilmente voterà con il partito di Berlusconi a favore di una guerra di aggressione? Salvando in questo modo un governo immondo e calpestando la Costituzione?
Le motivazioni della guerra anglo-francese e statunitense contro la Libia sono il petrolio e «200 miliardi di dollari di fondi sovrani». Partecipando a tale aggressione, l’Italia conferma la propria miseria politica, diplomatica, economica. La menzogna della “guerra umanitaria” dà ancora una volta ragione a George Orwell, ai princìpi del Grande Fratello: «La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza» (1984, Mondadori 1998, p. 8).

13 commenti

  • agbiuso

    5 Settembre, 2018

    Perché a Tripoli è tornata la guerra
    Khalifa Abo Khraisse, regista
    Internazionale, 3.9.2018

    Una testimonianza dall’interno: dettagliata, efficace e tragica. Capace di descrivere gli effetti di lungo periodo della guerra contro Gheddai voluta dall’amministrazione Obama, soprattutto dal Segretario di Stato Hillary Clinton; condotta dalla Francia, subita dall’imbelle governo di Berlusconi, che qualche mese prima aveva baciato le mani a Gheddafi.
    Pensare che in un Paese come la Libia -e tanti altri- la morte di un dittatore conduca a libere elezioni, alla pace, al progresso e all’occidente, ha tre possibili spiegazioni:
    -si è in malafede;
    -si vive in un astrattismo ideologico progressista;
    -si è molto sciocchi.
    Una delle conseguenze di tutto questo è la probabile fuga di molti libici verso l’Italia. E il governo francese, responsabile del caos libico prima con Hollande e ora con Macron, accuserà il governo italiano di non volere accogliere le vittime della politica guerrafondaia e colonialista di Parigi.

  • agbiuso

    18 Febbraio, 2015

    «Repubblica» pronta a combattere
    di Tommaso Di Francesco, il manifesto, 18.2.2015

    «Tri­poli: ’Agite o l’Is arriva a Roma’ », così ieri l’apertura del quo­ti­diano «la Repub­blica». Una gros­so­lana bugia, non in un box a mar­gine di pagina ma nel tito­lone della prima.

    Per­ché il governo che appog­gia i raid aerei dell’Egitto è quello di Tobruk, quasi al con­fine con l’Egitto, soste­nuto dalle truppe del gene­rale Haf­tar e, manco a farlo appo­sta, rico­no­sciuto dal Cairo. Lo guida Abdul­lah al Thani che infatti chiede all’Occidente un’offensiva aerea per sta­nare i «jiha­di­sti che con­trol­lano Tri­poli, altri­menti la minac­cia dila­gherà nei Paesi euro­pei e spe­cial­mente in Italia».

    Al con­tra­rio, il governo di Tri­poli della coa­li­zione isla­mi­sta Fajr Libya, gui­dato da Omar al Hassi ha con­dan­nato l’intervento egi­ziano e ha invi­tato a mani­fe­stare «con­tro i raid del ter­ro­ri­sta Abdel Fat­tah al Sisi e la sua aviazione».

    Un governo così insi­gni­fi­cante quello di Tri­poli che ieri, con le forze di Misu­rata, ha ricon­qui­stato Sirte alle mili­zie dell’Is. Insomma, la situa­zione è un po’ più com­pli­cata della sem­pli­fi­ca­zione «repubblicana».

    Se però “l’errore” è stam­pato nel titolo di prima pagina, è dif­fi­cile pen­sare a un refuso, piut­to­sto sem­bra una inten­zio­na­lità poli­tica, verso i let­tori e, visto il peso del gior­nale, verso il governo.

    Che è pres­sa­poco que­sta: se lo dicono anche le auto­rità del governo libico, che stiamo aspet­tando? Del resto era la stessa tito­la­zione in stu­dio della sera prima a Porta a Porta, con un Vespa post-Sanremo, tra neo­stra­te­ghi e car­to­gra­fie bel­li­che. Men­tre si chiude in bel­lezza. Va in onda infatti in tv il «pun­tuale» seriale su Oriana Fal­laci che gronda gior­na­li­smo eroico.

    E allora risuona nelle reda­zioni l’interrogativo della famosa inviata: «Pos­si­bile che per sen­tirmi viva debba vedere gli altri che si ammazzano?».

  • diegod56

    17 Febbraio, 2015

    sembra, più per incapacità decisionale che per intelligenza politica, che il fiorentino ci vada cauto, per ora

  • agbiuso

    17 Febbraio, 2015

    Lo penso anch’io, caro Filippo. “La democrazia non si esporta”. E chi lo fa -o più esattamente dice di agire a questo scopo- produce danni enormi, come si vede in Irak, Afghanistan, Libia, Siria. Produce massacri, produce innumerevoli morti.

  • filippo scuderi

    17 Febbraio, 2015

    Penso, visto come sta andando l’andazzo, che era meglio se lasciavano al loro posto sia Gheddafi che Hussein, forse, tutto sommato, erano in grado di tenere a bada tante teste calde. D’altronde di solito a casa propria si sa come gestire certe situazioni. E penso anche che la democrazia non si esporta.
    Filippo Scuderi

  • agbiuso

    16 Febbraio, 2015

    Branca, branca, branca, Leon, leon, leon #NoAllaGuerra

    Sono sprezzanti dell’articolo 11 e dell’articolo 78 della Costituzione che recita: “Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari.”
    Renzie si è portato avanti con il lavoro e il ministro della Difesa Pinotti secondo il Messaggero ha dichiarato :“Libia, pronti 5.000 uomini“. Certo, non è un caso la modifica avanzata dalla maggioranza di governo dell’art. 78 della Costituzione che, nel quadro della futura trasformazione del Senato in camera non elettiva, conferirà alla sola Camera dei deputati il potere di deliberare lo stato di guerra. Quindi al partito di maggioranza, quindi a Renzie, il novello Brancaleone della guerra agli infedeli. Branca, branca, branca, leòn, leòn, leòn.
    Con l’abolizione del Senato dichiarare lo stato di guerra diventerà una prerogativa del governo. Non saranno più le due Camere a deliberare, ma la singola maggioranza parlamentare che conferirà la fiducia al presidente del Consiglio.

    Ma riavvolgiamo un attimo il nastro della Storia. Gheddafi sigla a fine settembre 2008 un trattato con l’Italia “Grazie al trattato siglato oggi, l’Italia potrà vedere ridotto il numero dei clandestini che giungono sulle nostre coste e disporre anche di “maggiori quantità di gas e di petrolio libico, che è della migliore qualità” questo il commento del premier Silvio Berlusconi, che ha firmato oggi con Gheddafi a Bengasi il trattato di «amicizia, partenariato e cooperazione” tra Italia e Libia“. dal Corriere della Sera.

    Il malcapitato, ignaro che l’Italia non ha mai finito una guerra con chi le era alleato, si fidò e venne ricevuto in pompa magna persino da Napolitano che in seguito, in un messaggio inviato al Presidente della Camera dei Rappresentanti dello Stato di Libia, nell’ottobre del 2014, Aghila Salah Issa pochi giorni dopo la mattanza di Gheddafi al confronto della quale impallidiscono persino le decapitazioni dell’Isis e la sua uccisione sulla quale pende il mistero di infiltrati dei servizi occidentali.“Nell’occasione della ricorrenza del terzo anniversario della Liberazione del suo Paese desidero farle pervenire, a nome mio personale e dell’Italia tutta, i più sentiti e fervidi auspici per la pace, la stabilita’ e la riconciliazione della Libia. Il suo Paese attraversa un momento di estrema tensione e difficoltà e al tempo stesso cruciale della sua storia. Si tratta di un complesso percorso di transizione verso la democrazia rispetto al quale l’Italia continuerà ad essere al fianco della Libia.” Dopo questo messaggio Aghila Salah Issa si toccò i cosiddetti.

    Che la Libia già divisa in clan e abbandonata a sé stessa andasse fuori controllo non era difficile da prevedere. Che l’Italia dopo averla bombardata (nessuno sa quanti civili sono morti sotto i nostri bombardamenti…) diventasse un bersaglio era più che certo. Chi ha dichiarato la guerra alla Libia e perché? La serva Italia che, così facendo ha favorito i suoi padroni, Francia, Gran Bretagna e USA in primis. La Merkel, saggiamente se ne tirò fuori. Se Renzie vuole la guerra ci vada lui con Napolitano al seguito. Vedendoli, l’Isis si farà una gran risata e ci risparmierà.
    Non spetta oggi al Governo decidere se entrare in guerra, ma ancora, secondo la Costituzione al presidente della Repubblica, dall’articolo 87:
    Il Presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale…
    Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere.

    Aspettiamo un monito dal Presidente, anche piccolo piccolo, al bulletto di Rignano. No alla guerra.

  • agbiuso

    24 Ottobre, 2011

    Riporto qui due testi dedicati alla morte di Gheddafi. Mi sembrano, per ragioni diverse, molto interessanti. Il primo è una lettera privata, il secondo un articolo uscito su Il Foglio.

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    Le cronache di questi giorni narrano che Er pelliccia, il ventiquattrenne immortalato da una foto ormai celebre, avrebbe giustificato il suo gesto spiegando di aver lanciato l’ estintore nel tentativo di domare l’incendio appiccato da alcuni uligani che sciamavano nella piazza in cui egli era casualmente capitato.
    La versione del Pelliccia è stata però accolta dalla generale incredulitá e il giovane si trova, al momento in cui scrivo, agli arresti. Vedremo come andrà a finire.
    Qualunque sia l’esito del processo, il giovane potrà comunque aspirare ad un brillante futuro come portavoce della NATO: nella conferenza stampa tenutasi all’indomani della brutale uccisione di Gheddafi, i funzionari militari dell’Alleanza Atlantica hanno infatti riferito che l’attacco aereo al convoglio, in fuga, in cui viaggiava il morituro leader libico, era stato motivato dalla minaccia che i veicoli dei fuggitivi rappresentavano per la
    popolazione civile
    (http://www.repubblica.it/esteri/2011/10/21/news/nato_onu_russia-23637630/).
    Trattandosi di raid aereo avvenuto alla periferia di Sirte, deve ritenersi che la popolazione “minacciata dalla fuga” di Gheddafi fosse proprio quella stessa popolazione civile rimasta fedele al rais e che aveva fortemente patito, nell’ultimo mese, gli attacchi congiunti dei miliziani del CNT e della Coalizione occidentale (senza però essere mai in pericolo di vita, secondo il punto di vista NATO).
    Stando così le cose, è probabile che il missile che ha colpito il convoglio lealista avesse anch’esso forma di estintore….
    Un’ ultima annotazione: il quotidiano britannico The Telegraph informa che il drone che ha bombardato, per primo, il convoglio di Gheddafi è partito da una base Usa in Sicilia (e teleguidato da una base militare nel deserto del Nevada;
    http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/africaandindianocean/libya/8839964/Col-Gaddafi-killed-convoy-bombed-by-drone-flown-by-pilot-in-Las-Vegas.html),
    il tutto nella persistente vigenza del Trattato di amicizia italo libica, ratificato dal parlamento italiano con legge n. 7/2009, che, all’art.4, prevede: “Nel rispetto dei principi della legalità Internazionale, l’Italia non userà, né permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia”.
    Ma da noi in Italia, come si può lanciare un estintore per spegnere un incendio, così si può violare un trattato per renderlo più saldo…
    Lorenzo Borrè

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    Onore e armi in pugno. Come sanno morire i nostri nemici, nessuno.
    di Pietrangelo Buttafuoco – 21/10/2011
    articolo tratto da Il Foglio

    Come sanno morire i nostri nemici, nessuno. Come ha saputo morire il rais, armi in pugno, lo sapevano fare solo i nostri. Come a Bir el Gobi quando con onore, dignità e coraggio sorridevano alla morte. Fosse pure per fecondare l’Africa. Sarà tutto tempo perso, dunque, sporcarne gli ultimi istanti, gravarne di dettagli i resoconti e anche quel disumano reportage sul volto fatto strame – tra sangue e calcinacci – non potrà spegnere il crepitare della mitraglia. Perché come ha saputo morire Muammar Gheddafi – così ridicolo, così pacchiano e così a noi ostile – come ha saputo farsi trovare, straziato come un Ettore, solo il più remoto degli eroi dimenticato nell’Ade l’ha saputo fare.
    Come i nostri eroi. Come nel nostro Ade. Proprio come seppe morire Saddam Hussein che se ne restò sprezzante sul patibolo. Come neppure la più algida delle principesse di Francia davanti alla ghigliottina. Incravattato di dura corda al collo, l’uomo di Tikrit, degnò qualche ghigno al boia, si prese il tempo di deglutire il gelo della forca per poi gridare la sua preghiera: “Allah ‘u Akbar”. E fu dunque fatto morto. E, subito dopo, impudicamente fotografato. Come nel peggiore degli Ade. Per quel morire che non conosciamo più perché gli stessi che fino a ieri stavano a fianco del rais, dunque Sarkozy, Cameron, lo stesso Berlusconi, tutto potranno avere dalla vita fuorché un ferro con cui fare fuoco.
    La nostra unica arma è, purtroppo, il doppio gioco. I nemici di oggi sono i nostri amici di ieri – amico fu Gheddafi, ancor più amico fu Saddam Hussein – e quando li portiamo alla sbarra, facendone degli imputati, dobbiamo scrivere la loro sentenza di morte con l’inchiostro della menzogna perché è impossibile reggere il ghigno dei nemici. Perché – si sa – i nemici che sanno come morire, poi la sanno sempre troppo lunga su tutto il resto del Grande gioco. Ed è un lusso impossibile quello di stare ad ascoltarli in un’udienza. Come sanno morire i nostri nemici, nessuno.
    L’unica cruda verità della vita è la guerra e solo i nostri nemici sanno creparci dentro. E’ veramente padre e signore di tutte le cose, il conflitto, ma l’impostura è così forte in noi da essere riusciti a muovere guerra alla Libia dandola per procura, lavandocene le mani, mandando avanti gli altri perché a forza di non sapere morire con le armi in pugno, se c’è da sparare, preferiamo dare in appalto la sparatoria. Giusto come un espurgo pozzi neri da affidare a ditta specializzata. Come sanno morire i nostri nemici, nessuno.
    Quando gli eserciti dello zar ebbero ragione del loro più irriducibile nemico, Shamil il Santo – l’imam dei Ceceni, il custode della prima Repubblica islamica nella storia – nel vederselo venire avanti, finalmente sconfitto, non lo legarono a nessun ceppo, a nessuna catena, piuttosto gli fecero gli onori militari per accompagnarlo in un lungo viaggio fino al Palazzo reale dove lo zar, restituendo a Shamil il proprio pugnale, lo accolse quale eroe e lo destinò all’esilio, a Medina, affinché tutta quella guerra, spaventevole, diventasse preghiera e romitaggio.
    Come c’erano una volta i nemici, non ce ne saranno più. Ed è per la vergogna di non sapere morire come loro che scacazziamo sui loro cadaveri. Ne facciamo feticcio e se fosse cosa sincera la memoria di ciò che fu, invece che produrre comunicati stampa di trionfo, se solo fossimo in grado di metterci sugli attenti, invece che mettere la morte in mostra, dovremmo concedere loro l’onore delle armi, offrire loro un sudario. Sempre hanno saputo morire i nemici.
    E tutti quei corpi, fatti poltiglia dalla macelleria della rappresaglia, nel film della nostra epoca diventano tutti uguali: Benito Mussolini, Che Guevara, Gesù Cristo, Salvatore Giuliano. E con loro, anche i nemici morti ma fatti assenti, tutti uguali: da Osama bin Laden a Rudolph Hess. Fatti fantasmi per dare enfasi al feticcio, come quel Gheddafi armato e disperato che nel suo combattere e urlare, simile a un selvaggio benedetto dal coraggio e dalla rabbiosa generosità, mette a nudo la nostra menzogna.
    A ogni pozza di sangue corrisponde l’onta della nostra vergogna e un Pupo che parla a Radio Uno e annunzia “una notizia meravigliosa” e si rallegra di Muammar Gheddafi, morto assassinato, è solo uno che si trova a passare e molla un calcio al morto. Pupo è come quello che sabato scorso, dalle parti di San Giovanni, vede la Madonnina sfasciata appoggiata a un muro e non sapendo che fare le dà un’altra pestata, non si sa mai. Così come il black bloc, anche Pupo, è una comparsa chiamata a raccolta nella montante marea del nostro essere solo canaglie.
    La signora Lorenza Lei, direttore generale della Rai, dovrebbe cacciarlo lontano dai microfoni della radio di stato uno così ma siccome il nostro vero brodo è la medietà maligna, figurarsi quanto può impressionare l’offesa al morto. Pupo, infatti, è l’eroe perfetto per il peggiore degli Inferi, l’Ade cui destinare quelli che non sanno darsi uno stile nel morire.

  • agbiuso

    21 Ottobre, 2011

    Fra le tante parole ipocrite e vuote pronunciate dopo l’esecuzione sommaria di Gheddafi (sommaria ma calcolata, meglio far tacere per sempre un uomo che poteva dire molte cose a proposito dei democratici capi europei), segnalo invece un testo che ricorda alcuni fatti e che si conclude con queste parole “Oggi tutti nel centrodestra esultano, con discutibile senso della misura, sulla morte di un loro amico” (Concetto Vecchio, C’eravamo tanto amati).
    Quello che è certo è che non ci sarà mai una buca dove stanare l’italico amico di Gheddafi. Da noi, infatti, i tiranni rimangono sul trono e lì muoiono. Con l’eccezione di Mussolini, che commise l’errore di far entrare l’Italia in guerra quando fu sicuro della vittoria dell’alleato nazionalsocialista (ah, come fu coraggioso il fascismo, come fu virile!). Senza questo errore anche lo “Scipione Affricano del due di coppe” (Gadda, Eros e Priapo, Garzanti 2002, p. 28 ) sarebbe morto osannato dai servi, ché tali sono gli italiani.

  • agbiuso

    26 Agosto, 2011

    TELEVIDEO
    26/08/2011 18:53

    Libia, Frattini: no asilo a Gheddafi

    18.53 L’Italia “non ha mai pensato di dare asilo a Gheddafi” .Lo afferma il ministro degli Esteri, Frattini, che dice: “Quando si vede un capo di un Paese che ordina stragi del suo popolo, l’unica reazione deve essere quella dell’isolamento, dell’invito ad andarsene” “E’ impensabile – aggiunge il capo della diplomazia italiana – che l’Italia possa aiutare o sostenere, magari con un asilo, chi si è macchiato di questi crimini. O si difendono i diritti umani senza se e senza ma oppure ci ritiriamo”.

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    Una dichiarazione vergognosa, ipocrita, offensiva per la memoria degli italiani e dei libici. Frattini è il ministro che accolse poco tempo fa con ogni onore e gloria Gheddafi a Roma.
    Se non sapeva che il capo libico era un criminale, significa che come ministro degli esteri non vale niente; se lo sapeva e lo accolse in quella maniera, si macchiò di complicità con il criminale.
    Lo stesso vale per il padrone di Frattini.

  • agbiuso

    26 Agosto, 2011

    Per capire quanto in una società che ha assunto i tratti della infosfera l’informazione sia una vera e propria arma di guerra, consiglio il drammatico e realistico articolo di Marinella Correggia pubblicato su Girodivite con il titolo Libia e le menzogne dei media. Testimoni raggiunti telefonicamente ci raccontano un’altra verità.

  • Zaira

    2 Maggio, 2011

    Un uomo che non ha più rispetto nemmeno per se stesso. I soldi sono i fili che muovono i nostri politici. Il denaro è vita per questi signori. E il risultato è sotto gli occhi di tutti.

  • Andrea T.

    2 Maggio, 2011

    Non parlo da credente, anche se ho comunque molto rispetto della vita umana (di chiunque). Della morte non si puo’ mai gioire, e’ evidente. Eppure migliaia sono in festa in Usa in queste ore, migliaia si riversano in strada come dopo una vittoria sportiva che idealmente unisce tutti gli States e non solo. Comprensibile. Osama Bin Laden rappresenta(va) la testa, il simbolo di una ferita mai rimarginata del tutto dal popolo americano. Parlo del popolo, perche’ quello che fanno i potenti e’ cosa nota. Un giorno sei alleato di un terrorista, lo rifornisci di armi, il giorno dopo gli dai la caccia (riferimenti a Saddam e Gheddafi assolutamente voluti). Ad ogni modo l’America aspettava da dieci anni la ‘Bestia’, la mente degli attacchi del tristemente famoso 11/9 e ha avuto ‘Vendetta’. Leggo con evidente diffidenza delle agenzie che riportano dichiarazioni quantomeno azzardate del presidente della commissione UE Barroso, secondo cui la morte di Bin Laden ”[…] rende il mondo un luogo più sicuro e dimostra che questi crimini non rimangono impuniti”. Un luogo piu’ sicuro (!?!). E’ evidente che l’uccisione del capo di Al Qaeda rappresenza un colpo d’effetto per l’appannata immagine del presidente Obama, che con proverbiale intuito ha enfatizzato solennemente i toni del messaggio alla nazione di questa notte, trasmettendo dalla East Room un comunicato dove specificava che il leader talebano sarebbe stato ucciso in seguito alla reazione che avrebbe tenuto contro il commando di militari che lo aveva stanato. Non sapremo mai come e’ andata davvero, gia’ una ridda di voci sulla foto sul volto senza vita mostrata in tv si rincorre sul Web: “non e’ vera, e’ un fotomontaggio.” Ci viene detto che il corpo e’ stato immerso in mare, in concordia con i precetti islamici. Vai a capire che gli costava tenerselo per qualche giorno. Non sapremo mai come e’ davvero, proprio cosi’. Al Qaeda ha gia’ il nome del successore pronto da anni, la piovra non e’ certo morta. Ma gli americani e il ‘popolo libero’ possono gioire di qualcosa di tangibile, di una data che ricorderanno quando deporranno un fiore sulla tomba di coloro che hanno perso in quel giorno nefasto. Ma come tutto c’e’ un rovescio della medaglia, un lato oscuro del contendere. Dieci anni hanno significato almeno due guerre manifeste, centinaia di migliaia di civili uccisi in nome di ragioni spesso ambigue, un terrore forse uguale e contrario. Quante stragi sono passate nel silenzio, quanti giorni brutti mi ricordo. E’ una sensazione agrodolce, non posso essere felice perche’ non la sento davvero come una vittoria. Abbiamo perso tutti in questi dieci anni. E la cassa di risonanza dei media ha ‘giustamente’ esasperato quel giorno di quasi dieci anni fa come un’apocalisse, una data che cambia la storia, e giustamente l’ha cambiata. Gli Stati Uniti attaccati al cuore, mai successo, Pearl Harbor compresa. Mentre la sommatoria di tutto il resto che e’ avvenuto prima, durante e (soprattutto) poi dovrebbe esser relativizzata (come di fatto e’ avvenuto). Non ci riesco. Ha perso solo la Ragione in questi dieci anni e nessuno sembra aver imparato dagli errori del passato. Oggi ‘esportiamo’ ancora il nostro bel marchio di democrazia. Quello che e’ triste e’ che ce lo invidiano ancora in tanti.

  • Filippo Scuderi

    30 Aprile, 2011

    Abbiamo avuto l’era della rivoluzione francese quella della rivoluzione industriale,
    abbiamo avuto il decadentismo, il romanticismo, l’illuminismo, abbiamo avuto il nazismo il fascismo, il marxismo , ma adesso in quale era ci troviamo? L’era della distruzione dei dittatori o l’era dei tiranni approfittatori e dei rubatesori?
    Sono confuso chiedo scusa.
    F.S.

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