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Umanitarismo e Spettacolo

In mondovisione la società dello spettacolo -giornalisti e televisioni, i mediatiques come li chiama Guy Debord, che hanno «toujours un maître, parfois plusieurs» (Commentaires sur la société du spectacle, Gallimard, 1992, § VII, p. 31)- accoglie 600 migranti a Valencia. Niente di paragonabile a tale dispiegamento c’è stato quando Sicilia e Italia hanno accolto in tutti questi anni e quasi ogni giorno migliaia di migranti. Spagna la quale, in base alle sue norme, ne rimpatrierà in Africa una buona parte. Accolgono sapendo già che respingeranno. È questa l’essenza dell’umanitarismo spettacolare di una società intramata di ipocrisia.
Altra distorsione mediatica: come dimostra la prima pagina della Repubblica del 29.6.2017 -meno di un anno fa- anche il precedente governo a guida Partito Democratico e con ministro degli Interni Marco Minniti aveva dichiarato la necessità di chiudere i porti.
Chi finanzia la labile memoria della stampa?
Chi finanzia le organizzatissime strutture (ONG) che rappresentano un anello indispensabile nella moderna tratta degli schiavi?
Chi finanzia il flusso verso l’Europa, la quale deve rimanere sempre aperta mentre gli Stati Uniti d’America chiudono i loro confini e, con i dazi, la loro economia?
Il 4 giugno del 2015 commentavo in questo sito alcuni brani di Karl Marx. Ripropongo parte di ciò che scrissi allora perché mi sembra che gli eventi ne abbiano confermato la sostanza.

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«Un esercito industriale di riserva disponibile [eine disponible industrielle Reservearmee] che appartiene al capitale in maniera così assoluta come se quest’ultimo l’avesse allevato a sue proprie spese. Esso crea per i propri mutevoli bisogni di valorizzazione il materiale umano sfruttabile sempre pronto [exploitable Menschenmaterial], indipendentemente dai limiti del reale aumento della popolazione. […]
Alla produzione capitalistica non basta per nulla la quantità di forza-lavoro disponibile che fornisce l’aumento naturale della popolazione. Per avere libero gioco essa ha bisogno di un esercito industriale di riserva che sia indipendente da questo limite naturale [Sie bedarf zu ihrem freien Spiel einer von dieser Naturschranke unabhängigen industriellen Reservearmee]. […]
L’esercito industriale di riserva preme durante i periodi di stagnazione e di prosperità media sull’esercito operaio attivo e ne frena durante il periodo della sovrappopolazione e del parossismo le rivendicazioni [hält ihre Ansprüche während der Periode der Überproduktion und des Paroxysmus im Zaum ]. […]
Il sedimento più basso della sovrappopolazione relativa alberga infine nella sfera del pauperismo. Astrazione fatta da vagabondi, delinquenti, prostitute, in breve dal sottoproletariato propriamente detto, questo strato sociale consiste di tre categorie.
Prima, persone capaci di lavorare. Basta guardare anche superficialmente le statistiche del pauperismo inglese per trovare che la sua massa si gonfia a ogni crisi e diminuisce a ogni ripresa degli affari [seine Masse mit jeder Krise schwillt und mit jeder Wiederbelebung des Geschäfts abnimmt].
Seconda: orfani e figli di poveri. Essi sono i candidati dell’esercito industriale di riserva e, in epoche di grande crescita, come nel 1860 per esempio, vengono arruolati rapidamente e in massa nell’esercito operaio attivo».
(Karl Marx, Il Capitale, libro I, sezione VII, cap. 23, «La legge generale dell’accumulazione capitalistica», §§ 3-4)

Aver dimenticato analisi come queste (decisamente poco ‘umanistiche’) è uno dei tanti segni del tramonto della ‘sinistra’, la quale vi ha sostituito le tesi degli economisti liberisti e soprattutto vi ha sostituito gli interessi del Capitale contemporaneo, interessi dei quali i partiti di sinistra sono un elemento strutturale e un importante strumento di propaganda.
Negli anni Dieci del XXI secolo l’esercito industriale di riserva si origina dalle migrazioni tragiche e irrefrenabili di masse che per lo più fuggono dalle guerre che lo stesso Capitale -attraverso i governi degli USA e dell’Unione Europea- scatena in Africa e nel Vicino Oriente. Una delle ragioni di queste guerre -oltre che, naturalmente, i profitti dell’industria bellica e delle banche a essa collegate- è probabilmente la creazione di tale riserva di manodopera disperata, la cui presenza ha l’inevitabile (marxiano) effetto di abbassare drasticamente i salari, di squalificare la forza lavoro, di distruggere la solidarietà operaia.
È anche così che si spiega il sostegno di ciò che rimane della classe operaia europea a partiti e formazioni contrarie alla politica delle porte aperte a tutti. Non si spiega certo con criteri morali o soltanto politici. La struttura dei fatti sociali è, ancora una volta marxianamente, economica. Tutto questo si chiama anche globalizzazione
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Chi finanzia dunque l’esercito industriale di riserva che nell’immaginario collettivo sostituisce la lotta di classe con i diritti umani?
Le anime belle invece non le finanzia nessuno. Fanno tutto da sole.

 

Bilbao / Donostia

La hispanidad di Bilbao è assai diversa da quella di altre terre della penisola iberica. Già all’arrivo, dal cielo, a dominare sono il verde, i boschi, le acque, la potenza dell’Atlantico. La città è fatta di architetture liberty e déco, sulle quali si innesta la ricerca contemporanea, che ha tra le sue più note testimonianze il ponte pedonale di Calatrava (Zubizuri, 2002) e i due grattacieli/cancelli (atea in basco) di Arata Isozaki (2008), posti sull’altra riva del Nervión e ai quali conduce il ponte (come si vede dalla foto qui sopra). Proseguendo lungo il fiume si arriva al cuore medioevale di Bilbao: le Siete Calles strette e parallele, le piazze quadrate e porticate, le scale ripide verso le colline, San Antòn, quattrocentesca chiesa tra le più belle che abbia visitato per il suo volume compatto, il caldo colore della pietra, la contaminazione di antico e contemporaneo nel grande retablo dietro l’altare. Nel Casco Vejo  [centro storico] ha sede anche la bella Biblioteca Comunale Bidebarrieta, aperta tutti i giorni sino a tarda ora e arricchita di una imponente sala per conferenze, nella quale tennero lezione Ortega y Gasset, Unamuno, Garcia Lorca. Questa Biblioteca sta in Spagna, non in Germania o nei Paesi scandinavi. E dunque, se si vuole, anche nei Paesi mediterranei le Biblioteche possono funzionare al servizio di tutti i cittadini.
Nella piazza dedicata a Unamuno si trovano il Museo Archeologico e il Museo Vasco. Il primo spiega e illustra la continuità delle azioni e delle attività umane dal Neolitico all’Edad Moderna. Steli di varia grandezza, con una ricchezza di simboli e forme costanti nel tempo: cerchi, spirali, linee verticali. Le figurazioni preistoriche testimoniano l’archetipo che Modigliani ha restituito con l’inquietante fascino della sua pittura. Si comprende anche come e in quali forme la cultura romana sia stata capace di giungere sino all’Atlantico.
Il Museo Vasco ha sede nel più antico convento dei Gesuiti di Bilbao. Documenta la fatica e le risorse di questa terra: la pesca, la metallurgia -dalla preistoria al Novecento-, l’allevamento, la transumanza, le sepolture, il Sacro, la Terra. Una grande riproduzione del territorio intorno a Bilbao, prima del suo passaggio dall’industria al terziario, permette di comprendere la struttura orografica e antropologica del Paese dei Baschi, testimoniata anche dagli abiti, dai manufatti, dalle abitazioni, dai volti squadrati -non belli ma fieri- di questo popolo.
Dei due grandi spazi espositivi della città -il Museo de Bellas Artes e il Guggenheim– ho già parlato nelle scorse settimane. Qui concludo ricordando i bei Boulevard che costituiscono il tessuto urbano dei quartieri centrali di Bilbao e che contribuiscono a rendere questo luogo una grande capitale.
A poco meno di 80 km da Bilbao si stende sul mare la Concha di Donostia/San Sebastián. La città è infatti tutta raccolta intorno a questa grande baia e spiaggia a forma di conchiglia che addomestica l’oceano e ne rende gentile il suono tra i due monti di Urgull e Igueldo. Bagni, alberghi, palazzi nobiliari e una tonalità da ‘bel mondo’ segnano la grande foce del Rio Urumea. Spazio, quanto spazio, nelle acque, nei viali, nelle piazze, nelle chiese raccolte e antiche, nelle colline che circondano questo luogo ma che non gli permettono di affrancarsi dalla patina di Vanity Fair che è simile in tutte le città turistiche rendendole spazi di una leggerezza senza morte e quindi finta. Una finzione che a Donostia si fa però particolarmente elegante, giovane, vivace.

Potremo mantenere l’identità del nostro Continente soltanto rispettando e, di più, amando tutto questo: amando le differenze dei molti popoli che sono la ricchezza dell’Europa, senza costringerli a uniformarsi ai canoni anonimi, globalisti e finanziari di un’Unione Europea che è la nemica della cultura europea.

Arroyo e il Cardinale

Eduardo Arroyo. Le retour des croisades
Bilbao – Museo de Bellas Artes
Sino al 9 aprile 2018

Il museo de Bellas Artes di Bilbao addensa la bellezza dai Greci al XXI secolo. Mostra la geometria dei fiamminghi, il dolore e le ingenuità dei cristiani, ben rappresentate dalle Lacrime di San Pietro di Murillo (1650). Con Los cambistas (, 1546) sintetizza in un quadro l’essenza del capitalismo finanziario.

C‘è anche un Martirio di Sant’Agata del 1578 e due El Greco: San Francisco e Anunciación. Un’intera sezione è dedicata ad Arcimboldo, accompagnato dalle architetture di Bernardo Bellotto. Intrigante è il percorso di Joaquin Sorolla (1863-1923) dal realismo popolare all’impressionismo e alla liberazione della forma.
L’espressionistico e disincantato Cardenal (1912) di Ignacio Zuloaga è forse quanto di più ‘spagnolo’ abbia visto a Bilbao. Sono presenti, giustamente, molti artisti baschi.
Tra le opere contemporanee, di grande interesse il Syntagma vegetales di José Àngel Lasa (2015) -capace di esprimere su una grande parete l’unione dell’Intero attraverso il contatto e il ritmo di rami d’arancio- e il Mirror (1971) di Francis Bacon, nel quale è aggrovigliata e liberata tutta la deforme potenza della forma che rende sommo questo artista.
Nella mostra temporanea dedicata allo sviluppo dell’incisione, della litografia, dell’acquaforte –Más allá del negro– Equipo Crònica rivisita l’Entierro del Greco, Bacon mostra il suo genio anche in una sola opera e ovunque dominano divertimento e colore.
Sino al 9 aprile 2018 si potrà visitare la mostra dedicata a Eduardo Arroyo. Le retour des Croisades, piena di ironia, cromatismi, critica politica, paradigmi e archetipi. Parodia però che diventa a volte sterile e banale. Mi sono, invece, sembrate riuscite e significative Don Juan Tenorio, la Lotta di Giacobbe con l’angelo, Il ratto di Europa, Balzac e le sue opere e El retrato de Dorian Gray.


L’opera più coinvolgente di Arroyo è Le retour des croisades (2017), una sintesi della Spagna contemporanea, che ha al centro la grande citazione del quadro di Zuloaga Víctima de la fiesta (1910) e lo circonda di colori, di terre, di simboli, di ribellione, di tenacia e di amarezza.

La democrazia e i suoi nemici

Sia in ambito politologico sia nella quotidiana e concreta organizzazione dei governi, il tramonto di ciò che viene ancora e per inerzia chiamato democrazia è ormai evidente. Tra le tante prove e testimonianze possibili, si possono scegliere due dati elettorali, il caso catalano e la struttura dell’Unione Europea, vale a dire il vero e proprio tradimento -ogni altra parola appare eufemistica- attuato dalle sinistre europee nei confronti della loro identità storica e politica.

Il primo dato elettorale è quello che emerge dall’elezione di Emmanuel Jean-Michel Frédéric Macron alla presidenza della Repubblica francese. Non mi riferisco a programmi, intenzioni, azioni di governo ma al semplice dato numerico per il quale questo presidente è stato eletto al ballottaggio del 2017 da molto meno della metà dei francesi aventi diritto di voto, esattamente da 20.703.631 elettori su 47.552.183. Quasi due terzi del popolo francese non ha dunque espresso la volontà di avere questa persona come presidente. E si tratta della Francia, vale a dire di una nazione che ha sempre espresso percentuali di voto assai alte.
Il secondo dato elettorale concerne quanto sta avvenendo in Italia, dove una variegata coalizione formata da Partito Democratico, Forza Italia, seguaci di Angelino Alfano e Lega Nord, con l’attiva complicità del governo Gentiloni e della presidente della Camera Boldrini, impone una legge elettorale che ha l’esplicito e antidemocratico obiettivo di neutralizzare la forza del Movimento 5 Stelle e di eliminare ciò che resta della sinistra. Una legge elettorale imposta con il voto di fiducia da e a un Parlamento eletto con una legge dichiarata dalla Consulta incostituzionale è il fascismo del XXI secolo.

Struttura e funzionamento dell’Unione Europea sono affidate a un’oligarchia di funzionari, tecnocrati e banchieri che nessuno ha mai eletto ma che impongono la loro ideologia ultraliberista e le loro decisioni tecnico-amministrative a tutti i governi dell’Unione. Il processo di integrazione europea mostra in tal modo la propria natura antidemocratica e antieuropea, tanto che Pierre Dardot e Christian Laval in Guerra alla democrazia. L’offensiva dell’oligarchia neoliberista (DeriveApprodi, Roma 2016) affermano con chiarezza che è necessario dissolvere la cornice dell’Unione europea per salvare l’Europa politica. Un caso emblematico è quanto sta accadendo nella Spagna/Catalogna, dove l’insofferenza verso i poteri che rispondono soltanto al centralismo finanziario mostra allo stesso tempo le difficoltà di una cornice obsoleta quale è ormai lo Stato-nazione e la determinazione di quest’ultimo a sopravvivere a qualunque costo. Per quanto diversi siano nel tempo, nello spazio e nelle fondamenta, sembra che il crollo dell’Impero Austro-Ungarico e quello dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche abbiano insegnato poco ai decisori politici. In ogni caso, il libro di Dardot e Laval enuncia tesi fondamentali sul tradimento della democrazia operato da governi che non rispondono più ai popoli ma alle aristocrazie tecnocratiche.
Riassumendo e commentando le loro tesi, Massimo Virgilio (Diorama letterario, n. 338) scrive parole chiare e del tutto condivisibili: «A sostenere gli enormi costi della crisi, in particolare quelli relativi al salvataggio del sistema bancario, sono stati chiamati esclusivamente i lavoratori dipendenti e i pensionati. In questo modo il sistema capitalistico ha fatto della crisi un vero e proprio modo di governo, che sfrutta ‘le armi disciplinari dei mercati finanziari’ per punire severamente chiunque respinga il programma neoliberista di riduzione dei salari, liberalizzazione del mercato del lavoro, privatizzazione delle imprese pubbliche e tagli al welfare. […] L’obiettivo di questo potere è uno, l’accumulazione illimitata della ricchezza» (pp. 36-37).

Tra i non molti intellettuali di sinistra capaci di formulare analisi realistiche e non edulcorate sul sistema economico vigente, Dardot e Laval sostengono che «se il capitale e il blocco oligarchico neoliberale che lo rappresenta hanno potuto affermare la loro volontà con tanta facilità, la responsabilità è per intero della sinistra di governo. Quest’ultima da diversi anni ha fatto sua la teoria di una fine della storia che si risolve in un capitalismo senza fine, senza regole e senza confini. Ha accettato l’idea che in un mondo dalle risorse limitate e in via di esaurimento, la crescita illimitata della produzione di beni e servizi sia indispensabile ad assicurare benessere e felicità all’umanità. […] Evidentemente, sovvertire il sistema capitalistico non è più l’obiettivo di una sinistra che ormai si limita solo a proporre un capitalismo dal volto umano che nella realtà non esiste né potrà mai esistere. Come può avere un volto umano un sistema che consente a soli 62 individui in tutto il pianeta di possedere la stessa ricchezza di 3,6 miliardi di persone, ossia la metà più povera della popolazione mondiale?» (pp. 37-38).
Democrazia non vuol dire soltanto andare a votare ogni 4-5 anni per delegare qualcuno che amministri la cosa pubblica. Democrazia significa effettiva divisione dei poteri, che oggi sono invece subordinati a quello finanziario; significa la libertà di scrivere e manifestare il proprio pensiero, sempre più limitata da censure ideologico-governative e dal flagello del politicamente corretto che sottomette al diritto penale persino le opinioni storiche e filosofiche; significa libertà dal bisogno economico e non soltanto la libertà di dei diritti civili.
È dunque evidente come il neoliberismo sia «ormai così compenetrato nello Stato che chiunque abbia davvero a cuore la sovranità del popolo non può fare altro che agire contro lo Stato esistente, contro tutto ciò che nello Stato sorregge la dimensione oligarchica» (p. 38).

Ritratti

Goya. Visioni di carne e di sangue
di David Bickerstaff
Gran Bretagna, 2016
Trailer del film

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Il film spiega, illustra, scava i Portraits di Goya esposti in una mostra alla National Gallery di Londra. E soprattutto li fa vedere con la potenza del grande schermo e con l’accurata analisi di numerosi studiosi spagnoli e britannici. Ai ritratti Goya affidò gran parte della propria fama. In essi l’umanità di sempre -il Dasein– e l’umanità della sua epoca -regnanti, aristocratici, borghesi- splendono davvero di carne e di sangue. Ogni ritratto è un mondo. Ogni sguardo è un enigma che rimane tale anche nel momento in cui lo si disvela. La carne e il sangue della pittura, degli strati di colore, di olio, di materia, disegnano un mondo che sta nella storia e sta nella mente di Goya. Ancora una volta ogni ingenuo realismo viene defenestrato dalla potenza dello sguardo, dalla costruzione che l’animale umano fa del proprio ambiente, dallo scintillio di un segreto colto ed espresso nella forma.

 

Mínima

La isla mínima
di Alberto Rodríguez
Spagna – 2014
Con: Javier Gutiérrez (Juan), Raúl Arévalo (Pedro)
Trailer del film

La-Isla-minima-afficheFoce del Guadalquivir, Spagna, 1980. Il fiume, le risaie, le paludi, i borghi con nelle case ancora i santini di Francisco Franco e nel corpo sociale la violenza della dittatura, soprattutto la rassegnazione alla quale induce.
Due ragazzine spariscono, i loro corpi vengono ritrovati nella palude, torturati e violentati. Ai taccuini e agli occhi dei due detective arrivati da Madrid emergono altri casi analoghi ma interpretati come incidenti o suicidi. Un serial killer viene aiutato e protetto da molti membri della comunità. Il giudice che coordina le indagini pretende che si sbrighino e chiudano il caso prima dell’inizio della vendemmia. Nonostante i detective siano diversi tra di loro -Juan ha fatto parte della polizia politica franchista, Pedro è un convinto democratico- i due corrono molti rischi e procedono tenacemente verso la soluzione.
La isla mínima è la zona fluviale dove il caso si chiude ma è anche la piccola comunità nella quale il desiderio delle ragazze di fuggire si trasforma in una trappola; dove la palude è un’immagine dell’esistenza; dove la disperazione cerca di diventare anch’essa mínima, dove la bellezza dei paesaggi -spesso ripresi dall’alto, in verticale- forma dei labirinti che sono anch’essi una metafora delle vite e delle menti.
La ricostruzione è accurata e filologica: ambienti, automobili, abiti, oggetti sono rigorosamente anni Settanta. La fotografia è splendente e sporca insieme. Un film a volte cupo ma sempre raffinato.

Picasso / Segni

Picasso e le sue passioni
Castello Ursino – Catania
A cura di Stefano Cecchetto e Dolores Durán Úcar
Sino al 28 giugno 2015

Duecento opere di Picasso. Soprattutto incisioni. Varie ceramiche -vasi e piatti- e alcuni oli. Tutte opere che si dipanano in mezzo ai segni greco-romani e medioevali del magnifico Castello voluto a Catania da Federico II.
picasso_baccanale_1955Tra questi antichi spazi emergono le tauromachie, dove la crudele e inaccettabile morte del toro si trasforma anch’essa in segno. Nel semplice e bellissimo Baccanale del 1955 vi è il segno mediterraneo: il mare, il verde, le colonne, il canto, la luce. I Vingt poèmes de Gongora sono il segno poetico. I segni delle ceramiche dipinte trasformano questi oggetti in enti semantici e non soltanto d’uso. Il più suggestivo è una brocca con fondo nero sul quale si staglia un Picador. picasso_picador_1952Il segno geometrico vive nella serie dedicata alla Carmen, incisioni senza sangue, senza passioni, senza amore, senza dolore, pura forma. Il segno figurativo è in cinque incisioni a colori di impianto neoclassico, tra realismo magico e puntillismo. Il segno politico domina nella Figura di donna ispirata alla Guerra di Spagna, non presente in mostra ma visibile in una installazione che ne spiega la forte valenza antifranchista, con questa «dama dal culo cristiano che getta delle monete ai soldati mori difenpicasso_Figura de mujer inspirada en la guerrasori della vergine». La mostruosità della figura umanoanimale -simbolo della nobiltà spagnola di fede cattolica che esulta per la vittoria del dittatore- è il segno atroce del potere.
Il segno, infine, della scrittura nella quale Picasso disse che «no, la pittura non è stata inventata per decorare appartamenti. Essa è un’arma di offesa e di difesa dal nemico».

Cattolico

Piccolo Teatro Studio – Milano
Divine parole
(Divinas palabras)
di Ramón María del Valle-Inclán
Regia di Damiano Michieletto
Con: Fausto Russo Alesi (Pedro Gailo), Federica Di Martino (Mari Gaila), Marco Foschi (Séptimo Miau), Sara Zoia (Juana la Reina), Lucia Marinsalta (Poca Pena / Benita), Bruna Rossi (Rosa la Tatula), Cinzia Spanò (Marica del Reino), Gabriele Falsetta (Miguelin el Padronés), Nicola Stravalaci (Il cieco di Gondar / Milon), Petra Valentini (Simoniña)
Traduzione di Maria Luisa Aguirre d’Amico
Scene Paolo Fantin – Luci Alessandro Carletti
Produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa
Sino al 30 aprile 2015

DivineParole_RussoAlesiDiMartinoValentini©MasiarPasqualiJuana la Reina campa portando nelle strade, nelle chiese, nei mercati il proprio bambino nano e idrocefalo, per il quale chiede l’elemosina. Morta lei lungo un sentiero, fratello e sorella si contendono «il carrozzino», fonte di guadagno. Se ne spartiscono la gestione sino a che la moglie del fratello -sagrestano della chiesa e del cimitero del paese- non affida il bambino ad altri per stare un poco con il suo amante, un satanico avanzo di galera, che vive di violenza e di oroscopi. Fatto ubriacare, il bimbo muore, alcuni maiali ne divorano la testa, la donna viene scoperta e portata davanti al marito per la condanna. Il sagrestano però conosce il latino e dice, grida, sussurra «Qui sine peccato est vestrum primus in illam lapidem mittat».
Ambientato letteralmente nel fango di cui tutti i personaggi si macchiano e si impregnano (straordinaria la prestazione fisica degli attori), questo spettacolo cupo nella carne, privo totalmente di ironia, posto dall’inizio alla fine sotto il segno del peccato, è una perfetta rappresentazione della visione cattolica del mondo. È infatti talmente intrisa di fede cattolica la cultura europea che essa emerge anche in autori, testi e registi che da essa sono esplicitamente lontani. Ramón María del Valle-Inclán (1866-1936) fu uno degli scrittori ribelli e repubblicani della Spagna nell’apogeo della sua decadenza. Ma bevve evidentemente la superstizione cattolica  con il latte materno. Qui c’è tutto, infatti: gli ultimi, i poveri, i pezzenti ai quali le divinas palabras dei Vangeli sono destinate, che essi le ascoltino o meno. C’è l’esistere come sacrificio, il sesso come peccato, la punizione del peccatore e la misericordia verso la peccatrice. E poi quella frase che campeggia alla fine e che è evidentemente priva di qualunque senso -applicata alle società le distruggerebbe immediatamente-, o meglio ha il significato di affidare alla vita oltre la morte il compimento della vera giustizia.
Damiano Michieletto è il regista di un recente e splendido Ispettore generale; qui però abbraccia totalmente l’ideologia pezzentesca e funerea del testo, sino a -giustamente- tappezzare la scena di sacricuoridigesù. In un’intervista, Michieletto afferma che in Divinas palabras «la religione è vista in maniera misteriosa, folcloristica, pagana, e sempre in un dialogo continuo con la morte» (Programma di sala, p. 9). Ossessionata dalla morte come punizione del peccato, certamente; folcloristica non saprei; di misteriosa c’è forse l’intenzione; di pagano non c’è davvero niente. Espressione, piuttosto, dell’orrore cattolico verso la vita, che intesse quella fede nonostante essa dichiari il contrario. Un miserabile castigo di Dio, insomma.

L’Oppio

«I sovietici leggevano la Pravda, ma non le credevano. Gli italiani guardano la televisione e le credono». Sta qui una delle spiegazioni della condizione oppiacea dentro la quale noi italiani continuiamo a dormire mentre altrove -come in Grecia, in Spagna o in Turchia, dove sembra sia iniziata la «Rinascita mentale di un popolo consapevole di aver perso molti diritti che vuole riacquistare al più presto, a qualsiasi costo»- c’è almeno un tentativo di ribellione contro la dittatura liberista. In Italia no. Il coro universale che dalla destra e dalla sinistra politico-mediatiche investe ogni giorno e a tutte le ore la vista, l’udito, la mente dei cittadini italiani canta la responsabilità, la serietà, l’onestà del potere democratico-berlusconiano. Canto maligno di sirene che interpreta artatamente ogni parola e comportamento dell’unico movimento che a tale squallore tenta di opporsi.
A me sembra persino moderato il linguaggio di Grillo nei confronti dei giornalisti, categoria -con le dovute e proverbiali eccezioni- di fronte alla quale ogni prostituta conserva un’indefettibile dignità. Costoro, infatti, vendono qualcosa di ancora più personale degli organi genitali: vendono il proprio pensiero. Assunti come praticanti, debbono abituarsi sin dall’inizio a non indagare e a non criticare se non chi e che cosa i loro direttori vogliono che venga indagato e criticato. Servilismo e non pensiero diventano in tal modo un habitus della persona che scrive sotto dettatura del potere. Quando la parola del giornalista si coniuga all’immagine televisiva, il mondo si dissolve nell’ermeneutica del potente, quella che permette ancora a milioni di italiani di credere che Berlusconi non sia un delinquente e che il Partito Democratico sia di sinistra.
La Democrazia è fatta di almeno quattro elementi: divisione dei poteri, eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, elezioni libere e segrete, informazione indipendente da chi governa. In Italia si vota periodicamente e in modo -più o meno- segreto ma gli altri tre elementi sono assenti. L’Italia è quindi un Paese fintamente democratico. La parossistica dipendenza che il nostro popolo nutre verso la televisione è anche il bisogno di un’autorità che dica cosa si deve pensare e come si deve vivere. La televisione è forse la meno percepita ma anche la più dura smentita della democrazia. Di un sistema che necessariamente presuppone il desiderio di vivere liberi e la capacità di esserlo da parte di qualsiasi individuo. Ma non è così: chi è servo cercherà sempre un padrone, ne va della sua stessa identità. Con il progressivo tramonto delle autorità religiose, ideologiche, scientifiche, tale bisogno trova pieno appagamento nello schermo televisivo: nuovo oracolo, divinità all’apparenza poco esigente, la si gratifica con uno dei più antichi segni di sottomissione, l’ipse dixit: “L’ha detto la televisione”.
In questo niente, in questo vuoto colorato e costante, tramonta la capacità di pensare e annega con essa ogni libertà. La miseria del dominio catodico va individuata e distrutta. Si tratta di un passaggio necessario per individuare e distruggere la masnada di banchieri criminali che, con l’aiuto della televisione, governa l’Italia e l’Europa.

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