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Spagna

Nella primavera del 2020 avevo programmato dei viaggi nell’amatissima Europa. Virus, superstizioni, dispotismi e paure non li hanno resi possibili.
Ho dunque riletto gli appunti che avevo preso durante alcuni viaggi effettuati in Spagna, una terra bella e antica nella quale – a differenza della superpopolata Italia – si possono percorrere centinaia di chilometri senza incontrare un borgo ma soltanto spazi, luce e altri animali.

Madrid è ancora la capitale di un impero. L’impero che parla in tutto il mondo il castigliano. La grandeur della città è quasi pari a quella di Parigi, i suoi palazzi, le strade, i musei sono tra i più emblematici della storia del Continente.
Toledo appare esattamente come El Greco la dipinse alcuni secoli fa. Raccolta sopra un fiume, cattolica, controriformista sino al midollo urbano, in ogni caso splendida, immobile, inquietante.

Di Barcelona mi ha colpito il disordine urbanistico. Coinvolgenti, invece, l’enormità degli spazi, la persistenza del gotico, il Passeig de Gràcia una delle vie più belle d’Europa. Il modernismo di Gaudì mi lascia piuttosto freddo ma La Pedrera è una delle case più originali e interessanti che abbia visto.
Tarragona, che da Barcelona è facilmente raggiungibile, è una città romana adagiata su un mare luminoso che si può ammirare dal Balc del Mediterrani. Il Pretori romà, con l’area del circo e del Foro provinciale, dà l’impressione di entrare in un luogo ancora abitato da uomini e civiltà universali.

Dove il cuore antico della Spagna emerge in tutta la sua forza è l’Andalusia.
Percorrere le città di questa regione significa entrare nel sogno, nei secoli, nella convivenza e nelle guerre, nell’arte, nella luminosità.
Sevilla è una città estesa e varia, dal cuore antico, colma di storia. I Reales Alcàzares e i Jardines del Alcàzar sono uno spazio musulmano dentro la mura, una fortezza che era in realtà un luogo di delizie, un labirinto di silenzi, un incrocio di ombre e di piaceri. Patii (cortili interni), fontane, colonne arabescate, soffitti d’oro, padiglioni rinascimentali, bagni turchi. Sevilla meriterebbe una visita solo per entrare in questo spazio di magie.
La Catedral della città è la più grande chiesa gotica del mondo, è un edificio di culto ma non solo. È un memoriale, è una piazza, è un museo di oggetti d’oro e di ceramiche, con un enorme retablo nel suo centro. Dal suo interno si sale alla Giralda, il minareto trasformato in campanile. Dentro la cattedrale si trova il Patio de los Naranjos, un aranceto al cui centro sta una fontana visigota che serviva alle abluzioni che precedono la preghiera musulmana.
La Casa de Pilatos è una residenza privata degna di un sovrano, con cortili, mosaici, pareti di azulejos, che scandiscono lo stile mudejar, la contaminazione fra l’arte cristiana e quella moresca.
L’antica Fàbrica de Tabacos è oggi sede dell’Università, è un grande rettangolo rinascimentale posto accanto al Parque de Maria Luisa, un giardino esteso, vario, verde e pieno di acque, sul quale dà la Plaza de Espaňa, vasto emiciclo solcato da ponti, circondato da torri, adornato con azulejos che descrivono città e regioni di tutta la  Spagna.
Nella Plaza de los Refinadores Sevilla ha eretto una statua a uno dei suoi miti, a quel Don Juan che nacque e visse qui, in un’aria spessa di piaceri, dove i colori e la luce stessa sono intrisi di un erotismo lento perché sicuro del proprio compimento, un luogo in cui godere non è un peccato per la semplice ragione che l’intera città è uno spazio di seduzione.
Nel Barrio de Santa Cruz si può visitare l’Hospital de los Venerables e la Torre del Oro, dalla quale parte il viaggio in battello lungo il Grande Fiume, il Guadalquivir. Osservata dalle acque la città diventa uno spettacolo.
Anche Cordoba è adagiata sulle rive del Guadalquivir, un luogo di scambi, di guerra e di incontro fra le tre religioni monoteiste. La Mezquita, la moschea trasformata in cattedrale cristiana è uno di quegli spazi per i quali ogni descrizione fallisce. Quasi novecento colonne sormontate da archi bianchi e rossi disegnano a perdita d’occhio un luogo di culto e di studi. I cristiani abbatterono alcune di queste colonne per costruire il Crucero, una chiesa dentro la grande moschea. Non contenti, aggiunsero ai lati dell’enorme perimetro alcune cappelle. E tuttavia questo spazio davvero unico non ha perduto la sua impronta orientale, ancora evidente nella qibla, il muro orientato verso la Mecca nel quale si trova il mihrab la nicchia in cui veniva conservato il Corano. È questo l’angolo più illuminato di tutto l’edificio; osservarlo da dentro una chiesa-moschea dà la sensazione di che cosa dovesse essere Cordoba quando musulmani, ebrei e cristiani la abitavano insieme. Nel patio, nel grande cortile accanto alla moschea – dove Averroè teneva le sue lezioni –  scorrono ancora le acque delle antiche abluzioni.
L’Alcàzar de los Reyes Cristianos è un altro labirinto di acque, di luci e di verde. Il Puente Romano, dal quale si gode una vista del Guadalquivir ancora intatto nei suoi argini, conduce alla Torre de Calahorra, una fortezza oggi adibita a piccolo museo della cultura islamica, i cui testi illustrativi degli ambienti sono stati scritti dal filosofo Roger Garaudy, che da cristiano convinto divenne un altrettanto convinto musulmano.
Nel quartiere giudaico rimangono la Sinagoga, lo spazio artigiano e commerciale dello Zoco, la Casa Andalusí di impronta ancora musulmana.
Nel Palacio de Lebrija una contessa raccolse un numero considerevole di reperti classici, arabi, mudejar. Il piano alto racchiude un esempio di abitazione nobiliare con ambienti diversi e tutti ricchi di suggestioni.
Il Barrio de la Macarena con la sua chiesa dominata dalla Madonna addolorata che sembra una Grande Madre pronta alla vendetta è un quartiere popolare nel quale il bello e il plebeo, l’antico e il nuovo, gli schiamazzi e i silenzi, confermano la natura onirica di questa terra: il sogno sensuale di un dio della Luce.
Nella Plazuela del Potro si trova la locanda descritta da Cervantes nel Don Chisciotte. La Plaza de la Corredera è molto simile alla Plaza Mayor di Madrid; salendo da questa piazza si incontrano i resti del Templo Romano e ancora più su il Convento dei Cappuccini con il Cristo de los Faroles, un crocifisso circondato da lampioni. Un luogo che al crepuscolo illumina come di malinconia Cordoba, questa città-bellezza nel cuore dell’Andalusia.

Di un più recente viaggio (2018) nei Paesi Baschi, in particolare a Bilbao e a Donostia/San Sebastián, ho parlato a più riprese: Bilbao / Donostia; Heidegger a Bilbao; Arroyo e il Cardinale.

Viaggiando nel nostro Continente si può cogliere l’identità che lo costituisce nella ricchezza delle differenze, delle lingue, del modo peculiare con il quale ogni popolo ha modulato la comune matrice. È la conferma di quanto è stato scritto nel Preambolo della Costituzione europea, dove si dice che l’Europa rappresenta la «grande avventura che fa di essa uno spazio privilegiato della speranza umana».
Di città europee ne ho visitate molte e ogni volta ritorno con la stessa sensazione espressa da Elias Canetti, lo scrittore ebreo sefardita nato in Bulgaria e vissuto in vari Paesi del nostro continente: «C’è chi vorrebbe andar via dall’Europa, io – se potessi – vorrei entrarvi ancora di più». Spero, trascorsa l’ondata funerea e digitale dell’epidemia, di poter continuare a visitare e percorrere queste terre con il corpomente e nello spazio reale, libero dalla finzione virtuale. I luoghi sono materia e la materia è tutto. Anche quella costruita dagli umani, anche le città.

Umanitarismo e Spettacolo

In mondovisione la società dello spettacolo -giornalisti e televisioni, i mediatiques come li chiama Guy Debord, che hanno «toujours un maître, parfois plusieurs» (Commentaires sur la société du spectacle, Gallimard, 1992, § VII, p. 31)- accoglie 600 migranti a Valencia. Niente di paragonabile a tale dispiegamento c’è stato quando Sicilia e Italia hanno accolto in tutti questi anni e quasi ogni giorno migliaia di migranti. Spagna la quale, in base alle sue norme, ne rimpatrierà in Africa una buona parte. Accolgono sapendo già che respingeranno. È questa l’essenza dell’umanitarismo spettacolare di una società intramata di ipocrisia.
Altra distorsione mediatica: come dimostra la prima pagina della Repubblica del 29.6.2017 -meno di un anno fa- anche il precedente governo a guida Partito Democratico e con ministro degli Interni Marco Minniti aveva dichiarato la necessità di chiudere i porti.
Chi finanzia la labile memoria della stampa?
Chi finanzia le organizzatissime strutture (ONG) che rappresentano un anello indispensabile nella moderna tratta degli schiavi?
Chi finanzia il flusso verso l’Europa, la quale deve rimanere sempre aperta mentre gli Stati Uniti d’America chiudono i loro confini e, con i dazi, la loro economia?
Il 4 giugno del 2015 commentavo in questo sito alcuni brani di Karl Marx. Ripropongo parte di ciò che scrissi allora perché mi sembra che gli eventi ne abbiano confermato la sostanza.

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«Un esercito industriale di riserva disponibile [eine disponible industrielle Reservearmee] che appartiene al capitale in maniera così assoluta come se quest’ultimo l’avesse allevato a sue proprie spese. Esso crea per i propri mutevoli bisogni di valorizzazione il materiale umano sfruttabile sempre pronto [exploitable Menschenmaterial], indipendentemente dai limiti del reale aumento della popolazione. […]
Alla produzione capitalistica non basta per nulla la quantità di forza-lavoro disponibile che fornisce l’aumento naturale della popolazione. Per avere libero gioco essa ha bisogno di un esercito industriale di riserva che sia indipendente da questo limite naturale [Sie bedarf zu ihrem freien Spiel einer von dieser Naturschranke unabhängigen industriellen Reservearmee]. […]
L’esercito industriale di riserva preme durante i periodi di stagnazione e di prosperità media sull’esercito operaio attivo e ne frena durante il periodo della sovrappopolazione e del parossismo le rivendicazioni [hält ihre Ansprüche während der Periode der Überproduktion und des Paroxysmus im Zaum ]. […]
Il sedimento più basso della sovrappopolazione relativa alberga infine nella sfera del pauperismo. Astrazione fatta da vagabondi, delinquenti, prostitute, in breve dal sottoproletariato propriamente detto, questo strato sociale consiste di tre categorie.
Prima, persone capaci di lavorare. Basta guardare anche superficialmente le statistiche del pauperismo inglese per trovare che la sua massa si gonfia a ogni crisi e diminuisce a ogni ripresa degli affari [seine Masse mit jeder Krise schwillt und mit jeder Wiederbelebung des Geschäfts abnimmt].
Seconda: orfani e figli di poveri. Essi sono i candidati dell’esercito industriale di riserva e, in epoche di grande crescita, come nel 1860 per esempio, vengono arruolati rapidamente e in massa nell’esercito operaio attivo».
(Karl Marx, Il Capitale, libro I, sezione VII, cap. 23, «La legge generale dell’accumulazione capitalistica», §§ 3-4)

Aver dimenticato analisi come queste (decisamente poco ‘umanistiche’) è uno dei tanti segni del tramonto della ‘sinistra’, la quale vi ha sostituito le tesi degli economisti liberisti e soprattutto vi ha sostituito gli interessi del Capitale contemporaneo, interessi dei quali i partiti di sinistra sono un elemento strutturale e un importante strumento di propaganda.
Negli anni Dieci del XXI secolo l’esercito industriale di riserva si origina dalle migrazioni tragiche e irrefrenabili di masse che per lo più fuggono dalle guerre che lo stesso Capitale -attraverso i governi degli USA e dell’Unione Europea- scatena in Africa e nel Vicino Oriente. Una delle ragioni di queste guerre -oltre che, naturalmente, i profitti dell’industria bellica e delle banche a essa collegate- è probabilmente la creazione di tale riserva di manodopera disperata, la cui presenza ha l’inevitabile (marxiano) effetto di abbassare drasticamente i salari, di squalificare la forza lavoro, di distruggere la solidarietà operaia.
È anche così che si spiega il sostegno di ciò che rimane della classe operaia europea a partiti e formazioni contrarie alla politica delle porte aperte a tutti. Non si spiega certo con criteri morali o soltanto politici. La struttura dei fatti sociali è, ancora una volta marxianamente, economica. Tutto questo si chiama anche globalizzazione
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Chi finanzia dunque l’esercito industriale di riserva che nell’immaginario collettivo sostituisce la lotta di classe con i diritti umani?
Le anime belle invece non le finanzia nessuno. Fanno tutto da sole.

 

Bilbao / Donostia

La hispanidad di Bilbao è assai diversa da quella di altre terre della penisola iberica. Già all’arrivo, dal cielo, a dominare sono il verde, i boschi, le acque, la potenza dell’Atlantico. La città è fatta di architetture liberty e déco, sulle quali si innesta la ricerca contemporanea, che ha tra le sue più note testimonianze il ponte pedonale di Calatrava (Zubizuri, 2002) e i due grattacieli/cancelli (atea in basco) di Arata Isozaki (2008), posti sull’altra riva del Nervión e ai quali conduce il ponte (come si vede dalla foto qui sopra). Proseguendo lungo il fiume si arriva al cuore medioevale di Bilbao: le Siete Calles strette e parallele, le piazze quadrate e porticate, le scale ripide verso le colline, San Antòn, quattrocentesca chiesa tra le più belle che abbia visitato per il suo volume compatto, il caldo colore della pietra, la contaminazione di antico e contemporaneo nel grande retablo dietro l’altare. Nel Casco Vejo  [centro storico] ha sede anche la bella Biblioteca Comunale Bidebarrieta, aperta tutti i giorni sino a tarda ora e arricchita di una imponente sala per conferenze, nella quale tennero lezione Ortega y Gasset, Unamuno, Garcia Lorca. Questa Biblioteca sta in Spagna, non in Germania o nei Paesi scandinavi. E dunque, se si vuole, anche nei Paesi mediterranei le Biblioteche possono funzionare al servizio di tutti i cittadini.
Nella piazza dedicata a Unamuno si trovano il Museo Archeologico e il Museo Vasco. Il primo spiega e illustra la continuità delle azioni e delle attività umane dal Neolitico all’Edad Moderna. Steli di varia grandezza, con una ricchezza di simboli e forme costanti nel tempo: cerchi, spirali, linee verticali. Le figurazioni preistoriche testimoniano l’archetipo che Modigliani ha restituito con l’inquietante fascino della sua pittura. Si comprende anche come e in quali forme la cultura romana sia stata capace di giungere sino all’Atlantico.
Il Museo Vasco ha sede nel più antico convento dei Gesuiti di Bilbao. Documenta la fatica e le risorse di questa terra: la pesca, la metallurgia -dalla preistoria al Novecento-, l’allevamento, la transumanza, le sepolture, il Sacro, la Terra. Una grande riproduzione del territorio intorno a Bilbao, prima del suo passaggio dall’industria al terziario, permette di comprendere la struttura orografica e antropologica del Paese dei Baschi, testimoniata anche dagli abiti, dai manufatti, dalle abitazioni, dai volti squadrati -non belli ma fieri- di questo popolo.
Dei due grandi spazi espositivi della città -il Museo de Bellas Artes e il Guggenheim– ho già parlato nelle scorse settimane. Qui concludo ricordando i bei Boulevard che costituiscono il tessuto urbano dei quartieri centrali di Bilbao e che contribuiscono a rendere questo luogo una grande capitale.
A poco meno di 80 km da Bilbao si stende sul mare la Concha di Donostia/San Sebastián. La città è infatti tutta raccolta intorno a questa grande baia e spiaggia a forma di conchiglia che addomestica l’oceano e ne rende gentile il suono tra i due monti di Urgull e Igueldo. Bagni, alberghi, palazzi nobiliari e una tonalità da ‘bel mondo’ segnano la grande foce del Rio Urumea. Spazio, quanto spazio, nelle acque, nei viali, nelle piazze, nelle chiese raccolte e antiche, nelle colline che circondano questo luogo ma che non gli permettono di affrancarsi dalla patina di Vanity Fair che è simile in tutte le città turistiche rendendole spazi di una leggerezza senza morte e quindi finta. Una finzione che a Donostia si fa però particolarmente elegante, giovane, vivace.

Potremo mantenere l’identità del nostro Continente soltanto rispettando e, di più, amando tutto questo: amando le differenze dei molti popoli che sono la ricchezza dell’Europa, senza costringerli a uniformarsi ai canoni anonimi, globalisti e finanziari di un’Unione Europea che è la nemica della cultura europea.

Arroyo e il Cardinale

Eduardo Arroyo. Le retour des croisades
Bilbao – Museo de Bellas Artes
Sino al 9 aprile 2018

Il museo de Bellas Artes di Bilbao addensa la bellezza dai Greci al XXI secolo. Mostra la geometria dei fiamminghi, il dolore e le ingenuità dei cristiani, ben rappresentate dalle Lacrime di San Pietro di Murillo (1650). Con Los cambistas (, 1546) sintetizza in un quadro l’essenza del capitalismo finanziario.

C‘è anche un Martirio di Sant’Agata del 1578 e due El Greco: San Francisco e Anunciación. Un’intera sezione è dedicata ad Arcimboldo, accompagnato dalle architetture di Bernardo Bellotto. Intrigante è il percorso di Joaquin Sorolla (1863-1923) dal realismo popolare all’impressionismo e alla liberazione della forma.
L’espressionistico e disincantato Cardenal (1912) di Ignacio Zuloaga è forse quanto di più ‘spagnolo’ abbia visto a Bilbao. Sono presenti, giustamente, molti artisti baschi.
Tra le opere contemporanee, di grande interesse il Syntagma vegetales di José Àngel Lasa (2015) -capace di esprimere su una grande parete l’unione dell’Intero attraverso il contatto e il ritmo di rami d’arancio- e il Mirror (1971) di Francis Bacon, nel quale è aggrovigliata e liberata tutta la deforme potenza della forma che rende sommo questo artista.
Nella mostra temporanea dedicata allo sviluppo dell’incisione, della litografia, dell’acquaforte –Más allá del negro– Equipo Crònica rivisita l’Entierro del Greco, Bacon mostra il suo genio anche in una sola opera e ovunque dominano divertimento e colore.
Sino al 9 aprile 2018 si potrà visitare la mostra dedicata a Eduardo Arroyo. Le retour des Croisades, piena di ironia, cromatismi, critica politica, paradigmi e archetipi. Parodia però che diventa a volte sterile e banale. Mi sono, invece, sembrate riuscite e significative Don Juan Tenorio, la Lotta di Giacobbe con l’angelo, Il ratto di Europa, Balzac e le sue opere e El retrato de Dorian Gray.


L’opera più coinvolgente di Arroyo è Le retour des croisades (2017), una sintesi della Spagna contemporanea, che ha al centro la grande citazione del quadro di Zuloaga Víctima de la fiesta (1910) e lo circonda di colori, di terre, di simboli, di ribellione, di tenacia e di amarezza.

La democrazia e i suoi nemici

Sia in ambito politologico sia nella quotidiana e concreta organizzazione dei governi, il tramonto di ciò che viene ancora e per inerzia chiamato democrazia è ormai evidente. Tra le tante prove e testimonianze possibili, si possono scegliere due dati elettorali, il caso catalano e la struttura dell’Unione Europea, vale a dire il vero e proprio tradimento -ogni altra parola appare eufemistica- attuato dalle sinistre europee nei confronti della loro identità storica e politica.

Il primo dato elettorale è quello che emerge dall’elezione di Emmanuel Jean-Michel Frédéric Macron alla presidenza della Repubblica francese. Non mi riferisco a programmi, intenzioni, azioni di governo ma al semplice dato numerico per il quale questo presidente è stato eletto al ballottaggio del 2017 da molto meno della metà dei francesi aventi diritto di voto, esattamente da 20.703.631 elettori su 47.552.183. Quasi due terzi del popolo francese non ha dunque espresso la volontà di avere questa persona come presidente. E si tratta della Francia, vale a dire di una nazione che ha sempre espresso percentuali di voto assai alte.
Il secondo dato elettorale concerne quanto sta avvenendo in Italia, dove una variegata coalizione formata da Partito Democratico, Forza Italia, seguaci di Angelino Alfano e Lega Nord, con l’attiva complicità del governo Gentiloni e della presidente della Camera Boldrini, impone una legge elettorale che ha l’esplicito e antidemocratico obiettivo di neutralizzare la forza del Movimento 5 Stelle e di eliminare ciò che resta della sinistra. Una legge elettorale imposta con il voto di fiducia da e a un Parlamento eletto con una legge dichiarata dalla Consulta incostituzionale è il fascismo del XXI secolo.

Struttura e funzionamento dell’Unione Europea sono affidate a un’oligarchia di funzionari, tecnocrati e banchieri che nessuno ha mai eletto ma che impongono la loro ideologia ultraliberista e le loro decisioni tecnico-amministrative a tutti i governi dell’Unione. Il processo di integrazione europea mostra in tal modo la propria natura antidemocratica e antieuropea, tanto che Pierre Dardot e Christian Laval in Guerra alla democrazia. L’offensiva dell’oligarchia neoliberista (DeriveApprodi, Roma 2016) affermano con chiarezza che è necessario dissolvere la cornice dell’Unione europea per salvare l’Europa politica. Un caso emblematico è quanto sta accadendo nella Spagna/Catalogna, dove l’insofferenza verso i poteri che rispondono soltanto al centralismo finanziario mostra allo stesso tempo le difficoltà di una cornice obsoleta quale è ormai lo Stato-nazione e la determinazione di quest’ultimo a sopravvivere a qualunque costo. Per quanto diversi siano nel tempo, nello spazio e nelle fondamenta, sembra che il crollo dell’Impero Austro-Ungarico e quello dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche abbiano insegnato poco ai decisori politici. In ogni caso, il libro di Dardot e Laval enuncia tesi fondamentali sul tradimento della democrazia operato da governi che non rispondono più ai popoli ma alle aristocrazie tecnocratiche.
Riassumendo e commentando le loro tesi, Massimo Virgilio (Diorama letterario, n. 338) scrive parole chiare e del tutto condivisibili: «A sostenere gli enormi costi della crisi, in particolare quelli relativi al salvataggio del sistema bancario, sono stati chiamati esclusivamente i lavoratori dipendenti e i pensionati. In questo modo il sistema capitalistico ha fatto della crisi un vero e proprio modo di governo, che sfrutta ‘le armi disciplinari dei mercati finanziari’ per punire severamente chiunque respinga il programma neoliberista di riduzione dei salari, liberalizzazione del mercato del lavoro, privatizzazione delle imprese pubbliche e tagli al welfare. […] L’obiettivo di questo potere è uno, l’accumulazione illimitata della ricchezza» (pp. 36-37).

Tra i non molti intellettuali di sinistra capaci di formulare analisi realistiche e non edulcorate sul sistema economico vigente, Dardot e Laval sostengono che «se il capitale e il blocco oligarchico neoliberale che lo rappresenta hanno potuto affermare la loro volontà con tanta facilità, la responsabilità è per intero della sinistra di governo. Quest’ultima da diversi anni ha fatto sua la teoria di una fine della storia che si risolve in un capitalismo senza fine, senza regole e senza confini. Ha accettato l’idea che in un mondo dalle risorse limitate e in via di esaurimento, la crescita illimitata della produzione di beni e servizi sia indispensabile ad assicurare benessere e felicità all’umanità. […] Evidentemente, sovvertire il sistema capitalistico non è più l’obiettivo di una sinistra che ormai si limita solo a proporre un capitalismo dal volto umano che nella realtà non esiste né potrà mai esistere. Come può avere un volto umano un sistema che consente a soli 62 individui in tutto il pianeta di possedere la stessa ricchezza di 3,6 miliardi di persone, ossia la metà più povera della popolazione mondiale?» (pp. 37-38).
Democrazia non vuol dire soltanto andare a votare ogni 4-5 anni per delegare qualcuno che amministri la cosa pubblica. Democrazia significa effettiva divisione dei poteri, che oggi sono invece subordinati a quello finanziario; significa la libertà di scrivere e manifestare il proprio pensiero, sempre più limitata da censure ideologico-governative e dal flagello del politicamente corretto che sottomette al diritto penale persino le opinioni storiche e filosofiche; significa libertà dal bisogno economico e non soltanto la libertà di dei diritti civili.
È dunque evidente come il neoliberismo sia «ormai così compenetrato nello Stato che chiunque abbia davvero a cuore la sovranità del popolo non può fare altro che agire contro lo Stato esistente, contro tutto ciò che nello Stato sorregge la dimensione oligarchica» (p. 38).

Ritratti

Goya. Visioni di carne e di sangue
di David Bickerstaff
Gran Bretagna, 2016
Trailer del film

goya

Il film spiega, illustra, scava i Portraits di Goya esposti in una mostra alla National Gallery di Londra. E soprattutto li fa vedere con la potenza del grande schermo e con l’accurata analisi di numerosi studiosi spagnoli e britannici. Ai ritratti Goya affidò gran parte della propria fama. In essi l’umanità di sempre -il Dasein– e l’umanità della sua epoca -regnanti, aristocratici, borghesi- splendono davvero di carne e di sangue. Ogni ritratto è un mondo. Ogni sguardo è un enigma che rimane tale anche nel momento in cui lo si disvela. La carne e il sangue della pittura, degli strati di colore, di olio, di materia, disegnano un mondo che sta nella storia e sta nella mente di Goya. Ancora una volta ogni ingenuo realismo viene defenestrato dalla potenza dello sguardo, dalla costruzione che l’animale umano fa del proprio ambiente, dallo scintillio di un segreto colto ed espresso nella forma.

 

Mínima

La isla mínima
di Alberto Rodríguez
Spagna – 2014
Con: Javier Gutiérrez (Juan), Raúl Arévalo (Pedro)
Trailer del film

La-Isla-minima-afficheFoce del Guadalquivir, Spagna, 1980. Il fiume, le risaie, le paludi, i borghi con nelle case ancora i santini di Francisco Franco e nel corpo sociale la violenza della dittatura, soprattutto la rassegnazione alla quale induce.
Due ragazzine spariscono, i loro corpi vengono ritrovati nella palude, torturati e violentati. Ai taccuini e agli occhi dei due detective arrivati da Madrid emergono altri casi analoghi ma interpretati come incidenti o suicidi. Un serial killer viene aiutato e protetto da molti membri della comunità. Il giudice che coordina le indagini pretende che si sbrighino e chiudano il caso prima dell’inizio della vendemmia. Nonostante i detective siano diversi tra di loro -Juan ha fatto parte della polizia politica franchista, Pedro è un convinto democratico- i due corrono molti rischi e procedono tenacemente verso la soluzione.
La isla mínima è la zona fluviale dove il caso si chiude ma è anche la piccola comunità nella quale il desiderio delle ragazze di fuggire si trasforma in una trappola; dove la palude è un’immagine dell’esistenza; dove la disperazione cerca di diventare anch’essa mínima, dove la bellezza dei paesaggi -spesso ripresi dall’alto, in verticale- forma dei labirinti che sono anch’essi una metafora delle vite e delle menti.
La ricostruzione è accurata e filologica: ambienti, automobili, abiti, oggetti sono rigorosamente anni Settanta. La fotografia è splendente e sporca insieme. Un film a volte cupo ma sempre raffinato.

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