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Il corpo che siamo

Il sito L’albero filosofico ha pubblicato le registrazioni video del Convegno che il 26 gennaio 2018 si è svolto nel Dipartimento di Scienze Umanistiche di Catania, dedicato a Pensiero simbolico e disturbi della simbolizzazione: evoluzione e cura tra filosofia e psichiatria.
Vi avevo partecipato con una relazione il cui video (della durata di 40 minuti) è ora in Rete: Il corpo come materia e come simbolo.

 

 

Corpo

Il 26 gennaio 2018 parteciperò a un Convegno dal titolo Pensiero simbolico e disturbi della simbolizzazione: evoluzione e cura tra filosofia e psichiatria. L’evento si svolgerà a partire dalle 9,00 nell’Aula A1 del Dipartimento di Scienze Umanistiche di Catania.
Il mio intervento è previsto alle 15,00 e ha per titolo Il corpo come materia e come simbolo.

Abstract della relazione
La corporeità umana è insieme Leib e Körper. È organismo complesso, fragile e tenace. È materia sottoposta alle leggi fisiche che intridono il tempo e lo spazio ed è la struttura dalla quale si generano tutti gli altri emblemi, concetti, forme che definiamo cultura.
Il corpo è quindi un dispositivo materico e simbolico, è la densità organica nella quale la materia del mondo si specchia, si conosce, incessantemente si trasforma. È anche per questo che vanno lasciate alla loro insufficienza sia le prospettive dualistiche che separano ciò che è costitutivamente uno sia le prospettive riduzionistiche che limitano la potenza della natura all’aspetto soltanto empirico.
La corporeità è invece corpomente unitario e plurale ed è corpotempo dispiegato nella storia filogenetica e ontogenetica, nel divenire collettivo della nostra specie e negli eventi e passioni individuali.
Il corpo è un plesso inseparabile di natura, cultura e tecnica, la cui indagine e comprensione corrisponde pienamente all’invito delfico a conoscere se stessi. Praticare la filosofia della mente significa e implica esercitare una filosofia del corpomente che non ci limitiamo ad avere ma che siamo.

«Nelle regioni oscure»

Tra le molte soddisfazioni che l’insegnamento regala, una delle più intime è vedere i propri allievi crescere, pensare, pubblicare. Katia Serena Cannata si è laureata con me in Filosofia  (Corso triennale) nel novembre del 2016 e ha ora pubblicato sul numero 3 della rivista In Circolo un saggio dal titolo La fragilità e la sofferenza umana. Una lettura antropofenomenologica del  disturbo depressivo  (pagine 125-134)
Riporto qui l’abstract, invitando a leggere l’intero testo.
«Depression seems to represent the dominant twenty-first century Zeitgeist. Beyond nosological classifications and strict diagnostic criteria, this paper describes and supports the collaboration between philosophy and psychiatry, focusing on depression and its features from a phenomenological perspective. Particularly outlining the approaches of Karl Jaspers, Ludwig Binswanger and Eugenio Borgna to these issues, the essay examines the principal aspects of phenomenological psychiatry, a fruitful alliance that – far from simple explanations of reductionist paradigms – rediscovers the singularity of each existence, analyses the temporal structures of mental illness and reveals the deep sense hidden inside a psychotic Lebenswelt, always respecting the significance and the richness of human being».

L’umano, la bestia

Split
di Manoj Nelliyattu Shyamalan
USA, 2017
Con: James McAvoy (Kevin e tutti gli altri), Anya Taylor-Joy (Casey), Betty Buckley (la dottoressa Fletcher), Haley Lu Richardson (Claire), Jessica Sula (Marcia), Brad William Henke (lo zio John)
Trailer del film

Lo sguardo intenso e inquietante di Casey è la prima immagine del film. Vi si intravvede l’orrore, anche se non sappiamo ancora perché. Subito dopo, Casey e due sue compagne di scuola vengono rapite da Kevin, tenute prigioniere in una casa-scantinato, preparate come ‘cibo sacro’ per ‘la bestia’. Quale bestia? Kevin non è solo. Nel suo corpo vivono altre persone: l’ossessivo-compulsivo Dennis, la gentile e gelida Patricia, lo stilista gay Barry, il bambino Hedwig e altri soggetti. La sua psichiatra ne ha contati ben 23. Il nome collettivo è Orda. Kevin è dunque affetto dal DID, Disturbo Dissociativo dell’Identità, ma pensa di poter tenere sotto controllo questa comunità. Kevin ha «portato alla luce» Dennis e alcune delle altre persone allo scopo di difendere la propria parte più fragile, colpita e ferita da quando aveva tre anni e la madre lo odiava. Il bisogno di difendersi, e di mostrare a se stesso e agli altri la propria forza, arriva a generare l’estremo, ciò che lo stesso Kevin definisce, appunto, ‘Bestia’. Delle tre ragazze, soltanto Casey appare ai suoi occhi -ed è- ‘pura’, perché ha conosciuto il dolore. E per Kevin soltanto il dolore crea grandezza nell’umano, lo giustifica. Un dispositivo etico, come si vede, di impronta cristiana.
Chi è dunque veramente la Bestia? Non certo gli altri animali che appaiono alla fine e che non toccano Casey. In fondo neppure Kevin o l’Orda sono la Bestia. È qualcuno di assai più vicino a Casey, di più ‘normale’. E soprattutto, al di là di Casey e di Kevin, bestia è l’umano privo di gentilezza; bestia è l’umano capace di infliggere sofferenza senza scopo; bestia è l’umano che brama danaro e potere come se da questo accumulo potesse derivarne per lui una qualche forma di garanzia dalla furia del dissolvimento; bestia è l’umano che disprezza l’amore che riceve e ne approfitta; bestia è l’umano che risponde con uno schiaffo al candore e alla tenerezza; bestia è l’umano che umilia per il piacere di umiliare; bestia è l’umano che si scatena in gruppo contro uno; bestia è l’umano le cui reazioni sono imprevedibili, che oggi ti sorride con le parole e domani con altre parole ti strazia; bestia è l’umano che gode delle sciagure altrui se gli portano qualche minimo vantaggio o anche se non gli portano niente; bestia è l’umano nel quale abitano le molteplici forme di ferocia di cui soltanto la nostra specie è capace; bestia è l’umano fatto a immagine e somiglianza del suo dio. La Bestia è l’Homo sapiens sapiens, l’Orda siamo noi.

Un riuscito naufragio

La pazza gioia
di Paolo Virzì
Italia, 2016
Con: Valeria Bruni Tedeschi (Beatrice), Micaela Ramazzotti (Donatella), Valentina Carnelutti (Fiamma Zappa), Anna Galiena (Luciana Brogi), Marco Messeri (Floriano Morelli).
Trailer del film

Beatrice Morandini Valdirana è ospite di una struttura di recupero psichiatrico. È estroversa, chiacchierona, elegante, ricca e decaduta, un po’ razzista e molto imbrogliona. Arriva Donatella Morelli, che invece è fisicamente malmessa, riservata, sciatta, senza un soldo.
Per quali ragioni queste due donne siano lì ricoverate, che cosa abbiano commesso, lo si scopre a poco a poco. Sino alla reciproca confidenza dell’«essere nate tristi». Approfittando di una circostanza casuale, fuggono dalla struttura, alla ricerca della felicità perduta e del figlio di Donatella, che le è stato sottratto in quanto giudicata «inidonea alla genitorialità». Si susseguono una serie di avventure, incontri, confronti con amici, genitori, ex mariti e precedenti amanti. La vita pulsa in questa pazza gioia, sino alla fine.
Due attrici in stato di grazia scolpiscono delle figure fragili e forti. Valeria Bruni Tedeschi, in particolare, disegna uno dei suoi personaggi meglio riusciti. Entrambe sono credibili, matte senza essere caricaturali, tenere e insieme violente. Il film dà voce al discorso folle e lo fa con misura, sempre in equilibrio tra divertimento e tragedia.
Nell’atroce mondo in cui siamo gettati, la pazzia è spesso una risposta naturale e inevitabile, pur se perdente. Di questo riuscito naufragio il film sa mostrare anche la gioia.

Pubblicità / Animismo / Animalità

Mente & cervello 122  – febbraio 2015

brand«Viviamo circondati dalla pubblicità: per strada, in televisione e sempre di più su Internet» (D.Courbet – M.P. Fourquet-Courbet – J.Intartaglia, p. 32); pensare di rimanere immuni dal suo condizionamento è illusorio. Numerosi esperimenti e indagini mostrano infatti che anche se non rivolgiamo alcuna attenzione ai filmati, alle ‘interruzioni’ in tv, al product placement al cinema (marchi ben visibili durante le scene), ai banner pubblicitari, i comportamenti d’acquisto della gran parte delle persone ne vengono ugualmente e a fondo determinati. E poiché «in una democrazia tutti hanno diritto di sapere se c’è qualcuno che sta cercando di influenzarli, e in che modo […], se tutti prenderanno coscienza dell’enorme potere esercitato dalla pubblicità sui nostri comportamenti d’acquisto, le tecniche pubblicitarie che puntano ad aggirare i nostri criteri razionali di giudizio potrebbero subire seri contraccolpi» (Id., 37). Anche questo è lo scopo della conoscenza, e in particolare dello studio del corpomente e dei suoi meccanismi di reazione agli stimoli ambientali. Ricordo uno soltanto di tali meccanismi: «Il prezzo di un prodotto determina la nostra percezione del suo valore» (M.Cattaneo, 3), sino al punto che «nel 2008 l’economista svedese Johan Almenberg dimostrò che vini di basso prezzo, messi in bottiglie di marchi pregiati, erano ritenuti, in test di assaggio, migliori di vini costosi in confezioni di poco prezzo» (A.Saragosa, 22).
Una praticabile strategia per evitare di sottomettersi in questo modo al marketing è -ad esempio- non possedere il televisore e installare sul proprio computer dei software che impediscono la visualizzazione di tutta la pubblicità, statica o dinamica che sia. È quello che ho fatto, ma naturalmente la questione è molto più complessa perché la pubblicità non è una dimensione soltanto o soprattutto tecnico-commerciale ma è un evento politico e sociale. È evidente che nella società dello spettacolo i partiti politici e i soggetti che li guidano rappresentano dei brand, dei marchi in competizione ma anche in alleanza gli uni con gli altri allo scopo di avvantaggiarsi della credulità dei cittadini clienti. Le specie sociali, come quella umana, costituiscono delle strutture collettive nelle quali l’influenza dell’intero sulle singole parti è schiacciante. La pubblicità quindi non è soltanto, come si usava dire, l’anima del commercio ma è anche uno dei segreti del potere. Quando il potere è in mano agli imprenditori -cioè a persone la cui professione consiste nel produrre e nel vendere qualcosa a qualcuno-, tra mercato e politica non vi è più differenza. È esattamente questa la condizione nella quale vivono quasi tutte le attuali società.

La natura sociale della specie umana si esprime con particolare forza nel linguaggio e nella comunicazione. L’essere sempre connessi, la miriade di scambi che hardware e software rendono possibili, si evolverà forse nella connessione diretta dei corpimente tra di loro. Non si tratta (soltanto) di fantascienza ma di ricerche in corso da tempo e sempre più avanzate: «La comunicazione da cervello a cervello potrebbe amplificare gli aspetti sociali della natura umana, come la nostra tendenza a condividere i pensieri. Se mai i ricercatori arriveranno a realizzare una vera comunicazione da cervello a cervello, le implicazioni etiche saranno immense» (R.P.N.Rao – A.Stocco, 101). Non c’è dubbio.

Talmente creatrice di socialità è la mente umana da rivestire di vita anche gli oggetti inanimati.Un fenomeno certamente di nicchia ma significativo è quello degli Idollator, coloro che scelgono come compagne le Love Doll,
delle bambole in silicone a grandezza naturale, simili a delle vere donne, con le quali non limitarsi a fare sesso: «Le evidenze aneddotiche suggeriscono che le bambole hanno portato sicurezza e gioia nella vita dei loro

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Cinema / Montaggio

Un’ora sola ti vorrei
di Alina Marazzi
Italia, 2002
Con: Luisella Hoepli
Trailer del film

Un-ora-sola-locandinaTra i seminari organizzati dal Med Photo Fest 2013 quello di Stefania Rimini è stato dedicato al cinema di Alina Marazzi. Occasione propizia per conoscere un film drammatico e magnifico come Un’ora sola ti vorrei. Un’opera che assembla, trasfigura e dà senso ai filmati che la famiglia Hoepli ha raccolto dagli anni Trenta del Novecento. La regista è infatti figlia di Luisella Hoepli, una donna molto bella e profonda, che si tolse la vita quando Alina era ancora bambina. Una donna dallo sguardo intensissimo, severo e insieme candido, sorridente e doloroso. Ma una donna che si sentiva inadeguata. Un senso di colpa oscuro e pervasivo la nutriva, alimentato dal sostanziale disprezzo del padre per lei. La diagnosi di depressione equivaleva negli anni Sessanta a quella di follia. Ricoverata in una clinica psichiatrica svizzera, Luisella scriveva lettere struggenti e lucidissime alla famiglia, implorava il marito di tirarla fuori da quel manicomio di lusso perché «se non voglio impazzire, devo uscire da qui».
Un’ora sola ti vorrei è puro cinema perché è puro montaggio. Ore e giorni di girato sono condensati da Marazzi in una scansione che evita ogni piatta cronologia e si fa espressione di una vita densa, breve e tragica. Ma colma di un pensiero sempre consapevole di se stesso e del proprio dramma.
Stefania Rimini ha premesso alla visione del film l’analisi del pensiero di Roland Barthes sull’assenza, la madre, il tempo, sulla fotografia come istante di incrocio di queste dimensioni della vita. La maternità ricevuta e data sta infatti al centro dell’esistenza di Luisella Hoepli. Essere riuscita a dare conto del plesso di morte e maternità evitando ogni caduta melodrammatica e intimistica è il grande merito della regista. Nonostante la dolorosa vicenda che narra, è un film lieve. Come lieve voleva essere al mondo la sua protagonista.

 

Isotta e la psichiatria

Mente & cervello 110  – febbraio 2014 

M&C-110_febbraio_2014«Ma ancora oggi non esistono rimedi efficaci contro l’amore, e noi continuiamo a essere assolutamente indifesi di fronte ai suoi effetti» (S. Dieguez, p. 31). Che cos’è dunque la pozione che ogni volta ripete l’incanto che attirò senza scampo Tristano e Isotta dopo che ebbero casualmente bevuto dalla stessa coppa? Già la tradizione di questo mito distingue tra una versione per la quale i due erano reciprocamente indifferenti, e soltanto la chimica li spinse l’uno verso l’altra, e una diversa tradizione trobadorica secondo la quale «la pozione avrebbe unicamente l’effetto di rivelare e rafforzare un amore già presente in Tristano e Isotta» (34). Nella prima versione l’effetto svanisce dopo alcuni anni, nella seconda dura per sempre. In ogni caso l’amore sembra davvero -anche neurologicamente- «‘cieco’, perché gli affetti positivi non coinvolgono le aree responsabili della formazione dei giudizi sociali e impediscono la valutazione razionale e obiettiva della persona» (36). Un amore che in realtà nasce da noi, non soltanto come «riflesso della nostra tenerezza» (Proust) ma anche come capacità del corpo di produrre la pozione, il filtro magico che ci avvinghia, dopamina, ossitocina, endorfine: «La ‘sostanza’ dell’amore, nelle ricerche scientifiche, è prodotta dal corpo stesso. Il corpo sarebbe dunque, in qualche modo, un mago che incanta se stesso» (36).
Contrariamente a una convinzione assai diffusa, «la palma del romanticismo spetta agli uomini, più portati delle donne a una visione sentimentale dell’amore» e ciò per una ragione evolutiva che consiste nel fatto che mentre il maschio può affidarsi senza gravi conseguenze al desiderio e alla passione, «le donne hanno sempre dovuto essere prudenti nella scelta del partner e del padre dei loro figli» (P.E. Cicerone, 28). Maschi o femmine che si sia, nella sessualità domina un «primato della mente» che qualche volta impedisce  di arrivare all’orgasmo, ostacolato da un insieme densissimo di pensieri e di preoccupazioni, tra cui anche il dare e ricevere piacere. (K. Sukel, 45).
Non so in che modo l’amore compaia nella più recente versione -la quinta- del  DSM, il Manuale Diagnostico usato dagli psichiatri di tutto il mondo e sempre più caratterizzato da una visione onnipervasiva della malattia mentale. Contro l’invenzione delle malattie si intitola infatti l’intervista rilasciata da Allen Frances, direttore della precedente versione del manuale e ora decisamente (auto)critico verso ciò che definisce una vera e propria «inflazione diagnostica» (66), sempre più rivolta a «trattare farmacologicamente i normali problemi dell’esistenza» (69).  Frances afferma con chiarezza «che alcuni comportamenti fanno parte della natura umana. Non possiamo pretendere che le persone non siano più timide, tristi o arrabbiate. Le emozioni ci aiutano a sopravvivere, si dovrebbe intervenire solo quando la sofferenza diventa paralizzante e compromette il normale funzionamento della vita. Ma negli ultimi anni questa soglia è stata abbassata» (67). Un potere, quello della psichiatria, che si basa anche sulla capacità che la mente possiede di riplasmare semanticamente gli eventi e persino di inventare ricordi di fatti mai accaduti, come hanno dimostrato i lavori di Elizabeth Loftus. Le conseguenze in ambito giuridico -sulla plausibilità delle testimonianze oculari, ad esempio- sono consistenti e non devono farci dimenticare «che gli psicoterapeuti sono le persone che più facilmente possono manipolare i ricordi di un individuo, fino a portarlo ad accusare i propri familiari di crimini e molestie mai accadute» (D. Ovadia, 73).
Tale medicalizzazione della vita interiore è assai grave se si pensa che molti degli stati di inquietudine e di tormento affondano nella genetica. Le ricerche più recenti danno ragione ai lavori di Vincenzo Di Spazio, il quale da tempo sostiene che «anche un’esperienza negativa dei genitori può passare ai figli attraverso modifiche epigenetiche che lasciano un’impronta duratura. Numerosi studi hanno indicato che un trauma subito dai genitori può far sì che nei figli si manifestino disturbi di tipo depressivo» (A. Oliverio, 18). È un grande risultato, questo, che spiega meglio anche la Stimmung, la tonalità emotiva che percorre le nostre vite e che non dipende soltanto da quello che ci accade ma anche da un carattere che affonda negli eventi vissuti da coloro dai quali siamo germinati. Fuori dal nostro controllo dunque. Soltanto essendo consapevoli di tale potenza del tempo nei corpimente possiamo cercare di ridurne i più dolorosi effetti.

 

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