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Vivaldi / Proust

10 agosto 2021 –  EtnaMusa Festival 2021 – Contrada Musa/Difesa (Bronte)
Le Quattro Stagioni
di Antonio Vivaldi
Musicisti dell’Orchestra Sinfonica del Teatro Massimo «Bellini» di Catania

Una delle composizioni più celebri della musica barocca e della musica universale è risuonata tra la pietra lavica e gli ulivi di una grande tenuta ai piedi del vulcano che domina lo spazio della Difesa, contrada dove ho la fortuna di trascorrere parte dell’estate.
I sette musicisti dell’Orchestra Bellini -archi più un flauto traverso- diretti da Giulio Plotino hanno interpretato le Stagioni di Vivaldi facendone emergere la varietà e le sfumature che soltanto dal vivo possono davvero essere colte. Soprattutto le note profonde della viola e del violoncello hanno rappresentato ed espresso la tonalità inesorabile di questo capolavoro. Nulla può infatti opporsi all’andare del divenire e del tempo. Nulla.
Il succedersi delle stagioni si è singolarmente incarnato per me in un’esperienza non soltanto estetica ma integrale. L’esperienza narrata da Proust in occasione di un altro concerto, quello che chiude il Temps perdu come Temps retrouvé.
Ho infatti rivisto in una serata d’agosto amici e persone che non incontravo da molti anni, alcuni anche da venti o trenta. E lo stupore è nato sia da quello che vedevo sia da come Proust lo ha raccontato.
Professionisti una volta pieni di energia e le loro mogli diventati dei vecchietti quasi rattrappiti nella ridotta misura dei corpi, come se la morte inizi la propria opera di dissoluzione assai prima dell’ultimo respiro.
Giovani che erano stati atletici e asciutti e che ho visto espansi nello spazio della propria obesità.
Donne parenti tra di loro, delle quali ho ne ho riconosciuta soltanto una, nonostante i profondi mutamenti, e dell’altra mi sono chiesto a lungo chi fosse, prima di intuire la sua identità e meravigliarmene. L’antica bellezza, a guardare bene, era intatta ma come se appartenesse ora a un’altra persona. Impressionante.
Soprattutto straordinaria è stata l’identità, sì proprio identità, tra un uomo del quale ricordavo il padre e che adesso mi appariva esattamente il padre, a lui identico in ogni anfratto della guancia, degli occhi, delle mani, della postura.
Davvero ho visto la maschera della quale parla la Recherche, la maschera che si posa sui volti, rendendoli negli anni irriconoscibili o identificandoli con altri umani che più non sono ma che è come se nei loro figli fossero risorti. E insieme alle maschere il teatrino di marionette, «car on était obligé de les regarder en même temps qu’avec les yeux avec la mémoire, des poupées baignant dans les couleurs immatérielles des années, des poupées extériorisant le Temps, le Temps qui d’habitude n’est pas visible, pour le devenir cherche des corps et, partout où il les rencontre, s’en empare pour montrer sur eux sa lanterne magique»; «poiché si era costretti a guardarli sia con gli occhi sia con la memoria, un teatrino di marionette immerse nei colori immateriali degli anni, di marionette che esteriorizzavano il Tempo: il Tempo che, d’ordinario, non è visibile, che per diventar tale va in cerca di corpi e che, dovunque li incontra, se ne impossessa per mostrar su di loro la propria lanterna magica» (À la recherche du temps perdu, Gallimard 1999, p. 2307; trad. di Giorgio Caproni, Einaudi 1978, p. 258).
Naturalmente l’impressione che i miei antichi conoscenti hanno fatto su di me è stata identica a quella che io ho fatto su di loro. Ho ben notato che qualcuno faceva fatica a riconoscermi. Non il tempo ha agito su di noi, su di me, ma semplicemente noi siamo stati il tempo: «Ainsi change la figure des choses de ce monde ; ainsi le centre des empires, et le cadastre des fortunes, et la charte des situations, tout ce qui semblait définitif est-il perpétuellement remanié, et les yeux d’un homme qui a vécu peuvent-ils contempler le changement le plus complet là où justement il lui paraissait le plus impossible»; «Così muta l’aspetto delle cose di questo mondo; così il centro degli imperi e il catasto dei patrimoni e la mappa delle situazioni sociali, tutto ciò che sembrava definitivo viene incessantemente rimaneggiato, e gli occhi d’un uomo che ha vissuto possono contemplare il più completo sconvolgimento proprio là dove gli sembrava più impossibile» (À la recherche du temps perdu, p. 2379; trad. Caproni, p. 360).
In mezzo alla lava e agli ulivi ho ascoltato la musica di Vivaldi e insieme a essa ho visto la musica di Proust.

Antonio Vivaldi
Il cimento dell’armonia e dell’inventione
Concerto Nº 4 in Fa minore, opera 8, RV 297 (L’inverno)
1 Allegro non molto (in Fa minore)

Versione su Spotify (Luka Šulič, Archi dell’Accademia di Santa Cecilia)

Versione video (Luka Šulič, Orchestra della Fondazione Teatro Lirico «Giuseppe Verdi» di Trieste)

[L’immagine di apertura è di Giuliana Sammartino]

Presente

The Father
di Florian Zeller
Gran Bretagna, 2020
Con: Anthony Hopkins (Anthony), Olivia Colman (Anne), Imoges Poots (Laure)
Trailer del film
Trailer in lingua originale

La memoria, ripetiamolo ancora una volta, è l’identità di un essere vivente: memoria genetica (DNA), memoria storica, memoria esistenziale. Condizione della salute mentale è la danza della memoria e dell’oblio: dimenticare molto per ricordare l’essenziale. Ricordare significa esserci, pensare, vivere.
Che cosa accade quando la memoria di un umano comincia a ballare da sola, a traballare nell’incertezza dei volti, dei luoghi, degli istanti? Si può riuscire a entrare nel corpomente che comincia a smarrire i ricordi che lo rendono quel corpomente lì e non una cosa, non altro, non un altro? Si può farlo mediante strumenti che non siano i segni asettici di un elettroencefalogramma, della TAC, della PET, della risonanza magnetica, di analoghe, utili ma rozze e approssimative misurazioni? È quanto riesce a fare The Father.
Il corpomente di Anthony vede la figlia Anne e al successivo ingresso non la riconosce più; chiede al marito della figlia come sia entrato a casa sua, chi sia, che cosa vuole e lui risponde che si trova a casa propria e l’ospite è Anthony; confonde il volto dell’ennesima badante con il volto di Lucy, l’altra figlia che non vede da mesi ma che forse non può vedere; accusa Anne di volergli sottrarre la casa che ha acquistato e dove abita da decenni e poi però la ringrazia per la cura che si prende di lui; in ogni caso non è chiaro se Anne sia sposata, separata, se voglia continuare a vivere a Londra o per amore trasferirsi a Parigi, «un posto dove neppure parlano inglese». E, in tutto questo, corridoi che si trasformano, porte che si aprono verso luoghi imprevedibili, il conforto della musica ascoltata mediante cuffie, l’ossessione dell’orologio da polso continuamente perduto, nascosto, ritrovato. Orologio del quale Anthony è sicuro di essere stato derubato dalla precedente badante, che per questo ha insultato e costretto ad andarsene e che invece si trova nel consueto nascondiglio, la cui posizione però Anthony ha dimenticato. Orologio che costituisce naturalmente la metafora più evidente e più cruda della dissoluzione della persona, poiché quando il tempo comincia a dissolversi è la sostanza temporale del corpomente a mancare. In un drammatico e memorabile dialogo con colui che forse è il genero, Anthony chiede continuamente informazioni sull’orologio che costui porta al polso, e lo fa mentre l’interlocutore tenta vanamente di descrivergli la situazione nella quale per responsabilità di Anthony lui e Anne si trovano. Orologio e tempo che ritornano alla fine, quando Anthony vorrebbe ricevere la visita della madre. La madre che gli vuole bene, la madre tra le cui braccia vorrebbe piangere.
Visto e ascoltato in lingua originale, come ho avuto la fortuna di poter fare, il corpomente di Anthony, dell’attore Anthony Hopkins (la sua voce, i silenzi, gli intervalli, gli sguardi), trasmette in modo totale il tramonto della persona che definiamo morbo di Alzheimer e la cui radice è probabilmente e semplicemente l’invecchiamento medio della popolazione umana. Le nostre cellule infatti, le nostre persone, sono programmate per una durata più breve rispetto a quella che gli avanzamenti delle tecnologie mediche consentono oggi in media di raggiungere. Forse una sessantina d’anni. Rimanere lucidi e autoconsapevoli dopo quest’età è probabilmente un dono, è un presente.

Identità e memoria

«Devo ricordare»
in Vita pensata, n. 24, marzo 2021, pagine 66-67

Il ricordare non somiglia a una fotografia, immagine statica sempre identica a se stessa e che può solo sbiadire, ma a un film ininterrottamente montato e rimontato, somiglia a delle scene che cambiano di continuo collocazione in relazione alle altre scene che si aggiungono, che vengono scartate, che interagiscono con quelle già girate, somiglia a un palinsesto continuamente riscritto.
La memoria si stratifica nel corpo, nelle sue sensazioni, umiliazioni, difficoltà, piaceri, estasi. La memoria intesse la mente sino a costituirla come forza, identità, facoltà di azione, presa sul mondo e dominio della sua complessità. Non una struttura ma una funzione che consente ai ricordi di non rimanere chiusi da qualche parte nell’encefalo ma di accadere di continuo nell’intera corporeità, nel tempo che si distende e che ci rende consapevolmente vivi.

[Nell’immagine il Grande Cretto di Alberto Burri, che ha ricoperto le macerie di Gibellina]

Orge

Non dimenticare nulla è una patologia. Lo sa il Funes del racconto di Borges, lo sa bene la neurobiologia, lo sa Nietzsche con il suo folgorante «Per ogni agire ci vuole oblio» (Sull’utilità e il danno della storia per la vita, § 1, in «Opere» III/1, Adelphi1976, p. 264). Sia le vite individuali sia quelle collettive devono dimenticare per poter vivere ancora, per lasciarsi alle spalle il male. E invece l’Europa si immerge sempre più in orge della memoria, in giornate della condanna che sono anch’esse un chiaro segnale nichilistico, qualunque esperienza si ricordi e si condanni: lager, foibe, colonialismi, mafie e altro.
Una pervasiva orgia della comunicazione è in realtà comunicazione del nulla: «Gli individui avranno certo mezzi di comunicazione sempre più sofisticati. Ma non avranno più nulla da dire. Senza vita interiore non si ha più nulla da scambiare con gli altri. Si entra in un universo di zombie privi di intelligenza» (Michel Houellebecq in un’intervista, al solito preveggente, del 1996 a Immédiatement). I venticinque anni che sono trascorsi da questa dichiarazione la confermano. Nonostante i suoi chiari e fecondi vantaggi nella consultazione, nel lavoro di scrittura, nel reperimento di informazioni, Internet è anche e soprattutto un luogo di volgarità linguistiche, pensieri balbettanti, sistematica schedatura.
L’orgia da Social Network sta toccando uno dei suoi vertici nella sottomissione a poteri non soltanto autoritari ma anche del tutto incapaci e spesso maliziosi. Nella gestione politico-amministrativa-sanitaria dell’epidemia da Sars2, infatti, «i pubblici poteri hanno miseramente fallito in tutti i campi: mascherine, test, vaccini. Non c’è un solo errore che abbiano mancato!» (Alain De Benoist, Diorama Letterario, n. 360, Marzo-Aprile 2021, p. 6) e tuttavia dai Social si alzano o miopi e conformisti elogi oppure insulti pregiudiziali, in relazione al colore partitico di tali poteri, criterio che dovrebbe invece non contare nulla in un dramma come quello che stiamo vivendo.
Il dramma è anche e soprattutto l’orgia autoritaria che come un’ondata devastante sta sommergendo le società illuministe, progressiste, libere.
Tale ondata è stata ben descritta dal politologo Carlo Galli già in un intervento del 29 aprile 2020:

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«La sovranità è regolatrice, in uno spazio determinato, perché ha inizio dal “non-ordine”, perché ha davanti a sé una materia, i cittadini, omogenea e indifferenziata, infinitamente plastica, che può essere ordinata e disordinata in mille mutevoli differenze, con molteplici classificazioni, in infiniti sbarramenti e infinite aperture. Questo legare e slegare, questo “far ordine nel fare disordine”, e viceversa, è l’opera della decisione sovrana. […]

Nel lessico della bio-politica orientata verso la tanato-politica, la sovranità regna su una società incapace di sostenersi, una società malata, contagiata, priva di forma propria e soggetta all’azione politica decidente che separa i sani dai malati. Alcuni fa vivere, altri lascia morire: arbitrariamente, nel senso che le ragioni di questa decisione non esistono – la decisione in senso proprio è l’assenza di ragioni, anche se viene implementata attraverso dispositivi tecnici razionali –. Sanità e malattia sono collegate dall’eccezione, come ordine e disordine. […]

Il mondo liberale – i politici liberali –, sobriamente e prosaicamente, senza pathos e semmai con qualche lacrima sentimentale d’accompagnamento mediatico, pratica il caso d’eccezione. Nulla di sanguinoso: il cataclisma, la quasi-sospensione della costituzione, la pesante limitazione dei diritti costituzionali che stiamo vivendo – il lockdown –, sono il risultato di un’ordinanza commissariale implementata con un dpcm e legittimata da una legge ordinaria (il Codice della protezione civile) nonché da una interpretazione gerarchica dei diritti costituzionalmente riconosciuti. L’eccezione è già contenuta nella catena delle norme, con qualche forzatura ma senza che l’ordinamento sia apertamente e solennemente scardinato. L’uguaglianza davanti alla legge viene oggi utilizzata per classificare, per etichettare, per creare casi e sotto-casi, categorie e peculiarità: ammalati, portatori sani, guariti ancora infetti, critici, sub-critici, immuni – tipologie differenti che danno diritto a differenti accessi alle cure, e che generano differenti doveri di controllo e di autocontrollo –. Sempre nuovi perimetri spaziali vengono imposti: l’abitazione, il comune di residenza, i duecento metri dalla residenza, il metro e mezzo dalle altre persone; e poi i limiti regionali, e poi i confini nazionali. Su queste basi sono previsti controlli elettronici, internamenti, confinamenti, esclusioni, discriminazioni, concessioni di salvacondotti per età, per professione, per territorio. Le deroghe al blocco fisico delle persone – ai loro distanziamenti cui fanno da pendant i forzosi avvicinamenti (ricoveri) – sono legate a infiniti casi di necessità, a cause e motivazioni tanto fantasiose quanto incerte quanto arbitrariamente valutabili dai tutori dell’ordine (e dagli avvocati, che in un simile pandemonio sono perfettamente a casa propria): ne è un esempio fra l’assurdo e il grottesco la difficoltà di definire giuridicamente i “congiunti”, i “parenti”, gli “affini”, con cui ci si può incontrare, senza peraltro dar luogo ad assembramenti; o il numero massimo di quindici persone ai funerali.
La più minuziosa casistica, il massimo di ordine artificiale, imposto per decreto, si rovescia in un turbinio di disordine reale, si sfrangia in infinite fattispecie. […]

Tutto ciò non deve essere confuso con la disorganizzazione, con la disfunzionalità. Queste sono esiti delle debolezze pratiche del nostro Paese, in termini di efficienza amministrativa – debolezze moltiplicate dall’ordinamento regionale che consente disparità assai marcate –. No: il disordine, il pullulare di eccezioni, è contenuto nei dispositivi ordinativi, nelle norme stesse. […]

Per eliminare le accuse di negazionismo va detto che l’epidemia esiste, non è un effetto ottico; ciò che interessa sono gli effetti politici prodotti dalla sua gestione, dalla sua trasformazione in caso d’eccezione –. E si noti che questa trasformazione non è necessariamente dettata da volontà malevola dei governanti: piuttosto, è nel DNA della sovranità; che non sempre opera attraverso il caso d’eccezione, ma che sempre può farlo. Gli anti-sovranisti al governo non si sono accorti, o non lo vogliono ammettere, di avere attivato le logiche sovrane più radicali. […]

Ciò significa, oggi, cittadini ridotti a corpi, governati e gerarchizzati in nome della sanità, da una politica che si legittima attraverso la scienza. […]

La vita come assoluto è una vita sciolta da legami, povera, estenuata, irrelata. Quasi tutte le funzioni vitali non biologiche sono sospese, o sostituite dal virtuale, rappresentate nell’elettronica. Se la vita biologica del singolo è l’ultima istanza – analogo funzionale di Dio –, allora è autoreferenziale; è questo il motivo per cui si presta a essere virtualizzata. Il passo dal biologico all’elettronico è breve: c’è una affinità fra queste due forme di mancanza di concretezza storica e relazionale, di deficit di vita vera (il legame attraverso il virtuale non è, evidentemente, un legame ma una semplice comunicazione).
Le legittimazioni narrative, le mediazioni discorsive, a loro volta, hanno agito su due fronti, entrambi centrati sull’assioma che il summum bonum sia la nuda vita. Il primo è la paura, di cui i media si sono fatti accorti promotori – perché si depositasse nelle menti, e generasse angoscia ma non panico (che il potere politico non saprebbe fronteggiare) –; senza l’incombente presenza della paura l’infinita serie di limitazioni e vincoli non sarebbe sopportabile. Una paura che ha ulteriormente allentato il legame sociale: ognuno ha imparato a guardare con sospetto ogni altro, a temere tutti. A stigmatizzare i non-conformi, i nuovi untori (dal runner al pensionato indisciplinato), e ad assistere, in tv, alla caccia all’uomo con elicotteri e droni.
Il secondo fronte legittimante è la scienza. A differenza di quanto si crede, il mood fondamentale delle nostre società non è l’antiscientismo, che pure esiste, ma il culto della scienza come tecnica quasi magica, capace di risolvere ogni problema. Presentata dalla politica e dai media come il vero culto del vero Dio, come la via per la salvezza biologica individuale e collettiva, la scienza finora non ha saputo vincere la battaglia contro il virus – il lockdown è una dimostrazione di impotenza. […]

L’effetto dell’eccezione è, lo vediamo, una nuova normalizzazione, una nuova normalità. È rafforzato l’effetto di adesione conformistica alle pratiche e alle parole d’ordine dell’esecutivo: in tempo di crisi, non si può discutere ma si deve obbedire, remare concordi; l’imperativo della salus populi delegittima ogni dialettica – e ciò viene fatto valere per l’ambito sanitario, ma anche in relazione ai rapporti economici e finanziari con la Ue –. Un riflesso d’ordine, un effetto di neutralizzazione, che non è concordia civile né empatia sociale: è, semmai, un forzato affidarsi al potere. Passerà, quando ai cittadini verrà presentato il conto economico della pandemia; ma intanto c’è. […]

E l’effetto è che l’emergenza viene prolungata, resa permanente. Contro la volontà di vita che pervade il corpo sociale, contro il desiderio diffuso di tornare a quella che a tutti appare come la normalità pre-crisi (il fattore psicologico, qui, prevale comprensibilmente sui dati strutturali), continuamente si levano moniti di scienziati e di politici (con pochissime isolate eccezioni) che indicano il dovere di “cambiare stile di vita”, di imparare a “convivere col virus”, di “non abbassare la guardia”: la paura deve sedimentarsi nel corpo sociale, deve indurre a nuova obbedienza, a nuova introiezione di disciplina, a nuova sottomissione – in un contesto reso sempre più disordinato da sempre nuovi ordini –. La compressione dei diritti diviene così nuova normalità, legittimata dalla razionalità scientifica e da una misurata inoculazione della paura. Distanziamento personale, mascherine, impoverimento della vita sociale, tele-lavoro e tele-didattica, devono proseguire: almeno fino a che il vaccino sarà pronto (se mai lo sarà). […]

Questo non è un rovesciamento, ma un potenziamento delle logiche della politica moderna: l’eccezione celata originariamente nelle viscere del Leviatano si fa ora palese; il grande animale marino ora la esibisce, la insegue per nutrirsene. Finché c’è eccezione c’è vita: la sua. Il fine è sempre lo stesso: l’obbedienza in cambio della sicurezza; prima, della sicurezza già raggiunta, nell’ordine artificiale; oggi, della sicurezza da raggiungere, nella mobilitazione perenne. […]

Al momento, sono le esigenze della produzione (non certo i “diritti”) a fare argine al potere sovrano; esigenze che richiedono l’allentamento di alcuni dei vincoli ora vigenti. Un nuovo equilibrio fra prestazione ed eccezione si troverà, a spese dei soggetti, dei cittadini: per i quali il ritorno al lavoro sarà paradossalmente una liberazione, e l’obbedienza a obblighi sempre nuovi un giusto prezzo da pagare al combinato disposto dell’epidemia, della ricostruzione e dell’indebitamento col Mes; la libertà sarà “condizionata”, e la spontaneità una concessione. Donne e uomini saranno più sottomessi, più disciplinati davanti ai regimi di eccezione che via via normalizzeranno, in nuovi ordini sempre più bizzarri, il susseguirsi di emergenze di ogni tipo. […]

La dilatazione dell’eccezione significa quindi che tutto deve cambiare perché tutto resti com’è. Anziché essere l’irruzione del nuovo, l’eccezione è il banco di prova della resilienza del sistema – a spese delle libertà dei cittadini, a cui si chiede un’obbedienza nuova, che conferma le vecchie –. Una continuità al ribasso, quindi, in cui al capitalismo di controllo (quello dei big data, privatistico) si affianca lo Stato di sicurezza (la funzione pubblica), in una mescolanza zoppicante e aporetica, in un ordine disordinato, affollato di eccezioni, anomico.
Naturalmente, anche se la pandemia e la sua gestione hanno disvelato e accelerato processi e strutture, non è del tutto irrealistico pensare che dai molti squilibri che stanno profilandosi all’orizzonte possa emergere un imprevisto: la voglia di libertà di una società stanca di vivere dissolta, e pronta a stringere legami significativi sulla base della vita concreta e delle sue reali difficoltà, non della paura, né della nuda vita né della vita virtuale. Un evento eccezionale, e insieme una pulsione alla normalità, che, per una volta, sarebbero non una coazione a ripetere ma un soffio autentico di novità».

(Epidemia tra norma ed eccezione, in «Diario della crisi – Istituto Italiano per gli Studi Filosofici» – Pdf integrale dell’articolo)
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Un’analisi, questa di Carlo Galli, esemplare, densa di intelligenza, disincanto e apertura in ogni caso a un futuro diverso, nonostante l’orgia decisionista e sovranista del presente, nonostante lo stato d’eccezione.
Gli strumenti attuali di sorveglianza e controllo, i pervasivi dispositivi foucaultiani che ci attraversano, sono di una efficacia che i vecchi totalitarismi del Novecento sognavano senza poterla realizzare. Alla loro base, alla base della nuda vita, del controllo e dell’eccezione, c’è l’impulso a far vincere l’Identità rispetto alla Differenza, l’Uno rispetto al molteplice, a far vincere il Leviatano al quale accenna Galli.
Un’Identità fondata sul Terrore e che «porterebbe gli uomini a sacrificare la loro libertà al Leviatano. Con la pandemia, la fuga assoluta davanti alla morte conduce allo stesso risultato, con il rischio di avere solo una vita mutilata, posta sotto una perpetua sorveglianza. La dittatura sanitaria dello Stato materno e terapeutico, quello che ci dice come bisogna soffiarsi il naso ed abbracciarsi, è il nuovo Leviatano. Si appoggia a ‘la scienza’ e ci propone la sua tecnologia. Anch’esso è un Titano. […] Per il momento, il mondo titanico estende ovunque le sue metastasi. Il caos sale» (de Benoist, DL 360, p. 4).

[Una versione leggermente ridotta dell’articolo è uscita su Corpi & politica e su girodivite.it]

 

Droni

Oblivion
di Joseph Kosinski
USA, 2013
Con: Tom Cruise (Jack Harper), Andrea Riseborough (Victoria), Olga Kurylenko (Giulia), Morgan Freeman (Malcolm Beech), Melissa Leo (Sally)
Trailer del film

L’idea, come spesso accade, era buona: coniugare apocalissi, fantascienza planetaria, intelligenze artificiali e memoria biologica.
Nel 2077 infatti la Terra è ridotta in gran parte a un deserto a causa della guerra scatenata da alcuni alieni, i quali distruggendo la Luna hanno prodotto immense catastrofi. Gli umani «hanno vinto la guerra ma hanno perduto la Terra». I pochi rimasti sono emigrati su Titano, il più grande satellite di Saturno. Sulla Terra è rimasta solo una coppia, che abita in una elegante struttura sospesa tra cielo e terra. Lui ha il compito di controllare e riparare i droni che proteggono delle enormi idrovore che succhiano l’acqua rimasta negli oceani, allo scopo di rifornire Titano. Proteggere le idrovore dagli alieni che si muovono di notte per distruggere droni e idrovore.
Un giorno cade sulla Terra un’astronave di vecchia fattura, dentro la quale alcuni umani erano stati ibernati in attesa del risveglio una sessantina d’anni prima, quindi proprio all’epoca della guerra (il 2017). Una sola astronauta si salva e da quel momento la faccenda si complica di molto sino a uno svelamento che rimescola buoni, cattivi, intelligenze artificiali, macchine. La confusione si spinge sino a un minestrone non soltanto ovviamente implausibile in ogni suo dettaglio, a cominciare da quelli tecnico-scientifici, ma anche in ogni suo sviluppo, sino a un happy end tanto insensato quanto posticcio.
Nato da un fumetto (o graphic novel) dello stesso regista, ma anche avendo come modello sia 2001. Odissea nello spazio (!), sia Il pianeta delle scimmie, il film cede alla pura spettacolarizzazione degli scontri armati, degli inseguimenti, della contrapposizione tra il design raffinatissimo (una piscina con vista sulla Terra merita certo un bagno) e le grotte dove si sono rifugiati gli ultimi…cosa?
La centralità della memoria individuale e collettiva avrebbe invece potuto rappresentare un nucleo narrativo ben più corposo, profondo e originale. Ma è chiaro che non era questo l’obiettivo. L’idea, come spesso accade, era buona: coniugare apocalissi, fantascienza planetaria e memoria umana.
O questo l’avevo già scritto? Ah, la memoria…

Il tempo

La Jetée
di Chris Marker
Francia, 1963
Con: Davos Hanich, Hélène Chatelain, Jacques Ledoux
Trailer del film

La jetée è il ‘molo’ dell’aeroporto di Paris-Orly dal quale nei giorni di festa le persone si dilettano a vedere gli aerei partire (questo accadeva negli anni Sessanta, ora gli aeroporti sono luoghi militarizzati, inaccessibili a chi non vola). Mentre tutto sembra tranquillo, un uomo cade. Assiste alla scena un bambino che non comprende che cosa stia accadendo ma di quella scena ricorda la bellezza, il viso, la sorpresa di una donna. Molti anni dopo si è consumata una guerra nucleare, Parigi è distrutta, i sopravvissuti vivono nel sottosuolo. Alcuni di loro svolgono sui prigionieri degli esperimenti volti a trovare dei ‘cunicoli temporali’ che attraverso la psiche permettano di fuggire dal presente invivibile verso il passato di pace o il futuro di rinascita.
Il bambino del molo, ora adulto, è una cavia ideale perché ossessivamente concentrato su quel momento della sua infanzia e sul ricordo di quella donna. Ritorna quest’uomo infatti nel passato, riconosce la donna, la frequenta, lei sempre giovane e lui ormai adulto; una domenica la incontra su quella terrazza dell’aeroporto dove la vicenda ebbe inizio. Il cerchio della vita e degli eventi si stringe nella inevitabilità dell’accadere, nella dinamica profonda della memoria, nella struttura ritornante e implacabile della materiatempo.
Un film breve -mezz’ora circa-, che non è un film ma una sorta di cineromanzo dentro un bianco e nero angosciante e splendente. E che però è un film per la densità della narrazione, la forza della voce che descrive l’accadere, la potenza formale della tragedia che è l’esserci, il desiderare, il morire, il ritornare e poi ancora l’esserci, il desiderare, il morire, il ritornare.
Una guerra è questo mondo, πόλεμος πάντων μὲν πατήρ ἐστι (Eraclito), il cui Signore è il tempo. La guerra mirabile della materia cosmica che si condensa, diventa stelle, si raffredda in pianeti, si evolve esplodendo e lanciando la propria energia nello spaziotempo, ritornando così a essere polvere che si addensa a formare nuove stelle e le galassie che le raccolgono, si formano, si dissolvono e si riformano, per sempre.
Una meraviglia, la cui unica nota stonata è la sofferenza che chiamiamo ζωή, vita. Ma è talmente insignificante da non dovercene davvero preoccupare. Nell’αἰών, negli eoni del tempo infinito, a dominare è la luce, che è una cosa sola con l’energia e con la materia, che è la materia.

[L’immagine raffigura la Nebulosa Messier 27 (Dumbell Nebula)]

Materiatempo

Questo mese non presento un libro ma una voce tratta da quella fonte ricchissima di conoscenza, non sempre apprezzata come merita, che è l’Enciclopedia Einaudi. Opera pubblicata alcuni decenni fa ma dalla struttura fortemente innovativa, un’opera critica che ha ancora molto da insegnare. La voce che presento è stata redatta da Francesco Guerra e analizza due concetti -reversibilità e irreversibilità– fondamentali per ogni epistemologia e filosofia del tempo.

Francesco Guerra
Reversibilità / Irreversibilità
in Enciclopedia Einaudi
vol. 11, «Prodotti-Ricchezza»
Einaudi, 1980
Pagine 1066-1106

Un mondo «elementare» è quello nel quale è possibile la reversibilità della struttura temporale. Ed è soprattutto un mondo virtuale, formale, matematico. A questo tipo di mondo – evidentemente soltanto concettuale – si riferiscono infatti le leggi della dinamica, invarianti per inversione temporale. Appena la materia, il suo essere il suo ordinarsi il suo operare, divengono di pochissimo più complessi, tali leggi non valgono più. Questa voce dell’Enciclopedia lo dimostra in modo evidente proprio per la sua neutralità epistemologica. Basta infatti descrivere la realtà per come si dà nella materia formata e non nella materia pura delle leggi matematiche per comprendere che 

per tutti i processi fisici macroscopici irreversibili, come quelli legati ai fenomeni di attrito, di viscosità, di diffusione, di conduzione del calore, ecc., le corrispondenti leggi fenomenologiche non sono invarianti per inversione temporale. Così per esempio, l’attrito e la viscosità si oppongono sempre al moto dei corpi e al flusso dei fluidi e mai li agevolano, le sostanze in soluzione diffondono spontaneamente dalle zone a concentrazione più alta  verso quelle dove la concentrazione è più bassa e mai viceversa, se si pongono a contatto corpi a temperatura più alta verso quello a temperatura più bassa, mentre non accade mai che il corpo a temperatura più bassa si raffreddi ulteriormente cedendo spontaneamente calore a quello a temperatura più alta. Pertanto una ben definita unidirezionalità temporale può essere associata a tutti i processi macroscopici che coinvolgono fenomeni dissipativi (p. 1068).

Legata fortemente alla struttura della materiatempo è una misura che riguarda l’energia e le sue trasformazioni: l’entropia. Essa indica la misura delle trasformazioni spontanee che si verificano nella quantità di energia dentro un sistema sottoposto a un cambiamento termodinamico: temperatura, pressione, volume. L’entropia indica quindi l’aumento del disordine molecolare dentro un sistema chiuso. I cambiamenti entropici sono irreversibili (le molecole del caffè e quelle del latte una volta mescolate in un’unica tazza non torneranno mai al loro stato iniziale di separazione) e fanno del tempo non soltanto una funzione della mente ma anche e soprattutto una struttura della materia. L’unidirezionalità temporale è infatti

in ultima analisi connessa con una importante legge fisica, di validità generale, nota come legge di accrescimento dell’entropia, che può essere posta alla base del secondo principio della termodinamica. […] Anche i processi che avvengono nel nostro organismo, in particolare quello di memorizzazione, sono associati a un inevitabile incremento dell’entropia (Ibidem).

La memoria, certo, ma direi soprattutto i processi che chiamiamo invecchiamento e morire.

Si ha quindi in definitiva che la legge di accrescimento dell’entropia, in quanto legge fisica generale che traduce l’irreversibilità dei processi macroscopici, induce una differenza qualitativa tra eventi passati ed eventi futuri, che viene da noi interpretata come flusso direzionale irreversibile del tempo stesso. Si viene così a riconoscere che in ultima istanza il secondo principio della termodinamica, con la sua legge di accrescimento dell’entropia, deve essere considerato alla base della nostra concezione psicologica ed empirica del carattere irreversibile del tempo e quindi del concetto stesso generale di tempo anche nelle sue implicazioni storiche e filosofiche (Ibidem).

Se il primo principio della termodinamica afferma che in tutti i processi che avvengono in natura l’energia viene conservata, il secondo principio chiarisce e delimita il primo nelle possibilità e nella realtà delle trasformazioni. Tale principio

può essere basato o sulla trasformazione di Clausius, secondo cui non è possibile realizzare dispositivi in grado di trasferire calore da un corpo più freddo a un corpo più caldo senza che altri effetti siano prodotti, oppure dalla formulazione di Thompson (Lord Kelvin), secondo cui è impossibile costruire un perpetuum mobile di seconda specie, cioè un dispositivo che, funzionando in maniera ciclica, produca come unico effetto la trasformazione del calore estratto da una sola sorgente completamente in lavoro. Non è difficile mostrare l’equivalenza delle due formulazioni. Anche qui si osservi che, per esempio, la formulazione di Clausius, secondo cui non è possibile che il calore fluisca spontaneamente da un corpo più freddo a uno più caldo, introduce ancora una sostanziale irreversibilità nella descrizione temporale dei fenomeni (1075).

Proprio a causa della struttura dissipativa della materia e dell’energia, durante i processi di trasformazione da uno stato di equilibrio a un altro l’entropia non può diminuire ma può soltanto crescere oppure, quando non sono in atto processi, rimanere stazionaria.
Il divenire, il calore – e dunque l’energia -, l’irreversibilità sono strettamente collegati tra di loro. Si potrebbe dire che costituiscono la natura stessa, la struttura profonda del reale. Il ‘principio zero’ della termodinamica può infatti essere enunciato in questo modo: «Se due sistemi separatamente in equilibrio, isolati adiabaticamente dall’esterno (tali cioè che non possono scambiare calore con l’esterno), sono posti in contatto termico, allora i loro stati di equilibrio non sono alterati, e il sistema totale si trova in uno stato di equilibrio, solo se i sistemi iniziali hanno la stessa temperatura» (1074).
Un conflitto così grave tra le strutture reversibili delle leggi elementari microscopiche del moto e quelle irreversibili dei processi macroscopici dissipativi ha indotto molti fisici a cercare una soluzione che possa salvare entrambe le prospettive. A partire dall’opera fondamentale di Ludwig Boltzmann (1844-1906) la soluzione è stata individuata nel concetto di probabilità. Un concetto di carattere statistico per il quale i principi della termodinamica «non hanno validità assoluta e illimitata ma devono essere intesi come validi con altrettanta probabilità» (1069). In sintesi: «La reversibilità microscopica porta quindi ad un’altamente probabile irreversibilità macroscopica» (1095).
Domanda: ma che cosa c’è di così certo – e non di probabile – nel mondo come il semplicissimo fatto che un bicchiere andato in frantumi non si ricomporrà mai spontaneamente? Niente. E questo banale esempio si potrebbe naturalmente moltiplicare in una serie innumerevole di fenomeni e di eventi. Ma la legge di ricorrenza di Poincaré sostiene che basta aspettare. Vediamo: aspettare quanto? La risposta c’è e la si può formulare a partire appunto da Boltzmann e Poincaré:

È però importante notare che il tempo di ricorrenza nel caso di concreti sistemi termodinamici può essere estremamente lungo. Per esempio Boltzmann prese in considerazione un centimetro cubo di gas in condizioni normali di pressione e temperatura e valutò che il tempo che occorrerebbe attendere in media perché tutti gli atomi riprendano le loro posizioni iniziali, a meno di errori dell’ordine di un milionesimo di millimetro, e le loro velocità iniziali, a meno di errori dell’ordine di un metro al secondo, è dell’ordine di 1010 19 anni! (1093).

Il grassetto è mio e intende evidenziare l’enormità di un tempo inimmaginabile per un solo centimetro cubo di gas. E per l’intero universo, finito o infinito che lo si concepisca? Che cosa può diventare quel quel 1010 19 anni? Ecco, se la probabilità puramente matematica può diventare certezza empirica assoluta, questo è il caso.
Tali risultati confermano quanto Ilya Prigogine (Premio Nobel per la chimica nel 1977) e Isabelle Stengers scrivono nella voce «Semplice/complesso» di questa stessa Enciclopedia a proposito della questione fondamentale: il tempo.

In meccanica quantistica come in dinamica classica, il fascino della semplicità ha indotto più di uno studioso a fare dell’irreversibilità o della riduzione della funzione d’onda un’approssimazione in rapporto all’evoluzione reversibile.
La negazione del carattere fondamentalmente irreversibile delle evoluzioni fisiche si basa sull’esempio di sistemi idealmente semplici come la traiettoria dei pianeti o il pendolo perfetto, e costituisce l’esempio limite del disprezzo della fisica per l’insieme dei saperi che costituiscono la trama stessa dei saperi con i quali essa coesiste. […] Il fascino del semplice trascina al movimento assurdo del barone di Münchhausen che tenta di uscire da una palude tirandosi per i lacci dei suoi stivali. […]
Per poter porre la questione del tempo a partire da un formalismo che riconosce soltanto la possibilità di evoluzioni reversibili, è stato necessario smettere di considerare rappresentativi i sistemi semplici ai quali il formalismo è adatto, considerarli al contrario casi degeneri, casi eccezionali per i quali certe semplificazioni sono legittime – il dimenticarsi certe distinzioni che ci si permetteva ‘senza nemmeno pensarci’ – e cercare il limite di queste semplificazioni (vol. 12, pp. 725-726).

La consapevolezza che la reversibilità è soltanto un caso particolare della universale irreversibilità intrinseca alla struttura, al movimento, alla direzione della materia, è uno dei risultati fondamentali e fecondi delle scienze della complessità, tra le quali in primo luogo la termodinamica.
In conclusione: il concetto di reversibilità è valido per alcune esperienze apparentemente ricorrenti nelle stesse forme, per il resto è una pura costruzione matematica che in natura non corrisponde a nulla. La ragione è che anche le sfere (ad esempio quelle planetarie e stellari) che le leggi della dinamica immaginano reversibili nel loro moto, anch’esse si usurano per il loro andare e venire in una realtà materica e non soltanto formale, anch’esse sono soggette a processi dissipativi e quindi non torneranno mai esattamente come erano nel processo precedente ma sempre un poco modificate. Vale per le sfere del biliardo, vale per i pianeti e per le stelle, che infatti pur nel loro meraviglioso ordine matematico del moto sono destinate a spegnersi e a dissolversi.
Sostenere che l’irreversibilità è in termini matematici solo altamente probabile, e che quindi il tempo e la sua freccia non sono realtà assolute, è il più grande tributo della mente umana e di parte della fisica moderna all’ontologia matematizzante di Pitagora e di Platone. Ma è un errore.

[La foto raffigura il cosiddetto triangolo estivo, formato da tre magnifiche stelle: Vega in alto, Deneb a sinistra e Altair a destra; sullo sfondo alcune nebulose della Via Lattea]