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Trame / Palazzi

Tutta l’operazione che Napolitano ora descrive in termini così paludati ebbe in realtà come effetto di salvare Berlusconi dalle elezioni nel novembre 2011, elezioni che lo avrebbero annientato (la Spagna -che si trovava in una situazione analoga- andò a votare e non si verificò alcuna catastrofe).
Ora accade ciò che sempre si verifica all’interno delle bande quando la tensione supera una determinata soglia e non si riesce più ad accontentare le aspirazioni di tutti, vale a dire una guerra interna tra capi e fazioni: il rancore di Monti per essere stato estromesso da tutto, la vendetta di Prodi per la mancata elezione alla presidenza, scalate interne in Confindustria (le scelte del Corriere della sera sono in questo un segnale infallibile), la perenne guerra civile dentro il Partito Democratico, la corsa dentro Forza Italia a mostrarsi più oltranzisti del capo supremo e così elencando, con al centro sempre un Quirinale che con la sua arroganza e permanenza ha distrutto gli equilibri istituzionali e reso la democrazia italiana una caricatura delle corti monarchiche.
Che gli effetti della sua azione piacciano o non piacciano rispetto alle personali convinzioni politiche di ciascuno, in ogni caso l’attuale presidente è andato assolutamente oltre le competenze e i limiti che la Costituzione assegna a questa carica. Ha quindi infranto la legge fondamentale della Repubblica. In ciò consiste il tradimento. Per questo se ne deve andare.

 

Il Partito Unico

E così tutto è compiuto. Il sogno della fazione di destra del Partito Comunista Italiano -ricondurre una forza anticapitalista dentro l’alveo di un’Europa subordinata agli Stati Uniti d’America- si è realizzato al di là delle stesse speranze di colui che ha tenacemente operato per decenni in questa direzione: Giorgio Napolitano. Passato dallo stalinismo all’ultraliberismo, costui ha mantenuto costante il nucleo autoritario che lo ha sempre ispirato, sino a negare ora apertamente i tre capisaldi di qualunque democrazia degna di tale nome: la distinzione tra maggioranza e opposizione, la divisione dei poteri, l’informazione come strumento di critica dell’azione politica.

Contro la fisiologica e necessaria dialettica parlamentare tra governo e opposizione, Napolitano esorta da anni alla formazione di una maggioranza che si estenda a tutte le forze politiche, ha promosso un’unità intessuta di complicità, di interessi personali, di reciproci ricatti. Quando si poteva cancellare l’anomalia criminale del berlusconismo -nel novembre del 2011- sciogliendo le Camere e dando vita a un governo di sinistra, ha invece affidato l’Italia a un banchiere spietato, incapace e clericale, offrendo alla destra più corrotta d’Europa tutto il tempo per ricostituirsi. Ha poi predeterminato il risultato politico qualunque fosse stato l’esito delle elezioni. E infatti nonostante il 75% degli italiani che si sono recati alle urne abbia espresso con chiarezza la volontà di farla finita con Berlusconi, Napolitano ha operato affinché costui fosse di nuovo al centro della dinamica politica, esito non contrastato dal defunto Partito Democratico anche per la ragione indicata da Franco Berardi Bifo: «Il cinismo è il suo [del medium televisivo] tono morale predominante, perché l’inconscio collettivo prevale sulla ragione critica, e l’inconscio collettivo si identifica ora con la figura narrativa del vincente. La sinistra pensava che l’immoralismo avrebbe portato alla sconfitta del mammasantissima. Sbagliava perché gli italiani che vivono nel mondo descritto in Reality da Matteo Garrone voteranno Berlusconi anche quando lo vedranno inculare il bambino Gesù (purché sia mostrato in tivù)» («L’evento italiano», in Alfabeta2, n. 28, aprile 2013, p. 6).
Contro la divisione dei poteri ha lentamente ma inesorabilmente eroso l’autonomia del legislativo sottoponendolo all’azione dilatata di un esecutivo che a sua volta risponde soltanto a un potere -quello del Presidente della Repubblica- al quale la Costituzione nega un simile spazio. Napolitano ha poi sistematicamente umiliato il potere giudiziario sino alla clamorosa richiesta di un intervento della Corte Costituzionale che gli desse ragione nei confronti di chi stava indagando sui suoi amici.
Contro la libertà dell’informazione ha evocato il dovere per quest’ultima di «collaborare» con il governo. Affermazione di inaudita gravità antidemocratica.

La logica dell’Identità, il monoteismo autoritario e verticale del Padre, ha così prevalso sulla logica della Differenza e sulla pratica della molteplicità. Il panorama è quello plumbeo dei vecchi paesi sovietici, verso il totalitarismo dei quali l’anima di quest’uomo non ha in realtà mai cessato di rivolgersi.
E affinché sia ancora più chiara la fine che devono fare quanti osano davvero proporre la differenza, Napolitano e i suoi complici nel governo e nei partiti assistono gelidi all’inusitato attacco alla libertà e ai diritti dei parlamentari del M5S eletti da più di otto milioni di cittadini, assistono compiaciuti alla violazione delle loro caselle di posta elettronica, dei loro computer, delle loro vite private e delle azioni politiche, in modo che nessun personaggio importante che tenga a se stesso e voglia far carriera si azzardi a stare dalla parte di questi appestati. Sta accadendo qualcosa di simile a ciò che si verificò tra il 1922 e il 1924, quando l’immunità parlamentare garantì i fascisti ma non Gramsci e i nemici del Duce.
C’è molta ideologia nell’azione di Napolitano e dei suoi complici, c’è molta fedeltà al fascismo perenne della storia italiana e al sogno di società chiusa del comunismo sovietico. Ma credo ci sia anche la potenza di un ricatto che lo stesso Presidente subisce. Ricatto del quale le intercettazioni prontamente distrutte dopo la sua assurda ma emblematica rielezione sono la prova, il sigillo, il veleno.

In un denso articolo del 24 aprile scorso, Barbara Spinelli paragona l’azione del Movimento 5 Stelle al “folle volo” dell’Ulisse dantesco, al testardo rifiuto di morire nella quiete della non speranza, alla lotta contro «l’ideologia […] con cui Pangloss indottrina l’inerme Candide, in Voltaire: stiamo andando verso il migliore dei mondi possibili, l’Europa meravigliosamente si integra, ed ecco  – horribile visu!-  una coorte di paradossali e tristi sovvertitori mirano proprio al contrario: alla dis-integrazione».
Soltanto delle menti e delle vite profondamente autoritarie, meschine e complici dell’ingiustizia possono interpretare come “dis-integrazione” la parola che dice no, l’anelito alla differenza, la molteplicità politica e ontologica. Nel fallimento di quel folle volo -che non è di Beppe Grillo o del Movimento 5 Stelle ma è di chiunque voglia ancora vivere libero- c’è tutta la tragedia di un’Italia destinata alla miseria antropologica prima che economica; c’è il lutto senza fine di un Paese che da secoli è servo; c’è la prefigurazione di ciò che si vorrebbe diventasse l’intero pianeta, le cui risorse e bellezza e differenze devono cedere alla rapace azione di un unico potere che prende di volta in volta le maschere della finanza, dei Bilderberg, di tutte le massonerie e di tutte le mafie; un mondo le cui risorse e bellezza e differenze devono inabissarsi in un solo gorgo.
«E la prora ire in giù, com’altrui piacque, / infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso»
(Commedia, «Inferno», canto XXVI, vv. 141-142).

Progressisti

Nel corso degli anni ho criticato -su varie liste telematiche, con interventi e libri– l’atteggiamento di chi accusava di “conservatorismo” e “passatismo” quanti si opponevano alle “novità” distruttive verso la scuola e l’università che vari ministri (primo tra i quali il progressista Luigi Berlinguer) andavano imponendo. La natura del tutto retorica, ideologica e truffaldina dell’equazione “nuovo=bene; vecchio=male” emerge ora per tutti (almeno spero) dall’utilizzo che il replicante non umano Mario Monti e i suoi complici fanno delle stesse parole.
Costoro infatti accusano di conservatorismo e vecchiume quanti semplicemente intendono difendere le persone -le persone vere, non le statistiche- dai crimini che la finanza internazionale e le grandi banche vanno perpetrando in tutto il mondo, mondo che vorrebbero ridurre al desolato deserto delle borse e degli scambi monetari.
A proposito di deserto, un grande italiano e una grande mente –Giacomo Leopardi– aveva già nel 1836 (nel pieno quindi di un’altra ondata “progressista”) ironizzato nella sua Ginestra o il fiore del deserto sulle «magnifiche sorti e progressive» verso le quali ci si illudeva l’umanità stesse felicemente e inesorabilmente andando.
Al di là di questo uso infantile e disonesto di termini come “vecchio” e “nuovo”, la differenza reale passa forse tra coloro che non si fanno illusioni ma continuano a tendere a una società più giusta, a una trasformazione faticosa e tenace dello stato di cose esistente -senza mai dimenticare i limiti dell’essere e della vita-, e quanti invece promettono nuovi mondi e terre nuove, le terre e i mondi del loro dominio.

Numeri

233 milioni di euro di finanziamento alle scuole private/cattoliche.
12,5 milioni all’Ospedale del Bambin Gesù di Roma, controllato dal cardinale Bertone.
5 milioni all’Ospedale Gaslini di Genova, controllato dal cardinale Bagnasco.
Condono integrale e assoluto del mancato pagamento dell’IMU da parte degli immobili commerciali di enti cattolici.
Ci sono buoni motivi nel convinto sostegno a Mario Monti da parte dell’Osservatore Romano, della Conferenza Episcopale Italiana, di vari cardinali e del Pontefice in prima persona.
Bagnasco, presidente della CEI, ha affermato che «sulla sua onestà e capacità sembra esserci ampia condivisione». Certo, l’onestà che traluce anche dallo sgravio fiscale -deciso un minuto prima delle dimissioni del governo- riservato alle assicurazioni che impongono agli automobilisti di dotarsi di una particolare scatola nera prodotta soltanto dalle aziende di Luca Cordero di Montezemolo, alleato principale dello stesso Monti alle prossime elezioni.
Certo, vescovi, cardinali e papi sono entusiasti di poter finalmente sostenere alle elezioni un uomo prono ai loro interessi come Berlusconi ma senza l’imbarazzo delle puttane e delle orge di colui.
Che la politica economica estremista e ultraliberista di Monti sacrifichi le scuole/università pubbliche, la sanità pubblica, i servizi pubblici italiani e getti nella miseria i ceti medi -favorendo invece la speculazione finanziaria e le classi più ricche-  non è un problema per  i cattolici, i vescovi, i cardinali e i papi. Simoniaci.

Realtà

Reality
di Matteo Garrone
Con: Aniello Arena (Luciano), Loredana Simioli (Maria), Nando Paone (Michele), Raffaele Ferrante (Enzo), Nello Iorio (Massimone), Ciro Petrone (barista)
Italia, 2012
Trailer del film

«Osservate la locandina del film (magari cliccando sopra per ingrandirla). Un ambiente visto dall’alto. Con alcune poltrone intensamente illuminate. Su quella in alto a sinistra sta sdraiato un uomo con le braccia incrociate dietro la testa. Tutti possono guardarlo. Il luogo è insieme chiuso e aperto. Quel soggetto ha raggiunto la pace. È diventato una sola cosa con lo splendore dell’immagine, con l’iridescenza della “Casa”. La vita di quest’uomo è cambiata da quando, quasi per caso, ha partecipato a una delle tante selezioni per il Grande Fratello. Lavoro, affetti, amici, famiglia, si sono a poco a poco dissolti nell’ossessione di un futuro di notorietà, di soldi, di luci. L’ambiente di lavoro ha cominciato ai suoi occhi a pullulare di persone inviate dal Grande Fratello a controllare se abbia detto o no la verità. Per mostrare a queste presenze la propria forza e originalità Luciano dà inizio a un vero e proprio potlatch, a uno spreco di beni, di risorse, di tempo, di senso».

Così comincia la recensione pubblicata sul numero 15 – ottobre 2012 di Vita pensata (pp. 65-67). Qui aggiungo quanto scrive Franco Berardi Bifo in un suo articolo dal titolo Incubi e schermi. La cornice perfetta, pubblicato a pagina 28 del numero 25 – dicembre 2012/gennaio 2013 di Alfabeta2:
«La fascinazione dello schermo e la cattura della mente sono irreversibili, e Reality di Matteo Garrone è il film definitivo sul potere biopolitico contemporaneo. Proprio oggi che in Italia credono che Berlusconi abbia perduto il potere, Garrone dice la verità: è vero il contrario. Berlusconi può essere sconfitto sul terreno fittizio della politica, un consulente della Goldmann Sachs può andare al suo posto per realizzare lo stesso programma, magari una coalizione di centro-sinistra può vincere le prossime elezioni. Ma l’Italia non esce dallo schermo.
Neo-realismo e barocco si incontrano perché il barocco è la realtà della storia italiana moderna. Quelli che credono che la corruzione e la demenza italiana siano il lato malato della sana austerità liberista, come al solito, non capiscono niente. Non capiscono cos’è la realtà del Semiocapitale, che si fonda sull’illusione ottica, l’ipertrofia dell’immagine, l’inflazione proliferante di flussi linguistici e la manipolazione predatoria dello scambio (semiotico ed economico tra loro confusi, interdipendenti). […] L’Italia è il laboratorio barocco della dittatura mondiale dell’ignoranza».
Reality è uno dei film più belli e più importanti di questi anni.

I barbari

Il governo della Goldman Sachs guidato da Monti-Napolitano sta compiendo delle scelte ben precise. Tra le più importanti c’è la detassazione delle cosiddette “Grandi Opere” -grandi per i profitti che producono a favore delle «voraci grandi imprese che assediano il governo»- come il TAV, il Ponte di Messina (se mai si farà) e altre strutture distruttive del territorio e dell’ambiente. Si conferma, inoltre, la folle spesa di 20 miliardi di euro per i cacciabombardieri F-35.
“Detassazione” significa che tali opere graveranno ancora di più sulle casse pubbliche a danno della sanità, dei trasporti, della scuola, dell’università, della ricerca. Si premiano i palazzinari, le imprese di proprietà della malavita, le aziende che avvelenano scientemente pur di moltiplicare i profitti, e si impongono tasse più alte agli studenti universitari, si accentua il peso fiscale sui lavoratori dipendenti, si costringe alla chiusura l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. Invito a guardare il breve filmato nel quale il fondatore dell’Istituto -Gerardo Marotta- parla con amara commozione di quanto sta accadendo. Marotta somiglia a Céline negli ultimi suoi anni, e come Céline denuncia la guerra che il potere finanziario muove al sapere, alla cultura, alla filosofia. Perché sapere, cultura e filosofia sono espressioni di quella libertà e gratuità che “i servi di Mammona” (per dirla con i Vangeli) giudicano giustamente un pericolo gravissimo per la loro egemonia.
Non basta: si propone anche di “dismettere”, vale a dire svendere, il patrimonio pubblico costituito da palazzi, terreni, beni culturali.
Angelo Mastrandrea scrive che «È l’Italia alla rovescia di come la vorremmo, quella che ancora oggi -con Monti e Passera e non con Berlusconi- prepara un regalo inaspettato ai cementificatori e lascia chiudere le biblioteche. Un tempo l’Iva più bassa riguardava i libri e la cultura, beni di cui incoraggiare il consumo, e non la Salerno-Reggio Calabria. L’Istituto italiano di studi filosofici deve smobilitare perché, tra Tremonti e Monti, in pochi anni i contributi statali sono stati praticamente azzerati. I lanzichenecchi insediati alla Regione Campania hanno provveduto al resto, lasciando cadere nel dimenticatoio una vecchia delibera che prevedeva l’istituzione di una biblioteca per accogliere le migliaia di libri dell’Istituto e consentire a studenti e ricercatori di poterli consultare».
Chiudere le biblioteche, affamare i cittadini, distruggere il territorio, arricchire i predoni. Dietro la loro apparenza robotica i ministri dell’attuale governo italiano sono degli autentici barbari, i quali stanno realizzando i sogni del governo Berlusconi. Di peggio c’è che Berlusconi doveva almeno fronteggiare un’opposizione mentre il governo dei banchieri ha il sostegno della grande stampa e di quasi l’intero parlamento, compreso il Partito Democratico.
I senatori romani hanno aperto le porte ai barbari per spartirsi insieme il bottino.

Sterminio

Mi chiedevo quando sarebbe arrivata una dichiarazione formale della finanza internazionale a proposito del fatto che bisogna sbrigarsi a morire per non gravare sui bilanci degli stati. Eccola. Viene dal Fondo Monetario Internazionale, una delle istituzioni alle quali gli attuali governi dell’Occidente -a partire da quello guidato da Mario Monti– obbediscono in ogni loro pensiero, opera, omissione.

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FMI: LONGEVITÀ
11/04/2012 17:34

L’allungamento della vita potrebbe avere ripercussioni sul sistema finanziario mondiale. È l’allarme del Fondo monetario internazionale contenuto nel Global Financial Report che sarà presentato tra 7 giorni a Washington. «Se la durata della vita media entro il 2050 dovesse aumentare di 3 anni, il costo già vasto dell’invecchiamento crescerebbe del 50%», si legge nel Rapporto.
Di conseguenza, si alzerebbe il rapporto debito/Pil, con rischio per la solvibilità degli istituti finanziari e dei fondi pensione. Per il Fmi occorre intervenire con l’innalzamento dell’età pensionabile, maggiori contributi e una riduzione dei benefici da erogare.
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Fonte è Televideo ma la preoccupata dichiarazione dei vertici del capitalismo mondiale si trova in quasi tutti i giornali. Sul Fatto quotidiano, ad esempio, si legge che «secondo quanto pubblicato nel ‘Rapporto sulla stabilità finanziaria globale’, l’allungamento della vita media rischia di far saltare i conti del welfare, ma l’Fmi ha già pronta la ricetta: allungamento dell’età pensionabile, contributi più elevati e riduzione degli assegni erogati».
In realtà si potrebbe intervenire pure in altri modi: per esempio, riducendo o anche cancellando i fondi per le ricerche mediche tese a debellare le malattie croniche; chiudendo i reparti di geriatria; estendendo la morte per fame; istituendo un termine di fine vita -diciamo 82 anni?- dopo il quale si verrebbe accompagnati alla fine.
In questo modo il capitale e la finanza sarebbero finalmente sinceri nella loro volontà di sterminio.

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