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«Cuore»

Johann Sebastian Bach
Concerto n. 5 in fa minore per clavicembalo e orchestra / BWV 1056 / Largo

Pianoforte Simone Dinnerstein
Staatskapelle Berlin

«Cuore» è parola impronunciabile, è tabù cardiaco dei sentimenti. Che però a volte diventano suoni sensati nella ripetuta gloria e miseria dell’amare. Sentimenti  che emergono in tutta la loro serena malinconia dalle note di Bach e da alcune righe di Ishiguro:
«Aveva il cuore di una bimba. E dunque un cuore crudele e innocente. Ferito come da migliaia di coltelli e pure integro come appena venuto alla luce. […]
Ed io piango a leggerti, perché prima ancora che il mio affetto per te diventasse amore, nei miei momenti di dolore e malinconia era a te che pensavo come ancora di salvezza,  a te come la vita che volevo essere, a te come la comprensione assoluta che potevo avere, a te come l’abbraccio in cui sciogliere le mie memorie dolorose, la fatica del mio diventare adulta, il velo che poteva coprire il mio sguardo» (Notturni. Cinque storie di musica e crepuscolo, Einaudi 2009, p. 22).
È sempre di grande interesse, per me, constatare come gli umani possano rivestire di luce verbale i loro tramonti. Bach è anche questa luce che si irradia in un altro modo del linguaggio: la musica.

«Altri abissi di luce»

Paolo Conte
Diavolo Rosso
Da Appunti di viaggio (1982)

Diavolo rosso  (mp3)

Link al brano su Spotify

Qualcosa di glorioso e di struggente percorre la musica di Paolo Conte, i suoi versi, le note jazz, boogie, rock, blues, da lui continuamente reinventate. Questa malinconica felicità arriva al suo culmine in Diavolo Rosso, brano nel quale la poesia ermetica e rammemorante diventa una sola cosa con il ritmo musicale ripetuto, dionisiaco, veloce, come se il pedale di Giovanni Gerbi – il diavolo rosso che staccava gli altri corridori di incredibili distanze – corresse ancora nello spazio della musica, nelle pianure del canto.
Tutto passa, le «bambine bionde» e gli «uomini grossi come alberi», i «valzer di vento e di paglia» e i «bisbigli d’albergo», il fieno e le lucciole, la notte e gli «altri abissi di luce». Tutti, tutti infine abbracciati dalla «morte contadina / che risale le risaie». E tuttavia anche la poesia di Paolo Conte, anche la sua armonia, «vince di mille secoli il silenzio» (Foscolo, Dei Sepolcri, vv. 234-235).
Invito caldamente a immergersi nei dodici minuti di esecuzione live di questo brano al Montreux Jazz Festival del 2013.
L’orchestra è composta Luca Enipeo, Nunzio Barbieri, Daniele Dall’Omo (chitarra classica), Piergiorgio Rosso (violino), Luca Velotti (clarinetto) Lucio Caliendo (Oboe), Jino Touche (contrabasso), Daniele Di gregorio (Batteria),  Massimo Pitziani (fisarmonica).
Conte dirige con la sua tipica e discreta ironia; gli assoli costruiscono arabeschi e virtuosismi, in particolare la fisarmonica è una totalità, una potenza; Dall’Omo sembra un tarantato con accanto invece il tranquillo contrabbassista. Ma colui che mai si ferma è il batterista che per tutto il tempo ripete lo stesso gesto – davvero il pedale del diavolo rosso – con una concentrazione e un’indifferenza sovrumane. Si capisce bene perché la musica, questa musica, sia nata con Dioniso. Una canzone visionaria.

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Quelle bambine bionde
con quegli anellini alle orecchie
tutte spose che partoriranno
uomini grossi come alberi
che quando cercherai di convincerli
allora lo vedi che sono proprio di legno.

Diavolo Rosso dimentica la strada
vieni qui con noi a bere un’aranciata
controluce tutto il tempo se ne va.

Guarda le notti più alte
di questo Nord-Ovest bardato di stelle
e le piste dei carri gelate
come gli sguardi dei francesi,
un valzer di vento e di paglia
la morte contadina
che risale le risaie
e fa il verso delle rane
e puntuale
arriva sulle aie bianche
come le falciatrici a cottimo.

Voci dal Sole e altre voci
da questa campagna altri abissi di luce
e di terra e di anima niente
più che il cavallo e il chinino
e voci e bisbigli d’albergo
amanti di pianura
regine di corriere e paracarri
la loro, la loro discrezione antica
è acqua e miele.

Diavolo Rosso dimentica la strada
vieni qui con noi a bere un’aranciata
controluce tutto il tempo se ne va.

Girano le lucciole
nei cerchi della notte
questo buio sa di fieno e di lontano
e la canzone forse sa di Ratafià.

Materico e abissale

Graffi – Attilio Scimone
in Gente di Fotografia. Rivista di cultura fotografica e immagini
anno XXVI – numero 75 – luglio 2020
pagine 42-49

È la potenza della vita, della storia, della terra, dell’amore, che il bianco e nero materico e abissale di Attilio Scimone ci fa toccare, sfiorare, afferrare, vedere. Come se l’arte fotografica si fosse trasformata in domanda metafisica, nel labirinto di uno sguardo che coglie il mondo mentre germina dalla densità delle zolle, dall’armonia delle chiese, dal limpillio delle fontane, da sentieri astratti e interrotti, da colline che diventano città, da città che tornano fango, dal fango che gorgoglia dentro il tempo, dal tempo che si fionda nelle zolle.

La malinconia del West

I fratelli Sisters
(The Sisters Brothers)
di Jacques Audiard
Francia, Spagna, Romania, Belgio, USA, 2018
Con: John C. Reilly (Eli Sisters), Joaquin Phoenix (Charlie Sisters), Jake Gyllenhaal (John Morris), Riz Ahmed (Hermann Kermit Warm), Rebecca Root (Mayfield), Carol Kane (la signora Sisters)
Trailer del film

Da decenni, ormai, i film western che meritano di essere visti sono ironici e crepuscolari. Solo per ricordarne alcuni: True Grit dei fratelli Coen; Django Unchained di Quentin Tarantino e soprattutto Gli spietati di Clint Eastwood. Malinconica è anche la vicenda dei Sisters Brothers – titolo già ironico – che nel 1851 dall’Oregon arrivano sino a San Francisco, alla ricerca di un chimico e cercatore d’oro, scopritore di una formula capace di far emergere l’oro dalle acque. Sulle tracce di Kermit Warm c’è un loro complice, incaricato di farselo amico e consegnarglielo. Tra i quattro uomini, tra queste quattro solitudini, si instaura una imprevedibile dinamica.
Musica ritmata e cupa, paesaggi sempre di scorcio – che siano praterie, montagne, oceano –, animali che si uccidono, donne mascoline, pistoleri senza fuoco, sciarpe temporali, incubi violenti, virili tenerezze, malinconie profonde e voglie insoddisfatte di pianto. Ma è sempre l’avidità, il culto congenito e inemendabile degli Stati Uniti d’America verso il dollaro, a condurre al tramonto anche Eli e Charlie, sicari quasi immortali che sempre vincono la sfida con forze di gran lunga superiori. Sono infatti dei Dioscuri questi due fratelli. Il maggiore meditativo e saggio, il minore impulsivo e stolto. Ma mentre tutti muoiono, persino di morte naturale, loro tornano dalla propria madre dea, a sognare il tempo nel quale il mondo era altro e non quella struttura amara che viene esplicitamente definita tale all’inizio del film. Un mondo che sembra attraversato da una ferita e nel quale sarebbe stato meglio non essere mai nati; un mondo la cui luce si irradia nel gelo abbandonato della vita e si dissolve nelle lande della nostalgia.

Venezia

Complice un convegno kubrickiano, ho percorso ancora una volta Venezia. Questo luogo anfibio, nato dalle acque e dagli umani. Ho cercato gli spazi solitari. Non è difficile. Basta scostarsi un poco dalle ripetute indicazioni «Per Rialto e San Marco» o -all’inverso- «Per la ferrovia e piazza Roma» e si dissolvono le certezze di abitare il secolo che chiamiamo XXI. Il ricamo settecentesco sta dovunque, i marmi e le pietre sono antichi, le porte sulle calli sembrano immutate. Nei ‘rami’ -le più strette tra le vie- l’odore acre dell’urina si mescola alla potenza verticale dei muri. ‘Sestieri’, ‘campi’, ’corti’, ‘campielli’  si allargano nei pozzi, nelle bifore, nei radi alberi.  Nonostante il profluvio di pizzerie e di negozi bric-à-brac di ogni tipo, sopravvive a Venezia anche il segreto degli artigiani, di chi fa uscire gli oggetti dalle proprie mani e non da macchine seriali. E poi il silenzio. Fuori dai percorsi stabiliti, Venezia è il silenzio, è la voce muta delle architetture, è il chiarore che si insinua a fatica dentro la massiccia presenza degli edifici ma che è ancora e sempre capace di trasformarli in luce, di travolgerli, abbracciarli, incendiarli di malinconia. Una città dove si cammina. Si cammina e basta. Dove dunque il bipede eretto torna alla sua natura, alla sua maschera nello spazio, al suo tempo che tramonta.

Sorriso / Malinconia

Teatro Franco Parenti – Milano
La dodicesima notte
(Twelfth Night, or What You Will)
di William Shakespeare
Con: Carlo Cecchi, Daniela Piperno, Vincenzo Ferrera, Eugenia Costantini, Dario Iubatti, Barbara Ronchi, Remo Stella, Loris Fabiani, Federico Brugnone, Davide Giordano, Rino Marino, Giuliano Scarpinato
Traduzione di Patrizia Cavalli
Musiche di scena Nicola Piovani; musicisti Luigi Lombardi D’Aquino, Alessandro Pirchio, Federico Occhiodoro
Costumi Nanà Cecchi
Regia di Carlo Cecchi
Sino al 6 marzo 2016

dodicesima_notteL’amore come equivoco, la vita come desiderio, le relazioni come lotta. E su tutto il sorriso di chi ha compreso quanto di umano, troppo umano ci sia nella pretesa di fare delle nostre passioni il criterio del mondo. Così le identità diventano dinamiche, i nomi vengono scambiati, la volontà di piacere all’altro appare o arrogante o ridicola. La ricomposizione finale -nel suo veloce e innaturale acquietarsi- rende ancora più stridente l’accaduto. Nelle commedie di Shakespeare, per quanto divertenti -e questa lo è molto- c’è sempre un fondo di malinconia che contribuisce all’immortalità dell’opera.
Un allestimento della Dodicesima notte che tralascia gli orpelli e punta all’essenziale, che in uno spazio quasi vuoto fa dei costumi la vera scenografia e perviene al cuore della malinconia attraverso un franco sorriso. Carlo Cecchi gigioneggia come sempre e come sempre regala ai suoi personaggi un tratto inconsueto di verità. La compagnia lo segue nella leggerezza e nella meditazione sulle cose del mondo.

Les Enfants

I 400 colpi
(Les Quatre Cents Coups)
di François Truffaut
Francia, 1959
Con: Jean-Pierre Léaud (Antoine Doinel), Claire Maurier (Gilberte Doinel, la madre), Albert Rémy (Julien Doinel), Patrick Auffay (René), Guy Decomble (l’insegnante di francese)
Trailer del film

i_400_colpiIn francese il titolo significa ‘fare il diavolo a quattro’. E il dodicenne Antoine Doinel è in effetti una mescolanza di Pinocchio e di Gian Burrasca. Ma è lontano da entrambi per la malinconia, la rassegnazione quasi, con le quali vive la sua solitudine di bambino non amato, il susseguirsi delle punizioni e della desolazione, la sua stessa radicata monelleria. Parigi e la Francia alla fine degli anni Cinquanta del Novecento vi appaiono nella loro identità immediata e profonda, irreversibilmente dissolta, oggi. Come svanito è un modo di educare che nel nostro tempo è diventato esattamente l’opposto rispetto a quello descritto e condannato nel film, oggi che i bambini e i ragazzini di tutte le età sono diventati i tiranni delle famiglie.
La narrazione procede senza nessuna sbavatura, del tutto priva di retorica anche se totalmente intrisa di pietà. Il cinema, la letteratura, il teatro è naturalmente sempre dell’umano che parlano ma le opere che valgono lo fanno senza alcun sentimentalismo. Les Quatre Cents Coups è un grande film anche per questo. Da qualche mese l’opera è tornata nelle sale, restaurata e quindi capace di sprigionare ancora e di nuovo tutta la sua bellezza formale, la sua maestria di racconto per immagini.