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Ritratti

Goya. Visioni di carne e di sangue
di David Bickerstaff
Gran Bretagna, 2016
Trailer del film

goya

Il film spiega, illustra, scava i Portraits di Goya esposti in una mostra alla National Gallery di Londra. E soprattutto li fa vedere con la potenza del grande schermo e con l’accurata analisi di numerosi studiosi spagnoli e britannici. Ai ritratti Goya affidò gran parte della propria fama. In essi l’umanità di sempre -il Dasein– e l’umanità della sua epoca -regnanti, aristocratici, borghesi- splendono davvero di carne e di sangue. Ogni ritratto è un mondo. Ogni sguardo è un enigma che rimane tale anche nel momento in cui lo si disvela. La carne e il sangue della pittura, degli strati di colore, di olio, di materia, disegnano un mondo che sta nella storia e sta nella mente di Goya. Ancora una volta ogni ingenuo realismo viene defenestrato dalla potenza dello sguardo, dalla costruzione che l’animale umano fa del proprio ambiente, dallo scintillio di un segreto colto ed espresso nella forma.

 

Antologia ungherese

Da Raffaello a Schiele.
Capolavori dal Museo di Belle Arti di Budapest

Palazzo Reale – Milano
A cura di Stefano Zuffi
Sino al 7 febbraio 2016

Claude_Lorrain_-_Villa_in_the_Roman_Campagna_-_Google_Art_ProjectUn’antologia della grande pittura europea è in mostra a Milano. Provenienti dal Museo di Belle Arti di Budapest si possono infatti gustare alcune delle opere più significative che dal Cinquecento alle prime avanguardie hanno costellato di bellezza la vita e gli umani del nostro continente. Soggetti biblici e profani; paesaggi, miti, ritratti; le geometrie del Nord e il languore mediterraneo si incontrano, dialogano, si fondono nella forma della mente che la pittura è da sempre.
Tra i tanti nomi e artisti, ne ho particolarmente gustato alcuni. Il San Giacomo minore del Greco, con i suoi colori tenui e quasi immateriali, con la sua intensissima espressione. La Baia con rovine di Salvator Rosa, potente e malinconico luogo del ricordo. I ritratti di Goya, il quale non fa differenza tra il popolo lavoratore e l’aristocrazia spagnola, dipingendoli tutti con una penetrazione nei caratteri che fa di questo artista anche un inquietante psicologo. E infine la Villa nella campagna romana di Claude Lorrain, opera nella quale lo spazio, la pace, la luce diventano e sono il senso stesso del mondo.

Streghe interiori

In Trance
(Trance)
di Danny Boyle
Con: James McAvoy (Simon), Rosario Dawson (Elizabeth), Vincent Cassel (Franck)
Gran Bretagna, 2012
Trailer del film

Le aste dei dipinti più preziosi sono blindate come e più delle banche. Ma dei ladri ben decisi riescono ugualmente a farcela, tanto più se vengono aiutati da qualcuno che lavora all’interno, come il banditore Simon. Oggetto del furto è un capolavoro inestimabile (venticinque milioni di sterline): le Streghe nell’aria di Francisco Goya. Il problema è che il dipinto sparisce. Dopo aver sottoposto Simon a tortura, i suoi complici devono ammettere che egli non ricorda effettivamente dove abbia nascosto la tela. Decidono quindi di ricorrere a una psicologa, specialista in ipnosi. La cura raggiunge il suo obiettivo ma ha effetti devastanti su tutti i personaggi. Ciò che lentamente affiora dalla mente di Simon è molto più di quanto si potesse immaginare. Al centro della ragnatela mnemonica sembra stagliarsi proprio Elizabeth, che si rivela snodo centrale della vicenda.
Sontuoso nei colori, intricatissimo nel plot, abbastanza corretto -anche se inevitabilmente grossolano- nella descrizione degli stati mentali, Trance è un film come tanti ma piacevole soprattutto per chi si aspetta dei colpi di scena a ripetizione. Il merito maggiore, da un altro punto di vista, è l’intuizione della radicale complessità del corpomente e delle sue memorie profonde. La presenza -discreta ma centrale- di Goya aiuta. È con questo artista che l’illusione della realtà si sfalda e trasmuta nell’universo interiore in cui ogni umano deve fare i conti con i propri fantasmi. A rischio della follia ma ottenendo come premio la pace della conoscenza. Non è un caso che il quadro intorno al quale tutto ruota abbia come titolo Streghe nell’aria.

 

Fandango

Quintetto IV In Re Maggiore G. 448 – “Fandango”: IV. Fandango
di Luigi Boccherini
Complesso “Europa Galante”  diretto da Fabio Biondi

Boccherini (1743-1805) nacque a Lucca e morì a Madrid; spagnolo è Francisco Goya (1746-1828).
Nelle note del primo e nelle immagini del secondo vive il lato dionisiaco del Settecento, che nel magnifico quarto movimento del Quintetto G. 448 diventa un ritmo frenetico, inquietante e ironico. Anche la musica cosiddetta “classica” può essere a volte ballata.

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Dalì

Salvador Dalì. Il sogno si avvicina
Milano – Palazzo Reale
A cura di Vincenzo Trione, con la collaborazione della Fondazione Gala Salvador Dalì
Sino al 30 gennaio 2011

Dalì ha dato forma al diventar sogno del mondo. Uno dei suoi scopi è di «contribuire all’assoluto discredito del mondo reale» dipingendo con esattezza i pensieri, le euforie, i ritmi, la morte. Dipingendo il tempo, coi suoi orologi liquidi, deformi, -quelli che compaiono in Il giardino delle ore, (1981) o ne Alla ricerca della quarta dimensione (1979)- che segnano l’immobilità dello spazio, l’eternità della morte. La metafisica di Dalì è seria sino alla tragedia e ironica come in un gioco. Il luogo più desolato è in ogni caso la storia. Sui suoi eventi Dalì getta uno sguardo simile a quello di Goya mostrandone l’immensa stoltezza e crescendo di pietà all’avanzare del macello. Un’opera come Volto della guerra (1940-41) è l’emblema più terrificante e autentico di ciò che in quegli anni stava accadendo, della pulsione di morte e d’orrore che spinge la specie e i suoi giorni, che fa degli stati e del potere la grande falce che tutto trasforma in teschio. La via d’uscita dal calore dissolvente della storia è la freddezza del mito. «Se i classici sono freddi è perché la loro fiamma è eterna», scrisse Dalì, dando a questa verità la forma splendente e magnifica di quadri come  Apparizione dell’Afrodite di Cnido (1981), Grande testa di dio greco, (1946), Torso-edificio su scacchiera (1946) e molti altri tra i suoi più belli, evocativi, fuori dalla prigionia del male. Su tutto dominano il divertimento, l’inventiva e l’invenzione, il sogno e la sua geometria.

[ Una più ampia recensione di questa mostra si può leggere su Vita pensata 7 – gennaio 2011 ]

Goya y Lucientes

Goya e il mondo moderno
Milano – Palazzo Reale
Sino al 27 giugno 2010

Goya o del presente. L’artista aragonese spezza la tradizione che fa dei ritratti e dei paesaggi uno strumento apologetico del potere o una semplice manifestazione emotiva del pittore. Con lui la realtà comincia a sfaldarsi, a transitare nel sogno, a diventare ciò che è: l’incontro della materia con la mente e della mente con gli eventi. E dunque con il tempo. Non c’è nulla di immutabile e fermo in questa pittura che trascorre dalla luce chiara eppur ironica delle opere giovanili -quasi una mescolanza di Canaletto e Francesco Guardi- al realismo sociale, per arrivare alla potenza dell’orrore, della guerra, della violenza, della morte. La serie di incisioni dal titolo Disparates descrive I disastri della guerra col linguaggio dell’incubo e di una notte insensata e pittoresca, tramite una congiunzione del terribile con il comico che è la cifra di ciò che chiamiamo “grottesco”. Goethe scrisse che, se visti dall’altezza della ragione, la vita appare una malattia e il mondo un manicomio. E sono esattamente questa vita e questo mondo che Goya disvela nella loro chiara e dolente assurdità.

I titoli delle cinque sezioni in cui la mostra è divisa rappresentano una sintesi del suo viaggio al termine della notte: Il lavoro del tempo. I ritrattiLa vita di tutti i giorniComico e grottescoLa violenzaIl grido. In ciascuna di esse le opere di Goya si accompagnano a quelle dei tanti che dopo di lui a lui si ispirarono, spesso in modo esplicito e con un’ammirazione senza limiti. Guernica sarebbe stata impensabile senza l’urlo di Goya. Il sarcasmo feroce di Otto Dix e di John Heartfield attingono a piene mani alla sua opera. Tra Goya e Bacon la continuità è evidente e profonda, in particolare nell’intuizione della temporalità che intesse ogni corpo e alla materia dà labile consistenza.
Un Settecento buio, un progresso dell’orrore che Horkheimer e Adorno hanno condensato in un celebre incipit: «L’illuminismo, nel senso più ampio di pensiero in continuo progresso, ha perseguito da sempre l’obiettivo di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni. Ma la terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura» (Dialettica dell’illuminismo, Einaudi 1982, p. 11). Di questa sventura che è di tutte le epoche, perché è l’umano, Goya ha colto il segreto e lo ha reso luce.

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